Laos
Una ferita nel cuore dell'Asia
“Queste bombe? Ci danno da vivere, tutto qua. E' strano, lo so, ma a trent'anni dalla guerra, oltre a continuare a fare morti, a volte ci servono anche per mangiare”. Sisuthan sorride amaramente, mentre con un po' di tabacco si prepara una sigaretta. I suoi 49 anni pesano impietosi sulle rughe profonde che gli solcano il viso e soltanto quando si allontana zoppicando si comprende il motivo di quella sofferenza scolpita nel fondo dei suoi occhi scuri. Dieci anni fa, lavorando ai bordi del suo campo, ha messo il piede nel posto sbagliato ed è saltato in aria, insieme alla mina che ha urtato.
Vivere tra le bombe
Li chiamano UXO - UneXploded Ordnance -, i milioni di ordigni sparsi tuttora nelle foreste e nei campi del Laos, a pochi metri sotto il livello del suolo, che spesso i contadini tentano di disinnescare per vender li o che più spesso esplodono. Loro, del resto, anche se coscienti del pericolo che corrono, raccolgono le bombe spinti dalla povertà e dalla fame. “L'acciaio di questa bomba è pagato bene in Vietnam e l'esplosivo posso provare a venderlo al mercato”. Un contadino può guadagnare in un anno da questa attività anche 10mila dollari americani, contro i soli 400 pro capite indicati come il reddito medio degli abitanti del paese.
Ma è l'intero villaggio di Sisuthan che sembra raccontare la guerra, ingegnoso e disincantato. Tutto qui porta le tracce delle bombe. Basta alzare gli occhi, addentrandosi per le strade polverose di Muang Khoua: il pilastro della porta, il vaso di fiori, la mangiatoia per gli animali, l'elica della barca appoggiata alla soglia, sono tutte bombe americane svuotate e riciclate. Le bombe sono diventate oggetti utili a costruire la capanna, o a fabbricare utensili per la casa. Le granate sono diventate tazze o lampade, il metallo è stato fuso per fare coltelli e ciotole.
Si stima che potrebbero essere fra i 9 e i 27 milioni gli ordigni americani inesplosi che giacciono ancora nei giardini e nei terreni, causando fra i 200 e i 300 incidenti all'anno, quasi uno al giorno, nonostante le campagne di informazione. In Laos può capitare di trovare villaggi popolati da soli disabili e dai loro parenti: ex soldati feriti in combattimento o gente comune che ha avuto la sfortuna di trovare sulla propria strada una bomba inesplosa o una mina.
L'eredità americana
Fra il 1964 e il 1973, durante la guerra del Vietnam, decine di bombardieri americani effettuarono più di 580mila missioni (in media 177 al giorno), riversando più di 2 milioni di tonnellate di bombe lungo il confine fra i due paesi, nel tentativo non riuscito di stroncare la guerriglia dei Vietcong, che in Laos facevano transitare uomini e mezzi diretti a sostenere la resistenza del sud. Lungo il cosiddetto Sentiero di Ho Chi Minh centinaia di villaggi furono distrutti, migliaia di persone persero la vita, chilometri di terra vennero devastati dal napalm. L'equivalente di un carico di bombe ogni 8 minuti, 24 ore su 24 per nove anni, fu lanciato su questa lingua di terra, facendo del Laos il paese con più bombe sganciate pro capite di tutta la storia bellica. Eppure fu una guerra di cui poco si è parlato e che si svolse nella massima segretezza, poiché coinvolgeva un paese ufficialmente ‘neutrale', che pagò duramente soprattutto quando l'esito negativo del conflitto iniziò a essere chiaro per gli Stati Uniti, che quindi concentrarono una potenza di fuoco devastante su un obiettivo esterno al territorio vietnamita, nella vana speranza che ciò potesse salvarli dalla sconfitta.
