La nuova riforma pensionistica:
come completare la liquidazione del sistema pensionistico pubblico
di Kaldor - Gennaio 2004
1- Le riforme del centro sinistra...
2- ...e la nuova riforma proposta dalla destra al governo
3- Il falso: la spesa pensionistica è fuori controllo?
4- Il mito: le aliquote contributive sono eccessive?
5- Il vero problema: il livello delle prestazioni future
6- La previdenza integrativa
7- Le ambiguità del centro sinistra e le basi di una proposta alternativa
E' dagli inizi degli anni 90 che in Italia si parla e si fanno riforme pensionistiche. Ne sono state fatte 3 maggiori dal centrosinistra, la prima nel 1992 (riforma Amato), la seconda nel 1995 (Dini) e la terza nel 1997 (Prodi). Nel 1994 le pensioni furono, insieme all'uscita della Lega, la causa del crollo del primo governo Berlusconi. Di nuovo, fin dal suo insediamento, il governo della destra ha posto le pensioni fra suoi obiettivi prioritari. Già a fine 2001 ha presentato in Parlamento una proposta di intervento molto pesante. Essa non è finora passata (è stata approvata dalla sola Camera nel febbraio 2003) vuoi per l'opposizione di sindacati, lavoratori e (pur con qualche ambiguità) sinistra istituzionale, vuoi perché alcuni settori governativi stanno puntando su interventi ancora più decisi. Ad ottobre, in effetti, il governo ha presentato un emendamento teso a peggiorare ulteriormente la riforma pensionistica e fra dicembre e l'inizio di gennaio 2004 si è assistito al teatrino di una non-trattativa coi sindacati. Nei prossimi mesi, più probabilmente in autunno, passata la stagione elettorale, è probabile che Berlusconi andrà all'affondo.
Ma è veramente necessario intervenire nuovamente sul sistema pensionistico? Sì, solo che le riforme dovrebbero muoversi in senso radicalmente diverso da quello prefigurato dalla proposta governativa. Quelle proposte, infatti, semplicemente non offrono una risposta ai problemi del sistema pensionistico ed anzi finiranno sicuramente per acuirli: esse sono infatti indirizzate alla mera privatizzazione della previdenza e alla riduzione della spesa, del costo del lavoro e del valore delle pensioni future, piuttosto che all'organizzazione di un sistema in grado di garantire agli anziani attuali e a tutti coloro che lo diventeranno nei prossimi decenni una pensione adeguata.
Di seguito, richiamiamo i punti essenziali delle riforme del centro sinistra e della proposta della destra. Poi discutiamo i veri e falsi problemi del sistema pensionistico, il ruolo dei fondi pensione, le ambiguità del centro sinistra e le basi di una proposta alternativa. L'esposizione sarà necessariamente succinta e schematica. Agli interessati suggeriamo la lettura di "Avremo mai la pensione?" di Angelo Marano (Feltrinelli, 2002) e le miniere di dati offerte dall'Appendice statistica al "Rapporto di strategia nazionale sulle pensioni" (2002) e dalla "Relazione Annuale" del Nucleo di valutazione della spesa previdenziale (entrambi disponibili su minwelfare.it), o anche la lettura della "Relazione Annuale" dell'Inpdap (inpdap.it).
1. LE RIFORME DEL CENTRO SINISTRA
Il centro sinistra è stato autore delle tre riforme pensionistiche andate in porto negli anni 90. Per capirne il senso dobbiamo ritornare al contesto di politica economica degli anni 90.
All'inizio di quel decennio il deficit pubblico annuo arriva al 10% del PIL, il debito pubblico è in crescita senza controllo, la spesa pensionistica anch'essa indirizzata su un trend esplosivo; d'altronde il tasso di cambio, artificialmente mantenuto sopravvalutato dalla Banca d'Italia, crolla nel 1992 e poi ancora nel 1995, mentre in Italia matura l'idea di entrare nell'Unione Monetaria e di utilizzare anzi gli obblighi comunitari, sanciti dal Patto di Maastricht del 1995 e dal Patto di Stabilità del 1997, per forzare il risanamento finanziario. In tale contesto, il controllo della spesa pubblica in generale, e della spesa pensionistica in particolare, diventa l'obiettivo prioritario, da raggiungere a qualunque costo.
Nei fatti, le misure introdotte dal centro sinistra si traducono da un lato in una serie di interventi che vanno a modificare le regole e i parametri di calcolo del vecchio sistema pensionistico "retributivo" (nel quale la pensione è espressa in % del salario negli ultimi anni di lavoro), dall'altro nell'introduzione, per i lavoratori più giovani, di un sistema radicalmente diverso, il sistema "contributivo" nel quale viene prima calcolato il valore di tutti i contributi versati dal lavoratore (sui quali viene riconosciuto un rendimento pari al tasso di crescita del PIL) e da tale "risparmio" viene poi ricavata la pensione dividendolo per il numero medio di anni di vita attesi al momento del pensionamento, cosicché chi va in pensione più avanti negli anni ottiene una pensione più alta.
