PRONTI PER LA GUERRA:
fra preparativi Onu e contraddizioni Usa
di Ornella Sangiovannihttp://www.unponteper.it
7.1.2003
L’allarme per le conseguenze umanitarie di una guerra contro l’ Iraq è stato lanciato da tempo da varie agenzie e organizzazioni umanitarie internazionali, ma adesso tocca alle Nazioni Unite. L’organismo internazionale esce finalmente allo scoperto e – un po’ ufficialmente, un po’ attraverso le immancabili "fughe di notizie" - rivela di stare mettendo a punto piani di emergenza e dà le cifre del possibile disastro. In caso di guerra, sarebbero milioni di iracheni che rischierebbero di morire di fame a meno di non ricevere immediatamente aiuti alimentari. Secondo i piani approntati dall’Onu, il loro numero sarebbe compreso fra i 4 milioni e mezzo e i 9 milioni e mezzo su una popolazione di circa 22 milioni di abitanti.
I piani – confidenziali ma rivelati in parte dalla Reuters e in parte dal quotidiano londinese Times il 23 dicembre scorso – ipotizzano un collasso del programma Oil for Food, il blocco della produzione di petrolio, che priverebbe l’Iraq dei fondi per acquistare cibo e generi umanitari, e la paralisi dei trasporti, che ne renderebbe estremamente difficile la distribuzione. A questo si aggiungerebbe un enorme problema di rifugiati: sarebbero 900.000, secondo le stime dell’Onu, gli iracheni che verrebbero spinti verso i paesi vicini, 100.000 circa dei quali avrebbero bisogno di assistenza immediata. Altre centinaia di migliaia rimarrebbero in Iraq come sfollati. L’accesso a questi potrebbe essere reso particolarmente difficile a causa dei combattimenti.
Piani di emergenza segreti, ma non troppo
L’Onu è al lavoro da diverse settimane per preparare piani di emergenza per una eventuale guerra, su richiesta del Segretario Generale, Kofi Annan. Finora però la notizia non era stata diffusa per timore che i preparativi potessero essere interpretati come un segnale di sfiducia nei confronti della possibilità che le ispezioni in corso riescano a evitare la guerra. Il suo portavoce, Fred Eckhard, ha ammesso ufficialmente l’esistenza di tali preparativi il 23 dicembre, senza però fornire cifre, a cominciare dall’ ammontare dei fondi richiesti. Qualcosa però è iniziato a trapelare dopo una riunione fra un gruppo di agenzie dell’Onu e i rappresentanti dei paesi "ricchi" , che si è svolta verso metà dicembre a Ginevra. Nell’occasione sarebbero stati chiesti 37,4 milioni di dollari per finanziare la fase iniziale dell’emergenza. Eckhard ha detto soltanto che la maggior parte del denaro andrebbe per la pianificazione e l’approntamento delle forniture di emergenza (cibo, tende, coperte e medicinali) nei paesi vicini all’Iraq: una fase che è già iniziata.
Uno scenario più dettagliato, e perciò ancora più drammatico, è quello che emerge dalle "rivelazioni" del quotidiano londinese Times, che avrebbe avuto accesso a "documenti interni" e a documenti di pianificazione "confidenziali° delle Nazioni Unite.
In essi si prevede che una guerra bloccherebbe tutta la produzione petrolifera irachena, "danneggerebbe gravemente" la rete elettrica del paese, con ripercussioni sulla capacità di tutti i settori, in particolare il trattamento delle acque e il sistema di smaltimento dei rifiuti e la sanità. Previsto il collasso anche per trasporti e comunicazioni, con il blocco del porto di Umm Qasr, e l’ interruzione dei trasporti sia stradali che ferroviari a causa del bombardamento dei ponti. La distruzione dei ponti, inoltre, renderebbe particolarmente difficili gli spostamenti fra l’est e l’ovest del paese. Inoltre, secondo i documenti visti dal Times, e a cui anche noi siamo riusciti ad avere accesso, i combattimenti più intensi si verificherebbero nelle tre provincie centrali e attorno alla capitale Baghdad. Particolarmente grave sarebbe la situazione dell’acqua, con la necessità immediata di fornire acqua potabile a circa 4 milioni di persone, solo nelle provincie meridionali (senza contare gli sfollati e i potenziali rifugiati ancora in Iraq) secondo stime fatte dall’UNICEF. Si prevede inoltre che la mancanza di acqua potabile causerà un aumento di malattie – con possibilità che si verifichino epidemie se non addirittura pandemie - che renderà inadeguati gli stock di medicinali esistenti (che al momento hanno in teoria una autonomia di quattro mesi, però in condizioni normali).
