Amedeo Ricucci
La guerra in diretta
Iraq, Palestina, Afghanistan, Kosovo:
il volto nascosto dellinformazione televisivaIntroduzione
Questo libro nasce da un errore. Un errore banale ma dalle conseguenze serie. Un errore – diciamo così – di percezione visiva. Come nelle incisioni di Escher, dove i giochi prospettici creano mondi inesistenti; ma purtroppo senza la stessa magia. Perché quell’errore ha finito per mutare la realtà di un tragico evento. O meglio, ne ha alterato la rappresentazione televisiva: che però per molti è la stessa cosa. E mi ha cambiato la vita. Tutta colpa di un angolo, che in tv è apparso retto, quando invece er a ottuso e maledettamente sbilenco. Un angolo che ha dato l’impressione della spavalderia laddove c’ era prudenza. Un angolo dietro al quale stava in agguato la morte, anche se in tanti, troppi, hanno parlato di “incidente”. L’ angolo di cui parlo è l’angolo anonimo di un edificio anonimo dietr o il quale ci siamo riparati, Raff aele Ciriello e io, il 13 marzo del 2002. Stavamo a Ramallah, in Cisgiordania. Sporgendosi per un attimo da quell’angolo, Raffaele è stato ucciso. Un assassinio a fr eddo: nel senso che chi ha sparato avev a già deciso che chiunque in quel momento si f osse aff acciato sarebbe stato crivellato di colpi. E così è stato. A quello stesso angolo, un minuto prima, ero affacciato io. E non era successo nulla. Avevo notato il carro armato israeliano in fondo alla strada, lontano da noi, a prima vista inoff ensivo. E l’avevo f ilmato con la mia piccola telecamera, riparandomi poi di nuovo dietro l’edif icio. Con calma. Senza saper e che qualcuno su quel blindato stava prendendo la mira. Ha messo a f uoco su di me per uccidere il prossimo che gli si fosse presentato nel mirino. E l’ ha fatto. Senza scrupoli. Raffaele ha avuto appena il tempo di inquadrare quel tank nel display della sua telecamera. Ed è subito crollato a terra, colpito a morte da cinque proiettili calibro 7,62 NATO.Ripensare a quella scena mi fa star male ancora oggi. È durata lo spazio di un attimo ma non sar à mai passato abbastanza tempo per poterla cancellare. Mi è capitato di restare sveglio intere not ti, riper cor rendo minuto per minuto tutti gli avvenimenti del 13 marzo. Eppure, per diversi giorni mi sono rifiutato di rivedere le immagini che documentano quei momenti: le mie, quelle di Raffaele e quelle girate da Norberto Sanna, il cameraman della RAI che mi affiancav a in quella trasfert a. Le ho guardate solo una volta: durante la puntata di Sciuscià che Michele Santoro organizzò per RAI 2 il 15 marzo, due giorni dopo. E le ho guardate con la pancia, non con gli occhi. Anzi, gli occhi li ho socchiusi più volte, perché quelle immagini sul grande schermo erano sale sulle mie ferite. E il sangue mi saliva alla testa. Era più forte di me. Non ho voluto nemmeno occuparmi del servizio che Tv7, il settimanale del Tg1 per cui all’epoca lavoravo, volle subit o dedicare alla morte di Raf faele Ciriello. Chiesi perciò a una mia amica e collega, Cristina Fratelloni, di sostituirmi. Mi serviva tempo. Tempo per superare lo choc e tempo per tamponare il dolore. Ma, soprattutto, tempo per capire. Per ché in circostanze del genere non puoi non chiederti, senza tanti sofismi, dove e quando hai sbagliato. Non ti bastano le pacche sulle spalle degli amici e dei colleghi che cercano di consolarti, ricordandoti che in questo mestiere la morte è sempre dietro l’angolo. Tutto vero, per carità. Ma non basta a farti star meglio. Perché stavolta è capitato davanti ai tuoi occhi. E a morire, a un metro da te, così vicino da poter sent ire sulla pelle il leggero sposta-ment o d’aria prodotto dalla raff ica assassina, è st ato un amico. A chi tirava in ballo il destino, ho dovuto poi spiegare che proprio il destino ci aveva giocato un brutto scherzo. Perché quel maledetto 13 marzo doveva essere l’ultimo giorno del nostro soggiorno in Palestina. Nel pomeriggio saremmo dovuti infatti