Referendum sull'articolo 18 SI o NO?
Un dossier per chiarire i dubbi e andare oltre la propaganda

Ricercatori Istat per il si al referendum sull'art. 18

23.5.2003

Questo documento basandosi su dati statistici cerca di spiegare gli effetti economici della protezione dal licenziamento sul mercato del lavoro, in particolare nel caso dell'art. 18 della Legge 300/1970. Si prova a rispondere ad alcune domande come ad esempio: La flessibilità del lavoro aumenta il livello dell'occupazione (e il benessere sociale)? La riduzione dei diritti dei lavoratori favorisce la crescita delle imprese? Le difficoltà delle piccole e grandi imprese italiane sono attribuibili ai "vincoli" ai licenziamenti o ad altri fattori? L'estensione dell'art.18 distruggerà posti di lavoro?

Introduzione: cos'è l'art. 18?

Costi e benefici dell'art. 18: dignità e sicurezza versus libertà d'impresa

L'art.18 limita la crescita delle piccole imprese? Vero o Falso?

Ma allora perchè le imprese italiane non crescono?
La struttura dell'economia italiana e i veri vincoli allo sviluppo economico e sociale

Alcune considerazioni generali sugli effetti della protezione dal licenziamento
sul mercato del lavoro

Il costi di una eccessiva flessibilità del lavoro: scarsa formazione e innovazione

Una ultima nota sull'estensione dell'art.18 alle imprese con meno di 15 dipendenti

Tavole e grafici

 

 

Introduzione: cos'è l'art. 18?

In Italia, il licenziamento di un lavoratore è legittimo quando sussiste giusta causa (ragioni soggettive: comportamento scorretto del lavoratore) o giustificato motivo (ragioni oggettive legate alle necessità produttive: inevitabile eccesso di manodopera, crisi aziendale, ecc.). Altrimenti, l'art.18 della legge 300/1970 chiamata "Statuto dei lavoratori" dà ai lavoratori, licenziati ingiustificatamente, se appartenenti a imprese con più di 15 dipendenti oltre ad un risarcimento monetario il diritto al "reintegro" cioè ritornare sul posto di lavoro. Nel 1990 ai dipendenti delle imprese con meno di 16 dipendenti, grazie ad un referendum che costrinse il Parlamento ad estendere la normativa, fu previsto un risarcimento monetario ma non il reintegro (1).
La legge 300 intitolata "Norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori" nasce per garantire i lavoratori da comportamenti discriminatori che in precedenza colpivano in particolare i lavoratori impegnati nel sindacato ed i soggetti più deboli (donne in maternità, omosessuali, ecc.). Ovviamente questa garanzia per i lavoratori implica una qualche limitazione nei comportamenti dell'imprese come d'altronde avviene per tutte le norme del diritto del lavoro, ambientale, ecc.

 

 

