L'orgoglio e il futuro
Viaggio in Mongolia, terra di contrasti e spazi sconfinati

 

Lo sguardo di Soltan è solo una fessura, un taglio sottile da cui osserva le cose e le persone su cui si posa, attento, veloce. Soltan ha otto anni e vive nelle strade di Ulan Bataar, fra quei cubi di case senza terrazzi, grigie e serrate, fra i piccoli giardini spogli e il traffico di una capitale, nei cunicoli sotterranei per proteggersi da un freddo inimmaginabile, che d'inverno raggiunge anche i 40 gradi sotto lo zero.

Ulan Bataar appare all'improvviso dopo aver percorso le strade infinite e deserte che segnano la Mongolia. Quando si superano le ultime curve che scavalcano le colline intorno, di colpo la valle appare in tutta la sua durezza, quasi intasata da una presenza che non ci si aspetta, dopo chilometri di steppa, pascoli, colline, pinete rigogliose, fiumi e laghi cristallini, spazi sconfinati. Fabbriche, enormi ciminiere fumanti, casermoni incolonnati, case di legno, tende: tutto sembra ammassato lì alla rinfusa, in un ordine apparente dall'aria un po' trasandata. Si guarda dall'alto per la prima volta Ulan Bataar e se non fosse per il cielo azzurro e grande della Mongolia che avvolge anche questo strano paesaggio urbano, sembrerebbe di aver varcato di colpo il confine fra il paradiso e la realtà.

 

Una città di contrasti

Questa città racchiude dentro di sé tutte le contraddizioni di un paese che si sta trasformando quasi violentemente e contiene, allo stesso tempo, l'anima della Mongolia, il suo struggente legame con tradizioni millenarie, che sembrano continuare a camminare lente e immutabili, come sempre è stato.

Nell'immensa piazza Sücke-Bataar , dedicata all'eroe che guidò la Mongolia all'indipendenza dai cinesi nel 1921, soffiano e si mescolano le tiepide brezze del Gobi e la corrente polare glaciale. Qui tutti si danno appuntamento: lussuosi fuoristrada giapponesi, carretti carichi di mille oggetti, cavalli, venditori di miglio, ubriachi che sbandano, monaci avvolti nelle loro tuniche arancioni, pittori di acquarelli che dipingono ricordando le storie antiche dei guerrieri, studenti in divisa azzurra, donne e uomini fasciati nel tradizionale pastrano grigio chiuso da una fascia di seta dai colori brillanti e ai piedi i gutul , gli stivali di cuoio intarsiato con la punta in su, perché nella steppa non possano far male alla terra e ai piccoli animali che la abitano.

Le gher , le candide tende dei pastori nomadi, bellissime e perfette case in movimento fatte di legno e feltro, circondano la città, sostituite solo a volte da povere case di legno e lamiere e sono il segno indelebile di un popolo in cammino che affronta la modernità per sottrarsi alla miseria, a una vita durissima ora più che mai.

E così d'inverno, quando il freddo rende impossibile vivere a uomini e animali sotto il vento gelido e la neve, in centinaia dalla steppa si muovono verso la capitale. Ma molti non tornano più a quella vita, lasciano quel deserto sassoso e immenso per mettere il proprio destino nelle mani di una città convulsa, che raccoglie ormai più di un terzo di tutto il popolo mongolo, fatto di soli 3 milioni di persone che abitano una terra grande cinque volte l'Italia. Secondo i parametri dell'Unesco, più del 35% della popolazione è ‘povera', mentre il 20% è ‘molto povera'. La siccità estiva e il grande gelo invernale sono una trappola mortale per il bestiame (soprattutto pecore e yak), intorno a cui ruota tutta l'economia rurale: gli ultimi inverni sono stati più rigidi del solito e migliaia di animali sono rimasti uccisi dallo zud , il fenomeno di congelamento del terreno che non consente di raggiungere l'erba da brucare. Dal 2000 a oggi in Mongolia si sono registrate le condizioni climatiche peggiori degli ultimi trenta anni. I venti siberiani di queste terre hanno soffiato violentemente per due anni consecutivi, fra il 2000 e il 2002, alternati da mesi di siccità durante l'estate. Le pianure a quasi duemila metri d'altitudine si sono seccate e la produzione di foraggio è nettamente diminuita. Molte famiglie, abituate a vivere seguendo le mandrie nelle campagne sconfinate, hanno rinunciato alla vita nomade e a un lavoro tramandato di generazione in generazione, per trasferirsi alla periferia della città e vivere vendendo la lana di yak e capre alle grandi fabbriche di cashmire di Ulan Bataar. Dopo il 1999 le migrazioni sono state così intense da far addirittura raddoppiare la popolazione urbana della capitale: non esiste una stima ufficiale dei nuovi immigrati a Ulan Bataar, ma dovrebbero essere circa 500mila persone, sfuggite alla miseria delle campagne inseguendo un presente altrettanto duro, fatto di emarginazione e povertà.