rientrare tutti e tre a Gerusalemme, per poi tornare in Italia. Io e Norberto avevamo già f issato l’ aereo di ritorno per l’ indomani; Raf f aele invece sar ebbe partito quella notte stessa per raggiungere a Milano la moglie Paola e la piccola Carolina, di appena diciassette mesi. E invece no. Non è andata così. E questo ha aggiunto al dolore per la morte di Raf f aele il sapor e crudele di una beff a. Una bef f a resa ancora più amara dal f atto che quella fatidica mattina, a colazione, mentre si decideva assieme il da farsi, non abbia voluto dar retta al mio amico Norberto che saggiamente ci consigliava di restare in albergo a preparare con calma i bagagli. Una mezza giornata in più, sosteneva lui, non avrebbe aggiunto granché al nostro lavoro. E poi po-tevamo già rit enerci soddisfatti: eravamo riusciti ad intervistare il president e Arafat – che non parlava da mesi alla stampa italiana – e avevamo spedito a Roma due lunghi reportage da Nablus e Ramallah.
Tre settimane di duro lavoro, nella polvere e nel sangue. E, secondo Nor berto, er a tempo di rientrare. Anche per -ché il giorno prima Ramallah era stata occupata dal-l’esercito israeliano, che stava mettendo a f erro e fuoco i campi profughi della città e aveva già chiarito molto esplicitamente, con una pioggia di pr oiettili sparat i la notte prima sulle nostr e camer e d’albergo, di non volere giornalist i f ra i piedi.Se ho deciso di scrivere queste righe è per una serie di motivi che reputo importanti. Per dovere, innanzitutto. Nei confronti di Raff aele e della sua memoria: che è stata volutamente cancellata, ignobilmente beffata e che continua a reclamare un briciolo di giustizia e verità. E poi per dignità, in un mestiere che denota ormai una preoccupante caduta di tensione, etica e deontologica: soprattutto in televisione, dove la guerra è ridotta sempre più a mero spettacolo e chi è chiamato a raccontarla l’ha accettato senza batter e ciglio (o quasi), rinunciando ai suoi doveri di cronista scrupoloso per vestire i panni, evidentemente più trendy, del mezzobusto vanitoso. Il rischio è che vengano st ravolte le regole di base che hanno contraddistint o f inora la pr of essione dell’inviat o di guerra, vale a dire: andare, vedere e raccontare.
E chi è cresciuto con l’idea che per far bene questo lavoro bisogna innanzitutto consumare la suola delle scar pe, viene consider ato ormai un animale preistorico, ogget to di compassione o di scherno. A rimpiazzarlo è scesa inf atti in campo una nuova generazione, convinta che il grande occhio virtuale – quello di internet, dei dispacci d’agenzia e delle eveline – sia altrettanto ef f icace dell’occhio reale di chi sta sul posto. Con buona pace di chi rischia ancora la vita pur di stare “in mezzo” agli eventi che deve raccontare. Ma andiamo per ordine. La morte di Raf f aele Ciriello ha f atto notizia, sui giornali e nelle tv italiane, per appena due giorni. Nonostante infatti l’esercito israeliano non si fosse assunto la benché minima re-sponsabilità dell’accadut o, già al terzo giorno sui f atti di Ramallah del 13 marzo è calato il più totale si-lenzio. Non era mai successo che la morte di un gior-nalista italiano venisse dimenticata così in f rett a. Mai. Eppure, erano passati appena quattr o mesi dall’assassinio altrettanto brutale di Maria Grazia Cutuli, che Raffaele conosceva e della quale anzi era amico. E poi si trattava del primo gior nalista occidentale ucciso in Terra Santa, per di più nella fase più calda del conflit to f ra israeliani e palestinesi. Infine, sul come e sul perché della morte di Raffaele restavano non pochi dubbi, che era giust o e sacrosant o chiar ire. E inv ece niente. Sì, c’è stato qualche strascico polemico, ma il sipario è calato in f rett a. Troppo in f retta. E io non riuscivo a capacitarmene. Mi svegliavo la mattina, sfogliavo i giornali e non trovavo nulla. Nemmeno una riga. Non c’era nessun collega che f osse andato a Ramallah