Il prezzo del libero scambio è la fame
Marc Edelman
L'America Centrale è nella morsa della fame e se il presidente Bush vi farà cenno durante la sua visita in El Salvador domenica, suggerirà probabilmente che il libero scambio è la soluzione.
Eppure il suo Accordo sul libero scambio nell'America Centrale difficilmente porrà rimedio al disastro sempre più grave nelle zone rurali di Guatemala, El Salvador, Honduras e Nicaragua. I mercati non regolati sono in larga parte la ragione per cui 700 mila centramericani fronteggiano la morte per fame e quasi un milione soffre una seria carenza di cibo.
I più colpiti sono i lavoratori delle piantagioni di caffè e i coltivatori di mais. I prezzi del caffè stanno scendendo dal crollo dell'Accordo Internazionale sul Caffè del 1989, che assegnava ai paesi quote di produzione. Negli anni passati, i prezzi sono precipitati ulteriormente a causa dell'aumento improvviso delle esportazioni dal Vietnam e dall'Indonesia, dove la Banca Mondiale aveva incoraggiato l'estensione delle superfici dedicate al caffè. Con il mercato saturato, molti coltivatori di caffè non si sono dati la briga di seminare quest'anno. Il risultato soni stato sfratti dagli alloggi nelle piantagioni, un aumento del passaggio a bassifondi formicolanti e fame acuta tra i lavoratori del caffè disoccupati.
Anche i coltivatori di mais hanno visto il mercato stritolato. Dal 1992 l'America Centrale ha un accordo sul commercio di grano intra-regionale e quasi nessuna protezione contro le importazioni a basso costo. Costretti a competere con i coltivatori USA fortemente sovvenzionati, molti coltivatori dell'America Centrale hanno abbandonato la produzione alimentare, fatto bancarotta e perso la terra.
Alcune delle figure più conservatrici dell'America Centrale - il presidente guatemalteco Alfonso Portillo e il cardinale nicaraguense Miguel Obando y Bravo - riconoscono che l'intensità e il carattere improvviso dell'emergenza alimentare ne fa una carestia, peggiore della fame caratteristica nella regione.
La carestia trova sempre le sue radici nelle politiche economiche e nelle decisioni politiche, come sostiene da lungo tempo Amartya Sen, premio Nobel per l'Economia nel 1998. Sen evidenzia anche che le carestie non si verificano nelle democrazie, dove la competizione elettorale e la vigorosa supervisione giornalistica costringono i politici a cercare di evitare episodi che possano minacciare i loro elettori o consentire agli avversari di sfruttare l'occasione.
I politici USA dovrebbero chiedersi, allora, cosa dice la carestia in espansione della democrazia dell'America Latina, per la quale Washington ha speso miliardi di dollari e intrapreso tre guerre ravvicinate durante gli anni 80.
Apparentemente, il gap tra governanti e governati nei quattro paesi interessati è così ampio che i politici sentono una scarsa pressione per affrontare la crisi. Non c'è da meravigliarsi che i sondaggi mostrino appena il 35% degli honduregni, il 24% dei nicaraguensi, il 21% dei salvadoregni ed il 16% dei guatemaltechi dire che sono "soddisfatti" dal funzionamento della democrazia nei loro paesi.
Proprio ora, decine di migliaia di centroamericani si stanno dirigendo a nord. A differenza che negli anni 80 e inizi 90, la maggior parte non sta sfuggendo a guerra e repressione. Molti stanno abbandonando fattorie che sono in malora a causa del commercio globalizzato e del dumping da parte del grano USA. Altri stanno fuggendo da tassi di interesse liberalizzati così alti che non hanno speranze nemmeno di avviare un piccolo commercio. Altri ancora cercano di scappare dalla vita nelle zone di libero scambio, dove i proprietari di fattorie godono di immensi sussidi pubblici e i lavoratori fronteggiano immensi ostacoli per organizzarsi a protezione dei salari minimi.
La terra in Centro America potrebbe garantire standard di vita decenti per piccoli coltivatori se potessero ottenere sistemi di irrigazione su piccola scala, un miglior accesso alla terra, l'assegnazione sicura di una proprietà, credito a basso costo e protezione dalla competizione sleale e contro le devastazioni delle forze del mercato globale.
Queste misure darebbero finanche ai più poveri tra i poveri una possibilità nelle loro società, ma sarebbe necessario che le elites prendano sul serio i bisogni popolari. I settori pubblici sventrati dalle privatizzazioni e da tagli di bilancio non possono far fronte alle disuguaglianze che la globalizzazione genera.
I centramericani delle aree rurali stanno già annaspando dopo un decennio o più di riforme a favore del libero mercato. Le proposte di Bush sul commercio potrebbero essere il colpo del KO.Los Angeles Times
27 marzo 2002