Il piccolo Tibet
Viaggio in Ladakh, il Tibet indiano
La jeep avanza a fatica sulla strada fangosa, aggira buche e cumuli di massi, sfiorando impietosamente il ciglio che si affaccia su uno strapiombo impressionante. Una coda lunghissima di auto, pullman, camion enormi e stracarichi si trascina lentamente fra le curve, arrampicandosi sul fianco della montagna e sembra ostinata a violare ogni legge di gravità. Il passo di Tanglang si avvicina, mentre una nebbia fitta e gelida avvolge ogni cosa e sembra rallentare ancora di più la marcia verso il secondo valico più alto al mondo, che scavalca la montagna a più di 5.300 metri, immerso fra le vette brulle e violacee della catena dello Zanskar.
Anche quassù, dove il mondo sembra lontanissimo e un vento freddo e pungente spezza il respiro, ai lati della strada decine di mani spostano sassi, sollevano massi, ricostruiscono i muretti rotti continuamente dalle frane, dalla pioggia o dai mezzi che piombano giù per il precipizio. Decine di uomini e donne che si muovono come fantasmi, chini sulle gambe, avvolti in abiti troppo leggeri per sopportare l'aria gelida, rompono il silenzio rarefatto e umido con i loro gesti lenti e faticosi. Decine di volti scuri che si sollevano solo leggermente al passaggio dei mezzi colorati e carichi di merci, senza tratteggiare espressioni, sorrisi, curiosità, senza tradire altro che la stanchezza e l'eco di storie lontane di privazioni e povertà.
Gli “stradini” del Ladakh, la regione più a nord dell'India, vengono dalle città del sud di questo immenso paese e lavorano in condizioni estreme anche nei pochi periodi dell'anno in cui le temperature più miti lo consentono. Sono migliaia di giovani dalla pelle scura, i capelli corvini e i lineamenti già segnati, che sono giunti in questo deserto di rocce e di montagne aride soltanto da quando sono arrivate le strade, in una terra che era vissuta nell'isolamento per centinaia di anni, fuori dai traffici della modernità, ancora legata al mondo dalle antiche rotte commerciali tracciate dalle carovane che dalla Cina portavano uomini e merci più a ovest.
Movimenti di truppe
“No, non posso abituarmi a vivere così. È troppo diverso da come sono cresciuta. Ci sono solo militari e filo spinato, caserme e camion che passano accanto alle nostre case. Viviamo tra la polvere e la sporcizia e i nostri monasteri sono circondati dalle torrette di avvistamento e dai capannoni dell'esercito”. Dolma parla con dolcezza, quasi sottovoce, mentre una lieve emozione le arrossisce le guance e le fa distogliere lo sguardo. Da pochi anni, col matrimonio, ha lasciato il suo villaggio per venire a vivere nei dintorni della capitale Leh, che nel corso di un decennio si è trasformata dalla meravigliosa cittadina che era, con due sole strade lastricate e l'atmosfera di un villaggio, in un agglomerato scomposto e confuso fatto di nuove case che hanno popolato la periferia e dove si concentrano più di 20mila persone. Edifici moderni e grigi dai muri sverniciati e i vetri rotti, circondati da cumuli di plastica e soffocati dal fumo nero e pestilenziale delle automobili e dei camion. In sedici anni la popolazione di Leh è raddoppiata, ingrossata dalle centinaia di persone che hanno lasciato i piccoli villaggi disseminati intorno alle rive dell'Indo per riversarsi nella città, a vivere di piccoli commerci o alle dipendenze dei militari che hanno stravolto profondamente il paesaggio dell'ampia vallata di Leh. L'esercito ha occupato centinaia di ettari di terra, ha costruito strade e ponti per collegare le decine di basi sistemate lungo il confine cinese, trasformando lo scenario lunare delle montagne rocciose e aride, solcate dallo scorrere impetuoso dell'Indo e dei suoi affluenti, in un territorio tappezzato di recinti e costruzioni mimetiche, attraversato da interminabili colonne di veicoli militari