Que viva la Cgil!
Bisogna intercettare un soggetto. Costruire egemonia a partire da un soggetto. Quello della cooperazione, del commercio solidale, del lavoro immateriale, del lavoro servile, del reddito garantito. Un soggetto che è ormai tanti soggetti.
Lanfranco CaminitiLa straordinaria manifestazione di sabato 23 marzo ha sicuramente scaldati molti cuori e riempiti molti sguardi, nel "popolo di sinistra" o anche in chi semplicemente si batte per una democrazia più regolata e partecipata. Ha anche suscitato ammirazione e attizzato veleni, rancori e gelosie verso l'uomo che, più d'altri, vi ha creduto con determinazione e che, benché quella manifestazione - come ogni grande coreografia sociale - sia stata il frutto di un gruppo, una intenzione collettiva, ha finito con il riassumerla: Sergio Cofferati.
Se è vero dire che dentro quel mare di bandiere e striscioni, panini veloci e bottiglie d'acqua, slogan e battimani, cartelli e adesivi, si sia creato - e vi era anche presupposto - come un afflato di popolo, è presumibile pensare che ciascuno ne abbia portato con sé immagini e pensieri propri, ricordi e riflessioni, considerazioni e interrogativi.
Vorrei dar conto dei miei, a chi ne può essere interessato, perché "anch'io c'ero".
Sensazioni
La prima sensazione - adesso lascio da parte le considerazioni politiche specifiche sull'opposizione al governo e l'entusiasmo visivo per quel confluire di cortei - è stata di rilevare una provenienza capillare dai territori, paesi, province, dalla Calabria al Molise, dal Veneto alla Sardegna, dalla Sicilia all'Emilia: c'era indubbiamente tutta l'Italia, lo si sentiva dalle inflessioni con cui si chiaccherava, si commentava, si chiedeva spazio per passare nella calca. Lo si sapeva, a leggere i dati dell'enorme apparato messo in moto: però, una cosa è leggerlo sulla carta, un'altra "sentirlo", vederlo. L'altra sensazione è che l'età media fosse "alta", non solo per la massiccia presenza del sindacato dei pensionati [che con il 2,9 milioni di iscritti è più della metà dei 5,4 milioni di iscritti alla Cgil], ma perché in piazza c'era "l'Italia che lavora" e le sue famiglie: quando intendo "alta" dico di una media di quaranta-cinquantenni, soprattutto. L'altra sensazione è relativa all'enorme presenza di giovani, dietro striscioni di fabbriche, aziende, imprese e accanto i "vecchi" operai: tanti, tantissimi giovani. E anche immigrati. Nuove facce per "vecchi" lavori accanto vecchie facce di "vecchi" lavori. Ancora, c'erano striscioni e bandiere di tutte le federazioni della Cgil: la Filtea, la Fillea, la Filcea, la Filcams, la Fiom e altro. La fabbrica, insomma, accanto gli edili, i lavoratori del commercio, tutti gli altri: di nuovo, il "lavoro".
Tutte queste sensazioni, in questi anni, anche recenti, le ho già vissute ma a frammenti, a settore: è ovvio che una manifestazione generale veda confluire tutta l'attività e l'organizzazione sindacali, ma qui c'era qualcosa di più della somma aritmetica e della mobilitazione delle federazioni di mestiere: c'era, propriamente, il "lavoro d'Italia" [l'inno di Mameli è risuonato come primo canto].
Ecco, questa mi rimane come una sensazione forte, e anche una riflessione, di quella giornata: che per la prima volta dopo anni, quel "lavoro", manuale, materiale, di macchina, "pesante" sia ancora una fetta consistente della produzione. Questa di per sé non è una sorpresa, ci mancherebbe lo fosse. Ma il fatto di essere in grado di rimettersi "al centro" delle questioni, questa sì è una "sorpresa". Per la prima volta dopo anni, quel "lavoro" politicamente invisibile ha ritrovato la sua visibilità politica, pubblica, una sua nuova rappresentanza. Nuova, come a dire rinnovata. Quella manifestazione simbolica [come da più parti, anche da sinistra, è stato detto, per citare a caso: Carniti, Sylos Labini] sulla difesa dell'art. 18 dello Statuto dei lavoratori ha riempito un "buco" di rappresentazione politica, e un buco consistente. Né i Democratici di sinistra, all'opposizione o al governo, né il centro-sinistra nel suo insieme, ha voluto rappresentare quel "lavoro"; né Rifondazione comunista ha mai potuto farlo. Per motivi diversi e qualitativamente diversi: i Ds e il centro-sinistra fondamentalmente per aver voluto piuttosto rappresentare interessi larghi, intercettando altri ceti sociali e Rifondazione comunista per avere piuttosto costruito una linea di "partito a tutto campo" che una sindacale: laddove vi sono state intenzioni [Salvi e l'azione degli iscritti di Rifondazione al sindacato] sono state "correnti", con una consistenza e influenza relative.
