Anche la guerra economica è fallita

Amira Hass*

31 marzo 2003

Le statistiche, quando riguardano i palestinesi, evaporano in fretta.
Succede ai rapporti sul numero di civili palestinesi uccisi dall'esercito israeliano nell'ultimo mese; succede ai rapporti sulle dimensioni della crisi economica in Cisgiordania e nella striscia di Gaza; e succede anche quando a scrivere il rapporto è un'organizzazione come la Banca Mondiale.
La settimana scorsa la Banca Mondiale ha dato un'anticipazione del rapporto, di prossima pubblicazione, sulla crisi dell'economia palestinese. Il prodotto interno lordo pro capite, rispetto al 2000, si è dimezzato. La disoccupazione è arrivata al 53%. Le entrate fiscali dell'Autorità Palestinese sono precipitate da una media mensile di 91 milioni ad una di 19 milioni di dollari.
Due milioni di persone -il 60% della popolazione- vive al di sotto della soglia di povertà (meno di due dollari al giorno): nel 2000 era il 21%.
E in Palestina i poveri sono sempre più poveri -nel 2000 la spesa media giornaliera di un nullatenente corrispondeva a 1,47 dollari, ora è scesa a 1,32 dollari. Nel rapporto si afferma che a Gaza il 13,3% della popolazione soffre di malnutrizione cronica, dato paragonabile a quelli di Congo e Zimbabwe.
Qua e là la stampa israeliana ne parla. Poi i rapporti svaniscono. Il prof. Aryeh Arnon, dottore in economia dell'Università Ben-Gurion, ha studiato l'economia palestinese per anni, comprese le fasi di Oslo e quelle dell'occupazione diretta da parte di Israele. Il professore sostiene che è difficile immaginare, sul campo, la reale portata di queste cifre.
Si tratta di una crisi paragonabile a quella della fine degli anni '20 in Europa, afferma. Sarebbe come se metà della società israeliana vedesse le sue entrate attuali -circa 1.400 euro per famiglia ogni mese- scendesse a 600 euro praticamente da un giorno all'altro. Anron si dice meravigliato che questi dati e le loro ancor più gravi implicazioni non abbiano suscitato alcun dibattito all'interno della società israeliana. Quello che queste cifre significheranno per il futuro è qualcosa di molto più importante e carico di conseguenze delle lotte di potere all'interno della leadership palestinese.
Il rapporto della banca mondiale sembra coprire di elogi Israele per la restituzione di parte delle entrate fiscali all'Anp, per l'aumento dei permessi di lavoro e l'incremento delle relazioni collegiali stabilite tra i rappresentanti delle organizzazioni umanitarie internazionali e il coordinatore governativo nei Territori.
Ma gli elogi contenuti nel rapporto fanno da contorno ad una affermazione chiarissima -e cioè che la politica di chiusura perseguita dal governo israeliano è la causa principale di questa crisi. Questo vale particolarmente per le chiusure interne e le gravi limitazioni imposte ai trasporti. Limitazioni tali da paralizzare i movimenti di beni e persone e da vanificare ogni possibilità di generare nuove fonti di guadagno in grado di sostituire quelle che sono andate perdute.
La Banca Mondiale sottolinea che "nel 2003 le decisioni del governo israeliano saranno cruciali per l'economia palestinese. L'attuazione di una politica di chiusura ha molta più influenza sull'economia di quanto non ce l'abbiano le strategie dell'Anp o l'attività dei paesi donatori".
Secondo la Banca Mondiale sono tre i fattori che hanno evitato fino ad ora un totale collasso dell'economia palestinese. Primo, e più importante, la coesione e l'elasticità della società palestinese. Molto in sostanza si deve alla solidarietà e al sostegno reciproco, nonostante le enormi difficoltà. Secondo, i servizi di base che l'Anp continua a garantire.
La Banca Mondiale afferma che gli sforzi compiuti dall'autorità per affrontare l'emergenza sono stati sottovalutati. Terzo, l'economia palestinese sopravvive grazie al sostegno finanziario della comunità internazionale. In ogni caso, afferma la Banca Mondiale, anche se tale supporto venisse raddoppiato fino a raggiungere i due miliardi di dollari -e non sarà così- il livello di povertà scenderebbe al 54% solamente per la fine del 2004. Tra le altre cose, sostiene il rapporto, le chiusure impediscono agli aiuti stranieri di incrementare le entrate reali perché la maggior parte dei fondi si traduce in importazioni e inflazione invece che in un aumento della produzione a livello locale.
Nonostante le buone relazioni di lavoro tra il coordinatore governativo nei Territori e i gruppi umanitari, il rapporto lamenta sul campo una mancanza di coordinamento tra chi dà gli ordini e i soldati, mancanza che diminuisce l'efficacia delle operazioni umanitarie e spesso espone le squadre internazionali a seri pericoli.
La Banca Mondiale non è in una posizione tale da poter mettere in dubbio le ragioni di sicurezza addotte da Israele per giustificare la sua politica di chiusura. Si limita ad osservare che l'abolizione delle chiusure interne è necessaria nel breve termine per rianimare l'economia palestinese e per evitare un disastro.
Il prof. Arnon definisce in modo diverso il regime di chiusure interno ai Territori: "Questa è una guerra economica. Israele sta usando la leva economica sui civili palestinesi", nella speranza che la miseria li costringa a premere per la cessazione della lotta armata nei Territori e per la fine del terrorismo.
Ma come quella militare, anche la pressione economica non sta funzionando con i palestinesi. Non è stata registrata alcuna diminuzione nel numero di palestinesi pronti a giurare di vendicarsi contro Israele e gli israeliani, né una diminuzione nel numero delle persone che li supportano.
Per cui, presumibilmente, la conclusione di Israele sarà che la pressione economica debba essere aumentata e che le restrizioni alla circolazione delle persone, dei beni di consumo e delle materie prime debbano essere più severe. I risultati si vedranno nel prossimo rapporto della Banca Mondiale.


* Amira Hass, giornalista israeliana, è corrispondente del quotidiano "Haaretz", e vive a Ramallah nei Territori palestinesi occupati.

Traduzione a cura della Comunità Papa Giovanni XXIII - Progetto Go'el