Costi e benefici dell'art. 18: dignità e sicurezza versus libertà d'impresa


L'art. 18 e tutto lo Statuto non è che un importante frutto dell'albero costruito negli ultimi due secoli in risposta ad un ben preciso elemento strutturale di squilibrio del mercato del lavoro. "Lo Statuto, infatti, trova la sua giustificazione nel presupposto che sia necessario correggere la sostanziale e fondamentale asimmetria di poteri tra lavoratore e datore di lavoro che caratterizza il mercato del lavoro salariato. Il riconoscimento da parte della collettività della sua esistenza costituisce il fondamento analitico non solo dell'azione sindacale ma dell'intero edificio del diritto del lavoro. Poiché lo Statuto costituisce una scelta di civiltà nei rapporti di diritto tra lavoratore e datore di lavoro, può non avere alcun senso valutarlo nei termini dei suoi effetti economici - almeno se per effetti economici si intende il valore monetario del prodotto o il numero di posti di lavoro generati dal sistema produttivo a causa dell'applicazione dello Statuto. Se consideriamo il piano dell'equilibrio dei diritti e dei poteri, lo Statuto va invece correttamente valutato anzitutto nei termini del suo ruolo nel salvaguardare la dignità del lavoratore e l'equità e la libertà della contrattazione tra lavoratore e datore di lavoro - e pertanto, se si vuole utilizzare una metafora economicista, va valutato piuttosto con riferimento al benessere immateriale (psicologico, morale, ecc.) che il miglioramento della qualità relazionale nel rapporto di lavoro salariato prodotto dalla sua applicazione ha generato nei luoghi di lavoro e nella popolazione, che non alla ricchezza monetaria o all'occupazione aggiuntiva che ad esso si potrebbero ascrivere. Se il rispetto della loro dignità costituisce un elemento fondamentale, ancorché immateriale, del benessere dei lavoratori e delle loro famiglie l'incremento del benessere collettivo derivante dall'applicazione dello Statuto può anche dimostrarsi del tutto indipendente dal fatto che esso abbia trovato rispecchiamento in un aumento dei guadagni monetari delle imprese e/o dei lavoratori o dell'occupazione, o che invece il suo effetto monetario sia stato nullo, o che addirittura abbia comportato un certo costo da pagare, in contropartita dell'aumento della dignità dei lavoratori e dell'equità e della libertà nella contrattazione delle prestazioni lavorative. Il saldo sarebbe sempre positivo" (2).
Quindi sono sempre stati chiari i costi e i benefici di norme come l'art. 18 ed i benefici sono stati giustamente ritenuti senza dubbio superiori ai costi. Inoltre, in un certo senso, il legislatore nel 1970 ha cercato di equilibrare i costi e i benefici imponendo la soglia dei 15 dipendenti. L'ipotesi implicita era che al di sotto di quella soglia i costi per le imprese avrebbero potuto superare i benefici per i lavoratori. Il prossimo paragrafo discute i possibili effetti economici dell'art. 18 mentre sulla questione dell'estensione alle imprese di minori dimensioni torniamo nell'ultimo paragrafo.

 

L'art.18 limita la crescita delle piccole imprese? Vero o Falso?