per svolgere un’inchiesta approf ondita sui fatti del 13 marzo; né corrispondenti che approfittassero dei loro contatti in Israele per incalzare i capoccioni dell’eser cito israeliano e f arsi spiegar e com’er ano andate veramente le cose; né politici, del governo o dell’opposizione, che con uno scatto di orgoglio naz ionale battessero il pugno sul tavolo e chiedessero spiegazioni alle autor ità di Tel Av iv. Niente di tutto questo. Era come se Raffaele fosse stato ucciso per la seconda volta, da una congiura del silenzio di cui non comprendevo tutte le r agioni. Poi ho capito. L’ho capito un po’ alla volta, facendomi forza e cominciando a visionare i filmati di quel giorno. Prima il mio, poi quello di Norberto, infine quello di Raf f aele. E ho scoperto che il vero problema, il “buco nero” che aveva inghiott ito la morte di Raffaele, stava proprio nelle nostre immagini. In quelle immagini che la tv aveva mostrato a caldo, terribili. E da cui tutti si er ano lasciati suggestionare, senza avere il tempo e la possibilità di analizzarle con cura, scrupolosamente. Quindi, senza capire. Quelle del 13 marzo sono infatti immagini reali ma non dicono tutta la verità. Non presentano cioè i fatti per come si sono svolti, bensì li rappresentano, ne sono cioè una messa in scena. In un certo senso, è come se quelle immagini si f ossero sovrapposte ai f atti senz a coincidere con essi. In tv sono stat e inoltre presentate come un “documento”, ma non sono state trattate con l’ accor tezza che andrebbe riservata a tutte le fonti di documentazione visiva. Si è scelto invece di esibirle nude e crude, in base a quella logica mistif icatoria secondo cui “le immagini paalano da sole”. Ma questo non è quasi mai vero. E inf atti le conseguenz e sono state disastrose. Non sto cercando di arrampicarmi sugli specchi, facendo della teoria a buon mercato. Semplicement e, ho cer cat o di capire come mai, vedendo e r ivedendo le immagini del 13 marzo, cont inuava ad esserci uno scarto fra l’occhio delle nostre telecamere e il mio occhio interiore. Fra le immagini e il mio vissuto di quei momenti. Fra il documento visivo, f reddo, e il mio ricordo personale, ancora caldissimo. Ed è per caso che mi sono accorto di quell’angolo ottuso di cui parlav o all’inizio. Sì, perché vedendo le immagini si ha l’imp essione che io prima, e dopo di me Raf faele, ci sporgiamo un po’ troppo per f ilmare il carro armato in fondo alla strada. Sembra quasi che ce ne stiamo impalati e allo scoperto, come due sprovveduti. Invece è solo una percezione visiva errata, dovuta alla posizione della telecamera: quella di Norberto, le cui immagini sono state le più usate nelle ricostruzioni proposte in tv . Lui si trovava una trentina di metri dietro di noi, sulla destra, troppo spostato per dar conto della nostra posizione esatta. L’edificio infatti ha una struttura irregolare, a cinque lati – si vede bene nel fotogramma ripr oposto nella copertina di questo libro – e l’angolo dal quale ci sporgiamo è ottuso, non r etto, con un’ armatura di f er ro che ostruisce un po’ la visuale. Il che vuol dire che per sporgersi bisogna fare qualche passo e scendere dal marciapiede – che non a caso è arrotondato – pur restando però sempre coper ti dal muro più esterno. Perciò le immagini risultano ingannev oli. Per ché, inquadrati da dietro, prima io e poi Raff aele diamo l’impr essione di st arcene spavaldamente in mezzo alla strada, ment re in realtà per chi ci stava di fr onte – l’equipaggio del tank – risult avamo accostati al muro più esterno dell’edificio. La prova è che dei set-te colpi sparati su Raf faele due si sono conf iccati pro-prio in quel muro. E sono stati colpi precisi, sparati da un prof essionist a che ha saput o concent rare in uno spazio molto ristrett o la potenza di f uoco della sua ar ma. Tanto da fare centro. Cinque colpi su sette. Come al poligono di tiro. Cambia molto. Perché il messaggio che molti media hanno trasmesso