La contingenza dello scontro voluto da governo e Confindustria e l'abbrivio dato a una forza di inerzia di un apparato enorme [e bisogna anche dirlo, privilegiato nel suo fare] e la sensibilità, la cautela e l'intelligenza politica di Cofferati e del gruppo dirigente della Cgil hanno trasformato quel "buco" in un pieno a tutto tondo. Il discorso di Cofferati dal palco, spaziando dalla sanità alla scuola, dalla formazione ai diritti, ne ha dato ben conto.
Accanto il lavoro manuale, c'erano gli insegnanti [tantissimi], la funzione pubblica, gli enti pubblici, gli amministrativi, il parastato, il corpaccione dello Stato insomma, il "pubblico": una presenza, questa del "lavoro pubblico", ritrovata più volte in piazza in questi anni ma lì come amplificata dalla convergenza nella manifestazione. E infine, pezzi sparsi o raggrumati di lavoro atipico e di lavoro "immateriale" [dai Lavori socialmente utili alle Co.Co.Co. - le "consulenze" - alle partite Iva ai lavoratori della telefonia, dell'elettronica, della comunicazione]. Nuove facce di "nuovi" lavori.
Se - come obietta Berlusconi - quella in piazza era soltanto una parte minoritaria del lavoro italiano, bisogna pur dire che la "delegazione" non solo era consistente ma che davvero rappresentava uno spaccato trasversale assolutamente reale, lasciando poco ai margini. Ho persino visto il lavoro agricolo: poco, ma c'era.
Il lavoro d'Italia al centro della sinistra
Il peso di quella manifestazione non vale solo contro il governo e le sue politiche economiche ma vale anche dentro l'opposizione democratica e di sinistra: "rimettere il lavoro" al centro della sinistra era l'intenzione dichiarata e la "qualità" specifica di Cofferati: è innegabile vi sia riuscito. In questo senso, può essere interessante ragionare sulla traiettoria di Cofferati, in uscita dalla Cgil, cosa che da più parti è stata additata come una delle motivazioni principali nella sua determinazione allo scontro: considerazione probabilmente meschina e ingenerosa. Tolta di mezzo, rimane la questione di cosa può accadere di questo "patrimonio" politico straordinario, incarnato al momento da Cofferati e dal gruppo dirigente della Cgil che vi rimane e che a Cofferati è legato da dinamiche e storie non d'un giorno.
Anche senza volerlo, il dato è che esiste oggi una "rappresentanza politica" del lavoro fortemente incarnata in Cofferati [quella sindacale rimane ancorata alla Cisl, alla Uil e alla Cgil stessa]: non dovrebbe stupire questo, dato che è un ulteriore segno - e quale! - della crisi della rappresentanza politica da parte dei partiti. Che vengono vissuti, da più parti, come "macchine" elettorali, amministrative, di gestione, ma non come luogo proprio e assoluto della politica. Questo accade socialmente [e in questo senso si possono leggere le iniziative di Roma, Firenze, Milano, dai "professori" ai "girotondi" al Palavobis e, certamente, il movimento anti-globalizzazione], ma accade anche dall'interno di quelle stesse strutture: D'Alema costruisce e sponsorizza la sua [e di Amato] Fondazione, dove incontra imprenditori, istituzioni, raccoglie fondi, intercetta alleanze, fa corsi di formazione alla politica; Bassolino fa del suo "governatorato" un punto di forza e di sperimentazione; Prodi fa del suo ruolo a Bruxelles una continua opzione per il suo ritorno e la sua influenza sulle cose italiane, proprio evitando di immischiarsene; e persino Casini sta giocando il suo ruolo istituzionale come una leva per un proprio futuro ruolo politico in qualcosa di diverso da quello che c'è. Lo stesso Cofferati pensa a una struttura, una fondazione per il suo futuro. Non c'è mai stato nella storia del passaggio dal sindacato al partito, un personaggio che sia riuscito in qualche modo a mantenere la stessa importanza e influenza: così è accaduto a Trentin, a Carniti, a Marini, e prima ancora a Lama, a Storti, persino a Di Vittorio [che fu protagonista di uno scontro durissimo nel Pci sul ruolo del sindacato, e che Togliatti stroncò]. Finiti nel partito hanno contato come il due di picche: ed erano fior di sindacalisti e avevano fior di influenza [l'unico fenomeno inverso che posso ricordare riguarda Donat Cattin, ma in quanto "politico" a pieno titolo]. E' difficile pensare che una considerazione simile non l'abbia già da tempo fatta Cofferati stesso, peraltro al convegno di Pesaro trattato se non a pesci in faccia, quasi [e stesso trattamento era stato già riservato altrove a Bassolino].
