Il prossimo shock per l'Iraq sarà la Terapia shock
17 Marzo 2004
Project SyndicateJoseph Stiglitz (*)
Con uneccezione leffettiva vittoria militare, che pare sempre di più una vittoria di Pirro lavventura irakena del Presidente Bush è stata segnata da ripetuti fallimenti. Sono state individuate tracce trascurabili di armi di distruzione di massa, e, secondo David Kay, il capo degli ispettori americani, gli arsenali non sono mai esistiti o sono stati distrutti anni fa. Quindi Bush ha semplicemente ignorato i dati raccolti dagli ispettori ONU di Hans Blix, e le prove su cui ha fondato le sue ragioni per la guerra sembrano esser state in larga misura costruite.
Ancora peggio, ora è chiaro che Bush non ha mai avuto un piano per il dopoguerra. Anziché spostarsi verso la pace e la democrazia, la situazione irachena resta così pericolosa che Paul Bremer, il capo delloccupazione americana, sta usando linstabilità e le sue implicazioni per evitare che si tengano elezioni democratiche questanno.Certo, lAmerica ha provato a ristabilire un ordine effettivo in alcuni luoghi, tradendo il suo pensiero rispetto a ciò che davvero conta in Iraq. Quando Baghdad cadde, il ministero del petrolio venne rapidamente presidiato, mentre fu permesso che musei e ospedali venissero saccheggiati.
Se non cè stata una corruzione assoluta nellassegnazione di contratti per 7 miliardi di dollari alla Halliburton, il cui ex-amministratore delegato è il Vice Presidente Dick Chaney, di certo si è avvertito lodore di capitalismo di cricca. Halliburton e le sue controllate sono state invischiate nell'accusa di speculare sulla guerra fin dall'inizio, e hanno già dovuto restituire al governo Usa svariati milioni di dollari.
Adesso, chiunque sarebbe daccordo, lobiettivo principale oltre a creare uno stato democratico e ripristinare le condizioni di sicurezza è ricostruire leconomia. Blindata dallideologia, lamministrazione Bush sembra determinata ad allungare la sua lista di miserabili fallimenti ignorando gli insegnamenti del passato.
Quando cadde il Muro di Berlino, i paesi dellEuropa dellEst e lex-Unione Sovietica cominciarono la loro transizione verso uneconomia di mercato, con accesi dibattiti su come questo dovesse aver luogo. Una delle alternative era praticare una terapia shock rapide privatizzazioni della proprietà statale e immediata liberalizzazione del commercio estero, dei prezzi e dei flussi di capitali mentre laltra era una liberalizzazione graduale dei mercati per permettere che le apposite istituzioni venissero create di pari passo.
Oggi, cè un vasto consenso intorno allidea che la terapia shock, almeno a livello di riforme micro-economiche, è fallita e che paesi (Ungheria, Polonia e Slovenia) che scelsero la gradualità delle privatizzazioni e la ricostruzione delle infrastrutture istituzionali hanno gestito la loro transizione molto meglio di quelle che hanno provato a saltare a piè pari nelleconomia del laissez-faire. I paesi a terapia shock hanno registrato contrazioni del reddito e crescita della povertà. Gli indicatori sociali, come lattesa di vita, fungevano da cartina al tornasole per i miseri livelli di PIL.
Più di un decennio dopo linizio della transizione, molti paesi post-comunisti non sono neanche tornati ai livelli di reddito pre-transizione. Ancora peggio, la prognosi del processo di stabilizzazione della democrazia e delle istituzioni democratiche in molti dei paesi a terapia shock non pare essere incoraggiante.
