· Tra
ottobre 1992 e gennaio 2000, in base ai valori destagionalizzati, il numero
di occupati alle dipendenze con contratti atipici è aumentato complessivamente
del 45,2%: l'incidenza del lavoro atipico è così passata dal 10,6%
al 15,2%. Fino al 1997, la diffusione delle forme lavorative atipiche è
avvenuta ai danni dell'occupazione standard, almeno a livello aggregato.
· Il "Pacchetto Treu" sembra aver avuto un impatto rilevante
sugli avviamenti con contratto di apprendistato, in parte a scapito dei contratti
di formazione-lavoro; non sembra invece aver prodotto effetti significativi
sulla dinamica degli avviamenti con contratto part-time, data la mancata approvazione
dei regolamenti attuativi.
· La diffusione del lavoro atipico ha fortemente caratterizzato, tra
i settori, il commercio, l'agricoltura e i servizi di mercato; tra i gruppi
professionali, il personale non qualificato e impiegato nelle vendite e nei
servizi alle famiglie. Esso ha inoltre interessato maggiormente le donne, anche
a causa della crescita del part-time, e i giovani grazie alle politiche del
lavoro che ne hanno incentivato l'assunzione con contratti a tempo determinato.
· L'occupazione temporanea, pur costituendo un'opportunità di
ingresso nel mondo del lavoro per i giovani, può rappresentare una fase
non solo transitoria nei percorsi lavorativi individuali: nel complesso, solo
poco più del 42% di coloro che sono entrati nel mondo del lavoro attraverso
un'occupazione a termine riesce a ottenere un lavoro permanente entro i successivi
cinque anni; quasi il 27% occupa ancora un posto a tempo determinato (nell'ambito
dello stessa azienda o avendo cambiato lavoro) e un altro 30% circa scivola
nell'area dell'inoccupazione. Il permanere in un'occupazione a termine o il
passaggio nell'inoccupazione sono maggiori per il Mezzogiorno e per gli occupati
con titoli di studio bassi.
· Tra il 1993 e il 1999 il sistema economico ha creato nuovi posti di
lavoro per oltre 1 milione di unità nelle professioni non manuali, quasi
esclusivamente in quelle ad alta qualifica, e ne ha distrutti quasi altrettanti
nelle professioni manuali. Gli ampi flussi lordi in entrata ed uscita dai gruppi
professionali sono maggiormente legati a fenomeni di ricambio generazionale
e a processi di femminilizzazione dell'occupazione piuttosto che a fenomeni
di mobilità tra professioni.
· Esiste, tra gli ex occupati, una differenza tra i tassi di disoccupazione
delle professioni non manuali ad alta qualifica (2,7%) e le altre occupazioni
(7,1%). Il divario risulta crescente nel tempo: in sei anni il tasso di disoccupazione
per le prime è aumentato di 0,2 punti percentuali, mentre per le seconde
è cresciuto di 1,2 punti percentuali.
· La durata media della disoccupazione risulta elevata per tutte le professioni,
superando in media i 14 mesi e non risultando mai inferiore a 11 mesi, se non
nel caso dei medici e dei braccianti agricoli. A fronte di un aumento medio
di circa due mesi tra il 1993 e il 1996, la crescita nella durata della disoccupazione
per le professioni non manuali ad alta qualifica è di solo un mese contro
circa due mesi e mezzo per le altre professioni.