Gli interventi di riforma del sistema esistente sono andati dall'adozione di parametri di calcolo meno vantaggiosi, all'abolizione dell'indicizzazione delle pensioni ai salari reali e alla solo parziale indicizzazione ai prezzi, all'aumento dei requisiti minimi di età e anzianità contributiva per il pensionamento, all'introduzione delle finestre di pensionamento - per cui un lavoratore è costretto ad andare in pensione dai 4 agli 8 mesi dopo aver maturato il diritto - fino addirittura al blocco dei pensionamenti. Questo ha comportato, come si vedrà più avanti, l'arresto della crescita della spesa pensionistica in rapporto al PIL. Nel lungo periodo, d'altra parte, il nuovo sistema contributivo assicurerà un automatico bilanciamento tra entrate contributive e spese, cosicché i conti del sistema pensionistico dovrebbero risultare automaticamente in pareggio, anche se a costo, come vedremo, di una riduzione sostanziale delle prestazioni.
La logica delle riforme del 1995 prevede poi che spetti al singolo individuo compensare i tagli alle pensioni pubbliche attraverso l'attivazione della previdenza integrativa, cui il singolo dovrebbe partecipare versando contributi aggiuntivi, ovvero rinunciano in pratica, se dipendente, alla liquidazione (il TFR), trovando in qualche altro modo i soldi se lavoratore autonomo o cococo (collaboratore coordinato e continuativo).
2. E LA NUOVA RIFORMA PROPOSTA DELLA DESTRA AL GOVERNO
Di fatto, le riforme del centro sinistra, pur mantenendo al sistema pensionistico pubblico un peso importante, hanno assegnato all'operatore pubblico un ruolo sostanzialmente passivo, di mero registro dei versamenti contributivi individuali. In realtà, si riduce la previdenza a qualcosa di simile al risparmio individuale, e questo è confermato dal ruolo assegnato in questo schema ai fondi pensione privati.
Il nuovo governo di destra si sta spingendo oltre, puntando a ridimensionare anche il peso del sistema previdenziale pubblico. Il modello di riferimento, neanche nascosto, prevede aliquote contributive sui lavoratori dipendenti fortemente ridotte rispetto al livello attuale, una pensione pubblica di ammontare minimo, concessa a tutti gli anziani, ed una previdenza integrativa privata che permetterà solo a coloro che potranno permetterselo di evitare di cadere, dopo il pensionamento, nell'indigenza.
E' interessante notare come nella proposta governativa trovino posto, anche a costo di creare uno schema confuso ed in parte incoerente, tanto la volontà di ridurre la spesa pensionistica pubblica, quanto le esigenze contrapposte sia di parte padronale che del mondo finanziario e assicurativo.
Da parte padronale il vero obiettivo è la riduzione del carico contributivo e l'appropriazione da parte delle imprese di quella forma di salario differito costituito dal TFR. Il mondo finanziario, invece, punta soprattutto a gestire i contributi dei lavoratori, oggi il TFR, domani una parte crescente dei contributi obbligatori. Il compromesso contenuto nella proposta governativa prevede così il passaggio obbligatorio del TFR che matura di anno in anno ai fondi pensione, in cambio di sgravi contributivi fino a 5 punti percentuali a favore delle imprese sui lavoratori di nuova assunzione (la decontribuzione). Sostanzialmente dunque, le imprese conquisterebbero una riduzione sostanziale degli oneri, banche e assicurazioni la gestione del TFR. Chi ci rimetterebbe sarebbero i lavoratori, in due diversi e distinti sensi:
a) a causa delle modalità di finanziamento del nostro sistema pensionistico, basato sulla "ripartizione", un sistema nel quale i contributi previdenziali di coloro che oggi lavorano vengono utilizzati per pagare le pensioni a coloro che già sono in pensione, la decontribuzione porterebbe ad un buco, crescente di anno in anno, nei conti di INPS e INPDAP. Questo farebbe saltare il principio della ripartizione, costringendo o a ridurre le pensioni, o a finanziare con nuove entrate fiscali la spesa pensionistica. Si creerebbe dunque artificialmente un deficit di bilancio che giustificherebbe, in un secondo momento, la richiesta di nuovi tagli al sistema pensionistico.
b) La decontribuzione porterà anche a ridurre sostanzialmente le future pensioni dei nuovi assunti. A causa del metodo contributivo di calcolo della pensione, a fronte di minori contributi previdenziali i lavoratori otterranno pensioni ancora più magre di quelle, già basse, che si possono aspettare dopo le riforme del centro sinistra. In teoria, ma solo in teoria, la proposta governativa prevede che la decontribuzione debba avvenire senza effetti negativi sul calcolo della pensione. Alla lettera, questo starebbe a significare che oltre alle minori entrate contributive di cui al punto precedente, la riforma determinerebbe maggiori spese in futuro, non coperte da precedenti entrate previdenziali (salterebbe il principio stesso del sistema contributivo), che di nuovo dovrebbero essere coperte con una maggiore imposizione fiscale. Nel dibattito risulta però chiaro a tutti che nessuna garanzia sulla intangibilità delle pensioni future può essere offerta dal governo presente, e si ammette tranquillamente che, dopo due o tre anni, tale clausola sarà fatta saltare, e le pensioni dei nuovi assunti ridotte in conseguenza.
Oltre alla decontribuzione e al passaggio del TFR ai fondi pensione, in ottobre il governo ha rafforzato il proprio progetto elaborando un emendamento nel quale, paventando l'insostenibilità della spesa pensionistica, modifica, restringendoli drasticamente, dal 2008 i requisiti di accesso al pensionamento. Nella sostanza sarebbero abolite le pensioni di anzianità, che danno la possibilità di pensionarsi con 35 anni di contributi raggiunti i 57 anni (58 per gli autonomi) e da un giorno all'altro ciascun lavoratore sarebbe costretto a lavorare per 3-4 anni in più. Non solo: poiché è emerso che tale intervento permetterà grossi risparmi di spesa pensionistica dal 2008 al 2020 ma poi provocherà un aumento della spesa stessa (proprio nel periodo in cui essa sarà più elevata), per mantenere i risparmi il governo si propone di introdurre un aumento dell'età di pensionamento anche nel nuovo sistema contributivo, costringendo alcuni a lavorare fino ad 8 anni in più, in contrasto con la stessa logica del "contributivo", che ha il suo punto di forza proprio nella possibilità di permettere ad ognuno di scegliere liberamente il momento del pensionamento (anche se godendo di una pensione tanto più ridotta quanto minore è l'età di ritiro).
