I "NOSTRI" PALESTINESI

"Criminale è chi condanna gran parte degli uomini all'alternativa
tra la miseria dell'esclusione o l'esclusione dell'asservimento"
c.s.o.a. ex Snia Viscosa

31.08.04

Cos'è che rende l'Insurrezione dello Stomaco Vuoto, come i detenuti palestinesi hanno definito il loro sciopero della fame che ha superato ormai la seconda settimana, capace di resistere così a lungo, mentre la rivolta dei detenuti di Regina Coeli può dirsi per il momento interrotta?
Confrontando i due momenti di lotta proposti dai detenuti, non ci trarrà in inganno la apparente differenza tra livelli di democrazia esistenti in Italia ed in Israele. Chè anche noi ci stiamo rapidamente incamminando verso quel target di arroganza, meschinità, sopraffazione, sprezzo della legalità cha caratterizza il rapporto tra governo israeliano e popolazione palestinese.
Non è difficile riconoscerli i "nostri" palestinesi, tra coloro che quotidianamente lottano per mantenere un briciolo di dignità a se stessi e alla propria famiglia, rischiando di essere risucchiati nell'enorme sacca delle cosiddette "nuove povertà", anticamera dell'esclusione sociale; il loro numero aumenta giorno per giorno, andando ad aggiungersi ai disoccupati, ai senza diritti, agli immigrati, ai detenuti. Un popolo di cui questo governo farebbe volentieri a meno, se potesse, relegandolo al di là di un Muro di Separazione virtuale, meno visibile di quello edificato dagli israeliani ma non per questo meno subdolo. E forse una differenza che contraddistingue le due forme di lotta nelle carceri consiste proprio nella coscienza che i palestinesi hanno delle proprie diversità: di numero, di forza, di diritti; la coscienza di appartenere ad un unico popolo. Un popolo che immediatamente risponde con la solidarietà quando i propri figli ne hanno bisogno: e questo è successo ai prigionieri in lotta: immediate sono state le azioni di solidarietà nei territori, a dar voce ed energia nuova agli oltre 7500 in sciopero della fame, a far sì che questo stia diventando uno dei più significativi momenti di resistenza messi in atto all'interno di un carcere. Attorno allo sciopero dei detenuti palestinesi c'è un movimento che aumenta di potere e di radicamento giorno per giorno, che restituisce finalmente all'Intifada la sua dimensione popolare. Una dimensione popolare non violenta, se lo stesso nipote di Gandhi ha aderito allo sciopero della fame proclamato dai palestinesi. A differenza delle piattaforme avanzate dai detenuti italiani durante i loro momenti di lotta più intensi, vedi lo "Sciopero del carrello" del 1997, o la protesta del 2000 e del 2002, che contengono soprattutto richieste di migliori livelli d'intervento, sia nella gestione che nel trattamento delle emergenze sanitarie e legali, in quella palestinese appare una richiesta che manca in quelle italiane: porre fine ai metodi di umiliazione e tortura messi in atto dal personale del carcere e applicare i diritti umani. Cosa significa, questo? Che la situazione nelle carceri italiane è, come dice il ministro Castelli, da Grand Hotel? Nulla di paragonabile agli istituti di detenzione israeliani? Non sarà invece che sono solo le sovrastrutture a fare la differenza, e la realtà del regime carcerario è la stessa dappertutto, o, almeno, può diventarlo in un attimo, purchè uno Stato decida che basta con la gestione soft del dissenso, è ora della repressione? Chiunque abbia avuto un qualsiasi approccio con l'istituzione carceraria non potrà affermare con sicurezza che i diritti umani sono pienamente rispettati, o escludere che nessuna forma di tortura, da quella fisica a quella psicologica, trovi nel carcere espressione. La lettura del comunicato con cui i detenuti di Regina Coeli hanno sospeso la loro rivolta, o meglio, come essi stessi hanno preferito definirla, l'espressione di "esasperazione", ci rimanda una sensazione di sconfitta, un senso di estrema debolezza; ne traspare la consapevolezza di essere molto lontani dal potersi considerare un popolo, il popolo dei detenuti. E, paradossalmente questa debolezza era già tutta espressa nella stessa violenza del metodo utilizzato, che ne ha impedito la condivisione ai più e che ha fatto fare "macchina indietro" a molti, di fronte alle minacce di repressione. Ma da parte nostra, qui, fuori, c'è stata solidarietà? Possiamo dire di aver fatto quanto possibile per sostenere le loro rivendicazioni, o forse il mese di agosto, il caldo, le ferie hanno impedito al Movimento di attivarsi prevedendo azioni di sostegno che avessero maggiore visibilità dei comunicati? E che dire del centro-sinistra, che non ha trovato di meglio che fomentare la squallida polemica sulle responsabilità innescata dallo squallido ministro di Grazia e Giustizia? Avrebbero ragione, i detenuti romani, a sentirsi strumentalizzati, tirati per le maniche da quanti piuttosto che fornire lucidità e condivisione alla loro protesta altro non hanno fatto che renderla più confusa, facendone perdere l'obiettivo politico e sociale.
E' quanto mai necessario rendersi conto che il sistema carcerario va non solo riformato, ma rifondato, e parallelamente ad esso la concezione in base alla quale la società non riesce a fare a meno dei luoghi di segregazione, nei quali la beffa del reinserimento sociale giustifica coercizioni, soprusi e violenze.
Cos'è che impedisce a questi politici di scorgere il rapporto di intrinseca relazione che esiste tra carcere e conflittualità sociale? Il farlo significherebbe prendere coscienza delle cause alla base del disagio sociale, considerare i fattori di rischio di esclusione, combatterli…Troppo arduo. Più d'effetto e più semplicistica la soluzione del capro espiatorio o quella delle reciproche responsabilità, non importa se il Guardasigilli dimostra ancora una volta la sua superficialità di ragionamento utilizzando schemi prelogici di pensiero.
Cos'è che impedisce di capire a noi tutti quello che i palestinesi sanno da sempre, che siamo tutti in libertà provvisoria?

Marina Del Monte