L'unica band che conta

Tutto parte dalla fine delle illusioni psichedeliche e pacifiste della Swingin'London. Nei primi mesi del 1976, mentre Margareth Tatcher si appresta a vincere le elezioni e la recessione avanza, Roger Armstrong, che gestisce una bancarella di dischi, va al bar dell'Imperial college di South Kensington, dove suona una band nata in una casa occupata. Vede Joe Strummer agitarsi di fronte a una sala pressoché deserta "Pensai: "Porca puttana, questo tipo è sbalorditivo - racconta Armstrong - Una carica simile di fronte a 6 persone che lo ascoltano e ad altre 25 completamente disinteressate alla sue esibizione… Se riesce a fare questo, cosa succederà se diventa famoso?".
Proprio nel trentennale della nascita dell'"unica band che conta", come scrisse il padre dei giornalisti musicali Lester Bangs, esce finalmente in Italia “Death or glory" di Pat Gilbert [Arcana, pagine, 17,50 euro], che è stato uno dei principali redattori di Mojo e che collabora con The Guardian e suona la chitarra in una punk tribute band, i Night of treason. un tomo denso e appassionato sui Clash.
"Quasi tutti i fan dei Clash dicono: ‘E' il gruppo che ha cambiato la mia vita' – scrive Gilbert nell'introduzione – Ha cambiato anche la mia". L'importanza di queste oltre cinquecento pagine è presto detta: i Clash sono un gruppo misterioso. Poco si sa della loro vita quotidiana e dei passaggi che li hanno portati a essere uno dei gruppi più influenti della musica rock, a partire da quei proclami rivoluzionari e romantici che erano le loro canzoni, misto di punk, rock'n'roll, reggae e musica popolare da ogni parte del mondo. I fab four del revolution rock erano un collettivo politico senza compromessi. Viste da fuori, le regole erano rigide: i Clash si erano imposti di parlare ad uno ad uno con tutti i fan, per chiedere pareri e tastare il polso della gente [un'abitudine, quella di intrattenersi coi fan, che Strummer non perse neanche da solista: chi scrive può confermare]. La storia che racconta Gilbert poteva essere raccontata solo col senno del poi, trent'anni dopo. Ora i tempi sono maturi per narrare l'epopea dei guerriglieri del punk-rock: le paghe settimanali come operai nonostante il successo, i dischi tripli venduti come singoli, la passione per il blues e lo ska, la ricerca della coerenza a tutti i costi. Un'altra, ampia storia dei Clash, quella scritta da Marcus Garvey ("Last gang in town. Story and mith of The Clash", uscito nel 1995 e mai tradotto in italiano) prende la storia dei Nostri come esempio di costruzione del mito nell'industria del rock. Pat Gilbert, al contrario, non ha nessuna tesi da dimostrare. Questa è una ricostruzione cronologica della storia dei Quattro cavalieri attraverso decine di interviste a testimoni e protagonisti. Questo libro è una miniera di aneddoti e piccole scoperte.
Leggendo questo libro riderete e piangerete, vi scoprirete a battere il tempo per le vie di Brixton con una pinta di birra in mano. Sarete vagabondi col giovane Joe Strummer e imparerete l'impeccabile stile del bassista Paul Simonon, uno bello e tenebroso che parlava poco ma sempre a proposito, come si impara in strada. Sorriderete seguendo la formazione glam del chitarrista Mick Jones, vero artigiano della sala di registrazione e protagonista della produzione di gran parte dei dischi dei Clash. Vi troverete catapultati in mezzo alle partite a calcetto che accompagnarono la registrazione di “London Calling” e sul palco, in prima linea, nel mezzo di infuocati live.
La ricostruzione di Gilbert fa piazza pulita della banalizzazione delle storie personali dei quattro Clash. Secondo la vulgata corrente, che circola anche tra parecchi fan dei Clash, Joe Strummer era un figlio di diplomatici che aveva studiato in scuole private e cercava di rifarsi una storia proletaria, Mick Jones il giovane disadattato cresciuto con la nonna, Paul Simonon "il bello" arruolato solo per motivi d'immagine e Topper Headon il tossicodipendente estraneo allo spirito ribelle del gruppo. I primi capitoli sono dedicati proprio alla ricostruzione delle vicende personali dei quattro. E, come capita spesso, si scopre che le cose sono molto più complesse di quanto sembri.
Prendiamo l'esempio di Strummer. Gilbert chiarisce che era figlio di un impiegato del corpo diplomatico britannico, non di un ambasciatore. Il piccolo Joe Mellor, non ha modo di partecipare a ricevimenti a base di caviale e champagne. Ma grazie al girovagare della famiglia comincia ad avere una visione globale delle cose che gli succedono. Poi, torna in Inghilterra col fratello David (più grande di due anni) e frequenta il collegio di Ashtead, nel Surrey. Si porta dietro un singolo di Chuck Berry che diventerà il suo talismano. Alterna momenti di entusiasmo a fasi di isolamento e riflessione. Rimarrà per sempre turbato dal suicidio del fratello (avvenuto nel 1970 quando Joe aveva solo 17 anni) che si era avvicinato a una specie di setta esoterica neonazista. E' in questo periodo che Joe comincia a farsi chiamare "Woody", in omaggio al folk singer Woody Guthrie. Un vagabondo come lui, che sulla chitarra sfoggiava la scritta "Questa chitarra ammazza i fascisti".
Nello spazio di queste pagine vi accorgerete che non è vero quanto afferma Francesco Guccini, che “a canzoni non si fan le rivoluzioni”. Il mondo si può cambiare anche colpi di rock'n'roll, a patto che a suonare siano i Clash.
Pat Gilbert, “Death or glory”, Arcana
( 502 pagine, € 17,50)