Che cosa porta in "dote" Cofferati? Al momento, appunto, la "rappresentazione politica" del lavoro e del "pubblico", un legame consistente con la Cgil e, per questa via, una apertura anche al "lavoro in generale" [il congresso di Milano della Cgil si apriva all'insegna dello slogan "per i nuovi lavori"; Cofferati ha rilasciato al quotidiano "la Stampa" - non molto tempo fa - una intervista-analisi sui lavori legati a Internet, all'immateriale, alla comunicazione; ovunque la Cgil si sta attrezzando per intercettare e difendere i lavoratori atipici, dopo un periodo di "ignoranza"]. Porta in dote anche una apertura di credito a lui fatta da maggiorenti diessini e da una consistente area di intellettuali di partito e non [il recentissimo incontro al residence Ripetta di Roma, dove tutti si sono sperticati nel sottolineare quanto importante sia l'intreccio tra poteri e saperi], anche loro in libera uscita o tesi a rivitalizzare dinamiche di organizzazione e di società, e una propria apertura verso dinamiche sociali già manifeste: i "girotondi", il Palavobis, fenomeni con cui può parlare "alla pari" [fuori cioè dalle sclerosi delle burocrazie di partito, dove tutti minoritari] ma anche come un punto di riferimento. E una apertura persino al movimento anti-globalizzazione. Nella contingenza dello scontro orchestrato da governo e Confindustria, Cofferati ha dovuto battersi contro una offensiva giocata sulla stessa agibilità del diritto all'opposizione ["la piazza e le pistole", dopo l'omicidio di Marco Biagi], aprendo un ombrello grande quanto la manifestazione del 23 marzo, dietro il quale c'è stato posto per tutti.
Nuove rappresentanze tra lavoro e pubblico
E' difficile davvero immaginare quali scenari possano delinearsi dallo scontro in atto [che il governo sembra voler mantenere, a cominciare dal suo mandato in nome del rapporto con la Confindustria: Calleri forse si sarebbe mosso diversamente da D'Amato]. Ma alcune dinamiche interne al governo [e non è la prima volta] lasciano intendere che il "fronte della destra" non è poi così compatto, non solo nelle lacerazioni interne per la spartizione delle spoglie che toccano ai vincitori [la vicenda Rai, per esempio, e delle nomine del Cda], ma soprattutto in presenza di un interlocutore forte che finora era assente dalla scena politica: l'Ulivo, la Margherita e i Ds sono da tempo lacerati. Cofferati e il sindacato, appunto, "il lavoro e il pubblico", e quanto attorno questo si può conglomerare, possono essere un interlocutore forte, lo sono già.
Uno scenario possibile però è proprio quello che può vedere attorno a un nuovo "patto costituzionale", con "il lavoro e il pubblico", con lo Stato come "Stato delle garanzie" al centro, nuovi e vecchi soggetti in cerca di una diversa rappresentazione politica del potere. Per questa via, ad esempio, i continui tentativi di Fini di smarcarsi e caratterizzarsi, pur all'interno del fronte di destra, rispetto a una politica scriteriatamente e ideologicamente liberista, nella difesa di un "pubblico" numericamente, produttivamente, elettoralmente importante, non sono estemporanei, ma un carattere stabile e in via di crescita. Sarà anche inetressante vedere quanto rapido sarà - e se sarà - l'approdo nel Ppe, il partito popolare europeo. Per questa via, la faticosa ricerca del "centro democristiano" di ritrovare fili d'una propria continuità - verso le richieste esigenti e improrogabili delle gerarchie cattoliche ma anche verso un ventre molle di società molto più veniale e parassita - e d'una nuova centralità, non sono estemporanei ma un carattere stabile e in via di crescita.