che spostano uomini e mezzi lungo la strada principale che attraversa tutta la regione. Il Ladakh è pieno di basi militari. Un luogo che fino agli anni '70 non conosceva l'esistenza delle prigioni per la totale assenza del crimine, è diventato la roccaforte indiana posta nel centro strategico fra i confini con la Cina e il Pakistan, i nemici storici dell'India con i quali da decenni sono in corso guerre e conflitti per il possesso delle terre di frontiera. Qui sono ammassate le migliaia di soldati che lo stato indiano utilizza nelle azioni di controllo nel vicinissimo Kashmir, diviso fra India e Pakistan e teatro di scontri armati cruenti con le truppe pakistane, oltre che oggetto delle rivendicazioni di indipendenza da parte di vecchi e nuovi gruppi di guerriglia. Qui hanno luogo i continui movimenti di truppe e le esercitazioni indirizzate all'ingombrante vicino cinese, formalmente temuto a causa di un tentativo fallito di occupazione del Ladakh che risale al 1959, ma effettuati in realtà per tener fede alla nuova alleanza stretta dall'India con gli Stati Uniti dopo il 2001. Un patto che punta all'accerchiamento militare della Cina, nell'ambito di una rinnovata strategia di deterrenza verso un concorrente cruciale per gli Usa nel controllo delle fonti energetiche mondiali. L'India, in cambio della fine delle sanzioni seguite ai suoi test nucleari, del peso politico acquisito col patto con gli Usa sul vicino Pakistan, suo nemico di sempre ma anch'esso saldamente legato agli Stati Uniti, della collaborazione militare con la superpotenza ‘vincente', ha abdicato al ruolo neutrale che storicamente l'aveva contraddistinta, per divenire un fedele alleato degli americani in continente asiatico. Nel settembre del 2003 e poi ancora nel luglio del 2005 si hanno notizie che le forze speciali americane e quelle indiane abbiano condotto esercitazioni congiunte nella regione del Ladakh. In precedenza l'India non aveva mai lasciato entrare truppe straniere nel proprio territorio.
L'esercito presidia letteralmente questa regione e materializza un contrasto stridente con le atmosfere silenziose e solenni che si respirano nelle decine di monasteri buddisti aggrappati ai picchi rocciosi, cariche di suoni e odori che svelano riti millenari, su cui i ladakhi hanno costruito il loro stile di vita e la religiosità profonda.
Il piccolo Tibet
Il Ladakh, detto anche “piccolo Tibet” è una regione di montagne e valli sui 6.000 metri d'altezza, nell'Himalaya. Anche se formalmente è una parte dell'India, la sua storia, le radici, i volti delle persone sono tibetani.
È un territorio estremo, un deserto d'alta quota arso dal vento, poco piovoso, battuto da un sole implacabile e sopravvissuto per secoli con risorse limitate: poca acqua, frutteti e campi d'orzo che si stagliano come oasi verdi attorno ai piccoli ruscelli, circondati da picchi rocciosi.
Il tradizionale stile di vita dei ladakhi, austero ed essenziale, è cresciuto intorno al sapiente uso di una terra pressoché sterile e all'aiuto di robusti animali domestici, come pecore, capre, asini e soprattutto lo dzo , il docile e robusto bue, incrocio di razze locali con il semiselvaggio yak. Questi animali forniscono a un popolo ingegnoso carne e latte, burro e formaggio, traino e trasporto, lana e combustibile. In una terra senza alberi, i panetti di sterco essiccato, raccolti durante l'anno, sono una risorsa preziosa, perché rappresentano l'unica fonte utile a riscaldare i lunghi inverni in cui le temperature possono scendere anche sotto i 40°. In una terra così avara, è solo l'equilibrio perfetto stabilito con gli elementi naturali che garantisce la sopravvivenza. Una sfida che questo popolo ha affrontato da sempre con grande semplicità e una quiete profonda, permeato dagli insegnamenti buddisti che ne hanno forgiato il carattere e le abitudini.