Concentrandoci adesso solo sugli aspetti meramente economici prendiamo in considerazione la vulgata dominante che sostiene che le imprese italiane vengono vincolate nella loro crescita dimensionale e sono, quindi, costrette a mantenere piccole dimensioni (e ad utilizzare il lavoro nero) a causa di una normativa troppo favorevole ai lavoratori. Secondo questa tesi l'eliminazione dell'art.18 farebbe crescere la dimensione delle imprese e aumentare l'occupazione in generale.
Il "Patto per l'Italia" firmato con il Governo da Cisl e Uil nel luglio del 2002 a questo proposito afferma:
"La norma proposta ha lo scopo di promuovere nuova occupazione regolare attraverso misure sperimentali - e perciò temporanee - che hanno l'obiettivo di incoraggiare la crescita dimensionale delle piccole imprese. Secondo i dati del censimento Istat 1996 le imprese fra i 10 ed i 15 addetti erano 87.515, con riferimento all'industria ed ai servizi, ed occupavano 865.000 dipendenti. Nella fascia dimensionale successiva, cioè 16-19, le imprese scendevano a 27.490 per un totale di 419.600 dipendenti. Appare evidente che nella classe dimensionale 10-19 addetti oltre i due terzi delle imprese si colloca nella fascia sotto i 15 dipendenti e che in quest'ambito l'occupazione è doppia rispetto alla dimensione oltre il 15. " (3)
Secondo gli estensori del Patto questi numeri giustificherebbero la proposta di non applicare più l'art. 18 alle imprese che superino i 15 dipendenti attraverso il meccanismo del "non computo" dei lavoratori nuovi assunti ai fini della individuazione del campo di applicazione dello Statuto dei Lavoratori (4). Ma come è evidente tali numeri non spiegano un bel niente.
Un primo e semplice argomento di risposta è che da sempre relativamente al resto d'Europa l'Italia si caratterizza per una presenza elevatissima di piccole imprese: se si guarda ai dati censuari, gli unici confrontabili nel tempo, nel 1971, 1981, 1991 la struttura per classi dimensionali delle imprese non si è modificata sostanzialmente. Non c'è nessuna evidenza che nei dati del 1981 e del 1991 ci sia stato uno slittamento verso l'impresa sotto i 15 dipendenti (5). E' vero invece che a partire dalla metà degli anni'70 le grandissime imprese fordiste in Italia hanno ridotto la loro dimensione media ma la ragione di ciò non ha niente a che vedere con l'art.18. Tanto è vero che ciò è avvenuto in tutti i paesi industrializzati.
La verifica empirica di un eventuale effetto limitante dell'art. 18 sulla crescita delle imprese si deve basare su analisi più accurate. Innanzitutto se consideriamo la soglia dei 15 dipendenti come un limite, una barriera che distingue la popolazione delle imprese in due parti assegnando al sottoinsieme che supera tale soglia forti costi (o rigidità normative) aggiuntivi è lecito attendersi di trovare "traccia" di queste soglie nelle distribuzioni delle imprese per dipendenti e nelle strategie di assunzione/ampliamento che le imprese stesse perseguono. Quindi il principale argomento è il seguente: se l'art. 18 limita la crescita delle imprese dovremmo riscontrare nella distribuzione delle imprese una numerosità particolarmente elevata intorno ai 15 dipendenti, al contrario intorno ai 16 dipendenti non dovremmo trovare imprese. Un secondo argomento è che le imprese immediatamente sotto i 15 dipendenti non dovrebbero crescere. Entrambi queste ipotesi sono state smentite dalle verifiche empiriche effettuate negli ultimi anni da vari economisti (6), dall'Istat nel Rapporto Annuale del 2002 e, da ultimo, dagli estensori di questa nota. Sia sulla base dei dati del censimento intermedio 1996, dell'archivio delle imprese ASIA che di quelli INPS relativi al 2001 i risultati indicano inequivocabilmente (vedi grafico 1 dal Rapporto Annuale dell'Istat 2001) che si è in presenza di una distribuzione fortemente decrescente delle imprese per classi dimensionali con scalini piuttosto regolari: nessuna gobba particolare emerge intorno ai 15 dipendenti (7).
Utilizzando i dati INPS è possibile fare dei calcoli più precisi rispetto a quelle precedenti perchè è possibile escludere dal calcolo dei dipendenti quelle categorie che non sono coperte dall'art. 18: dirigenti, apprendisti e contratti di formazione e lavoro. Il grafico 2 e la tabella 3 mostrano un andamento simile alle tavole precedenti. Anche in questi dati non emerge quello scalino particolarmente significativo che ci si attenderebbe. Anche le dinamiche di crescita delle imprese con meno di 15 dipendenti non sembrano differire di molto da quelle delle classi dimensionali immediatamente superiori (8).
Guardando alla distribuzione dimensionale delle imprese italiane un altro aspetto colpisce l'osservatore: l'altissima concentrazione di micro imprese con 1-4 dipendenti. Questa è la vera anomalia italiana. Una quantità anomala di imprese di dimensioni piccolissime. Circa il 70% delle imprese italiane (a cui corrispondono circa il 13% del totale dei dipendenti) ha meno di 5 dipendenti.

 

 

Ma allora perchè le imprese italiane non crescono?
La struttura dell'economia italiana e i veri vincoli allo sviluppo economico e sociale


Se non sono le rigidità normative del mercato del lavoro a limitare la crescita delle imprese dov'è il problema? (9)
Prima di cercare di dare un a risposta bisogna chiedersi se la domanda che si pone è corretta. Per trovare la risposta al problema delle difficoltà strutturali delle imprese e dell'economia italiana bisogna cercare non nel mercato del lavoro ma nella struttura produttiva del paese stesso. I liberisti ogni qual volta si pone un problema di carattere economico in qualsiasi settore o regione tendono a scaricarlo sul mercato del lavoro. Per anni è stato il costo del lavoro ad essere imputato oggi è l'art. 18.
Guardiamo, allora, al problema lì dove ha origine. Il nostro Paese, caratterizzato da sempre da una struttura produttiva orientata a produzioni tradizionali (tessili, cuoio, alimentari, ecc.) basata su piccolissime imprese a conduzione familiare, negli ultimi venti anni ha seguito un modello di sviluppo che ha rafforzato ulteriormente questa specializzazione produttiva nei settori non innovativi con produzioni a basso valore aggiunto, bassi salari, basse qualifiche, scarsa formazione, scarsissima ricerca e sviluppo. Le grandi imprese luogo principale, anche se non unico, di ricerca e innovazione, sono entrate in crisi, hanno perso fatturato e occupazione, hanno abbandonato i settori di punta (pensiamo all'Olivetti ad esempio). Questa struttura produttiva basata su piccole imprese dei settori tradizionali è tipica di alcuni paesi del mediterraneo (oltre all'Italia, Grecia, Spagna, Portogallo). Il centro e il nord Europa, (come anche gli USA, il Canada e il Giappone), sono caratterizzati da una maggiore presenza di attività di ricerca e innovazione, di imprese di grandi dimensioni in settori high tech, con produzioni a maggiore valore aggiunto, maggiore formazione.
La dimensione media delle imprese italiane è la più bassa della UE e tende a ridursi ulteriormente. Inoltre le piccole imprese italiane hanno un gap di produttività rispetto alle imprese di dimensioni superiori nettamente maggiore di quello che si riscontra negli altri paesi europei (Istat 2003 Rapporto Annuale 2002, p. 103). Altro che "piccolo è bello".