Le agenzie dell’Onu si stanno comunque preparando all’emergenza. Il World Food Programme ha detto di aver approntato cibo sufficiente per 900.000 persone per un mese, mentre l’UNICEF ha iniziato a spostare in Iraq e in quattro paesi vicini, dai suoi depositi in Danimarca, rifornimenti per 550.000 persone all’interno dell’Iraq e per altre 160.000 che si prevede si riverseranno nei paesi confinanti.Il malcontento delle ong americane
Nel frattempo si è fatta paradossale la situazione delle organizzazioni umanitarie americane, fra le quali si registra un malcontento diffuso per l’ impossibilità di pianificare interventi di assistenza a causa delle sanzioni Usa contro l’Iraq, che impediscono qualunque attività, anche quella di ricognizione. Secondo le leggi vigenti, i cittadini americani che vogliono recarsi in Iraq devono ottenere il permesso dall’Office of Foreign Assets Control (OFAC), l’ ufficio del Dipartimento del Tesoro che amministra le sanzioni.
Da mesi – la denuncia è di Kenneth Bacon, presidente di Refugees International (RI), una ong con sede a Washington che dal 1979 si occupa di assistenza a rifugiati e sfollati – l’OFAC ha reso impossibile a tutti, fatta eccezione per un numero assai ridotto di agenzie, l’invio di personale in Iraq per verificare la situazione umanitaria. Una impossibilità di accesso che finora ha impedito qualunque pianificazione.
Il divieto riguarda tutto l’Iraq - compreso il nord sotto controllo kurdo - e anche il vicino Iran. E una esenzione immediata dalle sanzioni per le agenzie umanitarie perché possano iniziare i preparativi per una emergenza in Iran e nel nord dell’ Iraq è quanto chiede al governo americano George Rupp, presidente dell’ International Rescue Committee (IRC), una delle maggiori organizzazioni mondiali di assistenza ai rifugiati.
Il paradosso sta nel fatto che il Dipartimento di Stato ha recentemente concesso fondi per un ammontare di 6 milioni di dollari a diverse ong per progetti di assistenza umanitaria in Iraq.
Solo che il Dipartimento del Tesoro, che amministra le sanzioni, rifiuta di consentire loro l’ingresso nel paese per poter iniziare a lavorare, secondo quanto ha dichiarato Jim Bishop, direttore degli interventi umanitari di InterAction.
Fatta la legge, trovato l’inganno …
Ecco quindi che le organizzazioni umanitarie americane hanno deciso di appoggiarsi ad agenzie straniere minori che hanno accesso in Iraq. Fra gli esempi, CARE, con sede ad Atlanta, che lavora attraverso la sua sezione australiana, e Mercy Corps, di Portland, Oregon, che si affida a Peacewinds, il suo partner giapponese.
Ma le polemiche sembrano destinate a continuare. "Non crediamo che lo scopo delle sanzioni economiche fosse quello di impedire la pianificazione di interventi umanitari", protesta Sandra Mitchell, vice presidente dell’IRC, sottolineando che il divieto del governo agli operatori umanitari di entrare in Iraq peggiora la situazione.
Al Dipartimento del Tesoro però non si scompongono, e dicono che i permessi alle agenzie umanitarie vengono rilasciati in modo tempestivo dopo un esame approfondito. "Non è l’OFAC che stabilisce la politica di sanzioni Usa, è il Congresso", ha dichiarato il vice assistente del Segretario al Tesoro, Rob Nichols. Con buona pace delle ong.