La nuova frontiera
“La nostra famiglia e la terra sono sempre state al centro delle nostre vite. Quello che vorrei è poter continuare a studiare e lavorare senza vedere distrutto il nostro mondo, le nostre abitudini, l'armonia che ci ha sempre accompagnato”. La vita di Dolma da sempre è stata scandita da questi ritmi lenti e pacati, dalla cura paziente e devota della terra, dal lavoro duro addolcito dalla solidarietà degli scambi volontari intessuti nella comunità, dall'accettazione gioiosa dei doni della natura e da un senso di appartenenza a un mondo armonico fatto di grande semplicità anche nella perdita di parte dei raccolti accuditi per mesi a causa dei fenomeni naturali. Lei e tutte le giovani generazioni di ladakhi si trovano ora a dover affrontare una nuova frontiera spalancata sulla modernità e in bilico sul sottile equilibrio che ha tenuto in piedi la vita delle comunità in una terra così inospitale.
Stok, il villaggio dove è nata, è solo un piccolo gruppo di case, ampi edifici bianchi dai tetti piatti ricoperti di foraggio, messo lì ad asciugare prima che arrivi l'inverno. Camminando per i sentieri stretti si costeggiano gli orti e i campi di albicocchi, i piccoli canali dove scorre incessantemente l'acqua incanalata a orari diversi in differenti direzioni, così che tutti ne possano avere per le necessità della casa e dei campi. Un equilibrio che appare sospeso in un tempo lento e dilatato sembra governare la vita che scorre fra questi orti e nelle case, dove vivono le famiglie. Tutti insieme in spazi grandi e accoglienti, concentrati intorno alla stanza principale, il luogo dove la famiglia si riunisce accanto alla grande stufa, sugli enormi tappeti e i cuscini disposti alle pareti, sotto gli scaffali dove sono sistemate con cura minuziosa file di lucidissime pentole di rame e di ottone.
Le piogge violente e inconsuete della stagione calda hanno fatto gonfiare anche i corsi d'acqua più piccoli e crollare molti dei ponti di pietra che portano al villaggio e così, per arrivare, bisogna percorrere una lunga strada sterrata, per poi attraversare a piedi il ruscello che lambisce i campi coltivati e ordinatamente recintati dai muretti a secco fatti di pietre e ciottoli.
Il disegno geometrico e ordinato delle piantagioni d'orzo e dei frutteti è una costante che culla lo sguardo quando si spazia a perdita d'occhio su queste ampie e aride vallate.
Preghiere nel vento
Il monastero di Likir è nascosto in fondo a una lunga gola scolpita dall'acqua nelle stagioni umide.
Dopo due ore di cammino, salendo fra i pochi salici cresciuti nel letto asciutto del fiume che si fa strada tra i dirupi di lignite, improvvisamente un gigantesco portone colorato, fatto di assi di legno piantate in un piccolo spiazzo, annuncia l'arrivo. Accanto al portale un giovane monaco cammina intorno a una grande ruota per le preghiere, che a ogni giro scandisce il suono brillante e acuto della sua campana. Alle sue spalle il monastero si svela possente, eppure umile. Costruito sui livelli successivi che abbracciano la rupe fino alla parte più alta, con i suoi muri bianchi decorati di nero e rosso cupo, suscita un'impressione armonica e grandiosa, resa modesta dalle linee imperfette dei tetti e dai profili incurvati delle pareti degli edifici. Le bandierine colorate delle preghiere sventolano su ogni tetto, legate ai fili distesi tra gli angoli opposti delle costruzioni. Centinaia di piccole stanze allineate per strati sulla parete ospitano i monaci, giovani e anziani, che abitano in questo angolo di pace, maestosamente affacciato su un paesaggio di sconfinati picchi rocciosi e montagne innevate.
