Gli interessi delle imprese nel Nuovo PRG di Roma

Carissim*,
visto che ci siamo trovati d'accordo sul fatto che la Roma globale prefigurata dal nuovo PRG non ci piace, ho cercato di andare un po' più avanti con la riflessione su due punti:
- quali possono essere i comportamenti dei cosiddetti "operatori economici" nella città globale
- che strumenti ha la città per regolamentare i comportamenti dell'impresa globale
Un avvertimento: non sono un'esperta di economia e quindi rischio di prendere qualche cantonata. Mi sono consultata molto rapidamente con qualche amica economista e credo che, se quello che segue vi sembra interessante, dovremmo cercare di coinvolgere qualcuna (o qualcuno) nella nostra riflessione.

Partiamo dal primo punto. Gli operatori economici della città contemporanea possono essere suddivisi in due grandi categorie: imprese globali e imprese locali. Questo non vuol dire che ci sia chi partecipa alla globalizzazione e chi no. Entrambi partecipano all'economia globale perché questa ha bisogno di tutti e due (per esemplificare: gli uffici direzionali dell'impresa transnazionale non potrebbero andare avanti senza il lavoro di uno stuolo di pulitrici; le decisioni di quegli uffici non potrebbero essere trasmesse in tempo reale a tutte le unità disperse nel mondo senza il lavoro di uno stuolo di operatrici che digitalizzano l'informazione; ecc.).
La differenza tra i due tipi di impresa, per quanto ne posso capire io, risiede nel fatto che i profitti dell'impresa globale dipendono dalla sua quotazione in borsa (poco importa se e cosa si produce - vedi la vicenda Fiat) mentre i profitti dell'impresa locale dipendono unicamente dalla sua capacità di produrre (e quindi anche dalla sua capacità di ridurre i costi di produzione).

Facciamo qualche esempio di impresa globale rispetto alla nostra città:
- SERONO SA: chi abita al Pigneto la conosce bene. In quel quartiere incombe la sua sede storica e la momento sono in atto le trattative con il Comune per la riconversione dei vecchi stabilimenti in centro congressi, mega albergo, parcheggio multipiani, ecc. Se andiamo ad informarci sul sito http://www.transnationale.org/italien/default.htm troviamo che oggi la SERONO è una delle 3 più grandi imprese nel campo delle biotecnologie e produce farmaci per il trattamento dell'infertilità riproduttiva (copre il 60% del mercato mondiale), della sclerosi multipla (38% del mercato mondiale), dei problemi di "crescita" (ormoni) e metabolismo (farmaci di sostegno ai malati di AIDS - vi ricordate della vicenda Sud-Africa? c'era anche la Serono tra le industrie farmaceutiche coinvolte). Nel 2001 il suo fatturato è stato di 1,38 miliardi di $ con profitti pari a 0,32 miliardi di $. Ha 4268 impiegati nel mondo, una filiale di produzione nelle zone franche del Montevideo, opera in 45 paesi e vende in oltre 100 paesi.
- CALTAGIRONE SPA: lo stesso sito segnala questa impresa tra le principali transnazionali del settore delle costruzioni, con un fatturato di 0,58 miliardi di $ e profitti pari a 0,03 miliardi di $ (un po' bassini: si tratterà di un'opera di beneficenza?). Purtroppo le informazioni del sito si fermano qui ma sono certa che non sarebbe difficile procurarsene della altre.

Quale può essere l'interesse di queste due imprese rispetto al nuovo PRG?
Possiamo dividerle in due categorie: a) interessi relativi alla approvazione di strumenti urbanistici, come il nuovo PRG ma non solo; b) interessi relativi all'attuazione del nuovo PRG.

