Fermiamo il crimine dell'oleodotto in Ecuador
Intervista a Giuseppe De Marzo, della Campagna contro l'OCP, arrestato in Ecuador il 12 novembre e rispedito in Italiaaltremappe: Sei reduce di una esperienza abbastanza 'forte' in Ecuador, ci puoi raccontare brevemente cosa è successo?
De Marzo: Nella notte fra l'11 e il 12 novembre, insieme ad altri 3 ecologisti ecuadoriani, siamo entrati nel bosco protetto a Mindo, - uno dei posti più belli di tutto il pianeta in termini di biodiversità - e ci siamo entrati travestiti da lavoratori Ocp per evitare di essere fermati o peggio sparati.
Questo bosco attualmente è devastato per ¾ dall'Ocp: quella notte abbiamo iniziato a salire sulla montagna per verificare la situazione e monitorare la devastazione compiuta dall'Ocp. Arrivati nella finca n.57, nel territorio di proprietà di uno degli ecologisti di 'Action por la vida', abbiamo iniziato a verificare le condizioni del terreno perché l'Ocp non si è neanche scomodato a pagare il diritto di via -che ovviamente gli ecologisti avrebbero rifiutato-, né ad espropriarli: non ha compiuto nessuna azione legale, ha direttamente iniziato a lavorare e devastato il loro territorio.
Verso le dieci di mattina abbiamo detto ai lavoratori dell'Ocp, pagati 4$ e 8 cent all'ora per 16 ore al giorno e morire per l'Ocp -25 ne sono già morti ovviamente senza nessuna assicurazione-, abbiamo detto loro di uscire da quella terra perché si trattava di un territorio privato: i lavoratori sono stati disponibilissimi, si sono immediatamente seduti interrompendo il lavoro. Dopo mezz'ora sono arrivati i corpi speciali dell'esercito in assetto antisommossa e subito dopo sono arrivate le squadre speciali della polizia Ocp.
Sì, proprio così, esistono delle squadre speciali della polizia-Ocp: infatti il governo ecuadoriano mette a disposizione corpi speciali della polizia e dell'esercito per tutelare interessi privati. Per cui il tenente Torres, che è quello che ha eseguito i nostri arresti, è il responsabile di tutta la protezione dell'oleodotto. La polizia quindi ci ha arrestati, ammanettati e scaraventati sulle camionette per essere portati in carcere. Siamo stati subito divisi ed io sono stato portato in un carcere per la migrazione e la prima notte sono stato in una cella di 3 metri quadri per 2 con 20 persone, dove mi è stato impedito anche di lavarmi oltre ovviamente che di esercitare diritti minimi come quello di fare una telefonata o chiamare un avvocato, quindi si è trattato di un vero e proprio sequestro.
Il giorno dopo sono stato processato dal capo della polizia in un processo sommario in cui sono stato accusato di 'dare scandalo nel paese' e di 'bloccare i lavori dell'Ocp' , dopodiché sono stato portato un in carcere penale, in compagnia di psicopatici, stupratori e così via, dove sono stato intimidito nella cella con un coltello alla gola. In quei momenti in Ecuador si organizzavano manifestazioni e iniziative da parte di organizzazioni indigene ed ecologiste che si erano mobilitate per tirarci fuori.
A quel punto la polizia mi è venuta a prelevare con l'inganno, dicendomi che mi avevano assolto e che stavano facendomi uscire: invece all'uscita del carcere ho trovato una camionetta dei corpi speciali della polizia ed è iniziata la trafila per cacciarmi dal paese. Infatti la situazione era abbastanza ingestibile, visto che in caso di assoluzione - cosa che infatti il giorno dopo si è verificata- non avrebbero potuto spiegare un sequestro come quello che avevo subito. Pensa che non sono nemmeno stato formalmente espulso, sul mio passaporto non c'è nessun timbro di questo tipo.
Dunque mi hanno fatto salire sulla camionetta e mi hanno portato a Quito, dove però hanno trovato ad accoglierci una manifestazione e la presenza di vari mezzi di informazione.