 

La voragine dell'economia

Dopo settant'anni di economia socialista, con il crollo dell'Unione Sovietica nell'89, la Mongolia ha intrapreso un brusco cammino di liberalizzazione dei mercati. Non vi è stata una vera transizione dall'economia pianificata a quella di mercato, ma piuttosto un balzo improvviso che ha sgretolato l'equilibrio di un sistema retto dagli scambi di merci e servizi nel campo socialista e da forme di sostegno statale alla produzione, disgregando così anche il tessuto sociale di questo paese. Fino al 1989 l'aiuto sovietico costituiva un terzo del prodotto interno lordo della Mongolia. Scomparso questo sostegno dall'oggi al domani, il paese è piombato in una recessione economica profonda. La privatizzazione massiccia delle imprese e l'arrivo dei capitali stranieri, in un contesto di instabilità politica e di crisi di tutto il continente asiatico alla fine degli anni novanta, hanno peggiorato drasticamente il tenore di vita della popolazione.

Per molte famiglie, infatti, questo cambio epocale ha provocato il completo collasso economico: la povertà, la disoccupazione e le disuguaglianze si sono moltiplicate, mentre si imponevano tagli ai servizi sanitari e scolastici. Così le condizioni di salute sono peggiorate, soprattutto per i bambini: secondo dati forniti dall'Unicef, il 13% dei bambini sotto i cinque anni è denutrito, l'8% lo è già alla nascita e il 25% registra un ritardo nella crescita. In Mongolia la media della popolazione è piuttosto giovane e circa la metà delle famiglie più povere ha figli con meno di 14 o 15 anni. Lo stato non prevede alcun sussidio di disoccupazione o forme di sostegno alla povertà e così sempre più spesso i bambini si ritrovano nelle strade, a sopravvivere da soli senza più avere una famiglia alle spalle. Quasi sempre nella storia di questi bambini c'è una vicenda familiare simile e disperata: un padre disoccupato, alcolizzato e violento, una madre in fabbrica per un salario di neanche 50 dollari al mese, una casa di lamiere, il bisogno di uscire ogni giorno per le strade della città e racimolare qualche soldo da portare a casa la sera, la fuga da una vita di stenti e di botte, una vita in branco nei sotterranei dei palazzi, lo smarrimento di una umanità infranta, la fame. Bande di ragazzi sopravvivono prostituendosi o rubando, muoiono di tubercolosi, scabbia, malattie urinarie o sessualmente trasmissibili. Sono fra i 4.000 e i 7.000 i bambini di strada in Mongolia, più di 2.000 nella sola Ulan Bataar e se il governo prova a sviluppare misure per fronteggiare il problema, gli stanziamenti sono troppo esigui per poter produrre dei risultati e far fronte al dilagare di questo fenomeno. Ma oltre al denaro manca anche l'esperienza, dovendo affrontare un problema relativamente nuovo ed estraneo alla tradizionale cultura mongola. Nella capitale esistono circa 10 centri di accoglienza per i bambini di strada che sono in grado di dare assistenza solo ad una piccola percentuale di piccoli abbandonati. La gestione di questi centri è spesso affidata ad organizzazioni internazionali non governative, talvolta a religiosi e in alcuni casi a privati. Un intervento che tampona solo marginalmente una crisi profonda che investe integralmente questo paese, ora che le priorità sono dettate da uno sviluppo economico vorticoso che sembra trascinare con sé un intero mondo.

 

I giovani mongoli

Eppure questo non è l'unico volto che la Mongolia offre a chi la vuole osservare. I mongoli hanno un loro modo di entrare in contatto, amano i gesti, la gentilezza degli sguardi, prendono le cose molto alla larga, si danno tempo per capire che tipo è l'interlocutore, dalla diffidenza sanno passare alla confidenza. E usano il silenzio per osservare chi hanno di fronte. Il silenzio è un compagno che da millenni segue questo popolo, un silenzio a volte assoluto che sovrasta chilometri di terra disabitata, punteggiata qua e là da piccolissimi campi di gher , mai più di tre o quattro bianchissime tende che spiccano come minuscoli fiori in un oceano di verde. Entrarci dentro è come entrare in un rifugio caldo e accogliente: la gher ripropone la forma e i colori del sole, con un cerchio aperto sul cielo al centro del tetto per far entrare la luce e far uscire il fumo della stufa e tanti raggi di legno arancione per sorreggerlo. E rappresenta perfettamente lo stile di una vita nomade che trattiene ancora nel suo fascino duro la maggior parte dei mongoli, che non conoscono recinti e vincoli e usano una terra che appartiene a tutti e non si paga.