Ad esempio, buona parte del governo e del sottogoverno avrebbe da un bel po' ben volentieri evitato tutto questo ambaradam, scorporando l'art. 18 e trattando flessibilità del lavoro e nuove sostanziose "ciccie" per la Confindustria [sgravi fiscali, agevolazioni al Sud ecc ecc] su cui le aperture sindacali sono dichiarate e massime [in particolare di Cisl e Uil]
Che queste dinamiche possano trovare una forma compiuta [a cominciare dalla liquidazione di Berlusconi per mano di un nuovo centro-destra] è certo presto per dirlo: non c'è ancora un interlocutore forte elettoralmente, amministrativamente e nessuno andrebbe alla liquidazione di qualcosa che intanto garantisce accumulazione di forza nel governare e amministrare. Ma nel "cielo della politica" queste dinamiche esistono già, eccome! Cofferati può rappresentare un interlocutore credibile per questo nuovo e possibile centro-destra [che rimetta lo Stato e il "pubblico" al centro], lo è già concettualmente [sulla difesa dell'art. 18 è schierata quasi con la stessa determinazione la Ugl, il sindacato di destra, per esempio], sebbene nessuno sappia la sua "forza" amministrativa [per citare D'Alema, "Cofferati è, al momento, una delle risorse della sinistra"]. Non sto parlando di un nuovo "compromesso storico", che lì si sintetizzava fondamentalmente nelle matrici "religiose" di provenienze, nel patto tra "chiese", quella cattolica e quella comunista: non foss'altro perché quelle provenienze sono temperate nei nuovi reciproci interlocutori e perché il meccanismo di rappresentanza politica delle istanze si è molto differenziato rispetto a quel tempo.
E non sto parlando di processi lineari: nel caso di un improvviso [ma sempre più minacciosamente nelle cose] attacco americano all'Irak, si può immaginare una differenziazione nello stesso centro-destra attuale, con il centro cattolico più preoccupato e cauto [Formigoni è stato uno dei più strenui oppositori all'embargo contro l'Irak] e la destra liberista più aggressiva per rispetto dei patti internazionali con gli Usa [e per consapevolezza degli scarsi impegni richiesti in fondo all'Italia] ma in alleanza con la destra "pubblica" che continua a cercare riconoscimenti internazionali [da Israele agli Usa, per essere definitivamente sdoganata dove si conta davvero, infischiandosene degli strali europei].
La Cgil potrebbe qui assumere un ruolo di "responsabilità nazionale" approvando la lotta al terrorismo internazionale - come già fa contro quello interno - ma chiedendo il rispetto dei diritti delle genti, concomitando con il mondo cattolico e evitando che la "guerra" diventi una questione dirimente all'interno del mondo del lavoro [a cominciare dal problema degli armamenti prodotti in Italia]. E, certo, guarderebbe con cura e attenzione - difendendone l'espressione - quel movimento contro la globalizzazione che scenderebbe compatto in piazza per la pace e contro la guerra. Anche un percorso concertativo, dialogante o compromissorio che dir si voglia della Cgil sulle questioni del lavoro [come è normale accada da parte di un sindacato che deve portare a casa dei risultati e come si è ormai consustanziato nelle pratiche sindacali] non toccherebbe più di tanto il "patrimonio" politico di Cofferati dal momento in cui si smarcherà dal sindacato e la sua figura non potrà esservi più sovrapponibile: come dire che ne porterà i vantaggi della sua storia e dei suoi legami continuativi, ma non gli svantaggi.
