Fuochi di pace
Viaggio nel Kurdistan turco
Ad un unico segnale i fuochi si accendono, tutti insieme.
Enormi cataste di legna prendono a bruciare, mentre un fiume di gente si stringe in cerchio intorno alle fiamme, anche per scaldarsi un po'.
Voci e mani si intrecciano nei canti e nelle danze in un trionfo di colori degli abiti della festa, di drappi, di bandiere.
È il Newroz, il capodanno kurdo: una data che segna l'inizio della primavera, ma che in questa terra di montagne e di distese brulle può essere avvolta dalla neve, dal freddo o dalla pioggia incessante.
Il Kurdistan è un territorio che occupa la parte orientale della Turchia. Uno spazio di 230mila kmq dove vivono quasi 20 milioni di persone: ma è un paese virtuale, che non compare in nessun atlante geografico. In realtà la regione del Kurdistan si estende in un territorio che dalla Turchia si spinge verso l'Iran, l'Iraq e la Siria , attraversando i confini di questi stati dove da secoli vive frammentato un popolo senza patria, ovunque perseguitato e violato.Ma di tutti i 40 milioni di kurdi la maggior parte vive in Turchia, una terra dove la parola ‘Kurdistan' è proibita, la bandiera kurda è fuorilegge, la lingua kurda è vietata e i kurdi sono chiamati da sempre semplicemente ‘i turchi delle montagne'.
Newroz di libertà
Yuksekova è l'ultima cittadina prima del confine che divide la Turchia dall'Iran. A meno di 100 km da qui, a ovest c'è anche il confine iracheno, quello oltre il quale ci sono i campi dove si raccolgono i kurdi che fuggendo dalla loro terra tormentata, finiscono per rifugiarsi in un paese in guerra. Il giorno del Newroz sin dalle prime ore del mattino le strade sono già affollate: piccoli autobus arrivano e partono a un ritmo frenetico e portano in città tutti quelli che arrivano dai villaggi delle montagne intorno. Anche le camionette dell'esercito e della polizia turca si muovono più numerose. Un carro armato ha preso posizione sulla strada principale, un ammonimento che non lascia spazio a equivoci, a ricordare che la festa è una sorta di concessione, vietata infatti dal governo solo fino a pochi anni fa.
Il Newroz è una festa alla quale i kurdi si preparano per l'intero anno. Le donne e le ragazze hanno da parte i loro vestiti già dai mesi precedenti: sono abiti tradizionali, lunghi e dai colori sgargianti, il verde, il giallo e il rosso soprattutto, i colori della bandiera proibita, gli stessi che si intrecciano nelle sciarpe che tutti tengono strette fra le mani, nei foulard che raccolgono i capelli delle donne, nelle fasce che cingono la fronte dei bambini. Pian piano la folla nelle strade si muove verso il vecchio campo di calcio, uno squallido spiazzo di terra circondato da palazzoni di cemento, teatro solo per un giorno di una celebrazione collettiva. È il momento in cui l'allegria ha il sopravvento sulla durezza di sempre, in cui l'anima di questo popolo può sciogliersi nell'incontro di mille occhi, per pronunciare finalmente parole vietate, lasciarsi cullare dai canti che raccontano di sofferenza, fughe e lontananza, abbandonarsi al ritmo delle danze, al continuo fluire dei cerchi dove il ballo trascina tutti quelli che si raccolgono intorno. I circoli si formano e si sciolgono in un torrente umano in continuo movimento, in cui i gesti parlano di una solidarietà antica, di una identità di popolo incrollabile, fiera. Lo si può leggere negli sguardi colmi di storie degli anziani come in quelli brillanti e audaci dei ragazzi, nei sorrisi emozionati delle donne e nei grandi occhi scuri e dolci dei bambini.
La storia del Newroz affonda le sue radici in una leggenda che risale al 612 a .C. quando il fabbro Kawa liberò il popolo dei Medi dalla tirannide assira, uccidendo il re Dahaq. Per comunicare ai compagni dell'uccisione del tiranno, Kawa accese un grande fuoco in cima ad una imponente montagna, dando il via a una catena di fuochi che annunciavano al popolo la libertà. Con la nascita del movimento nazionale kurdo, alla metà del secolo XIX, il Newroz divenne una festa nazionale in cui si rinnova il ricordo della lotta contro la tirannia e l'oppressione.
Oggi il Newroz è una festa di pace e di speranza, un giorno che segna l'identità e il desiderio di porre fine a un conflitto che dilania la regione da decenni: una guerra che oppone il governo e l'esercito turco alle milizie della guerriglia del Pkk (Partito dei lavoratori del Kurdistan) che ha proclamato tregue e cessate-il-fuoco nel tentativo di aprire un canale di trattativa, al quale il governo ha risposto sempre riproponendo la via delle armi, con l'obiettivo di sconfiggere militarmente la guerriglia, senza mai riuscire a fiaccare la resistenza e le richieste di diritti e democrazia di un intero popolo.