Se tutti dovremo probabilmente abituarci all'idea che ci toccherà, ahinoi, lavorare più a lungo, la nuova proposta governativa è tuttavia devastante per la finalità (solo ed esclusivamente ridurre la spesa pensionistica), l'iniquità (basterà essere nati un giorno prima o un giorno dopo per ricevere trattamenti diversissimi), l'incoerenza rispetto alla logica stessa del nuovo sistema, la completa mancanza di considerazione delle motivazioni di pensionamento e delle politiche necessarie a mantenere in attività i lavoratori più anziani. In realtà, già la riforma Prodi del 1997 ha previsto un progressivo restringimento (fino al 2012) della possibilità di pensionamento di anzianità. In effetti, l'età media di pensionamento (che, quantunque ne dica il Presidente davanti alla Nazione, è in linea con la media europea secondo le stesse stime governative) si stava effettivamente alzando, almeno fino a quando le dichiarazioni degli esponenti del governo hanno seminato il panico, spingendo tutti quelli che potevano al ritiro non appena maturato il diritto. In ogni caso, a prescindere dall'effetto panico, le indagini empiriche hanno rilevato che nella maggioranza dei casi i lavoratori privati tendono non a scegliere autonomamente il pensionamento, ma vi sono spinti dalle imprese, che cercano di liberarsi di manodopera anziana da sostituire con manodopera più giovane, flessibile e assunta magari con contratti di lavoro atipici e meno costosi. D'altra parte, alcuni atti del corrente governo, come l'abolizione del divieto di cumulo fra lavoro e pensione dopo i 58 anni, sembrano fatti apposta per spingere al pensionamento piuttosto che al rinvio, e questo vale in modo particolare per artigiani e commercianti, che non a caso costituiscono una base elettorale del partito dell'attuale ministro del Welfare. Ancora, è completamente assente nella proposta di riforma pensionistica ed in qualunque atto del governo un qualunque progetto che si preoccupi di offrire opportunità di riqualificazione ai lavoratori più anziani. Si potrebbe dunque forse discutere se sia più o meno opportuno anticipare i tempi di applicazione del nuovo sistema pensionistico contributivo, ma il comportamento del governo in tema di età di pensionamento sembra viziato da una schizofrenia che unisce da un lato un atteggiamento feroce e punitivo, non accompagnato da politiche in grado di rendere effettivamente praticabile e utile quanto proposto, dall'altro da tentazioni clientelari che vanno in senso diametralmente opposto a quanto dichiarato.
3. IL FALSO: LA SPESA PENSIONISTICA E' FUORI CONTROLLO?
Il tema principe di coloro che spingono all'ulteriore riforma è che la spesa pensionistica sarebbe fuori controllo, destinata a crescere inesorabilmente provocando il dissesto e la rovina delle finanze pubbliche.
Eppure, le tre riforme degli anni 90 erano proprio finalizzate a riguadagnare controllo di una spesa che all'inizio sembrava effettivamente crescere a dismisura (anche perché utilizzata in parte a fini clientelari, in parte per favorire le ristrutturazioni industriali degli anni 70). Tali riforme sembrano avere avuto successo, e questo è riconosciuto sia a livello nazionale che internazionale, quantunque ne dicano il Presidente e gli editorialisti dei quotidiani nazionali, professionisti, almeno nella materia, in disinformazione (con le notabili eccezioni di Luciano Gallino ed Eugenio Scalfari, in dissidio rispetto allo stesso patron di Repubblica Debenedetti).
Nei testi delle riforme del 1995 e 1997 erano quantificati una serie di risparmi che esse avrebbero dovuto produrre; la commissione Brambilla, nominata nel 2001 da Maroni per valutare se tali risparmi fossero effettivamente stati conseguiti, ha concluso che i risparmi sono andati oltre quelli preventivati, che la spesa pensionistica si è stabilizzata in rapporto al PIL negli ultimi anni e che una qualche ripresa economica sarebbe tutto quanto necessario per mantenere la stabilizzazione anche nel prossimo decennio.
Anche a livello europeo, sia l'OCSE che la Commissione Europea hanno certificato che nei prossimi 50 anni l'aumento della spesa pensionistica italiana sarà fra i più bassi in Europa: nel momento di picco, attorno al 2033, l'aumento sarà attorno ai 2 punti percentuali di PIL, contro una media europea di 3,2 punti e aumenti in Francia e Germania rispettivamente di 4 e di 5 punti. Successivamente, la spesa calerà velocemente e nel 2050 ritornerà al livello attuale, per poi ridursi ulteriormente. La sbandierata insostenibilità della spesa pensionistica consiste dunque in un, del tutto provvisorio, aumento di 2 punti in 30 anni, ben inferiore ad un decimo di punto di PIL l'anno (tanto per fare un esempio, un aumento di un punto del tasso di interesse porta ad una spesa aggiuntiva per interessi sul debito pubblico di più di un punto di PIL l'anno).
