"L'informazione? E' in autocensura"
Intervista a Steve Rendall, direttore di Fairdi Patricia Lombroso
"Il ruolo dei media americani dopo l'attacco spettacolare dell'11 settembre è stato quello di aderire totalmente alla censura per l'informazione imposta dal governo americano. Una partecipazione all'autocensura come nemmeno durante la guerra del Golfo, nel 1991. Quando poi è subentrata la psicosi del bioterrorismo per il carbonchio (Antrax) diretto ai protagonisti dell'informazione televisiva, la guerra in Afghanistan è stata oscurata totalmente da un bombardamento propagandistico nei confronti dei "terroristi" di Osama Bin Laden. E negli ultimi giorni si è riaffacciata di nuovo la "minaccia dell'Iraq", da colpire dopo l'Afghanistan. Sono queste le prime considerazioni di Steve Rendall, direttore di Fair, l'organizzazione indipendente americana per garantire un'analisi e critica del ruolo imparziale dei media americani. Mentre intervistiamo Rendall, scorrono in tv le immagini del giornalista Pulitzer Prize, Dan Rather della Cbs, il cui ufficio è stato contagiato dall'antrace, in Afghanistan, nel 1980.
Un falso mediatico: "Dan Rather non è mai stato in Afghanistan. Le immagini fra le montagne sono state effettuate da un operatore tv inviato sul posto. E pensare che questo fotomontaggio effettuato in studio ha trasformato queste corrispondenze "eroiche al fronte" con i mujaheddin in un premio prestigioso come il Pulitzer Prize - esclama ironicamente Rendall - Ora quelle stesse immagini in bianco e nero vengono riutilizzate dalla Cnn, in esclusiva".
La guerra Usa in Afghanistan, ai telespettatori americani appare lontanissima. Perché?
Grazie alla propaganda, nei media americani l'informazione è oscurata. Non si vedono civili morti, né feriti, né l'immane tragedia dei rifugiati afgani, a differenza di quanto avvenne durante la guerra Nato in Kosovo. Né vengono fornite al pubblico le informazioni sul contesto storico della guerra in Afghanistan. Dobbiamo chiederci cosa hanno fatto sino ad oggi i media americani per informare il cittadino di Peoria o di una cittadina americana del Minnesota sulla politica estera americana in tutti questi anni, in Medio Oriente come nell'Asia Centrale. I commentatori delle reti tv che spiegano la guerra in Afghanistan sono tutti generali in pensione; le soluzioni strategiche, ogni giorno, sullo schermo vengono spiegate dal generale "eroe" della guerra Nato in Jugoslavia, Wesley Clark. Mai dall'élite politica, Kissinger o la Albright...
Le pressioni dell'amministrazione Bush in questa guerra incidono più di quanto abbia fatto l'amministrazione Clinton durante la "guerra umanitaria" del Kosovo?
Colin Powell, segretario di stato, durante il suo viaggio in Arabia saudita, ha tentato di vietare la trasmissione dei messaggi di Osama Bin Laden della tv Al Jazeera, la Cnn dei paesi arabi. La Voice of America, organo di propaganda nei paesi dell'est fin dalla seconda guerra mondiale, è stata redarguita furiosamente dalla Casa Bianca ed il suo direttore di programmazione licenziato, perché hanno tentato di trasmettere per intero l'intervista di Osama Bin Laden concessa a Al Jazeera.
Ma Condoleeza Rice, consulente per la sicurezza nazionale della Casa Bianca, dopo aver invitato tutte le tv americane ad uniformarsi alle veline del governo americano senza aggiungere altro, sta cercando di comprare i diritti per ritrasmettere via Cnn alcuni minuti dell'intervista di Osama Bin Laden.
E' diventata una lotta per il monopolio della propaganda, ma i giornalisti, per loro conto hanno deciso di partecipare a questo tipo di censura sull'informazione. Il controllo dei media e sui media, quanto c'è una guerra, è un dato di fatto. L'ultimo caso di una videoguerra astratta ed asettica, senza immagini di morti e feriti, risale alla guerra del Golfo, nel 1991. Nella guerra in Afghanistan, per la prima volta il governo americano non tiene il segreto sulla censura. E in modo orwelliano, i media sono diventati la personificazione di Newspeak, il nemico invisibile di Orwell. I mezzobusto già hanno iniziato a ripetere i piani strategici del governo di Bush, diffusi da Condoleeza Rice: "non sono esclusi altri bombardamenti aggiuntivi a quelli già in corso in Afganistan quotidianamente". Di fatto, ci sono pressioni per estendere la campagna dei bombardamenti in Iraq, Iran, Siria, la valle della Bequa, in Libano. Il portavoce della Cnn ha esplicitamente dichiarato che d'ora in avanti nel fornire "informazione pubblica" avrebbero chiesto istruzioni alla Casa Bianca.
Dopo l'attacco alle Torri Gemelle, i sondaggi indicano che il 93% dell'opinione pubblica approva la guerra a Osama Bin Laden.
La reazione istintiva dell'opinione pubblica americana, pur avvolta da un esasperato patriottismo, non è così netta come si vorrebbe far credere. Se, infatti, durante i sondaggi, viene chiesto se si sia favorevoli ai bombardamenti in Afghanistan, oppure se Osama Bin Laden debba venire giudicato da un Tribunale internazionale per i crimini commessi verso i 6000 civili americani morti nell'attacco terroristico dell'11 settembre, oltre il 50% della popolazione sceglie per questa seconda opzione. Gli slogan lo sottolineano: "justice" "not vengeance". Ma i media non ne parlano. Gli oppositori alla guerra e le centinaia di manifestazioni in quasi tutte le università americane vengono indicate dai media come "pacifisti naif". Sono i tratta degli stessi gruppi che si oppongono alla globalizzazione, ma il popolo di Seattle sta organizzandosi, anche se il dissenso alla guerra viene marginalizzato e non ha ancora assunto una forte consistenza numerica, come invece avviene già in Europa.
Ora che la guerra in Afghanistan è nella seconda fase, con operazioni di "search and destroy", i pacifisti reagiranno come all'epoca del Vietnam, pur essendo la generazione successiva?
Il dissenso, la visibilità dell'opposizione alla guerra cominciò ad emergere per il Vietnam non durante i primi anni. Il primo "teach in studentesco" avvenne nel 1965. Le grandi manifestazioni però avvennero soltanto nel 1969-'70. E siamo soltanto alle prime settimane di quella che si prefigura come una lunga guerra in Afghanistan.
L'opposizione alla guerra, in questo momento in America è "unpatriotic". Con quali conseguenze?
In nome della bandiera e del patriottismo è stata approvata dal congresso all'unanimità una legislazione che prevede misure diretta alla lotta contro il terrorismo. Con il risultato che viene messo sotto controllo ogni spazio della vita privata dei cittadini: dall'intercettazione telefonica, all'arresto e detenzione a tempo indeterminato. Non siamo ancora giunti al maccartismo degli anni cinquanta. Ma stiamo marciando rapidamente in quella direzione.23 ottobre 2001
Fonte: Il Manifesto