a) le due imprese sono proprietarie di beni immobili nel Comune di Roma. Ciò significa che qualsiasi strumento urbanistico potrebbe far modificare il valore del loro patrimonio, quindi incidere sulla loro credibilità sul mercato finanziario e dunque modificare il valore delle loro azioni. Se un'area di loro proprietà diventa "edificabile" o "più edificabile di prima" o anche solo se diventa possibile cambiare la destinazione d'uso attuale con una più redditizia, queste imprese potranno dire al mondo di essere più solvibili, e questo senza spostare una pietra (ovvero senza spendere un soldo). In effetti qualche soldo lo dovranno spendere, perché aumentando il valore dell'area aumenta il valore delle imposte (IRPEF, ICI, ecc.) ma qui ci vorrebbe un/a fiscalista per dirci quanto e quando dovrebbero pagare. Comunque potrebbe esserci una certa convenienza del Comune a far aumentare il valore delle aree per avere un gettito fiscale maggiore. La finanziaria 2002 si è mossa in questo senso con un dispositivo che prevede uno sconto consistente ai proprietari che autodenunciano l'aumento di valore dei loro terreni (anche gli aumenti potenziali, dovuti all'approvazione di nuovi strumenti urbanistici); ciò dovrebbe garantire un maggiore gettito fiscale per il futuro.

b) ammettiamo che le procedure previste dal nuovo PRG siano in grado di obbligare le due imprese (che, ricordiamo, hanno già incassato alcuni benefici senza spostare una pietra) ad attuare le previsioni di piano (edificare, ristrutturare, ecc.). Questa attuazione è necessaria perché altrimenti il Comune non potrebbe riscuotere le varie quote di opere di urbanizzazione e aree per servizi pubblici che la proprietà deve al Comune al momento della concessione edilizia. A questo punto le imprese interessate potrebbero decidere di vendere oppure di partecipare all'attuazione (perché anche l'impresa globale, per quanto immaterializzata, ha bisogno di contare su alcune condizioni materiali - ma su questo punto ritornerò più avanti). Il Comune ha giustamente vincolato l'attuazione di alcuni grandi progetti (le centralità, per esempio) alla realizzazione delle infrastrutture. Bene, la realizzazione di queste infrastrutture da parte del Comune (quindi con i nostri soldi) farà ulteriormente salire il valore delle aree, offrendo ulteriori margini profitto alle imprese proprietarie sia nel caso che vogliano vendere come nel caso che vogliano partecipare alla costruzione. E questo ancora una volta senza aver spostato una pietra.
Mentre i cittadini e le cittadine sono lì che aspettano il loro pezzetto di verde pubblico che il Comune ha barattato con un certo numero di metri cubi, mentre il Comune spende e spande per fare un nuovo PRG (qualcuno sa quanto è costato?) e per realizzare nuove infrastrutture, l'impresa globale ha già incassato.

Chi garantisce tutti questi incassi all'impresa globale? Lo Stato, ed in particolare gli Stati occidentali, bravi come nessun altro a garantire "l'esecuzione dei contratti e la tutela della proprietà". Vi immaginate infatti che cosa succederebbe nel caso del PRG di una città africana? Il margine di incertezza sarebbe tale da annullare qualsiasi pretesa di maggiore "credibilità finanziaria" per le imprese proprietarie dei nuovi terreni edificabili. Del resto il Brasile offre l'esercito ai proprietari che vedono violati i loro diritti. Insomma, l'impresa globale ha bisogno del diritto occidentale e di Stati capaci di farlo rispettare.

Tutto questo ci dovrebbe aiutare a capire il senso della frase che potete leggere a p.12 della relazione di piano "...; la consapevolezza, infine, della limitata utilizzabilità dell' esproprio, soprattutto per motivi finanziari legati anche al tipo di immobili da espropriare, non più semplici aree agricole da urbanizzare, ma aree già edificate da trasformare o aree libere su cui la disciplina urbanistica precedente ha generato aspettative e diritti".