A quel punto la polizia, anche davanti alle telecamere, ha iniziato a picchiare tutti per impedire che il blocco mettesse in crisi il piano secondo il quale dovevano a tutti i costi mettermi su un aereo e rispedirmi in Italia. Alla presenza del console italiano, che protestava per questo trattamento -nel frattempo io ero svenuto e un medico chiamato sconsigliava assolutamente un viaggio in aereo-, dopo alcune ore sono stato messo su un aereo con destinazione Guayaquil. Ho passato la notte lì, scortato a vista da 8 poliziotti e costantemente sotto la minaccia di un mitra, per poi essere portato insieme al capitano della polizia a Panama, da lì a New York e a Roma.
Il mio biglietto lo ha pagato l'Ocp, e questo rende l'idea del livello di corruzione e di governo reale da parte delle transnazionali dei processi politici di paesi come quelli latinoamericani.
altremappe: Questa esperienza viene dopo una lunga campagna in Ecuador contro la costruzione dell'oleodotto. Qual è la risonanza che questa vicenda ha nel paese e quali sono le forze che si stanno opponendo con maggiore determinazione al progetto?
De Marzo: La campagna è stata lanciata a Porto Alegre, durante il secondo Forum Sociale mondiale del gennaio 2002, insieme a diverse organizzazioni indigene, alla Conaie, ad 'Action ecologica' -che è una ong gestita da donne in Ecuador- e ad altri movimenti italiani.
Il livello di attenzione in Ecuador è altissimo: nel senso che l'Ocp è casa loro.
La foresta amazzonica vergine devastata per secoli, 500 km di devastazione ambientale, sociale ed economica, significa perdere la più grande riserva di biodiversità di tutto il pianeta insieme al bosco della Malesia, significa sfruttare i lavoratori a 4$ al giorno, significa insinuare conflittualità fra le comunità -visto che l'Ocp adotta criteri diversi per i diversi appezzamenti: paga una cifra al proprietario di un terreno, il doppio ad un altro e un terzo non lo paga affatto, provocando contrasti fra i proprietari dei pezzi di terra -, significa condannare a secoli di miseria intere comunità. Ad esempio l'ecoturismo a Mindo è la principale fonte di reddito, c'è un intero sistema che ruota intorno a questa attività: gli albergatori, i produttori di prodotti alimentari tipici, con un indotto che coinvolge migliaia di persone.
Questi lavori con l'oleodotto scompariranno e ciò significa che tutti quelli che vivono di questo, o che hanno investito i propri soldi in queste attività, sono toccati direttamente e sono in prima fila a lottare per difendere i propri diritti e quelli delle generazioni future.
Infatti è anche di questo che si tratta oltre che del diritto alla sovranità sulle risorse: la sovranità sull'acqua, ad esempio -che già l'Ecuador non possiede più- sarà ulteriormente minata. Con l'Ocp si metterà in discussione il diritto all'acqua di oltre 2 milioni e mezzo di ecuadoriani: a Mindo ci sono 7 sorgenti che riforniscono 300mila persone e basta una goccia di petrolio per contaminare 100mila metri cubi d'acqua. Immaginate quello che potrebbe provocare un versamento, probabilissimo d'altra parte visti i precedenti con il vecchio oleodotto che si è rotto ogni 10 giorni perché il terreno è sismico e instabile, è a rischio vulcanico.
Papayacta, ad esempio, è la più grande riserva di acqua potabile dell'Ecuador e viene attraversata dai tubi.
Insomma gli interessi che si difendono lottando contro l'Ocp sono tanti e toccano la sopravvivenza e la dignità di milioni di persone. Il nuovo presidente appena eletto in Ecuador, Lucio Gutierrez, ha messo la questione dell'Ocp fra i punti della sua propaganda elettorale, non schierandosi direttamente contro, ma comunque dichiarando di voler rivedere il contratto visto che l'oleodotto sottrae tonnellate di petrolio al paese senza prevedere neanche nessun piano di smantellamento quando il petrolio sarà finito, viola tutti gli standards internazionali fissati dalla Banca Mondiale, ed infatti non è un caso che sono le banche private a finanziare e non la BM.