Nella capitale si sta formando una generazione di giovani che dello sviluppo tumultuoso del loro paese cominciano ad essere stanchi, che vedono le contraddizioni di questo progresso esasperato e guardano indietro, all'epoca socialista con qualche nostalgia, non fosse altro che per la grande miseria che vedono crescere intorno e che prima non conoscevano. È un piccolo segnale in un paese trascinato in un vortice che sembra inevitabile, ma negli sguardi audaci di questi giovani sembra di ritrovare l'antica fierezza dei mitici cavalieri mongoli, mentre guardano gli occidentali quasi con sufficienza, coscienti di una forza che proviene da un equilibrio perfetto con una natura potente e con la quale questo popolo ha imparato a convivere assecondandola.

Eppure si avverte un senso di vuoto anche dentro questo coraggioso tentativo di guardare al presente e al futuro con uno sguardo non rassegnato, che rifiuta di raccontare solo la Mongolia della miseria e cerca di ricostruire intorno alla cultura e alla formazione dei più giovani una possibilità di cambiamento.

Sin dai tempi del mitico regno di Gengis Khan, la Mongolia è stata una terra segnata implacabilmente dalle continue conquiste e cancellazioni di ogni segno lasciato dagli sconfitti. Delle fastose città dell'impero di Gengis non sono rimaste neanche le pietre, non ci sono siti archeologici da visitare, non c'è traccia di quei secoli di potere e di invasioni. Tutto di questo popolo conquistatore è stato raso al suolo da chi era stato in precedenza conquistato. Di quei palazzi imperiali e di quelle città si può immaginare qualcosa solo leggendo i racconti dei viaggiatori del 1200. E poco o nulla rimane dei monasteri buddisti che a centinaia punteggiavano il meraviglioso paesaggio mongolo nei primi decenni del ‘900. Subito dopo la rivoluzione socialista del 1921, il buddismo non entrò affatto in conflitto con i percorsi seguiti dal nuovo corso politico del paese. Al contrario fu proprio intorno a questi templi che i mongoli ricostruirono la loro identità di popolo, arrivando a diventare il secondo paese buddista al mondo per numero di monaci e di luoghi di culto. Ma in seguito il potere crescente di questa classe di religiosi, talvolta culla di privilegi e disuguaglianze, fu affrontato e distrutto in un'ondata di repressione di ogni forma di espressione religiosa, con la deportazione e l'uccisione di migliaia di monaci, con l'abbattimento di centinaia di edifici di culto. Una eliminazione delle contraddizioni che si rifletteva anche nello stesso partito socialista al potere, in cui moltissime furono le vittime di epurazioni ed espulsioni. È come se in questo passaggio drammatico, parte della stessa spiritualità di questo popolo fosse stata ferita, creando un vuoto di spazio e tempo, in cui si sono imposti degli schemi, senza rispettare l'anima profonda di intere generazioni. Un vuoto che si avverte anche ora che la Mongolia sta vivendo un momento di trasformazione cruciale e il suo popolo sembra alla ricerca di una propria nuova spiritualità, mentre si imbatte negli orizzonti angusti di un modello economico che rischia di comprimere ogni spazio di giustizia sociale.


Eppure anche attraverso la sua comunicazione essenziale, i lunghi silenzi, una lingua dura da ascoltare che racconta anch'essa i suoni di una vita nel deserto, il popolo degli antichi cavalieri dona con orgoglio e gentilezza un'anima generosa e solenne. Nell'offerta di una tazza di tè salato, di un boccone di formaggio secco di yak e di un sorso di latte di cavalla fermentato, o nei sorrisi timidi dei bambini della steppa, con gli occhi sottili e le guance arrossate dal vento, così lontani dalla paura e dallo sgomento di quelli dei bimbi delle strade di Ulan Bataar, si può leggere tutta la dignità di un popolo che vive sotto un cielo altissimo e pieno di luce, in un mare di verde cangiante. Un popolo che vive viaggiando in sella a cavalli che nulla hanno perduto della loro gloria antica e che restituiscono anche ai bellissimi bambini che li conducono la semplicità di una armonia profonda, di una dignità che li strappa dalla velocità dei cambiamenti segnati dalla forza e dal vuoto della nostra modernità.

 

 

C.V. altremappe

Gennaio 2005