Se a questi fattori strutturali aggiungiamo alcune specificità italiane che hanno un fortissimo effetto deprimente sullo sviluppo, i vincoli sul mercato dei capitali e le difficoltà ad ottenere credito da parte delle piccole imprese, l'assenza di infrastrutture o di servizi in alcune zone del paese (Mezzogiorno), la criminalità (mafie, ecc.), l'inefficienza/assenza di istituzioni capaci di sostenere l'imprenditorialità e le capacità sociali il quadro è completo. Il problema dell'economia italiana non risiede nell'eccesso di regole/vincoli del mercato del lavoro ma nelle "poverta tecnologiche e istituzionali" ovvero in quell'insieme di capacità sociali, di istituzioni e di conoscenza tecnologica, competenze e capacità individuali che consente di aumentare il potenziale di sviluppo dell'economia e di adattarsi con maggiore facilità al cambiamento e all'incertezza.
Le tabelle che seguono mettono in evidenza queste differenze strutturali fra l'economia italiana e quelle dei principali paesi europei. La tabelle 4 e 5 confrontano le imprese per classi dimensionali nell'industria e nei servizi. Le altre tavole allegate illustrano in modo eloquente la scarsità di Ricerca e Sviluppo e di formazione continua in Italia, di attività innovativa delle imprese italiane, in particolare di quelle di minori dimensioni.
Ma alla luce di tutto ciò quali prospettive ci sono per l'economia e la società italiana? Soltanto promuovendo, attraverso adeguate politiche industriali, lo sviluppo nei settori innovativi, ad elevata Ricerca, Sviluppo e formazione, alti salari, è possibile uscire dal circolo vizioso. Soltanto favorendo un cambiamento strutturale da una economia basata su settori che sfruttano il basso costo del lavoro per fare la concorrenza ai paesi in via di sviluppo ad una economia basata sulla conoscenza ("Knowledge Economy") potremo assistere ad uno sviluppo armonioso, ad elevata occupazione e alto reddito.

 

Alcune considerazioni generali sugli effetti della protezione dal licenziamento sul mercato del lavoro