all’opinione pubblica è che in fondo Raf faele Ciriello “se l’è cercata”. Sarebbe morto, cioè, perché è stato un po’ troppo “spericolato”. È vero semmai che le immagini dei fatti di Ramallah sono state visionate con leggerezza, da colleghi che non avevano il tempo o la voglia di capire. Nessuno ha pensato di dover “incrociare” i tre documenti filmati di quella tragica mattina. E molti hanno applicato a quelle immagini uno zoom esage ato, morboso, quando invece sarebbe stato più corretto scegliere un grandangolo, che ne rispettasse la collocazione nello spazio e nel tempo. In nome di un presunto realismo – ma sarebbe meglio chiamarlo voyeurismo – al telespettatore è stata offerta una lente di ingrandimento: che certo fa vedere meglio i particolari ma che non consente di vedere il tutto e quindi di capire. La morte di Raf f aele Ciriello è stata così consumata come uno dei tanti filmati scioccanti di real tv , spettacolo of f erto in pasto a milioni di telespettatori, solo per cattur arne le emozioni. Salvo poi dimenticarsi di quella morte, l’attimo dopo, per passare a un altro argomento. Ho imparato molto da questa storia. Ho capito innanzitutto che i tempi, l’organizzazione del lavoro e le f inalità di chi fa oggi inf ormazione televisiva sono sempre meno vincolati alle regole del buon giornalismo e sempr e più assoggettati a quelle dello spettacolo. A trionf are, inf atti, anche nel racconto della guerra, è l’infotainment: un format televisivo con una logica tutta sua, terribilmente invasiva, che ha contagiato anche la selezione, la confezione e la fruizione delle notizie. Con conseguenze ser ie, sia per chi f a questo mestiere che per l’opinione pubblica, che attinge sempre più alla televisione per essere informata su quanto succede in Italia e nel mondo. E questo meriterebbe una più attenta riflessione. Questo libro prova a of frire il suo modesto contributo, raccontando delle storie di guerra e di televisione. Non mi pare che in Italia se ne sia parlato a suf ficienza. O meglio, non se n’è parlato abbastanz a dal punto di vista delle trasformazioni del giornalismo televisivo, delle nuove regole che si sono imposte con il racconto della “guerra in diretta” e dei problemi ad essa connessi. Ma soprattutto, non se n’è parlato quasi mai dal punto di vista del telespettatore, della sua percezione e dei suoi diritti negati. E mentre ci sono ottimi libri sul lavoro dei giornalisti della carta stampata inviati di guerra, restano pochissimi i libri su come la televisione italiana va oggi in guerra: soprattutto, su come e perché vada affermandosi un modo di raccontare la guerr a che narcotizza anziché scuoter e il telespettatore, favorendone la passività più che l’ osservazione critica. Forse devo ringraziare il caso, che ha voluto che l’ ultima guerra in Iraq la seguissi seduto in poltrona, e non al f ronte, per lavoro. Confesso che all’inizio er o molt o deluso e non riuscivo a r assegnar mi all’idea di essere “declassat o” da t estimone privilegiato a semplice telespettatore. Poi però la curiosità, il dovere e la passione civile mi hanno tenuto incollato al piccolo schermo per giornate intere, a seguire la valanga di telegiornali, talk show e approf ondimenti che sono stati dedicati a questo conf litt o. È stato molto istruttivo. Perché, nel mio doppio ruolo di telespettatore e addetto ai lavori, ho colto per la prima volta degli aspetti che noi giornalisti normalmente trascuriamo e che la “casalinga di Voghera” non vede nemmeno, pur subendone le conseguenze. È vero inf atti che c’è stata su questa guerra – come si dice in gergo – una copertura totale. Ma è vero anche che il lavoro dei giornalisti non è serv ito a diradare la “nebbia di not izie” che ha av volto le ope-razioni di guerra. Fra: a) reportage dal f ronte iracheno che in realtà venivano confezionati a Doha, in Qatar , nella sala stampa del comando anglo-amer icano, oppure alla f rontiera iraniana; b) inviati