I Ravens , ‘i corvi' come venivano chiamati i piloti americani, furono i protagonisti di questa guerra non dichiarata. “C'era un'altra guerra, ancora peggiore di quella del Vietnam, talmente segreta che perfino la posizione del paese in cui si combatteva era secretata…Gli uomini che decidevano di combattervi erano volontari scelti e chiunque scegliesse di provarci era come se scomparisse dalla faccia della terra.”(1)
Eppure se alcuni luoghi, dopo 30 anni, portano ancora i segni visibili di questa devastazione, altrove la foresta ha riavvolto pian piano quelle terre nella sua morsa benefica, curando le offese in un abbraccio stringente e pietoso. La piana delle Giare, coi suoi giganteschi crateri, tradisce un passato che la lussureggiante foresta a nord e la fitta giungla, solcata da torrenti impetuosi e imponenti cascate, a sud, sembrano aver cancellato, in un trionfo di tonalità del verde. Ora intenso e scuro, ora vivo e brillante, quasi abbagliante.
Mercato e nuove povertà
Il Laos è attraversato da decine di fiumi che si rincorrono per chilometri fino a gettarsi nel grande Mekong, la vena pulsante attorno a cui ruota gran parte della vita del paese, stretto fra il Vietnam e la Thailandia , aggrappato alla Cina e alla Birmania e, solo fino a pochi anni fa, lontano dai vorticosi cambiamenti che stanno travolgendo i suoi vicini. Resta oggi uno dei paesi più poveri del mondo, con circa il 40% della popolazione che sopravvive con meno di 2 dollari al giorno e vaste aree ancora senza acqua potabile. Circa la metà dei bambini è denutrita e la mortalità infantile colpisce più di 85 minori su mille; un terzo degli uomini e due terzi delle donne sono analfabeti.
La Repubblica democratica del popolo laotiano, reduce da un passato di ispirazione comunista affermatosi in maniera incruenta al termine della guerra d'Indocina, ha dovuto fare i conti con un paese povero, giunto alla pace dopo oltre 30 anni di guerre e divenuto col tempo largamente dipendente dagli aiuti stranieri, in primo luogo dell'Unione Sovietica. Una volta crollato il blocco socialista, la debole economia laotiana ha sofferto un'ulteriore battuta d'arresto e si è avviata, pur mantenendo un'ispirazione formalmente inalterata, sulla strada dell'economia di mercato, smantellando completamente il sistema socialista di accentramento economico e lo stato sociale che lo accompagnava.
Le bandiere rosse ancora oggi sventolano solitarie sulle facciate dei ministeri e degli edifici pubblici, mentre nelle città più popolate, come nei centri più remoti, capita spesso di vedere muri decorati con dipinti in perfetto stile socialismo reale , che celebrano l'emancipazione contadina e delle donne. Ma i laotiani sembrano piuttosto indifferenti a queste rievocazioni, preoccupati soprattutto dalla durezza del sopravvivere quotidiano, dalle abissali carenze di un sistema sanitario costoso e inaccessibile, oltre che dalle spese insostenibili per accedere alle scuole pubbliche e private. I programmi di aggiustamento economico hanno comportato sempre minori stanziamenti statali per la formazione e la sanità, per l'amministrazione e la ricerca. Chi dispone dei mezzi necessari manda i propri figli nelle scuole private e si fa curare in costose cliniche. Ma la maggior parte dei laotiani non se lo può permettere e così, mentre crescono gli investimenti privati stranieri, aumentano enormemente le differenze di reddito fra le popolazioni della campagna e quelle di città, fra un'èlite privilegiata e le masse più povere.
Fra passato e futuro
“Andarmene? No, perché? Non voglio fuggire dal mio paese, anche se mi piacerebbe visitare altri posti, anche l'Italia, certo. Io qui ci sono nata, c'è la mia famiglia, mi piace vivere qui anche se è difficile. Voglio provare a trovare la mia strada in questa terra.”