Nel dibattito sul funzionamento del mercato del lavoro spesso si da per scontato che la flessibilità del lavoro, intesa in particolare come libertà di licenziare, comporti una maggiore occupazione. Ma questa affermazione non è basata sul alcun dato di fatto riconosciuto nella comunità scientifica. L'Ocse, una prestigiosa istituzione internazionale di sicura fede liberista, ha recentemente ed autorevolmente condotto sull'argomento un'analisi comparativa a livello internazionale molto ampia ed approfondita (10). "L'Ocse…ha analizzato un'enorme mole di dati di carattere normativo, riferiti ad un numero elevato di paesi industriali, e ha utilizzato queste informazioni per valutare attraverso tecniche di correlazione semplice e multipla il legame tra i diversi gradi di protezione istituzionale dell'occupazione (che nei termini di questo lavoro potremmo meglio definire "gradi di correzione dell'asimmetria dei poteri") e il funzionamento del mercato del lavoro. In particolare, la ricerca dell'Ocse mostra con chiarezza che nei paesi industriali non si riscontra alcun legame sistematico, statisticamente significativo, tra il livello di protezione dell'occupazione e il livello dell'occupazione o il suo tasso di crescita (11). I paesi che hanno raggiunto i più alti tassi di occupazione al mondo (Usa, Giappone, paesi scandinavi, Regno Unito) sono caratterizzati da gradi di protezione dell'occupazione diversi, e da regimi addirittura antitetici: si passa da un paese con un regime sostanzialmente liberista (gli Usa), a paesi con un altissimo livello di protezione dell'occupazione (i paesi scandinavi), ad un paese con un regime profondamente dualistico (il Giappone), e ancora ad un paese con un livello di protezione intermedio (il Regno Unito). Divari simili si riscontrano, analogamente, tra i paesi con i tassi di occupazione più bassi. In altri termini, l'esperienza dei paesi industriali mostra che l'intensità del grado di protezione istituzionale dell'occupazione non ha alcun legame con il tasso di occupazione, né negativo, come vorrebbero i deregolazionisti, né positivo, come suggerirebbe una visione ingenuamente ottimistica del problema della correzione dello squilibrio dei poteri tra le parti sociali. Pertanto, se il tasso di occupazione italiano è basso rispetto alla media europea (52% contro il 62% della popolazione in età 15-64 anni), ciò ha ben poco a che fare con lo Statuto e dipende invece da altri aspetti del sistema economico (investimenti e mercato dei capitali, caratteristiche dei mercati dei beni e dei servizi, propensione familiare all'offerta di lavoro ecc.), purtroppo ben più complessi e più difficili da 'abrogare' con un atto parlamentare.
I risultati della ricerca dell'Ocse segnalano anche che il grado di protezione dell'occupazione non ha alcun legame con il livello della disoccupazione (come ci si attende sulla base dell'assenza di relazione con l'occupazione), ma presenta un legame statisticamente significativo con la sua durata: nei paesi con un più alto grado di protezione dell'occupazione, la durata media della ricerca di lavoro è maggiore o, in altri termini, la quota dei disoccupati di lunga durata è sistematicamente più alta. Si tratta, in questo caso, di un risultato in qualche modo ovvio: una maggiore protezione dell'occupazione, infatti, non può che rallentare i flussi in uscita e quelli in entrata, e quindi tende a cristallizzare la situazione occupazionale data: a meno che non ci sia una crescita dell'occupazione, gli occupati rimangono occupati e i disoccupati rimangono disoccupati. La correlazione, però, segnala la presenza di un nesso, senza indicare la direzione di causalità tra i fenomeni correlati. In altri termini, l'analisi non dice se sia la protezione dell'occupazione a causare il prolungamento della ricerca di lavoro o si tratti invece del processo opposto. Se il grado di asimmetria dei poteri tra le parti sociali è tanto maggiore quanto più il mercato del lavoro è lontano dalla piena occupazione (e questa distanza può essere segnalata dalla durata media della ricerca di lavoro), gli occupati di un'economia con un basso tasso di occupazione tenderanno a richiedere una protezione più forte contro l'asimmetria se non altro perché, una volta perso un posto di lavoro, è per loro molto difficile trovarne un altro. Una situazione di questo tipo è quella che tradizionalmente caratterizza il mercato del lavoro italiano " (12).

 

Il costi di una eccessiva flessibilità del lavoro: scarsa formazione e innovazione


I costi di una eccessiva flessibilità (precarietà) del mercato del lavoro seppure poco sottolineati nella letteratura economica sono notevoli. In prima approssimazione, un elevato tasso di flessibilità occupazionale a livello delle singole imprese non può che favorire gli aggiustamenti del mercato del lavoro e l'efficienza a livello macroeconomico. Ma ciò non è necessariamente vero perchè si può incorrere in un classico caso di "fallacia della composizione". La deregolamentazione del mercato del lavoro entra in conflitto con l'obiettivo di avere una forza lavoro altamente qualificata, addestrata e stabile. Esiste una forte relazione di interdipendenza tra stabilità dell'occupazione e formazione delle competenze. Molto probabilmente i due fattori retroagiscono e si rafforzano vicendevolmente: un tasso troppo elevato di turnover occupazionale scoraggia gli investimenti in formazione sul posto di lavoro, e contemporaneamente i lavoratori che non ottengono alcun training probabilmente mostrano un minor attaccamento al loro posto di lavoro e di conseguenza tendono a cambiare lavoro più frequentemente. Si viene a determinare un circolo vizioso: un elevato livello di turnover conduce a una forza lavoro meno formata e scarsamente legata al proprio posto di lavoro. Ciò potrebbe avere effetti negativi a livello macroeconomico. Se le imprese di un paese tendono a preferire contratti di lavoro più flessibili e a licenziare continuamente, dal punto di vista individuale, della massimizzazione dei profitti nel breve periodo, potrebbero beneficiarne. Ma se di conseguenza i lavoratori ottengono complessivamente meno formazione e training, nella sua globalità l'economia del Paese potrebbe diventare meno competitiva. Più in generale non è possibile valutare la flessibilità del lavoro soltanto per le sue conseguenze sugli aspetti microeconomici, ma vanno valutati in profondità anche gli aspetti macroeconomici e dinamici. La normativa e le istituzioni che regolano il mercato del lavoro vengono considerati come fattori che generano distorsioni rispetto all'operare del libero mercato. Invece andrebbero considerati come strumenti di coordinamento, cooperazione, fiducia reciproca fra i diversi soggetti presenti sui mercati.