Per quanto riguarda l'Italia devo dire che il livello della mobilitazione è cresciuto quando abbiamo elevato il livello del conflitto: è un meccanismo verificato. Quando eleviamo il livello del conflitto cresce anche il livello del consenso.
Sebbene l'Eni stia facendo un lavoro sui mezzi di comunicazione per evitare che venga fuori questa questione come pure questioni simili che investono territori italiani - vedi la Val D'Agri-, la cosa sta emergendo e infatti nella Campagna OCP si stanno incontrando persone e realtà che provengono da percorsi politici molto diversi, dall'area della disobbedienza a quella del pacifismo assoluto come i Beati costruttori di pace o altri. Evidentemente tutti questi soggetti trovano nella Campagna o nella carovana che abbiamo fatto nello scorso giugno grossi punti in comune: ora ha fatto il suo ingresso anche la Cgil e questo ci fa molto contenti perché in questo modo la battaglia contro una multinazionale italiana -l'Eni-viene promossa da un laboratorio composto da Ong, movimenti e sindacato, un laboratorio d'eccezione che può lavorare da diversi punti di vista intorno al problema.
altremappe: Quali sono le responsabilità dell'Eni in questo progetto?
De Marzo: L'Eni è proprietaria del 7.5% del consorzio Ocp e io penso che le loro sono azioni criminali perché loro attaccano la vita, attaccano i diritti delle future generazioni e violano leggi stabilite da organismi internazionali come la BM. L'Eni è responsabili di tutto questo, perché c'è una 'corporate responsability', cioè una responsabilità delle multinazionali su quello che viene fatto: non possono dire che l'aver fatto il consorzio le scarica da ogni responsabilità; inoltre l'Eni ha firmato il 'global compact' con le Nazioni Unite, cioè un decalogo di 8 regole che le multinazionali buone si impegnano a rispettare e che al contrario l'Eni viola sistematicamente.
altremappe: E l'Onu che cosa fa di fronte a questo mancato rispetto?
De Marzo: Niente, purtroppo, come accade anche per molte altre vicende, anche in presenza di una violazione così esplicita.
Ma l'Eni va ancora più in là nella sua azione criminale e nella truffa: ha siglato un accordo con le popolazioni indigene per cui in cambio di 15 tazzine, 15 piatti, un quintale di riso, uno di zucchero, due buste di sale, due secchi di burro, 2 palloni da football, 1 fischietto e 2000 dollari l'Eni ha comprato il silenzio dei popoli indigeni per sempre e si è liberata di ogni responsabilità penale per estrazioni nel loro territorio.
Sì, avete capito bene: noi siamo in possesso di questo contratto che compra -come è avvenuto 500 anni fa- con specchietti e palline il silenzio delle popolazioni indigene. Nell'accordo, infatti, è specificato il divieto per chi sottoscrive di denunciare la compagnia Eni in nessun caso, neanche di fronte ai gravi danni che le estrazioni possono provocare.
L'Eni si macchia di crimini contro l'umanità, ecco perché cerca di costruire l'immagine pubblicitaria basata sul rispetto e sui diritti, perché in realtà quello che fa in Angola, in Kazakistan, in Nigeria, in Ecuador e anche da noi in Val D'Agri, è violazione continua dei diritti umani e dell'ambiente.
altremappe: Ci puoi raccontare brevemente la vicenda italiana della Val D'Agri?
De Marzo: In Val D'Agri in Basilicata c'è il più grande pozzo di petrolio sulla terraferma e l'Eni porta avanti da anni una campagna di estrazione, recentemente vi sono stati anche arresti per corruzione legati a questa vicenda, naturalmente insabbiati e 'dimenticati' ben presto dai mass media. È stato costruito un oleodotto fino a Taranto che dovrebbe trasportare circa 200mila barili giornalieri: infatti quello della Val D'Agri è il più grosso pozzo europeo costruito in un territorio che presenta grossi problemi strutturali per l'estrazione.