La questione kurda
Fino al 1918 la Turchia , allora Impero Ottomano, comprendeva territori vastissimi, che si spingevano fino al Medio Oriente. Dopo la I guerra mondiale, le nazioni vincitrici si spartirono quelle zone. L'Impero Ottomano vide diminuire i suoi territori e il Kurdistan venne spaccato in quattro. Nel 1920, il Trattato di Sevres, mediato dal presidente degli Stati Uniti Wilson, pose l'obiettivo della progressiva autodeterminazione dei popoli presenti nei territori lacerati dalle spartizioni post belliche. Ma nel 1923 il generale Kemal Ataturk, eroe nazionale della Turchia di oggi, mise di nuovo in discussione le trattative. Tra i punti che Ataturk, autoproclamatosi presidente della nascente Repubblica Turca, chiese e ottenne c'era il diritto all'assimilazione del popolo kurdo, così come di altre etnie, oltre all'annessione alla Turchia dei territori della cosiddetta ‘Anatolia orientale', ricchi di giacimenti petroliferi, di minerali e attraversati da due imponenti corsi d'acqua: il Tigri e l'Eufrate.
Per ridurre in subordine le minoranze di questa zona –kurdi, circassi, armeni, laz e hemshin- Ataturk promulgò leggi che impedivano l'uso orale e scritto della lingua nei luoghi ufficiali. Questo equivalse a escludere dai luoghi di potere tutte le persone che non possedevano il turco come lingua madre. Inoltre, nella zona del Kurdistan turco cominciarono ad essere riscosse tasse altissime. I kurdi del nord si ribellarono e la rivolta della provincia di Dersim dal 1938 al 1942 fu soppressa nel sangue con violenza inaudita. Da allora alla città venne addirittura cambiato nome e fu significativamente ribattezzata Tunceli: ‘pugno di ferro', appunto. I ricordi di chi ha più di 70 anni raccontano dell'acqua del fiume Munzur divenuta rossa del sangue kurdo versato. Dal secondo dopoguerra fino al 1960 il clima repressivo si allentò, senza tuttavia dare seguito alle richieste delle popolazioni in termini di libertà civili e pari diritti democratici.
La stessa questione della lingua, che costantemente ritorna come uno dei punti centrali fra le rivendicazioni di autonomia dei movimenti politici kurdi, non è una pura richiesta formale. Il fatto di non potersi esprimere nella propria lingua ostacola la creazione di un pensiero politico autonomo, contrasta l'accesso all'informazione, conduce all'impoverimento della coscienza civile.
Ma, soprattutto, questo divieto annulla un elemento fondamentale di coesione sociale: un popolo senza una propria lingua non è più un popolo. Non è un caso se i successivi colpi di stato militari che ebbero luogo in Turchia nel 1960 e nel 1971 adottarono sempre la proibizione della lingua come strumento primario –anche se non unico- di repressione. Nel 1967 il governo turco promulgò una legge che infliggeva pene carcerarie a chi fosse in possesso di libri, giornali, musiche in lingua kurda, mentre un minimo di 5 anni di prigione erano già previsti dalla Corte Penale turca per chi partecipasse, sia in patria che all'estero, ad attività centrate sulla cultura kurda. Anche oggi che l'uso di questa lingua è ufficialmente consentito, pronunciare parole come Newroz può comportare denunce, intimidazioni e il sequestro di giornali e cassette musicali.
Anni di conflitto
Negli anni '70 i kurdi iniziarono a organizzarsi politicamente fino a che, nel 1978, Abdullah Ocalan fondò il Pkk che riuscì ad aggregare in maniera capillare migliaia di kurdi, al di là delle appartenenze religiose che fino ad allora avevano contribuito a dividerne il fronte.
A quell'epoca l'istanza separatista era al centro delle rivendicazioni, una richiesta che già da diversi anni è stata abbandonata in favore di una rivendicazione di autonomia, di rispetto dei diritti civili e della sopravvivenza. Ma questo è un argomento che viene ancora utilizzato dal governo come motivazione delle operazioni militari che l'esercito continua a condurre nei territori presidiati dalle formazioni guerrigliere, anche se queste, dal giugno 2004, hanno dichiarato di essere in presidio difensivo, rinunciando cioè a condurre azioni offensive contro i soldati.