La spesa pensionistica sembra superiore a quella degli altri paesi, è vero, ma non di molto, considerato che a livello europeo sono classificate come spese pensionistiche alcune voci che non dovrebbero esserlo, che in Italia le pensioni sono tassate maggiormente che in altri paesi (e quindi una parte significativa della spesa rientra sotto forma di entrate fiscali) e che non è stata considerata la spesa pensionistica che passa attraverso i fondi pensione di categoria o individuali e quella realizzata attraverso sgravi fiscali, ambedue voci molto significative in altri paesi. D'altra parte, se consideriamo la spesa sociale complessiva (previdenza, assistenza, sanità, disoccupazione, casa...) la spesa italiana è più bassa della media, essendo alcuni settori del welfare quasi completamente scoperti.
Dopo quanto successo negli anni 90 non c'è da stupirsi se la spesa sociale italiana è sotto la media e la spesa pensionistica è sotto controllo: come detto, le riforme erano precisamente, e quasi esclusivamente, finalizzate al controllo della spesa pensionistica. In effetti l'Italia ha dovuto realizzare riforme importanti e sostanziali ben prima degli altri paesi.
Il grafico sottostante, tratto dalla pubblicazione Italy's convergence toward EMU del Ministero dell'Economia (1998), può dare un'idea dell'enorme sforzo compiuto dal sistema italiano: prima delle riforme la spesa pensionistica sembrava destinata a salire dal 14,5% al 23,27% del PIL entro il 2040, con le riforme le previsioni di spesa si erano attestate su un livello inferiore al 16% nel momento di picco. I successivi aggiornamenti ufficiali delle previsioni non hanno modificato che marginalmente il quadro, spostando di poco avanti il momento di picco. Di fatto, la famosa gobba pensionistica non esiste più, anche se, variando opportunamente la scala del grafico, è possibile dare l'impressione che essa continui ad esistere, come fanno spesso i politici e i giornali. Piuttosto, dovrebbe semmai preoccupare la rapida discesa della spesa dopo il 2035, argomento sul quale torneremo fra poco.
4. IL MITO: LE ALIQUOTE CONTRIBUTIVE SONO ECCESSIVE?
Alcuni dei fautori di interventi drastici sul sistema pensionistico, anche se riconoscono, sia pur a denti stretti, che non vi è un problema di sostenibilità della spesa, sostengono comunque che le attuali aliquote contributive sarebbero troppo elevate, pari ad un terzo dello stipendio, e che tali aliquote alimentano un cuneo fra la costo del lavoro e retribuzione che grava eccessivamente sull'impresa e impedisce al lavoratore di godere a pieno dei frutti del proprio lavoro, distorcendo il mercato.
Innanzitutto, l'argomento riguarda sostanzialmente i lavoratori dipendenti, essendo le aliquote contributive delle altre categorie di lavoratori (artigiani, commercianti, lavoratori parasubordinati, liberi professionisti) sostanzialmente più basse. Si può anzi sostenere che all'origine delle possibili distorsioni vi è non tanto il livello dell'aliquota sui lavoratori dipendenti, quanto la minore contribuzione imposta alle altre categorie professionali, che ha spinto in particolare negli anni passati molte imprese ad assumere lavoratori parasubordinati cococo piuttosto che dipendenti.
In secondo luogo, non è vero che i dipendenti pagano un terzo dello stipendio in contributi sociali. L'aliquota contributiva a carico del lavoratore è infatti pari all'8,89%. Il resto è a carico dell'impresa. Se vogliamo calcolare il carico complessivo dobbiamo rapportare i contributi pensionistici non tanto al reddito del lavoratore (al netto dei contributi stessi), quanto al costo complessivo per l'impresa, includendo almeno in tale costo il TFR e gli altri oneri. Il risultato è che i contributi pensionistici rappresentano complessivamente circa il 23,3% della spesa complessiva di un'impresa per un lavoratore, mentre il TFR, l'altra componente di risparmio forzoso del lavoratore, rappresenta circa il 5%.
In terzo luogo, nel sistema pensionistico delineato dalla riforma Dini del 1995, dal punto di vista dell'individuo i contributi pensionistici sono effettivamente risparmio individuale, sia pure forzoso. Come detto, la riforma ha infatti introdotto nel nostro sistema il sistema contributivo, nel quale la pensione è calcolata sulla base dei contributi versati. Poco importa al singolo individuo se a fronte del proprio risparmio pensionistico il sistema pubblico non accantona risorse reali (il sistema continua ad essere finanziato secondo il principio della "ripartizione") posto che la pensione sarà rapportata a quanto versato e che i contributi non rappresentano dunque una mera tassazione bensì piuttosto un accantonamento forzoso, che verrà in seguito restituito.
Infine, dobbiamo chiederci se per caso il 23,3% di contribuzione che abbiamo calcolato sia eccessivo. In che senso potrebbe esserlo? Così come per le tasse, anche per i contributi non possono esistere aliquote troppo elevate o troppo basse "in sé": il livello va sempre rapportato a quello che viene prodotto o offerto in cambio. In ambito pensionistico, le aliquote potrebbero essere eccessive solo se altri sistemi pensionistici potessero offrire pensioni dello stesso ammontare con contributi significativamente più bassi, o se da esse originassero prestazioni pensionistiche troppo elevate rispetto al reddito di cui ha goduto l'individuo nel corso della sua carriera lavorativa.