In molti casi quelle che appaiono come rigidità istituzionali di breve periodo possono essere considerate "stimoli per una maggiore adattabilità di lungo periodo". Finché le imprese a bassa produttività potranno scaricare le loro inefficienze sul fattore lavoro ottenendo comunque una certa redditività avranno meno incentivi a sviluppare strategie innovative di prodotto e di processo (13)..
In sostanza, un paese che si orienta verso un mercato del lavoro deregolamentato e senza incentivi a relazioni lavorative stabili e alla formazione di capitale umano, rischia di intraprendere un sentiero di sviluppo difficilmente reversibile legato a rapporti di lavoro e settori a bassa tecnologia, basse qualifiche, basse retribuzioni. In definitiva chi propugna un modello deregolamento non rischia solo di promuove precarietà e salari bassi oggi ma anche minore innovazione e sviluppo domani (14).

 

 

Una ultima nota sull'estensione dell'art.18 alle imprese con meno di 15 dipendenti

Alla luce di quanto detto in precedenza è più facile ragionare sugli effetti complessivi in termini di costi e benefici (economici e sociali) che avrebbe una estensione dell'articolo 18 alle piccole imprese.
Il Referendum è stato indetto per sanare una eccessiva discriminazione fra gruppi di lavoratori che hanno condizioni molto simili e, quindi, estendere il reintegro anche alle imprese con meno di 16 dipendenti. Bisogna tenere presente che il reintegro oltre ad avere un valore in sé ha una fondamentale funzione di deterrente e consente ai lavoratori di veder riconosciuti i propri diritti sul luogo di lavoro. Il ricatto del licenziamento, ancorché sanzionabile con un rimborso monetario, è lo strumento su cui spesso si basa l'arbitrio del padrone e l'imposizione di condizioni di lavoro altrimenti inaccettabili (in termini di rischio di infortuni, straordinari non pagati, ferie non fruite, ecc.). L'estensione ai dipendenti delle piccole imprese del diritto al reintegro in caso di licenziamento illegittimo sarebbe senza dubbio un passo avanti in termini di civiltà. D'altro lato bisogna tenere conto degli eventuali costi per le piccole imprese. Guardiamo in concreto quanti sono i soggetti che verrebbero coinvolti dall'estensione dell'art. 18. I dati INPS della tabella 3 indicano che le imprese con meno di 16 dipendenti sono circa 1 milione e occupano circa 3 milioni di dipendenti.

 

