Rapporto annuale 1999 - Istat
Capitolo 5 - Trasformazioni del mercato del lavoro negli anni Novanta

· Tra ottobre 1992 e gennaio 2000, in base ai valori destagionalizzati, il numero di occupati alle dipendenze con contratti atipici è aumentato complessivamente del 45,2%: l'incidenza del lavoro atipico è così passata dal 10,6% al 15,2%. Fino al 1997, la diffusione delle forme lavorative atipiche è avvenuta ai danni dell'occupazione standard, almeno a livello aggregato.

· Il "Pacchetto Treu" sembra aver avuto un impatto rilevante sugli avviamenti con contratto di apprendistato, in parte a scapito dei contratti di formazione-lavoro; non sembra invece aver prodotto effetti significativi sulla dinamica degli avviamenti con contratto part-time, data la mancata approvazione dei regolamenti attuativi.

· La diffusione del lavoro atipico ha fortemente caratterizzato, tra i settori, il commercio, l'agricoltura e i servizi di mercato; tra i gruppi professionali, il personale non qualificato e impiegato nelle vendite e nei servizi alle famiglie. Esso ha inoltre interessato maggiormente le donne, anche a causa della crescita del part-time, e i giovani grazie alle politiche del lavoro che ne hanno incentivato l'assunzione con contratti a tempo determinato.

· L'occupazione temporanea, pur costituendo un'opportunità di ingresso nel mondo del lavoro per i giovani, può rappresentare una fase non solo transitoria nei percorsi lavorativi individuali: nel complesso, solo poco più del 42% di coloro che sono entrati nel mondo del lavoro attraverso un'occupazione a termine riesce a ottenere un lavoro permanente entro i successivi cinque anni; quasi il 27% occupa ancora un posto a tempo determinato (nell'ambito dello stessa azienda o avendo cambiato lavoro) e un altro 30% circa scivola nell'area dell'inoccupazione. Il permanere in un'occupazione a termine o il passaggio nell'inoccupazione sono maggiori per il Mezzogiorno e per gli occupati con titoli di studio bassi.

· Tra il 1993 e il 1999 il sistema economico ha creato nuovi posti di lavoro per oltre 1 milione di unità nelle professioni non manuali, quasi esclusivamente in quelle ad alta qualifica, e ne ha distrutti quasi altrettanti nelle professioni manuali. Gli ampi flussi lordi in entrata ed uscita dai gruppi professionali sono maggiormente legati a fenomeni di ricambio generazionale e a processi di femminilizzazione dell'occupazione piuttosto che a fenomeni di mobilità tra professioni.

· Esiste, tra gli ex occupati, una differenza tra i tassi di disoccupazione delle professioni non manuali ad alta qualifica (2,7%) e le altre occupazioni (7,1%). Il divario risulta crescente nel tempo: in sei anni il tasso di disoccupazione per le prime è aumentato di 0,2 punti percentuali, mentre per le seconde è cresciuto di 1,2 punti percentuali.

· La durata media della disoccupazione risulta elevata per tutte le professioni, superando in media i 14 mesi e non risultando mai inferiore a 11 mesi, se non nel caso dei medici e dei braccianti agricoli. A fronte di un aumento medio di circa due mesi tra il 1993 e il 1996, la crescita nella durata della disoccupazione per le professioni non manuali ad alta qualifica è di solo un mese contro circa due mesi e mezzo per le altre professioni.