Lien ha 23 anni e fa massaggi per pagare i suoi studi. Ha mani lunghe e sottili che scorrono lente, mentre racconta sorridendo i suoi sogni e il futuro che vorrebbe, per lei e per il suo paese. La sua è una giovinezza fatta di rinunce e di giornate dure e lunghe. Nella sauna dove lavora, il tempo è scandito dal vapore denso e profumato delle erbe medicinali che fuoriesce dalle piccole stanze di legno, dove laotiani di tutte le età trascorrono spesso alcune ore della loro giornata. Donne e uomini, in ambienti separati, entrano ed escono continuamente dai locali carichi di umidità, dove il respiro è lento e pesante, per raffreddarsi e sorseggiare pigramente una tazza di tè verde, per poi tornare a immergersi nel vapore rarefatto, chiacchierando adagio, sorridendo lievemente e assaporando senza fretta lo scorrere del tempo intorno.
Tutti i ritmi di Luang Prabang sembrano scanditi da questa serenità. L'antica capitale conserva un'atmosfera di grande pace, nel vecchio centro soprattutto, e lungo le rive del silenzioso Mekong, che la circonda imponente. Un noto aforisma diffuso da queste parti recita che i vietnamiti piantano il riso, i cambogiani lo osservano crescere e i laotiani lo ascoltano. Niente può descrivere meglio questi luoghi e le persone che li popolano come spazi dove i ritmi sono assopiti, la disponibilità delle persone è massima, la gentilezza e il rispetto per l'altro sono parte stessa del modo di essere laotiano, intimamente influenzato da una religiosità poco esibita, ma sentita profondamente nel vivere quotidiano.
Decine di templi si affacciano lungo la via Xiang Thong, che neanche l'arrivo del turismo è riuscito a strappare alla sua andatura sonnolenta e tranquilla. Fra i giardini fioriti e le botteghe di carta di gelso, lampade dai disegni tenui e delicati dondolano leggere cullate dalla brezza, mentre donne e uomini dai volti segnati da rughe profonde trasportano bilance di ceste di vimini, cariche di verdura e frutta per il mercato e gruppi di donne, agli angoli delle strade, preparano i cestini da donare al tempio, intreccio di foglie e fiori profumati, adornati con odorosi bastoncini di incenso.
I templi di Luang Prabang, splendidi edifici dai tetti rossi e ricurvi, circondati da giardini e monasteri, da piccoli stupa e rassicuranti statue di Buddha, celano un mondo animato e armonioso, popolato da centinaia di giovani monaci che, con le loro tonache color arancio o zafferano, attraversano i viali e gli ampi cortili, per entrare silenziosi nelle loro dimore, i grandi edifici che custodiscono le loro giovani vite, le gioiose risate, le preghiere pronunciate la sera nella luce tenue ed esitante di centinaia di candele.
Un mondo antico, che si muove lievemente fra le pieghe della modernità, rappresentata qui dai giovani che scelgono di frequentare il tempio per studiare e dedicano una parte della loro vita al ritmo scandito dalle preghiere e dai rintocchi dei tamburi del tempio, per poi guardare con fiducia al futuro incerto nel loro paese. “Vorrei andare nella capitale, all'università per studiare l'inglese. Mi piacerebbe lavorare con i turisti, portarli a conoscere il mio paese. Ma spesso voi stranieri avete troppa fretta, non vi fermate a guardare intorno, cercate anche qui quello che avete a casa vostra. In Laos non è così.” È Boon Yoo a parlare, specchio di generazioni in bilico. Aggrappati dolcemente a un passato che sembrano amare e allo stesso tempo proiettati nel loro tempo, i giovani laotiani sono convinti che il loro paese può crescere nella tolleranza, prezioso valore che il Laos ha scolpito nella sua stessa anima fatta di decine di etnie e culture diverse, e certi che lo studio e la partecipazione li potrà strappare alla povertà e al terremoto di cambiamenti violenti che spingono sui confini e sull'equilibrio naturale del loro paese.
