14 ottobre 2004

Berlusconi e i cementificatori
di Paolo Berdini

La cultura urbanistica liberista sta cercando di chiudere la partita con la legislazione nata dalle spinte della società che si era consolidata negli ultimi decenni. Il tentativo più pericoloso e devastante era inserito in una "legge di riforma del governo del territorio" in discussione alla camera dei deputati. Era la legge di cui ci eravamo occupati e che prevedeva -unico paese del mondo occidente- che le stesse funzioni di pianificazione, e cioè un ruolo pubblico per eccellenza, potessero essere affidate ai privati.

Non che manchino casi in cui è la mitica "impresa" ad avere delegata la funzione di localizzare alcune importanti funzioni: il caso più eclatante è quello di Acerra dove il commissario straordinario nominato per la soluzione del problema dei rifiuti aveva a sua volta delegato una società privata che nella più totale assenza di trasparenza ha pensato bene di individuare in quella città un inceneritore. Ma, appunto, erano casi isolati: con la legge di riforma si voleva generalizzare questa eccezione. Come dovrebbe essere chiaro a qualsiasi persona civile, la funzione di decidere le funzioni da attribuire alle diverse parti del territorio è prerogativa pubblica: nemmeno nell'ottocento, negli anni del capitalismo emergente si era arrivati a tali aberrazioni. Una conferma ulteriore, se mai ce ne fosse stato bisogno, che la modernità neoliberista è un devastante ritorno al passato: del resto, basta pensare alla condizione del lavoro subordinato che - passo dopo passo- si avvia a ritornare ad una premoderna precarietà senza diritti.

Questo dissennato progetto di legge ha trovato difficoltà e giace ancora nella competente commissione delle camera dei deputati. Ma gli azionisti di riferimento di questo governo non potevano aspettare ulteriormente ed hanno inviato messaggi chiarissimi. In una recente assemblea svoltasi alla presenza di Berlusconi, l'associazione dei costruttori italiani ha chiesto con forza che si approvasse un provvedimento per favorire gli interventi sulle città. Nel suo intervento, il presidente del consiglio aveva ovviamente assicurato una piena sintonia: così, non potendo approvare in tempi brevi la legge di riforma generale, hanno deciso di portare in approvazione con la prossima legge finanziaria gli articoli di legge chiesti dai costruttori.

Gli articoli sono pochi: limitiamoci ai due maggiormente pericolosi. Il primo riguarda un'ulteriore incentivazione della svendita del patrimonio immobiliare pubblico. Da anni alcune grandi società immobiliari - si pensi a Caltagirone o a Pirelli Real Estate - si sono inseriti nei provvedimenti di vendita del patrimonio degli enti pubblici. Ora si possono vendere sempre più facilmente anche edifici non abitativi e immobili storici: importante è che chi li compri faccia un grande affare. Con questo articolo continua dunque il grande trasferimento di ricchezza dal comparto pubblico ai centri di potere privato.

L'altro articolo prevede che le volumetrie esistenti possano essere incrementate sulla base di una contrattazione tra pubblico e privato: più elevata sarà la disponibilità di questo a fornire un servizio pubblico [ad esempio un parcheggio], più grande sarà la cubatura che potranno realizzare. Si afferma dunque un modello culturale aberrante, figlio del liberismo: le città non sono più organismi che devono rispondere ad una domanda collettiva di vivibilità e di soddisfazione dei bisogni.
Sono uno dei tanti segmenti produttivi e devono pertanto piegarsi alle regole del mercato selvaggio: così quando verrà approvata la leggina inizieranno interventi di demolizione e ricostruzione nelle nostre città dimensionati non sull'obiettivo di costruire città più umane, ma serviranno esclusivamente per realizzare quelli che la legge chiama pudicamente "incrementi premiali dei diritti edificatori" e che tradotti si chiamano i vergognosi interessi di ristretti potentati economici.