Poco lontano, a un'ora di cammino, il monastero di Chulichen ospita solo monache. Abi sorride divertita e apre la porta della sua cella: è così semplice e orgogliosa di mostrare il suo rifugio accogliente e ordinato dove tiene i quaderni, i libri e le fotografie della sua famiglia. Negli occhi ha tutta la curiosità di una bambina di dodici anni a cui la vita ha dato qui una possibilità.
I monasteri costituiscono nella cultura buddista una fonte di grande equilibrio per le comunità. A volte posseggono le terre che li circondano e i contadini le lavorano in cambio di una parte dei raccolti, ma spesso sono i monaci a spostarsi dalla loro dimora per andare nei villaggi ad aiutare nei lavori delle case e dei campi. Ma, soprattutto, rappresentano una risorsa per le famiglie che non riescono a mantenere tutti i figli, che vengono mandati a vivere e a studiare in una comunità che accetta di accoglierli. Qui vengono sfamati, in cambio di una vita regolata dallo studio e dalle preghiere: un meccanismo, questo, che rinsalda un legame religioso e culturale in cui tutti i membri della comunità sono coinvolti. Chiunque, uomo o donna, giovane o vecchio, può poi decidere di non sposarsi e di dedicarsi alla spiritualità per tutta la vita, impegnandosi esclusivamente nella cura e nelle attività del monastero.
Semplicemente sacro
Il piazzale è solo a poche centinaia di metri sotto il monastero di Thakthok e pullula di gente. Alcuni tendoni sono stati distesi per fare un po' d'ombra ai pellegrini, che si avvicinano e si dispongono ordinatamente in fila per arrivare al palco dove ci sono i monaci.
Portano doni di ogni genere e tornano indietro indossando la sciarpa bianca offerta dai lama in cambio. Tra le mani stringono tappeti, coperte, piccoli mobiletti di legno intarsiato, mentre avanzano lentamente circondati da una folla seduta tutto intorno, occupata a pregare, mangiare o semplicemente guardare curiosa l'umanità indaffarata che si muove lì vicino.
Giovani in jeans e maglietta e vecchiette nei loro abiti tradizionali e i capelli raccolti in lunghissime trecce ornate da nastri colorati, uomini dai volti scuri e scolpiti dalle rughe, bambini dalle guance rosse e gli occhi dalla forma di mandorla tenuti in braccio dalle nonne che indossano orgogliose i loro curiosi cappelli a cilindro di feltro. Qua e là qualcuno sbadiglia, ride, si appisola, parla col vicino, mentre i monaci intonano senza interruzione le preghiere recitate come nenie, al ritmo dei tamburi e del suono cupo delle conchiglie fatte vibrare con un soffio di fiato.
La dimensione del sacro trasmessa dai gesti di queste genti colpisce e sorprende. Lontano dagli stereotipi del misticismo attribuito convenzionalmente all'oriente, il sacro qui è nella terra secca, nel fiume, nei semi di orzo distesi sui tetti, nei piccoli monaci che intonano i mantra durante le cerimonie e un attimo dopo divorano il cibo che si mangia nel tempio, ridendo timidamente fra di loro. È nell'atmosfera che impregna le feste a cui si accorre dai villaggi più lontani, dove la devozione intensa si accompagna agli scherzi e alle chiacchierate e c'è chi prega assorto facendo girare la sua ruota, mentre lì accanto decine di bambini corrono e urlano giocando. Una dimensione solenne e al contempo disinvolta.
Tutto il Ladakh è permeato dalla sua cultura religiosa. Il paesaggio è costellato di piccoli e grandi chorten , i tradizionali tempi buddisti, di costruzioni circolari fatte di pietre intorno alle quali si cammina pregando, di lunghi pali ornati di decine di bandierine devozionali colorate, innalzati a formare una porta simbolica sotto la quale si passa lungo le strade, degli edifici bianchi e imponenti dei monasteri che avvolgono le rupi apparentemente più irraggiungibili.