Il primo caso potrebbe verificarsi solo se l'alternativa della previdenza integrativa fosse in grado di offrire rendimenti significativamente superiori a quelli offerti dal sistema pubblico, un'eventualità che appare poco probabile e sulla quale torneremo più avanti.
Rimane il secondo caso. Può essere che i contributi previdenziali siano eccessivi perché offrono una copertura pensionistica troppo elevata? Di nuovo la risposta è negativa. Senza pretendere di dimostrarlo in questa sede, possiamo sviluppare un ragionamento che suggerisce conclusioni non molto dissimili da quelle che si possono ottenere con modelli molto più sofisticati.
Consideriamo dunque un individuo che arriverà a lavorare e a pagare contributi pensionistici per 40 anni, dopo di che andrà in pensione, a 65 anni, e vivrà per altri 20 anni. Il sistema contributivo introdotto dalla riforma Dini implica che ogni due anni di lavoro il lavoratore dovrà pagarsi un anno di pensione. Se supponiamo che il reddito lordo del lavoratore sia X, che l'aliquota contributiva sia a e che il lavoratore si riprometta di ottenere una pensione che gli permetta di mantenere inalterato il proprio standard di vita, dunque di godere di una pensione pari a X(1-a), otteniamo:
2X=3X(1-a) .................... a=0,333
Per mantenere il proprio standard di vita dopo il pensionamento, è dunque necessario contribuire col 33% del proprio reddito. Certo, non necessariamente il 33% dev'essere interamente costituito da contributi pensionistici obbligatori, ma da questa equivalenza non si scappa facilmente: per garantire il mantenimento del proprio standard di vita dopo il pensionamento un lavoratore deve risparmiare, attraverso contributi pensionistici o altre forme di accantonamento, circa un terzo del suo reddito in ogni periodo. Da questo punto di vista le aliquote contributive attuali sui lavoratori dipendenti (che abbiamo visto essere pari al 23,3% del costo del lavoro) appaiono coprire solo in parte il fabbisogno di risparmio del lavoratore. Ancora più inadeguate appaiono poi le aliquote sui lavoratori autonomi (cococo, artigiani e commercianti) che risultano, dopo l'ultimo aumento, attorno al 17%.
5. IL VERO PROBLEMA: IL LIVELLO DELLE PRESTAZIONI FUTURE
Se quelli illustrati fino ad ora possono essere considerati falsi problemi, occupiamoci ora di quello che appare essere il problema vero: l'inadeguatezza del livello delle prestazioni che i lavoratori possono attendersi nel futuro.
Abbiamo visto che le previsione nazionali e internazionali indicano che il rapporto fra spesa pensionistica e PIL sarà nel 2050 sostanzialmente uguale al livello attuale. Tuttavia, le previsioni demografiche indicano che nei prossimi 50 anni vi sarà un invecchiamento sostanziale della popolazione italiana: il rapporto fra il numero di ultrasessantacinquenni e il numero di persone in età lavorativa (dai 20 ai 64 anni) è destinato ad aumentare da 0,29 a 0,69, come dire che se oggi c'è meno un anziano ogni 3 lavoratori domani ce ne saranno più di due. Gli italiani, in effetti, risultano fra i più longevi e meno fertili in Europa e il problema dell'invecchiamento potrebbe essere solo in parte attenuato anche in caso di flussi migratori più consistenti degli attuali.
Com'è possibile che la spesa pensionistica non aumenti a fronte di un aumento sostanziale del numero degli anziani? La risposta sta soprattutto nella riduzione delle prestazioni.
In effetti, ancora la Commissione Europea e l'OCSE, hanno isolato il contributo dato alla variazione della spesa pensionistica da diverse componenti. L'invecchiamento della popolazione, da solo, provocherebbe un aumento della spesa di 9,5 punti di PIL, tuttavia la riduzione della disoccupazione, l'aumento dei tassi di attività femminile e il restringimento dei requisiti per l'accesso alla pensione dovrebbero permettere un risparmio di 4,5 punti. I rimanenti 5 punti di risparmio sarebbero interamente originati dalla riduzione del valore della pensione di cui godranno i futuri pensionati.
Di fatto, i documenti governativi ufficiali riconoscono che nei decenni futuri il rapporto fra la pensione e l'ultimo salario, che misura la capacità del sistema pensionistico di garantire all'anziano il mantenimento del proprio standard di vita dopo il ritiro dall'attività lavorativa, tenderà a ridursi drammaticamente, dall'attuale 70% con 35 anni di carriera a circa il 45% per i dipendenti e il 30% per i lavoratori autonomi.
In effetti, le riforme degli anni 90 hanno inciso profondamente sul valore delle pensioni future. Si pensi all'abolizione dell'indicizzazione delle pensioni ai salari, che impedisce ai pensionati di condividere la crescita del benessere generale. O al passaggio al sistema contributivo, che fa sì che ai fini del calcolo della pensione contino anche i contributi versati nei primi anni di carriera, quando generalmente il reddito è molto più basso rispetto agli anni finali. O alla divisione del risparmio contributivo per l'aspettativa di vita al momento del pensionamento, che fa sì che sulla pensione del singolo individuo si scaricherà l'aumento della longevità della popolazione, in base al principio che quanto più la vita si allungherà, tanto più povera sarà la pensione. O, ancora, al fatto che mentre nei decenni passati la struttura produttiva e del mercato del lavoro e la crescita economica avevano determinato la prevalenza di figure tipo di lavoratori con periodi di contribuzione continuativi e molto lunghi (30-40 anni), sempre più la struttura "flessibile" del mercato del lavoro e l'aumento della scolarità fanno sì che i lavoratori entrino più tardi nel mercato del lavoro, che lavorino vari anni in occupazioni senza tutela previdenziale o a contribuzione ridotta (borse di studio, prestazioni coordinate e continuative, stage, ) e cambino nel corso della loro carriera più volte occupazione, con in mezzo periodi non coperti ai fini previdenziali. Si pensi anche alle esigenze di uscita temporanea dal mercato del lavoro per motivi di maternità/paternità o di educazione permanente, che dovrebbero aumentare sostanzialmente negli anni a venire.