Ci sono continui versamenti ed è stato devastato un territorio bellissimo. Nei sud del mondo e nel nostro sud le vere ricchezze sono il territorio, la sua cultura, la gente, i profumi, i sapori: devastando le vere ricchezze si chiudono tutte le possibilità di uno sviluppo locale autonomo.
L'Eni ha devastato il territorio comprando anche qui il silenzio: ha fatto un accordo con la regione Basilicata che ora la regione vuole rivedere perché i contributi promessi non arrivano. Sta facendo in Italia le stesse cose fa in altri paesi, solo che lo fa in maniera un po' più soft perché il problema di questi altri paesi è che i dissenzienti vengono arrestati, torturati o fatti sparire. E sono le multinazionali stesse che risolvono il problema pagando gli squadroni della morte: come ha fatto la Texaco in Ecuador, o la Oxy in Colombia.
altremappe: Anche senza voler parlare di un 'comando unico', da quello che dici sembra proprio che ci sia una catena muove, da parte di imprese diverse in diversi paesi, la stessa logica di morte
De Marzo: Quando a giugno in Ecuador abbiamo occupato l'Eni e il pomeriggio siamo andati a parlare col capo dell'Ocp nella stanza del ministro dell'ambiente abbiamo potuto constatare che c'è un quarto potere, proprio quello di cui stai parlando tu. Noi abbiamo visto un ministro di un paese sovrano prendere ordini da un ingegnere dell'Ocp.
C'è un interesse spasmodico da parte di questo sistema economico di petrolio. Il petrolio è la fonte principale del loro modello economico, del modello di consumo che abbiamo scelto, del modello industriale che abbiamo scelto. Il petrolio muove le guerre: il controllo del petrolio è la vera fonte principale del controllo, per cui in nome del petrolio il governo delle transnazionali continua a dettare le regole, non solo in campo economico, ma anche in campo sociale, politico e continua a destabilizzare interi paesi.
Il Venezuela è un caso emblematico: stanno tentando di fare un golpe da mesi perché Chavez ha deciso di non privatizzare l'industria del petrolio. In Ecuador altrettanto, in Colombia, in Afghanistan, in Iraq se la guerra ci sarà, sarà per il petrolio. È abbastanza evidente che il petrolio è il motore delle guerre e quindi c'è un'intesa unica che va dall'Eni alle altre imprese che si muovono nello stesso campo, per questo non parlerei più neanche di multinazionali italiane perché non ha più senso.
altremappe: Insomma davanti a questo quadro criminale tu prima parlavi di un binomio -conflitto e consenso- che può essere forse la chiave di lettura,in una forma adeguata ai tempi, di queste contraddizioni e della possibilità di contestarli?
De Marzo: Nel nostro opulento occidente penso che l'unica maniera per smuovere le coscienze è elevare il livello del conflitto: pacifico ovviamente, ma non per questo meno radicale. Legarsi a un palo, vivere su degli alberi come hanno fatto a Mindo, farsi picchiare e deportare, processare e imprigionare non è meno valoroso oggi in occidente rispetto a quello che l'immaginario collettivo ha sviluppato sui paesi del sud del mondo, dove le esigenze ti portano a lottare anche con l'utilizzo delle armi, come fanno alcune guerriglie. In occidente noi per cercare di creare consenso dobbiamo elevare il livello del conflitto, lo faremo e lo continueremo a fare con azioni dirette: oggi finalmente la BNL e l'Eni ci danno una ragione di esistere in Italia. Abbiamo delle imprese italiane da colpire per una ragione precisa: perché non vogliamo essere responsabili dell'attacco alla vita, delle devastazioni dell'ambiente che si lasceranno a quelli che verranno dopo di noi: per questo lottiamo e colpiremo gli interessi di Eni e BNL fino a quando non cambieranno atteggiamento e non si comporteranno come stessi standards delle organizzazioni internazionali impongono.29.11.2002
Per approfondimenti leggi il Dossier oleodotto in Ecuador