Reddito sociale per tutti e tutte!

L'indizione dello sciopero generale del lavoro da parte della Cgil, per il 5 aprile prossimo, è un gesto di sfida al padronato e al governo Berlusconi che rappresenta oggi, mancando una legge sulla rappresentanza sindacale per l'inqualificabile inerzia dei governi di centrosinistra, un atto coraggioso. D'altra parte, lo sciopero generale proclamato finalmente dalla Cgil, è anche una vittoria del movimento, che ha saputo potenziare la spinta alla lotta, partecipando e dando forza alla precedente iniziativa dei sindacati di base e dell'assemblea delle Rsu, il 15 febbraio scorso.
La piattaforma dello sciopero Cgil giustamente pone al centro la difesa dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori che, tutti ne siamo consapevoli, costituisce l'architrave di un sistema di garanzie edificato dalla più forte stagione di lotta del dopoguerra e rappresenta un vero e proprio presupposto per l'effettività di tutti gli altri diritti del lavoro, proteggendolo contro ritorsioni e vendette del padronato.

Tuttavia, notoriamente, l'articolo 18 copre solo una parte del lavoro "eterodiretto": non si applica infatti né ai milioni di lavoratrici e lavoratori delle piccoli imprese, né a quelle e quelli definiti come "autonomi di seconda generazione", né alle ulteriori figure del lavoro atipico, dall'interinale al cooperativo, fino all'associazione in compartecipazione, ai contratti di formazione lavoro e agli stages, ecc.
L'articolo 18 ha anche un senso molto ridotto, ovviamente, per i milioni di soggetti assunti con contratto a tempo determinato (modalità prevalente, ormai, di reclutamento della manodopera in questo Paese). Più in generale, lo sciopero del 5 aprile deve costituire un momento significativo di registrazione della presenza e del protagonismo di nuove figure lavorative.

Particolare rilevanza, da questo punto di vista, assume il lavoro migrante. Figure emblematiche di quella radicale spoliazione dei diritti che tende a coinvolgere, sia pure con una progressione a geometria variabile, il lavoro sociale nel suo complesso, i migranti ci parlano anche di una serie di movimenti soggettivi di fuga dalla rigidità della divisione internazionale del lavoro che costituisce uno dei motori della grande trasformazione produttiva degli ultimi due decenni. La visibilità e il protagonismo del lavoro migrante devono essere a nostro giudizio caratteristiche fondamentali del movimento che condurrà alla effettiva generalizzazione dello sciopero del 5 aprile. Non sappiamo, in questo momento, quale sia il margine di manovra del governo Berlusconi sulla questione dell'articolo 18. Se cioè, di fronte alla mobilitazione di massa, il governo si orienterà o meno ad accantonare il progetto. Ciò non di meno, il movimento dei movimenti si trova di fronte ad un'ambivalenza di compiti: da un lato l'allargamento, la generalizzazione e l'approfondimento di una scadenza sul lavoro che, di per sé e immediatamente, non copre per intero le istanze del non lavoro, del precariato, dell'intermittenza e dei giovani.

Dall'altro lato, la necessità di fronteggiare altre iniziative, contestuali all'attacco padronale e governativo contro l'articolo 18, sulle quali il vertice della Cgil è stato molto meno netto, se non reticente. Ci riferiamo in particolare al decreto delegato in campo, che sicuramente verrà discusso in marzo, di riforma degli ammortizzatori sociali. Ci sembra che i termini di una partecipazione autonoma e convinta alla scadenza del 5 aprile siano oggi, necessariamente, la riapertura della questione di un reddito sociale, e la denuncia della scandalosa assenza di una tutela di base in Italia, unico in questo tra i 15 stati dell'Unione europea.

Anche in questo caso ha pesato l'assoluta inazione dei governi di centrosinistra che, dopo aver "sperimentato" per due anni la ridicola forma di sussidio prevista dalla legge Turco in forma di miserabile assistenza per cinquecentomila lire a poche migliaia di "privilegiati" - per giunta sottoposti a controlli speciali, per il loro colpevole mantenimento in vita - , l'hanno fatta decadere lasciando disoccupati di lungo periodo, giovani in cerca di un'occupazione ecc., senza alcuna copertura sociale.
Il rischio è che sia proprio il governo Berlusconi a realizzare prime forme di tutela generalizzata della condizione di disoccupazione, garantendo un minimo di sussidio a tutti senza vincoli connessi alla perdita recente d'un posto di lavoro, come invece accade oggi. Questo sembra profilarsi, almeno dalla lettura del testo, sia pure molto vago, delle deleghe del governo: così come sembra emergere la volontà del governo stesso di regolamentare, per quanto in modo sommamente inefficace, il lavoro autonomo di seconda generazione accordando ai lavoratori con "contratto di programma" le tutele fondamentali.