Dentro questo scenario - o scenari che con questo abbiano qualche attinenza - non è male interrogarsi su quale ruolo potrà avere il movimento o potranno avere i movimenti. Ad esempio, a me sembra riduttivo - e molto - lo sguardo di Cofferati e del sindacato verso esso: una sorta di movimento "agitatorio" di temi legati ai pericoli della globalizzazione, quasi intesa come una dinamica "esterna". In un certo senso, un rovesciamento di quanto accaduto negli Usa prima e a Seattle, quella convergenza dell'Afl-Cio sul movimento, per la via legata alla difesa degli interessi "nazionali" dei lavoratori rispetto la dislocazione delle fabbriche, dei centri decisionali e quindi dei meccanismi delle rappresentanze. Qui, invece, il "centro di gravità" sarebbero gli interessi del lavoro. Ma soprattutto mi sembra vi sia il pericolo di una "sottomissione" di alcuni caratteri forti del movimento - magari solo individuati o accennati - come quelli relativi ai diritti dei nuovi lavori, in una dimensione del lavoro in generale e del pubblico che poco ha a che spartire con la sua storia e le sue intenzioni. E anche con alcune tematiche e parole d'ordine, come il reddito di cittadinanza o sociale che sia. La conflittualità sindacale recente e la sua rinnovata prensilità rispetto nuovi soggetti sociali e nuove dinamiche del lavoro e dei diritti sta sicuramente togliendo terreno "politico" al movimento. Certo, basterebbe aspettare la prima "svendita" per tornare a strillare e additare la differenza. Ma la manifestazione del 23 marzo - condenso in essa un lavorìo precedente e ipotesi future - non è acqua fresca, ma un punto di partenza più che solo un arrivo, una nuova determinazione.
Questioni per il movimento
Vi sono quindi, in uno scenario d'una sinistra forte e articolata, pronta a battersi sui problemi sociali e non più [o non solo] sul Palazzo, che sia "di parte" e "pubblica" nello stesso tempo, alcune questioni per il movimento [di quelle che dovrà affrontare Rifondazione comunista - molto più dei Verdi - sarebbe presuntuoso parlarne qui, mentre invece è importante seguire e capire da vicinissimo]: la prima, la possibile perdita di una pragmaticità che mi pare un suo carattere significativo: per differenziarsi, per smarcarsi sarebbe costretto a accentuare gli elementi di quanto resta sempre "inappagato": un ruolo estremistico e minoritario di denuncia almeno per una prima fase: come è naturale nelle dinamiche sociali, la "forza" tende a coagulare quanto è sparso e quanto è sparso tende a coagularsi per avere più forza: forse non cambierebbero i numeri dei militanti dei forum sociali e d'altro [di una opzione sindacale, di un territorio, di una struttura] ma la capacità di egemonia sarebbe sicuramente inferiore. Questo può cambiare parole e gesti, almeno in sue parti tenute finora assieme. La seconda questione: un possibile ruolo "ideologico" di denuncia dell'irredimibilità della globalizzazione, con accenti sulla devastazione dei costumi, delle relazioni, senza "presa" sulle concretezze territoriali, sulle forme specifiche. La terza: un ruolo ancillare o da "truppe cammellate" di una larga alleanza di sinistra e democratica [che va dai "professori" ai "girotondi" al Palavobis, che esprimono riconoscimenti incrociati], nel fare, nell'indicare quanto invece una "opposizione responsabile" non può fare e indicare.
Il movimento si è mostrato finora "astuto", certo, e lo dico in senso pregevole, forte, hegeliano - se mi si passa il termine. Ha portato a casa, in particolare nei momenti difficili e terribili dopo l'assassinio di Marco Biagi, un "rispetto" dell'opposizione democratica: e qui non si è mostrato solo astuto, ma ha maturato una capacità di rappresentazione importante legata ai sentimenti buoni e forti del suo "popolo". Ha anche goduto del fatto che contro l'offensiva ideologica del governo [tanto più odiosa perché ideologica] sulla consequenzialità tra il conflitto e l'assassinio si ergesse il sindacato - e si ergesse in piazza, proprio quel 23 marzo. Ma il sindacato ha difeso la "propria agibilità", adesso. E in una prospettiva di "nuovo patto", in una dinamica di "convergenza al centro" quali potrebbero essere le ali da tagliare, le parole da non dire, le responsabilità da assumere? Vi sarà ancora un'apertura, un interesse "all'alleanza"?