Insomma, la figura tradizionale di lavoratore dipendente con una lunga e ininterrotta carriera contributiva sarà sempre più sostituita da una varietà di profili, molti dei quali arriveranno a conseguire un numero di anni di contribuzione più basso, dei quali alcuni con aliquote contributive sostanzialmente ridotte. Di fatto, il problema della scarsa adeguatezza delle pensioni future è il problema principale del sistema pensionistico italiano: una larga fetta dei lavoratori correnti è già adesso sulle soglie di una futura povertà, e le cose sembrano destinate a peggiorare nel futuro: se finora l'incidenza della povertà fra gli anziani non è in Italia, contrariamente ai paesi anglosassoni, superiore a quella nel resto della popolazione dovremo abituarci (o riabituarci) a vedere sempre più numerose masse di anziani costrette, malgrado gli anni di lavoro, a cercare di sopravvivere in qualche modo.
6. LA PREVIDENZA INTEGRATIVA
Sia le riforme del centro sinistra, sia le proposte della destra scelgono di indirizzarsi verso la previdenza integrativa. Come detto, il centro sinistra ha cercato di mantenere alla previdenza pubblica un peso importante, affidando alla previdenza privata il compito di integrare una rendita pubblica ridotta rispetto ai livelli attuali. La destra punta invece a ridurre la previdenza pubblica ad un ruolo minimale, di fornitura di un reddito minimo, delegando poi alla previdenza privata, non più integrativa, la funzione previdenziale.
L'idea comune è che la previdenza privata sarebbe un'alternativa più efficiente al sistema pensionistico pubblico a ripartizione e costituirebbe la soluzione ai problemi che l'invecchiamento della popolazione genererà. Gli investimenti finanziari dei fondi pensione dovrebbero rendere al pensionato più di quanto non rendano i contributi attuali, assicurandogli così una pensione più alta con contributi più bassi. Inoltre, le pensioni integrative risolverebbero i problemi di finanziamento della spesa previdenziale, scongiurando per il futuro ulteriori riduzioni della prestazioni o aumenti fino a livelli insostenibili delle aliquote contributive obbligatorie. Infatti, poiché i fondi pensione si basano su capitale che viene progressivamente accumulato, il pensionato non farebbe, da vecchio, che godere i frutti di quanto messo da parte, senza gravare sulle generazioni future. Insomma, i fondi pensione permetterebbero la quadratura del cerchio.
Il decollo della previdenza integrativa avrebbe poi ulteriori benefiche ricadute sull'economia nazionale. Innanzitutto, aumenterebbe il risparmio nazionale, il cui livello, una volta tanto elevato da costituire motivo di orgoglio, è negli ultimi anni crollato. Mentre il finanziamento a ripartizione, infatti, non genera risparmio per il paese, perché trasferisce le risorse direttamente dai lavoratori agli anziani, la capitalizzazione dei fondi pensione richiede di accantonare risorse e, almeno finché il sistema non raggiunge la maturità, determina l'accumularsi di nuovo risparmio, che dovrebbe tradursi in maggiori investimenti e sviluppo economico. Inoltre, le crescenti ricchezze gestite dai fondi pensioni stimolerebbero lo sviluppo dell'attività finanziaria e l'efficienza dei mercati, considerati importanti elementi di sviluppo economico.
Senza potere entrare qui in una disamina dettagliata delle caratteristiche e dei problemi associati alla previdenza integrativa, è utile riassumere i motivi che portano a valutare con estremo scetticismo la scelta di puntare sui fondi pensione e a considerarla, dal punto di vista dei lavoratori, alla stregua di un salto nel buio. Il tema va affrontato da due distinti punti di vista: da un lato, va considerata la capacità dei fondi pensione di offrire ai pensionati una effettiva integrazione al proprio reddito; dall'altro, vanno considerati gli effetti macroeconomici, sul livello e la composizione del risparmio nazionale.
Consideriamo innanzitutto la capacità dei fondi pensione di offrire una effettiva integrazione al reddito dei pensionati. La previdenza integrativa richiede contributi aggiuntivi, e come tale va equiparata ad un aumento dei contributi sociali. Ora, è possibile che essa offra rendimenti così elevati da permettere, dopo un periodo di transizione, di abbassare addirittura le aliquote contributive, dato che potrebbe offrire pensioni molto alte con contributi molto bassi? Questo è quanto affermano alcuni, spinti più dall'ottimismo della volontà che dal realismo. In realtà, in una prospettiva storica, i rendimenti sui mercati finanziari non appaiono, tranne che nel caso americano, unanimemente considerato "anomalo", particolarmente elevati e possono addirittura essere negativi su orizzonti temporali di dieci o venti anni. Tanto più, poi, che parte del rendimento del capitale se ne va in spese di amministrazione e gestione: tali spese assorbono ogni anno fra lo 0,5 e l'1% del capitale, con punte di molto superiori; se si pensa che ci sarebbe da essere più che soddisfatti con rendimenti finanziari reali del 4-5% annui, possiamo capire quanto rischiano di incidere le spese sulla somma che verrà effettivamente liquidata.
