Le regole della disinformazione
da Jacqueline Sharkley
· Ripulire le immagini della guerra;
· Controllare l'accesso dei media alle zone di conflitto;
· Censurare ogni notizia che rischi di turbare il pubblico;
· Escludere i giornalisti non accondiscendenti.
Jacqueline Sharkley, docente di giornalismo dell'Università dell'Arizona, studia da anni i rapporti tra i media e il Pentagono. In un interessante saggio ripubblicato recentemente dal sito Alternet.org, spiega come l'attuale conflitto, con i bombardamenti, la CNN e la sua gemella araba, gli inviati dal fronte e i missili intelligenti, non presenti elementi di particolare novità per quanto riguarda la sua copertura mediatica, ma piuttosto sia il coronamento di un processo che ha avuto origine trenta anni fa con il fallimento della campagna militare americana in Vietnam.
La sconfitta, secondo autorevoli rappresentanti delle alte gerarchie militari, era in parte ascrivibile alla negativa immagine veicolata dai media che aveva mobilitato l'opinione pubblica americana contro il conflitto. Il Pentagono, quindi, aveva bisogno di un nuovo modello su cui costruire i propri rapporti con i media. A fornirglielo, pochi anni dopo, fu la Gran Bretagna della Thatcher. La guerra delle Falkland contro l'Argentina, nel 1982, fu un esempio di come, attraverso una rigida e selettiva gestione dei rapporti con i media e la limitazione della libertà di stampa, si potesse mantenere il sostegno dell'opinione pubblica ad un'impresa bellica moralmente dubbia.
Le quattro regolette che elencavamo all'inizio, apparse su una rivista dell'U.S. Naval War College, sintetizzano la lezione che il Pentagono seppe trarre da quell'esperimento e che ebbe modo di mettere in opera negli anni successivi.
Un ulteriore aspetto che le vicende belliche degli ultimi decenni hanno posto in evidenza é l'utilizzo politico delle campagne militari. Le limitazioni alla libertà di stampa e d'informazione sono state ripetutamente utilizzate per fini prettamente politici. Come racconta la Sharkley, si é andati ben oltre le misure giustificate dall'esigenza di garantire la pubblica sicurezza. L'amministrazione americana ha fatto ricorso indiscriminatamente e senza la sostanziale opposizione di alcuna forza politica a strumenti quali la censura, il controllo delle notizie, la falsificazione delle immagini, il sequestro dei giornalisti. Gli esempi che la Sharkley porta sono numerosi e circostanziati.
La guerra del Golfo, percepita come un notevole successo degli USA e dell'amministrazione Bush (padre), fornisce alcuni tra i più eclatanti esempi di quanto si diceva. "Nei mesi successivi all'operazione Desert Storm, scrive la Sharkley in Desert Storm Disinformation, emersero numerose prove che la strategia messa in campo dall'amministrazione Bush fosse diretta a rendere difficile la formazione nell'opinione pubblica americana di un'idea chiara di quanto stesse accadendo e di come si stesse portando avanti il conflitto, tutto ció con il preciso intento di promuovere un consenso indiscriminato ad un agenda politica prefissata: accesso privilegiato al petrolio e crescita delle spese militari". Tra queste: un ex-ufficiale del Pentagono che in una dichiarazione al Congresso riconosceva la pratica sistematica di "abbellimento" delle statistiche; un consulente del Pentagono che in una testimonianza al Congresso ammetteva che i missili Patriot avevano causato più danni che benefici, nonostante fosse stato detto il contrario; la dichiarazione di un generale dell'aeronautica a proposito delle cosiddette bombe intelligenti, che nonostante la continua presenza nei media sarebbero state poco più del 8% del totale di quelle impiegate.
Giornalisti cuor di leone
I media hanno indubbiamente delle responsabilità. La progressiva e sistematica politica di restrizione della libertà d'informazione in tempo di guerra non ha trovato un'opposizione solida e unita della categoria. Le proteste di facciata non hanno prodotto un progetto alternativo d'informazione libera, ma allo stesso tempo capace di garantire la sicurezza nazionale. Non sono pochi quelli che tra i giornalisti che si sono prestati al gioco delle cooptazioni del Pentagono e della Casa Bianca.
Carente é stata inoltre l'attenzione prestata dai media a rendere fruibili all'opinione pubblica americana delicate questioni di politica, che poi sfociano in coinvolgimenti militari delle truppe statunitensi all'estero.
"La triste verità, conclude la Sharkley, é che mentre reporter e redattori si lamentano delle limitazioni alla loro libertà di agire, alla fine finiscono col farsi passivi veicolatori dei dati e delle immagini passategli dal Governo e che questo ha deciso di mostrare agli americani".Fonte www.kater.it
Ottobre 2001