Qual è l'autonomia definitiva del movimento, la sua "forza" consistente, irreversibile che ne faccia un partecipe a pieno titolo, irrinunciabile, preciso, in uno schieramento di cambiamento e trasformazione che vede anche "obbligatoriamente" alcune tappe, a cominciare da una sconfitta del progetto berlusconiano? Quello di "rappresentare" i giovani, i movimenti giovanili, una questione generazionale - come da più parti sembra talvolta disegnarsi il movimento? E' un po' pochino e non è vero. E se lo fosse sarebbe disastroso, politicamente disastroso. Quello di rappresentare il sentimento "no global", dal Mc'Donald alle Nike? E' un po' pochino. Quello di rappresentare il sentimento di pace a petto di una sussunzione della guerra e delle guerre di polizie internazionali come strumento di governo, controllo, distruzione di risorse e ripresa di un ciclo produttivo? Nobilissimo, fondamentale, ma appunto nobilissimo e fondamentale. Quello di applicare "l'idea" della disobbedienza di volta in volta come fa il "pacifismo" o faceva il radicalismo pannelliano?
Quale lavoro, quale soggetto?
A me sembra che la questione centrale sia legata al "lavoro": come necessità di dare involucri a questa nuda vita del lavoro [diritti, salari, garanzie] e come sua fuoriuscita dal mercato e dallo Stato, dal "pubblico", ma anche come impossibilità di rappresentare "questo" lavoro e "questo" scambio in una società e uno Stato a democrazia rappresentativa e quindi di sperimentare nuove forme della partecipazione e della decisione. "Lavoro" in generale certo, ma inteso a partire dai caratteri che le nuove forme della produzione hanno impresso a tutto il lavoro e non solo a sue parti. "Lavoro" quindi inteso come bisogni e desideri, come necessità e potenzialità, come cooperazione sociale, come progressione di diritti e come fuoriuscita, esodo dalle forme del suo scambio e della sua "cittadinanza". Da questo punto di vista, da questo "ancoraggio" al soggetto della globalizzazione, al soggetto agente della globalizzazione, al soggetto attivo della globalizzazione, a me sembra ci siano davvero tante cose da discutere con Cofferati, con la Cgil, con lo schieramento di opposizione, persino con le dinamiche intestine al centro-destra.
Ci siano tante cose da definire come "proprie". Da attestare, da consolidare.
Se non si intercetta un soggetto economico, produttivo e la forza della sua capacità di trasformazione, di aggregazione, di "visione del futuro" e di insopportabilità del presente, si rimane dentro l'universo democratico dei "diritti", che sono aspetto fondamentale della modificazione - e ne sono anche il precipitato primo, visibile, concreto - ma non sono "tutta" la modificazione, quand'anche solo allusa, quand'anche solo a tappe.
Se non si intercetta un soggetto economico, produttivo e la forza della sua capacità di trasformazione, di aggregazione, si rimane dentro l'universo "spirituale", che è lievito della modificazione, continuo motore del suo percorso, ma non è la modificazione qui e ora.
Per fare un esempio in negativo - ma anche concreto - penso alla parabola della Lega e alla sua capacità iniziale di intercettare un soggetto economico composito ma aggregato attorno ala rivendicazione "territoriale", un soggetto fatto di piccola e media imprenditoria, di artigiani, di aziende, fabbriche e fabrichette, ossatura del sentimento "padano" [il federalismo, Roma ladrona]. Questa parabola iniziale [che visivamente colloco in personaggi come Formentini e Vitali, nella "presa" di Milano] si è andata progressivamente disperdendo con l'irruzione di Forza Italia e di un soggetto politico tanto forte da risucchiare quegli interessi in parti consistenti. La Lega è ridotta a un ruolo estremistico di agitazione di temi ideologizzati [l'immigrazione, gli arabi, i culti religiosi], o all'occupazione di spazi pubblici attraverso lo Stato per mantenere il proprio elettorato, ma ha perso quel carattere di ossatura e forza che gli veniva da quel soggetto.
Ecco: io dico che bisogna intercettare un soggetto. Che si costruisce egemonia [esprimendo punti di vista, agendo] a partire da un soggetto. Ma non è vero il contrario: non si costruisce un soggetto esprimendo punti di vista. Bisogna intercettare un soggetto.Quello della cooperazione, del mutuo scambio, del commercio solidale, del lavoro immateriale, del lavoro della conoscenza, del lavoro manuale, del lavoro servile, del reddito garantito. Quello della produzione di merci a mezzo di merci, della produzione di merci a mezzo di saperi, della produzione di saperi a mezzo di saperi. Un soggetto che è ormai tanti soggetti.
lanfranco caminiti [lanfranco@apolis.com]
Roma, 29 marzo 2002