Futuro nel passato
Questa dimensione imbevuta di armonia è probabilmente la ragione che ha permesso alla cultura tradizionale del Ladakh di sviluppare un'economia completamente sostenibile in un ambiente con risorse così limitate. Seguendo un percorso completamente forgiato sulle asperità del territorio e plasmato intorno a ciò che la natura può offrire in queste condizioni, si è sviluppato un modello che è stato in grado di superare il livello della semplice sussistenza, per giungere a quello che è stato definito da Helene Norberg-Hodge, una studiosa svedese che vive da più di venti anni facendo la spola fra il Ladakh e l'occidente, il “punto di equilibrio buddista”. Quando, cioè, i beni prodotti superano la soglia della povertà e favoriscono il benessere, senza intaccare, come avviene nelle nostre società, il livello di felicità individuale. Nella filosofia buddista, alla base della riflessione economica si trova proprio il principio dei “retti mezzi di sussistenza”, per cui si considera “giusta” la quantità di ricchezza -e quindi di benessere- che permette di potersi dedicare serenamente alla crescita spirituale. In Ladakh, da sempre, è stato questo approccio a regolare lo scambio con la natura e a mantenere a livelli alti la qualità della vita. Questo modello sociale è ormai considerato a oriente e a occidente come un esempio di equilibrio ottimale. È una società dove non esiste spreco e tutto quello che la natura può offrire viene utilizzato ingegnosamente, dove esiste un vincolo comunitario saldo e una partecipazione collettiva alle scelte, dove il tempo è vissuto intensamente e la lentezza è un valore. Al contrario delle società industriali, dove paradossalmente il tempo liberato dalle tecnologie non si traduce in maggiore serenità, ma in fretta e distrazione, nella cultura tradizionale dei ladakhi il tempo non dedicato al lavoro è impiegato nelle relazioni, negli scambi con gli altri, nelle attività religiose. Forse una cultura come questa ha molto da insegnare a un mondo travolto dal suo stesso sviluppo, che rischia ora di far collassare anche questo angolo di equilibrio sotto la pressione della modernizzazione.
L'intensificarsi dei commerci ha rovesciato una quantità di merci inutili anche fra gli abitanti dei villaggi, i continui spostamenti di truppe e gli insediamenti militari hanno prodotto un inquinamento prima inimmaginabile, l'aumento della quantità di turisti ha condotto a uno sfruttamento più intenso di risorse preziose come l'acqua. Eppure per molti ladakhi questo degrado non è considerato inarrestabile. La consapevolezza di custodire uno stile di vita che non ha niente da invidiare ai miraggi della modernità si fa strada anche fra i più giovani, che non sempre desiderano fuggire, per approdare alle megalopoli indiane e perdersi nel vortice frenetico di una umanità in lotta per la sopravvivenza, lontana anni luce dal tempo misurato da queste montagne.
Non è un caso, infatti, se proprio in Ladakh esiste la più alta concentrazione di utilizzo di energie rinnovabili in tutta l'India. Sempre più spesso le case prendono energia dal sole o dal vento, su tutte le celle di ogni monastero c'è un piccolo pannello solare che alimenta una lampadina o una radio, le nuove case vengono costruite cercando di rispettare i metodi antichi, che isolano meglio dal caldo e dal freddo intensissimo dell'inverno senza spreco di energia, l'uso della plastica è stato vietato e sono nate organizzazioni di donne e giovani che si fondano sulla difesa e la diffusione dei valori di un mondo che sopravvive e lancia segnali che possono essere decifrati, soltanto volendolo, anche a migliaia di chilometri di distanza.
Clementina Villani
Marzo 2007