L'ultima diga
“ Qui prima c'era una foresta e fertili campi di riso. Adesso l'acqua ha inondato le colline formando isolotti in un lago artificiale. Non ce le hanno ridate le nostre terre e così noi contadini siamo diventati quasi tutti pescatori. I villaggi? Sono lì sotto, decine e decine di metri sott'acqua.”
Sono più di 60 i progetti di sbarramenti sul Mekong e i suoi affluenti, alcuni già realizzati.
Il Mekong, ‘mare del Laos' , con un potenziale idroelettrico stimato in più di 18mila megawatt, rappresenta una risorsa adocchiata con avidità dai paesi vicini e dallo stesso governo del Laos. L'esportazione di energia elettrica è la maggiore fonte di valuta straniera per il paese e sin dagli anni '90 furono fatti grandi progetti di dighe e quattro ne sono state già costruite. La controversa Nam Theun 2 sarebbe la quinta. Nam Theun 2 è un progetto per la costruzione di una diga dell'altezza di 50 metri finalizzata alla produzione di energia idroelettrica sul fiume Theun, alcuni chilometri a valle di un impianto già esistente sullo stesso fiume. Dell'opera, dal costo di circa un miliardo di dollari, si parla già da molti anni. Ma solo nel corso degli ultimi due sono stati compiuti i passi determinanti per la sua realizzazione. Nel novembre del 2004, infatti, la ‘Nam Theun 2 Energy Company', guidata dall'Electricité de France , ha siglato un accordo per vendere l'energia prodotta dalla diga alla società elettrica tailandese, l'EGAT. Oltre alla Electricité de France , che detiene il 35% della compagnia, partecipano al consorzio la Electricity Generating Company , cioè la sussidiaria privata della società elettrica nazionale tailandese, la Ital-Thai Development , ovvero la più grande impresa di costruzioni tailandese, ed infine la Electricité du Laos , la piccola compagnia elettrica laotiana.
I due terzi degli introiti previsti dal progetto andranno alle compagnie francesi e tailandesi, che tuttavia non hanno manifestato l'intenzione di rischiare in proprio i loro capitali fino a che la Banca Mondiale non avesse fornito sia una garanzia sul rischio politico, che i sussidi economici necessari a limitare gli alti impatti socio-ambientali previsti.
E così la Banca Mondiale , nonostante i numerosi pareri contrari al progetto e le fortissime perplessità espresse da esperti e rappresentanti di 153 organizzazioni non governative sui danni alle popolazioni e all'ecosistema, il 31 marzo 2005 ha deciso di stanziare più di 250 milioni di dollari in garanzia dei rischi politici ed economici del progetto, approvandone il finanziamento. Nel novembre del 2005 è stata posta la prima pietra di un megaprogetto che, se realizzato, potrebbe comportare per la popolazione del Laos molte più perdite di ciò che il governo pensa di guadagnare. Più di 6.000 persone sarebbero sfollate da un territorio di circa 500 km quadrati, che verrebbe completamente sommerso d'acqua; 16 villaggi scomparirebbero per sempre e i danni per le riserve ittiche, per l'agricoltura e per le numerose specie animali che vivono in quel territorio –attualmente riserva naturale- sarebbero ingenti.In un paese dove, per stessa ammissione della Banca Mondiale, il governo non ha dato prova di saper governare in maniera trasparente e dove studi della Banca Asiatica per lo Sviluppo attestano che seri problemi sussistono ancora per le popolazioni sfollate a causa di precedenti progetti idroelettrici, mai risarcite per le perdite subite, permangono i dubbi sui reali benefici che il progetto dovrebbe portare alla popolazione locale. Persino l'agenzia stampa Dow Jones Newswire, leader mondiale in finanza operativa, conserva forti perplessità, evidenziando come Nam Theun 2 potrebbe addirittura compromettere la fragile economia laotiana.
Ne vale davvero la pena?
Giugno 2006
Clementina Villani
(1) C. Robbins, The Ravens. Pilots of the secret war in Laos , Asia Books, 1989