Nel corso di questi lunghi anni il conflitto ha comportato migliaia di morti e frequenti violazioni dei diritti umani da parte dell'esercito, spesso ai danni delle stesse popolazioni civili kurde, abusi di cui vi è ampia testimonianza e ripetute denunce di numerose associazioni umanitarie internazionali. Arresti, torture, sparizioni, omicidi extragiudiziali, anche se con minore frequenza continuano a essere segnalati a decine ancora oggi. Ma il culmine delle attività ‘antiterroristiche' si è avuto fra il 1993 e il 1995. In quegli anni l'esercito ha proceduto anche alla distruzione sistematica dell'ambiente che poteva accogliere i gruppi guerriglieri. In pochi anni centinaia di chilometri di boschi sono stati ridotti a un cumulo di cenere. Queste operazioni hanno dato un colpo durissimo all''intera economia della regione, portando allo stremo gli abitanti dei villaggi che hanno sempre utilizzato la legna di quei boschi per superare inverni rigidissimi, in luoghi dove c'è neve anche per 6 mesi l'anno.
Minacce e speranze
L'emarginazione e il conflitto continuano a segnare la vita dei kurdi che vivono in Turchia. La disoccupazione colpisce in molte località più del 60% della popolazione che negli anni ha progressivamente abbandonato i villaggi, o scacciata dall'esercito o costretta dalle ridotte attività economiche che poteva continuare a svolgervi. Migliaia di persone si sono così riversate nei centri più grandi alla ricerca di nuove opportunità. Un esodo che ha portato modesti centri abitati a dover affrontare all'improvviso l'afflusso ininterrotto di uomini e donne, per lo più senza lavoro: nelle località ai confini con l'Iran il contrabbando è divenuto quindi una delle attività più fiorenti, dalla benzina ai cetrioli, dal riso all'eroina. Quasi tutto passa attraverso le maglie di una frontiera colabrodo, che il governo apre e chiude al traffico legale a intermittenza, utilizzando questa instabilità per rendere più incerto un sistema economico già povero e precario. Le ristrettezze economiche portano con sé analfabetismo e miseria: più del 35% della popolazione kurda è tutt'ora analfabeta. I bambini, e soprattutto le bambine, abbandonano la scuola costretti a sostenere l'economia familiare fin dai primi anni della loro infanzia.
Attualmente una delle minacce più gravi che incombono sul Kurdistan turco, è la costruzione di 22 immense dighe sul Tigri e l' Eufrate. Si tratta del megaprogetto GAP (Southeastern Anatolia Project), che interessa un'area di quasi 80mila kmq, sostenuto fino al 1984 anche dalla Banca Mondiale. Oggi è finanziato soprattutto da imprese private statunitensi e turche e, nel caso della valle del Munzur, riguarda un territorio tratteggiato da boschi e montagne, corsi d'acqua e cascate tanto belle da mozzare il fiato, dichiarato Parco già trenta anni fa. Un angolo di paradiso che verrebbe inondato, distruggendo tutta la vita che conserva dentro di sé.
Ma il prezzo del progetto è altissimo anche in termini sociali e umani: gli invasi del GAP hanno già espropriato e deportato dai loro villaggi centinaia di migliaia di persone, senza compenso alcuno per la perdita delle case e della terra. Il GAP oltre a sommergere terre coltivate e foreste, inonderebbe anche decine di siti archeologici unici al mondo, memorie di una terra antica un tempo chiamata Mesopotamia. Se dovesse realizzarsi, questo progetto lascerà alla Turchia il totale controllo delle acque di questa regione e quindi il potere di gestire una risorsa strategica anche verso i paesi che sono più a valle lungo il corso dei due fiumi, la Siria e l'Iraq, ad esempio. Nel 2010, data prevista per l'ultimazione del progetto, l'Eufrate “giovane sposa con sette orecchini”, non sarà più un fiume ma una serie di sette laghi sovrapposti e la sua portata, all'ingresso in territorio siriano, risulterà drasticamente ridotta. Analoga sorte toccherà al Tigri.
Gli abitanti di queste montagne da anni si stanno battendo strenuamente per bloccare questo progetto faraonico, a volte sostenuti dall'opinione pubblica di altri paesi, ma affrontando la reazione di un governo che non sembra voler recedere da un piano con un impatto tanto esteso.
Così quella dei kurdi continua ad essere una storia di sfide, impressa nei volti di uomini e donne garbati e riservati, accoglienti e ospitali, dai lineamenti a tratti duri che nascondono il desiderio incontenibile di far conoscere le loro esistenze aspre e tormentate.
Un desiderio di pace, di una giustizia attesa invano per anni: questo raccontano gli occhi di Ozgül quando parla del potere creativo che avranno le donne nel percorso di conquista dei diritti per i kurdi, o le parole dure e determinate di Resul quando, dai suoi 18 anni, rimprovera all'Europa e al mondo intero di averli lasciati soli a difendersi, a battersi per il semplice diritto a vivere liberi.
Clementina Villani
Aprile 2005