A fianco del rendimento, va poi considerata la rischiosità e variabilità dei corsi azionari. L'esperienza storica ha ripetutamente mostrato esempi di sistemi pensionistici basati su fondi pensione che sono crollati con i mercati finanziari (l'ultimo caso è quello argentino del 2002, ma quasi tutti i sistemi pensionistici pubblici a ripartizione sono nati proprio sulle ceneri di fondi pensione a capitalizzazione), senza contare che la variabilità dei rendimenti finanziari e dei tassi di interesse fanno sì che l'ammontare delle pensioni liquidate possa variare grandemente, a parità di contributi, da un anno, o quinquennio all'altro. Inoltre, le prestazioni liquidate dai fondi pensione non sono indicizzate ai prezzi, e perdono dunque di valore mano a mano che l'anziano invecchia.
Infine, quanti potranno permettersi di attivare la previdenza integrativa? La risposta in proposito può essere offerta guardando ai casi inglese e americano. Lì, solo il 50% dei lavoratori possono permetterselo, e sono naturalmente i lavoratori più ricchi o impiegati nei settori più sindacalizzati. Sono invece i lavoratori precari, immigrati, le donne quelli che risultano privi di copertura. Senza contare poi coloro e sono molti, soprattutto fra i lavoratori autonomi, che iniziano a contribuire ad un fondo pensione e sono costretti, ad un certo punto, ad interrompere i versamenti: in tale caso la penalità è sostanziale e comporta la perdita di una parte consistente del capitale accumulato.
Insomma, la previdenza integrativa appare come uno strumento rischioso, che non riguarda tutti ma solo una parte dei lavoratori (e della popolazione) e che non potrà fornire risultati particolarmente brillanti bensì, più probabilmente, rendimenti non molto dissimili da quelli offerti dal sistema pensionistico pubblico. Considerarlo come lo strumento alternativo al sistema pubblico a copertura universale appare dunque oltremodo fuori luogo.
Rimangono da esaminare le supposte virtù taumaturgiche dei fondi pensione sull'economia nazionale.
Incominciamo con il cosiddetto problema della prima generazione. A causa del meccanismo di finanziamento del nostro sistema pensionistico, che, come già ricordato, è a ripartizione e tale per cui le pensioni sono pagate con i contributi dei lavoratori attivi, per recuperare risorse per finanziare la previdenza integrativa senza tagliare le pensioni correnti è necessario che in qualche modo i lavoratori paghino contributi aggiuntivi, doppi: i contributi precedenti devono continuare ad essere pagati alla previdenza pubblica, mentre gli aggiuntivi saranno girati ai fondi pensione. Non è invero necessario che sia esplicito il pagamento di contributi doppi: ad esempio, potrebbero essere girati alla previdenza integrativa parte dei contributi attuali ma in tal caso le pensioni correnti dovrebbero essere pagate in parte con un aumento delle tasse, dunque l'onere ricadrebbe ancora sulle tasche dei lavoratori. Oppure, ancora peggio, succede comunemente che lo Stato incentivi fiscalmente, in maniera anche sostanziale, i contributi ai fondi pensione: sono così coloro che non possono permettersi la previdenza integrativa a sostenere coloro che se la possono permettere . Invero, è provato che il valore delle maggiori imposte necessarie per passare dalla ripartizione alla capitalizzazione assorbirebbero tutti i supposti guadagni del passaggio, qualunque sia il rendimento ipotizzato sui mercati finanziari.
Consideriamo poi la possibilità che i fondi pensione aumentino il risparmio nazionale e i fondi a disposizione delle imprese italiane per gli investimenti. Questo avviene solo nella misura in cui ai fondi pensione affluisce nuovo risparmio e non risparmio prima detenuto in altri modi e nella misura in cui tale nuovo risparmio rimarrà in Italia. In realtà, per buona parte delle risorse che affluiranno ai fondi pensione si tratta solo di una mera sostituzione di una forma di risparmio con un'altra: si pensi che tutto il TFR era già risparmio, sia pur forzoso, dei lavoratori, che molti risparmiatori sono portati a spostare le ricchezze prima detenute in fondi comuni di investimento su fondi pensioni solo a causa del migliore trattamento fiscale e che, infine, altri possono sostituire con i fondi pensione precedenti investimenti immobiliari. In ogni caso, il decollo della previdenza integrativa aumenterà la quantità di risorse che passa e trova la propria collocazione per tramite degli operatori finanziari, aumentando i profitti di banche, assicurazioni e gestori di fondi. Neanche è detto, però, che le risorse così collocate rimarranno a disposizione delle imprese italiane: in realtà è del tutto naturale aspettarsi che i fondi vengano distribuiti sui mercati finanziari internazionali, diversificando il rischio; ad esempio, nel 2000 i fondi pensione italiani investivano su titoli italiani meno del 20% del patrimonio investito in azioni.
Insomma, non necessariamente il decollo della previdenza integrativa aumenterà le risorse a disposizione delle imprese italiane. Sicuramente però aumenterà la quantità di risorse che passa e trova la propria collocazione per tramite degli operatori finanziari; questo sosterrà i profitti di banche, assicurazioni e gestori di fondi e potrebbe anche contribuire a sostenere artificialmente i corsi azionari, sostenendo le rendite finanziarie.