Le micro imprese caratterizzate da 1-4 dipendenti sono circa il 70% del totale e occupano poco più di un milione di dipendenti in gran parte occupati nei settori del commercio, degli alberghi e dei servizi alle imprese. Al contrario i dipendenti delle imprese con 5-15 dipendenti sono prevalentemente occupati nell'industria.
Dal punto di vista aziendale le micro imprese e, in minor misura, quelle con 4-15 dipendenti sono caratterizzate strutturalmente da bassa produttività che conduce ad una scarsa redditività nonostante che il numero delle ore lavorate in media per dipendente sia più alto e il costo del lavoro sia significativamente più basso. (vedi tavola 2.8 allegata, estratta da Istat 2003, Rapporto Annuale 2002 p.105). Non c'è dubbio, quindi, che le piccole imprese di cui parliamo sono fragili. Ma questa fragilità dipende dai problemi strutturali finanziari e tecnici, di localizzazione e di posizionamento sul mercato, di scarsa qualità dei prodotti e servizi offerti. Tutto ciò a ben poco a che fare con i presunti "vincoli" posti dal lavoro dipendente". Tra l'altro le micro imprese complessivamente fanno ben poco affidamento sul lavoro dipendente a tempo indeterminato. Queste imprese per realizzare le loro attività utilizzano prevalentemente il lavoro indipendente: in primo luogo i cosiddetti coadiuvanti familiari, in minor misura i co.co.co (collaboratori coordinati e continuativi) e gli interinali; poi i lavoratori a cui viene offerto un PIP (piano di inserimento professionale) o uno stage e di recente anche i cosiddetti "associati in partecipazione" che, a differenza dei co.co.co, non pagano neanche i contributi all'INPS. Delle diverse figure del lavoro dipendente queste imprese utilizzano in abbondanza gli apprendisti (circa il 13-14% del totale dei dipendenti) e in minor misura i CFL. Dobbiamo poi consideriamo tutti gli altri contratti a tempo determinato, che talvolta beneficiano anche di sottocontribuzioni, e dei contratti stagionali. Se teniamo poi conto della enorme quantità di lavoro sommerso che viene utilizzato nelle micro imprese possiamo ben dire che già oggi, in assenza del reintegro, le micro imprese utilizzano scarsamente il lavoro dipendente a tempo indeterminato preferendo il lavoro autonomo e le altre decine di forme contrattuali di lavoro dipendente. Cosa potrebbe comportare l'estensione del reintegro, limitatamente al segmento di dipendenti a tempo indeterminato, per queste imprese? Non cambierebbe molto. Per le imprese che hanno una solida posizione sul mercato probabilmente non cambierà nulla perché hanno un rapporto di fiducia con i loro dipendenti. Anche per le imprese "marginali", quelle che tra l'altro sfruttano proprio il lavoro dipendente per sopravvivere sul mercato, non cambierebbe molto. Queste imprese sono quelle che già oggi non hanno alcuna propensione alla crescita, hanno una vita limitata e sono destinate a cessare la loro attività in tempi brevi.

In sintesi le affermazioni fatte nel secondo paragrafo vengono confermate anche per l'estensione del reintegro. L'incremento del benessere collettivo derivante dall'estensione dell'art.18 in termini di dignità e di sicurezza dei lavoratori è senza dubbio incommensurabilmente maggiore dei costi derivanti dalla chiusura di qualche micro impresa e la perdita di qualche posto di lavoro (caratterizzato per lo più da bassi salari e cattive condizioni di lavoro).
In termini generali poi la vittoria del SI non sarebbe solo l'espressione della volontà di estendere semplicemente il reintegro alle piccole imprese ma di indicare che un altro sviluppo economico, compatibile con i diritti dei lavoratori, è possibile e doveroso.

 

Tavole e grafici

 