Ma questo non è tutto. Abbiamo detto che le imprese locali (quelle i cui profitti dipendono strettamente dalla produzione) sono parte integrante dell'economia globale. Infatti l'impresa globale ha bisogno di alcune condizioni materiali per funzionare: centri di prestigio per le sue sedi centrali e suoi manager, collegati tra loro da treni veloci, autostrade telematiche, aeroporti, ecc.; ampie aree direzionali dove inserire i suoi uffici operativi; un bacino di mano d'opera "precarizzata" dove attingere a suo piacimento; ecc.
Queste condizioni materiali saranno realizzate dalle imprese locali. Escluse dal giro dei grossi profitti generati dalla finanziarizzazione dell'economia (immaginate un'impresa locale proprietaria di un area che il nuovo PRG fa diventare edificabile: la rivalutazione del suo patrimonio immobiliare non genererà certo quei "profitti" che abbiamo evidenziato per l'impresa globale), a queste imprese spetta il compito di soddisfare una domanda sempre più povera e, quando è ricca, sempre più segmentata (ai nuovi ricchi piace il "su misura"), il tutto senza disporre dei capitali necessari per competere con l'impresa globale sul mercato delle aree. L'unico vantaggio dell'attuale situazione sembra essere quello di poter attingere ad mercato del lavoro che le imprese globali hanno reso "più flessibile" (ovvero a basso costo, poco sindacalizzato, ecc.). La soluzione a questo rebus è sempre più spesso la cosiddetta "informalizzazione", che Saskia Sassen individua come componente strutturale del processo di globalizzazione. Sono infatti sempre più le imprese che, nelle città globali del mondo sviluppato, escono dal settore formale o subappaltano parte delle loro attività ad imprese informali. In questo modo possono usare spazi meno costosi (seminterrati dei quartieri residenziali, capannoni senza i requisiti legali per igiene e sicurezza), evadere il fisco, eludere i costi di depurazione degli scarichi, "risparmiare" ulteriormente sul costo del lavoro, ecc. Questo temo che sia il destino (già in parte realtà) delle piccole e medie imprese di costruzione della nostra città, per non parlare poi di quello dei loro operai.

Il fatto che anche l'impresa globale abbia bisogno di condizioni materiali rappresenta, secondo la Sassen, un elemento da cui partire per costruire nuove ipotesi di regolamentazione delle loro attività. Proviamo a fare qualche ipotesi che potrebbe interessare Roma.
Roma possiede un patrimonio estremamente interessante per le transnazionali del Turismo. Il nuovo PRG ne prende atto e si spertica a creare le condizioni affinché queste transnazionali invadano Roma in cambio di un po' di capitali e di un po' di posti di lavoro. Una volta raggiunto l'obiettivo, sappiamo benissimo che l'Amministrazione Pubblica si troverà a rincorrere libri contabili introvabili e a cercare di imporre una serie di regole (igiene, sicurezza, lavoro, ecc.) che le imprese locali coinvolte non sono in grado di seguire per il semplice fatto che la transnazionale non lascia loro un margine di profitto sufficiente.

Possiamo immagine un'alternativa? forse sì.
Roma non è la sola città ad avere un patrimonio interessante per le transnazionali del Turismo. Questa è la sua debolezza (le transnazionali potrebbero rivolgersi altrove) ma potrebbe diventare la sua forza. Basta lasciare da parte l'immorale mito della competizione tra città. Invece di cercare di fare la propria fortuna sulle disgrazie altrui, offrendo il possibile e l'impossibile alla transnazionale di turno, Roma potrebbe solidarizzare con le altre città che hanno un patrimonio interessante ed elaborare con loro una strategia comune per affrontare le transnazionali del Turismo. Utopia? Forse. Ma che io sappia era proprio questa utopia a tenere insieme gli amministratori locali che si sono incontrati a Porto Alegre. Non so bene come sia andata a finire nel 2002 (c'era Veltroni e non c'ero io), ma dal forum degli amministratori locali del 2001 (Fórum de Autoridades Locais pela Inclusão Social) era uscito un programma di lavoro (Carta de Porto Alegre) niente male (chissà se Veltroni lo aveva letto prima di accodarsi?). Ve lo sintetizzo:
1) accesso allo spazio pubblico per tutti i cittadini;
2) redistribuzione dei redditi attraverso servizi e infrastrutture;
3) difesa dei diritti umani;
4) lotta alla disoccupazione;
5) cooperazione solidale e decentrata tra città;
6) promozione di politiche agricole sostenibili;
7) attuazione di una politica internazionale autonoma da quella statale;
8) partecipazione diretta delle città agli organismi internazionali;
9) collaborazione con il terzo settore;
10) controllo sociale dei flussi finanziari (Tobin Tax)

Bene, mi fermo qui sperando di aver offerto qualche buono spunto per cominciare ad interloquire con le forze economiche della nostra città e magari anche riuscire ad avanzare delle proposte al nostro Sindaco.

14.10.2002

Silvia Macchi - Urbanista