Compleanno in carcere

Il 31 gennaio è stato il compleanno di Haggai Matar e di Noam Bahat, due dei cinque riservisti israeliani tuttora detenuti nel carcere militare n. 6 (Athlit). Almeno 200 amici, conoscenti e simpatizzanti si sono ritrovati in quest'occasione sulla collina di fronte alla prigione per un vero party: con palloncini, striscioni e torte. Insomma, con tutto quello che ad una festa ci deve essere. Solamente che i festeggiati sono stati dietro le sbarre e hanno potuto seguire la cosa da lontano.
Ecco che cosa racconta Anat Matar, 47 anni, la mamma di Haggai

dal sito www.peacereporter.net

Lo ha sentito recentemente?
Sì, ieri (mercoledì, ndr). Oggi ha parlato con mio marito Doron. Ci sentiamo al telefono quasi ogni giorno, ma solo per pochi minuti (sette al massimo). Di sabato, non può chiamare.
Come sta Haggai?
Bene. L'umore è buono. Non è particolarmente preoccupato. È in cella con due dei suoi amici. Li hanno divisi in due gruppi (uno di due e un altro di tre). È un bene, dal loro punto di vista, che li tengano assieme. Ma adesso abbiamo sentito che potrebbero trasferirli in un altro carcere, civile stavolta. E questo ci preoccupa.
Come sono le condizioni di detenzione?
È una specie di casa con trenta letti, suddivisi in due grandi celle: 15 e 15. Gli altri sono detenuti che entrano ed escono dal carcere; non è gente che si ferma a lungo. E quindi anche la conoscenza con loro è limitata; parlano, ma non approfonditamente.
Come passa il tempo Haggai?
Leggendo, cucinando. Non ha accesso a internet, non può ascoltare la radio o della musica.
I cinque refusenik sono in contatto fra loro?
Il gruppo dei due non può comunicare col gruppo dei tre. Possono incontrarsi solo una volta la settimana, quando viene l'avvocato.
Cosa succederà nelle prossime settimane?
A metà febbraio, decideranno se trasferirli in un carcere civile, oppure no. Noi siamo contrari, perché finirebbero assieme a detenuti di ogni tipo: criminali comuni, ecc. Ma capiamo che per l'Esercito i cinque riservisti sono scomodi. Pensano che da lì dentro promuovano la loro causa. Di fatto questo non succede.
Che farete?
Avvieremo quindi una campagna per il loro rilascio.
Non sono previsti sconti di pena?
Di solito sì. Il periodo di detenzione viene in un secondo momento ridotto di due terzi (dai 12 mesi iniziali ai quattro effettivi). Stavolta però il portavoce dell'Esercito ha messo subito in chiaro che non ci saranno sconti: i 12 mesi devono quindi essere scontati per intero. Ha prevalso la linea dura.
Come sono state le reazioni dell'opinione pubblica israeliana?
Le reazioni sono state molto varie. Anche chi era sostanzialmente d'accordo con la sentenza, ne ha contestato la durezza: un anno dentro, per giovani di 19-20 anni, è una punizione pesantissima. Tutti e cinque avevano già sperimentato il carcere per questa stessa ragione; e ora, dopo le precedenti detenzioni, essere di nuovo dentro… Altri, invece, hanno detto che era giusto così. Non c'è stata insomma una reazione comune.
Suo figlio ha detto qualcosa prima di ritornare in carcere?
Sì. Che non ha alcun rimpianto: se tornasse indietro farebbe lo stesso. Non è sorpreso dalla durezza della condanna. Sente che per lui questa scelta - di obiezione di coscienza - è quella giusta.
E lei come madre come si sente?
Triste. Ma sono anche molto fiera di lui. Ha fatto quello che realmente avrebbe dovuto fare.
E suo marito?
Lo stesso. Entrambi però siamo anche molto preoccupati.
Ha un sogno?
Sì. Quello di vivere in un Stato realmente democratico.

25.1.2004

Alessandra Garusi