E' evidente, pertanto, l'intento di Berlusconi di presentare il progetto complessivo legato alle deleghe come uno scambio di diritti e di garanzie fra lavoro stabile e lavoro precario, suggerendo l'idea che la sottrazione al primo sia in vantaggio del secondo. Quel che emerge con nettezza dal testo governativo, d'altro canto, è però la volontà di connettere protezione a coercizione al lavoro (nel linguaggio delle deleghe "sussidi con carattere proattivo" che forzino gli assistiti ad accettare ogni tipo di offerta lavorativa), introducendo misure di "workfare" e odiosi dispositivi di controllo.
Urge quindi l'elaborazione da parte del movimento di un contro-piano, in termini di diritti fondamentali universali, che per un verso si contrapponga ai piani governativi eversivi del diritto del lavoro, per l'altro sappia uscire dalla logica di mero arroccamento nella difesa del solo lavoro stabile.

Proprio sulla questione degli ammortizzatori sociali il movimento, anche per le esperienze di lotta e di elaborazione compiute sin dalla stagione degli "Invisibili" e cresciute nelle prime forme di organizzazione di lotta del precariato, nei movimenti degli Lsu come nelle vertenze nei McDonald's e nei call centers, fino al coordinamento attuale delle reti e dei comitati dei precari, può oggi presentare una proposta che veda la convergenza di tutte le anime presenti al suo interno, dal sindacalismo vecchio e nuovo, ai centri sociali, all'associazionismo critico, al movimento studentesco. Non interessa a nessuno in questo momento, di fronte alle urgenze della mobilitazione politica e sociale anche in Europa su questo tema, riaprire dispute ideologiche e terminologiche.
Ci basta indicare i termini di una convergenza operativa sull'obiettivo sostanziale della garanzia di un reddito di base che assicuri dignità ed autonomia di scelta, anche occupazionale, per tutti coloro che oggi non ne dispongono.

Il termine che oggi può raccogliere l'adesione di tutti è quello di "reddito sociale", in cui possono riconoscersi sia coloro che mirano all'introduzione di un vero e proprio reddito di cittadinanza sia quanti lo interpretano in funzione di lotta all'esclusione sociale e di rilancio della forza conflittuale del lavoro. Le discriminanti che oggi individuiamo, sono le seguenti:
A) Il reddito sociale deve essere sufficiente a condurre una vita libera e dignitosa, tale dunque da consentire a chi ne usufruisce di rifiutare offerte di lavoro umiliante o servile. La funzione immediata del reddito sociale rimane quella di ostacolare il degrado dei diritti del lavoro, l'inseguimento del sottosalario, il ricorso al lavoro sommerso, lo sfruttamento estremo e l'autosfruttamento.
B) Il reddito sociale deve pertanto avere caratteristiche assolute di incondizionatezza, anche se non di universalità essendo erogato a chi ne ha bisogno. Non vi deve essere quindi nessuna forma di induzione forzata al lavoro, che recherebbe con sé la riproduzione delle attuali forma di degrado del lavoro medesimo e di discriminazione sociale nei confronti degli esclusi.
C) Il reddito sociale deve inoltre avere una struttura mista: da un lato l'attribuzione di una quota monetaria, dall'altro l'erogazione gratuita dei servizi pubblici essenziali (trasporti, istruzione, ecc.), una garanzia abitativa, il libero accesso ai consumi culturali. Tale struttura mista consentirebbe anche l'aggregazione di un'ampia platea di soggetti attualmente frammentati e dunque di superare il rischio di un carattere strettamente individuale, e quindi nuovamente atomizzante, della misura proposta. Riferita, poi, ai migranti, questa misura rappresenterebbe il primo nucleo di una cittadinanza sociale sganciata dai confini nazionali.
D) Il reddito sociale, infine, per la parte di garanzia dei servizi, della casa e dell'accesso alla cultura, può agilmente essere incluso nell'orizzonte della ricerca sulle modalità e gli effetti di forme di bilancio partecipativo nelle municipalità. In questo quadro si può prevedere che i Comuni negozino con gruppi e associazioni l'affidamento di spazi pubblici autogestiti in quota all'erogazione del reddito sociale. Ci sembrano queste discriminanti, come emerso anche a Porto Alegre nelle assemblee dei movimenti sociali, sulle quali è possibile oggi una larghissima convergenza, in particolare in Europa.

La proposta di reddito sociale sembra già emergere come nucleo fondamentale di quel modello sociale europeo alternativo che si proverà a definire nel prossimo Forum continentale, convocato in Italia. Rivolgiamo quindi un pressante appello a tutte le strutture di movimento perché, in vista dello sciopero del 5 aprile e mentre in Parlamento il governo tenterà di fare approvare la sua ingannevole proposta di sussidio di sopravvivenza, l'obiettivo del reddito sociale venga assunto al centro di una grande campagna d'iniziativa e di lotta, nazionale e di dimensione europea.
Solo così si potrà adeguatamente tentare di perseguire il fine necessario di una generalizzazione reale della giornata dello sciopero del 5 aprile: fine che, comunque, noi intendiamo traguardare con tutte le nostre forze.

18.3.2002
Il movimento delle e dei disobbedienti