molto speciali che raccontavano dal confine turco – e con dovizia di particolari – quello che stava succedendo a 1000 chilometri di distanza, nel Kurdistan iracheno; c) corrispondenti da Baghdad che se ne stavano ore in collegamento telefonico o video, senz a aver nemmeno il tempo per andare a ver if icare le notizie di cui erano chiamati a parlare, i telespettatori italiani facev ano fatica a capir e l’ andamento della guerra e a distr icarsi fra le tante notizie propagandistiche e le poche autentiche. Questa nebbia di not izie ha av ut o come sempre un’abile regia. E a f irmarla sono stati naturalmente i comandi militar i, dell’ una e dell’alt ra parte 10 . Ma mai come in quest o caso c’è stata l’ accondiscendenza dei giornalisti – non tutti, a onor del vero – e soprattutto delle testate, che hanno investito molto sullo spet-tacolo della guerr a in diretta e l’hanno alimentato con grande disinvoltura, a rischio di veicolare disinformazione, propaganda e conf usione. Da questo punto di vista, bisogna avere il corag-gio di riconoscere che quest a guer ra è st ata il trionf o def init ivo di un nuovo par adigma giornalistico e comunicativo, che punta a offrir e la guer ra in dir ett a senza per ò accompagnar la con un’informazione cor -retta, anzi svuotando sempre più il lavoro giornalistico e producendo una sostanziale perdita delle competenze prof essionali. A venir meno è in particolare lo statuto di v erità cui faceva tradizionalmente riferimento il racconto della guer ra. E non perché la propaganda abbia avuto ormai la meglio sulla ver ità. Semmai perché, con la sovr aesposizione mediatica che carat terizza le guerre di oggi, la stessa opposi-zione fra vero e falso ha perso la sua ragion d’essere, risucchiata in un flusso permanente di comunicazione improntato alla “non-verità”: in cui cioè nulla è più credibile, tutto è opinabile, e tra realtà e finzione non c’è più alcuna differenza. Questo paradigma è emer so per la prima v olta nel 1991 , con la prima guer ra del Golfo e le famose “dirette” di Peter Arnett, per poi perfezionarsi in Somalia, nel Kosovo (1999), in Af ghanistan (2001). Ed ora che si è st rutturat o al punt o da con-tagiare le televisioni di tutto il mondo, se ne possono cogliere appieno tutte le distorsioni: dalla drammatizzazione eccessiva degli eventi bellici alla banalizzazione delle notizie, dalla deresponsabilizzazione dell’opinione pubblica – con la conseguente paralisi dell’azione sociale – alla trasf ormazione del ruolo degli inviat i di guerra, che non vanno più a cercar e notizie ma diventano loro stessi “la notizia”. Non a caso, la nuova war television produce gior nalisti che non sanno più come si f a un’inchiesta, o come si costruisce un reportage, ma conoscono alla perfezione tutte le regole e i trucchi dell’infotainment. Non so se questa tendenza pref iguri la morte del giornalismo, ma certo ci somiglia molto. Almeno alla morte del giornalismo in cui credo io. Che è quello di chi pr eferisce raccontare con le immagini, invece che con la propria faccia in primo piano sul piccolo schermo; di chi fa di tutto per stare in mezzo agli avvenimenti, piuttosto che in collegament o o nei salotti televisivi; di chi si f erma inf ine a rif lettere per capire, rinunciando magari a un servizio, invece che fabbricare servizi in ser ie per esserci sempre e comunque. Nelle pagine che seguono si parler à pr oprio di questo. Della morte di un certo giornalismo e del trionfo dell’informazione spettacolare. Delle guerre degli ultimi dieci anni e della difficoltà di raccontarle. Di come si fa oggi televisione in Italia e di come invece la si potrebbe fare, per rendere un servizio al pubblico. Delle immagini che dicono la verit à e di quelle che mentono. Dei grandi network e delle piccole telecamere. Di come si racconta una storia e di come si legge una evelina. Di come si vive in zona di guerra e di come, a volte, ci si muore. Sono solo storie. Ma è tutto vero.