Questa esperienza dovrebbe suggerire di pensarci due volte prima di riproporre una terapia shock. Ma lamministrazione Bush, sostenuta da una ristretta elite irakena, sta spingendo lIraq verso una terapia shock ancora più radicale di quella portata avanti negli ex-paesi sovietici. Infatti, i sostenitori della terapia shock affermano che il suo fallimento passato è dovuto non alleccessiva rapidità del processo troppo shock e poca terapia bensì allinsufficienza dello shock. Quindi gli irakeni farebbero meglio a prepararsi alla somministrazione di una dose ancora più brutale.
Ci sono, ovviamente, somiglianze e differenze tra gli ex-paesi comunisti e lIraq. In entrambi i casi, le economie erano profondamente indebolite prima del collasso. Ma la I Guerra del Golfo e lembargo hanno indebolito lIraq più di quanto il comunismo abbia fatto con lURRS.
Inoltre, pur dipendendo fortemente sia la Russia che lIraq dalle proprie risorse naturali, la prima aveva almeno dimostrato di possedere buone dotazioni di altre risorse. La Russia era infatti dotata di una forza lavoro altamente istruita e di capacità tecnologiche avanzate; lIraq è un paese in via di sviluppo.
E ancora, mentre la Russia è andata avanti per decenni senza favorire alcuna opportunità di esercitare limprenditorialità, il regime Baath non aveva soppresso in modo analogo la classe dei commercianti né lo spirito imprenditoriale. Tuttavia la collocazione geografica dellIraq costituisce un sicuro svantaggio rispetto a quella della Russia e di molti stati post-comunisti: nessuno dei paesi limitrofi allIraq sta avendo buoni risultati in economia, mentre molti paesi post-comunisti si trovavano ad un passo dallUnione Europea durante il boom degli anni 90. ancor più importante è il fatto che la perdurante instebilità in Medio Oriente agirà da deterrente per gli investimenti stranieri (fuorché nel settore pertrolifero).
Questi elementi, insieme alloccupazione, rendono rapide privatizzazioni particolarmente problematiche. I bassi prezzi che con tutta probabilità le proprietà statali riusciranno ad ottenere in fase di privatizzazione daranno il senso di una svendita illegittima imposta al paese dagli occupanti e dai loro collaboratori.
Senza legittimità, ogni compratore sarà molto preoccupato riguardo alla certezza dei propri diritti di proprietà, il che contribuirà ad abbassare i prezzi ulteriormente. Inoltre, coloro che compreranno le proprietà privatizzate potrebbero in seguito essere riluttanti allinvestimento ulteriore nelle stesse; come è accaduto altrove, potrebbero invece essere interessati allo spezzettamento per la vendita successiva anziché alla creazione della ricchezza.
Se le prospettive per lIraq sono così negative come la mia analisi suggerisce, qualsiasi tipo di contributo internazionale alla ricostruzione guidata dagli Stati Uniti potrebbe rivelarsi uno spreco di soldi. Ciò non vuol dire che il mondo debba abbandonare lIraq. Ma la comunità internazionale dovrebbe indirizzare i propri soldi verso progetti umanitari, come la costruzione di ospedali e scuole, piuttosto che sostenere i programmi americani.
La Banca Mondiale e le altre istituzioni che forniscono aiuti sottoforma di credito devono affrontare difficoltà ancora più grandi. Accrescere ulteriormente il già enorme debito irakeno può solo peggiorare le cose. Se leconomia irakena stagnasse a causa di un maldiretto programma di ricostruzione basato sulla terapia shock, il paese risulterebbe ancora più indebitato con ben poco con cui ripagare.
Il sogno degli invasori americani dellIraq era creare un Medio Oriente stabile, prosperoso e democratico. Ma il programma economico americano per la ricostruzione sta gettando le basi per la povertà e il caos.
(*) Joseph E. Stiglitz, Premio Nobel per l'Economia, è Professore di Economia Politica alla Columbia University ed è stato il capo del Consiglio di Consulenti per l'Economia del Presidente Clinton e Vice-Presidente della Banca Mondiale. Il suo libro più recente è "The Roaring Nineties: A New History of the World's Most Prosperous Decade".