Grafico 1 - Numero di imprese con dipendenti per classe dimensionale
(fonte: Rapporto Annuale Istat 2001 -Archivio Asia 1999)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(1) Nel 1990 Democrazia Proletaria raccolse oltre 600.00 firme per un Referendum che chiedeva l'estensione dell'art.18 anche alle piccole imprese. Il referendum non si svolse perché il Parlamento approvò una riforma della normativa che andò, almeno parzialmente, nella direzione dei promotori del Referendum: fu esteso il solo risarcimento monetario.
(2) L. Tronti 2002, "Lo Statuto: elementi fondamentali di una valutazione economica" in Lo statuto dei lavoratori tra passato e futuro, Donzelli Editore, p.55.
(3) Patto per l'Italia, p. ??.
(4) E' opportuno precisare che seppure la proposta dopo la sperimentazione non venisse confermata il principio del non computo verrebbe congelato anche dopo i 3 anni. E' stato stimato che alla fine del terzo anno la norma coinvolgerebbe 600.000 lavoratori ai quali non si applicherebbe l'art. 18.
(5) Schiattarella 2002.
(6) Anastasia 1999, Schiattarella 2002.
(7) Non è pensabile che questo risultato sia condizionato dall'imperfetta corrispondenza delle definizioni utilizzate nella distribuzione osservata rispetto a quelle di cui stiamo trattando (addetti anziché dipendenti; inclusione di apprendisti, lavoratori in formazione-lavoro e dirigenti).
(8) Si veda Anastasia 1999.
(9) Qualcuno potrebbe obiettare che non solo l'art.18 ma tutta la normativa sul lavoro in Italia avrebbe vincolato l'economia e avrebbe fatto dilagare la disoccupazione. Stranamente però la normativa avrebbe avuto un effetto diverso al centro-nord e nel Mezzogiorno: la gran parte delle le regioni centro settentrionali hanno avuto per lungo tempo tassi di disoccupazione vicini al pieno impiego mentre nel mezzogiorno la disoccupazione è arrivata anche a due cifre. Perchè mai il diritto del lavoro avrebbe avuto questo effetto selettivo? Ovviamente la disoccupazione deriva da fattori strutturali ben diversi e legati alle caratteristiche delle due aree.
(10) OCSE, 1999 Employment Outlook, 1999. Forse è il caso di segnalare che l'OCSE nel rapporto segnala, tra l'altro, che la regolazione delle separazioni (licenziamenti) è più sfavorevole all'impresa in Italia che nel resto d'Europa. "Ciò non è dovuto tanto all'esistenza della "giusta causa" di licenziamento, presente in tutte le legislazioni europee, così come in quella americana; e nemmeno alla tanto criticata "reintegrazione obbligatoria" del lavoratore ingiustamente licenziato, anch'essa prevista da molte se non da tutte le legislazioni dei paesi avanzati. La divergenza italiana si concentrerebbe invece nell'onere finanziario del trattamento di fine rapporto (Tfr), che contraddistingue in modo esclusivo l'Italia sia per la natura (un salario differito anziché un'indennità di licenziamento), sia per la fonte giuridica (legislativa), sia infine per l'entità (quasi sempre superiore alle indennità di licenziamento applicate all'estero). A questo proposito va tuttavia notato che il ruolo attribuito dall'agenzia internazionale al Tfr è sostanzialmente errato, in quanto esso non costituisce un costo di separazione per l'impresa (l'indennizzo di un danno provocato), bensì una parte della retribuzione (una contropartita per il lavoro svolto), che viene pagata in termini differiti, non solo a fronte di un licenziamento ma in tutte le fattispecie della separazione, o anche anticipatamente . Per questo motivo, i punteggi attribuiti dall'Ocse (e, invero, da tutta la letteratura scientifica estera sull'argomento) sovrastimano sistematicamente il livello di protezione dal licenziamento accordato ai lavoratori dalla legislazione italiana, e quindi propongono un posizionamento internazionale dell'Italia sostanzialmente errato. (Tronti 2002)
(11) Nickel, un autorevole economista (neoclassico ma liberal) inglese ha sintetizzato lo stato dell'arte su tale questione affermando "A differenza del caso di presenza di minimi salariali, non vi è traccia nei nostri dati che elevati regimi di protezione dell'impiego abbiano qualsiasi impatto sulla disoccupazione" E ancora: " Legislazioni che alzano il costo di variare la manodopera occupata, tra cui evidentemente quelle che proteggono l'impiego, certamente riducono la disoccupazione di breve periodo e aumentano quella di lungo …" 1997.
(12) L. Tronti 2002, p. 65 e 66.
(13) "…la minore produttività delle micro imprese non rappresenta uno stimolo alla loro crescita dimensionale. …le micro imprese , poiché conseguono comunque margini di redditività apprezzabili anche senza investire in innovazioni, non sono incentivate ad ampliarsi: così le scelte individuali non vanno verso l'ottimo dimensionale per lo sviluppo del sistema". Istat 2003 Rapporto Annuale 2002, p. XXI della sintesi.
(14) Su questi temi si veda in generale Rapiti, F. 1999 "Il turnover dei lavoratori in Italia" in Disoccupazione e basso livello di attività in Italia (a cura) G. Antonelli e L. Paganetto, Il Mulino e Rapiti F. 1997"Turnover occupazionale, mobilità del lavoro e turbolenza strutturale in Italia".