7. LE AMBIGUITA' DEL CENTRO SINISTRA E LE BASI DI UNA PROPOSTA ALTERNATIVA
Lo scorso ottobre, all'indomani dello sciopero generale sulle pensioni, compariva su Repubblica l'ennesima l'intervista aperturista sulle pensioni a Fassino, in linea con analoghe uscite di D'Alema e Rutelli. Il governo, diceva Fassino, deve ritirare la nuova proposta. Però, il welfare va riformato: bisogna prendere atto dei cambiamenti della società e del mondo del lavoro, modernizzando non solo il sistema pensionistico ma il welfare tutto, per offrire tutele anche a coloro che oggi sono più precari. Non si può che essere d'accordo, anche se sarebbe stato lecito aspettarsi almeno qualche accenno autocritico, dato che la precarizzazione di molti lavoratori nasce da precisi atti normativi, molti dei quali promossi dal centro sinistra. In ogni caso, superato il punto iniziale di accordo, le perplessità emergono numerose.
1) E' proprio opportuno incalzare questo governo ad una ulteriore riforma? Diciamolo chiaro e tondo: da questa destra ci si deve aspettare solo l'ulteriore smantellamento del welfare pubblico. Si illude Fassino se pensa di riuscire a trovare in Parlamento una maggioranza per modificare tale impostazione. Si è già visto com'è andata a finire col diritto societario, il centro sinistra pensava di far fare alla destra la propria riforma è finita con l'abolizione del falso in bilancio. Nasce il sospetto, allora, che qualcuno speri che la destra faccia il "lavoro sporco", in vista di un futuro - forse più lontano di quanto si ritenga - ritorno al potere.
2) Con quali soldi si farebbe la riforma del welfare? Fassino lo dice più o meno esplicitamente: con i soldi dei pensionati. Si tratterebbe di sottrarre loro risorse, per reindirizzarle verso gli ammortizzatori sociali, la tutela dei nuovi lavori, la scuola, la ricerca. Non siamo d'accordo. Innanzitutto perché, dopo i tagli degli anni 90, se qualche risparmio può ancora emergere dal sistema pensionistico, non è certo di dimensioni sufficienti a finanziare una riforma del welfare, a meno che non si intenda intervenire con la scure, come pensa di fare l'attuale governo. Poi perché, come detto, l'Italia spende nel welfare meno degli altri paesi; si tratta di completare e modernizzare gli istituti dello stato sociale, non di tagliarne alcuni per sostituirli con altri.
3) Se un welfare sviluppato è elemento chiave dell'efficienza e della competitività del paese, come più volte sottolineato dalla stessa Unione Europea, bisognerà trovare nuove risorse. Queste devono provenire dalle entrate fiscali. Non ci sono scorciatoie. Basta promettere tagli alle tasse e basta utilizzare ogni nuova risorsa disponibile solo per ridurre il debito, come si fece fino al 2000! Da tutto ciò derivano solo tagli ai servizi e agli investimenti pubblici, che comportano per le famiglie spese aggiuntive superiori al vantaggio fiscale e hanno contribuito alla stasi produttiva italiana, minandone la dotazione infrastrutturale, il sistema educativo, la ricerca. Certo, meglio ampliare la base imponibile che inasprire le aliquote. Basta, però, inseguire la destra sul suo terreno! Bisogna schierarsi apertamente per la tassa di successione, la carbon tax, la Tobin tax europea, bisognerà rilanciare un'imposizione sul reddito effettivamente progressiva, non bisognerà fare sconti agli imprenditori se non dimostreranno di investire nell'interesse del paese.
4) Infine, il conflitto fra giovani e vecchi. Per alcuni consiglieri del centro sinistra, le pensioni sarebbero un fardello imposto dai vecchi sulle spalle dei giovani. Facciamo fatica a pensare ai pensionati attuali, dei quali una parte sostanziale gode della pensione minima, come a sanguisughe che stiano privando i giovani del futuro. Ancora pensiamo, ahinoi, che il problema sia piuttosto - e sempre più - quello del conflitto fra ricchi e poveri, ovvero, pardon, di classe. Derubricarlo a problema fra giovani e vecchi significa mettersi, consciamente, il paraocchi. C'è un settore dove questo conflitto si evidenzia più di altri e dove sarebbe bello e urgente che la sinistra intervenisse. Non sono le pensioni, è il settore immobiliare. Le prospettive dei giovani sono, questa volta sì, tarpate sul nascere dai prezzi delle abitazioni. La bolla immobiliare rende impossibile ai non "già dotati" costruirsi una famiglia, vivere nelle città, radicarsi. Non solo, costringe ad aumentare le richieste salariali, spingendo in alto il costo del lavoro. Gli affitti finanziano la rendita, rappresentata sempre più non dal piccolo proprietario, bensì dalle grandi immobiliari, ulteriormente arricchitesi con la dismissione del patrimonio pubblico. La sinistra istituzionale ha da tempo rinunciato a qualsiasi proposta nel campo, che necessariamente andrebbe "contro il mercato". Lo stesso governo Berlusconi riconosce che le risorse spese per interventi in campo abitativo sono "praticamente irrilevanti". Gli unici a muoversi, da tempo, sono i centri sociali e i comitati di inquilini, senza però trovare interlocutori, con alcune eccezioni in ambito locale come a Roma. Aspettiamo proposte. Ahimè, forse si tratta di ripartire dal contributo di personaggi e di un epoca che proprio Fassino ha, nel suo recente libro, dichiarato di non apprezzare.
Kaldor
Gennaio 2004