L'invito a Zarqawi
I retroscena dell'occupazione irachena...

Greg Palast (*)

9 Giugno 2006
da Zmag.org

Se a voi piacciono le favole non basate su fatti, fermatevi pure qui a leggere. Se preferite le verità scomode, cominciate da questo: una telefonata a Bagdad al Saddam's Palace la notte del 21 Aprile, 2003. Era il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld su una linea riservata per il generale Jay Garner.

L'hanno preso, il grosso e cattivo selvaggio tagliatore di teste in Iraq. Ma, c'è qualcosa di cui non si è parlato nella gioia di aver preso... chi lo ha invitato in Iraq, prima di tutto?

Se a voi piacciono le favole non basate su fatti, fermatevi pure qui a leggere. Se preferite le verità scomode, cominciate da questo: una telefonata a Bagdad al Saddam's Palace la notte del 21 Aprile, 2003. Era il Segretario alla Difesa Donald Rumsfeld su una linea riservata per il generale Jay Garner.

Il Generale era arrivato a Bagdad appena poche ore prima come capo delle forze di occupazione. Il messaggio di Rumsfeld non era un cordiale benvenuto. Rummy disse a Garner, "non disfare le valigie, Jack -- ti tolgo l'incarico."

Che aveva fatto Garner? il pluristellato generale era stato mandato dal Presidente in persona a comandare la profondamente pericolosa missione. Vi erano tensioni in Iraq, ma la situazione era relativamente pacifica. Il lavoro di Garner era mantenere la pace, per usare le parole del Presidente, "Aprire le braccia dell'Iraq alla democrazia".

Sfortunatamente per il generale, il Presidente fu preso in parola. Ma il generale si sbagliava. "Pace e democrazia" erano solo slogan.

"La mia preferenza," Garner mi disse nella sua maniera dimessa "era mettere gli Iracheni alla guida il più presto possibile con qualche forma di elezione." Ma le elezioni non erano nel Piano.

Il Piano era un documento di 101 pagine per guidare il futuro a lungo termine del paese che avevamo appena conquistato. Non c'era niente lì a proposito di democrazia o elezioni o sicurezza. C'era, piuttosto, un programma dettagliato per vendere "tutte le risorse statali [dell'Iraq]" -- e l'Iraq, cioè tutto -- "specialmente", diceva il Piano, "il petrolio e le industrie dell'indotto." Specialmente il petrolio.

C'era più che il petrolio da vendere. Il Piano includeva la vendita delle banche irachene, la modifica delle leggi sui diritti d'autore ed altre strambe voci che facevano sembrare il Piano un programma per il saccheggio economico delle risorse nazionali da parte più che un programma per l'Iraq. (E in effetti scoprimmo sulla BBC che dietro molti altri più bizzarri elementi -- diritti d'autore e cambiamenti sui codici delle tasse -- c'era la mano del lobbista Jack Abramoff, socio di Grover Norquist.)

Ma Garner non pensava troppo bene del Piano, come mi disse durante il nostro incontro un anno dopo a Washington. Lui aveva altre cose per la testa. "Bisogna prevenire le epidemie, far partire la distribuzione di cibo per evitare la carestia."

Il sequestro di titoli e proprietà su campi di petrolio iracheni non era sull'elenco delle priorità di Garner. Lo rese noto a Washington. "Io non penso che gli Iracheni abbiano bisogno del piano USA, io penso che ciò che dobbiamo fare è mettere su un governo iracheno che rappresenti la volontà liberamente espressa del popolo." Aggiunse: "E' il loro paese, il loro petrolio."

Evidentemente, il Segretario alla Difesa non era d'accordo. Né lo era il lobbista Norquist. E Garner incorse nella loro rabbia insistendo sull'idea della "democrazia": lui voleva rapide elezioni -- entro 90 giorni dalla presa di Bagdad.

Peggio ancora, Garner stava mediando per una pace tra i Sunniti, gli Sciiti e i Curdi. Erano vicino ad iniziare ciò che Garner chiamava un raduno della "grande tenda" per elaborare i dettagli e stabilire la data delle elezioni. Immaginava che 90 giorni fosse il termine massimo prima che le fazioni iniziassero a tagliarsi reciprocamente la gola.

Ma rapide elezioni significherebbero la fine del piano di svendita delle risorse statali: un governo nelle mani degli Iracheni non avrebbe mai consentito che le compagnie straniere divorassero l'intera economia. Specialmente il petrolio. Garner aveva trascorso anni in Iraq, al comando della zona Curda a nord del paese e conosceva bene gli Iracheni. Era certo che la ruberia di risorse e petrolio, le "privatizzazioni", avrebbero indotto una sensibile popolazione a mettere mano alle armi. "Il tipo di guerra che tu proprio non desideri ora."

Ma era la guerra che i neo-con alla Difesa volevano. E per la sostituzione di Garner avevano un uomo eccitato per quella guerra. Paul Bremer III non aveva esperienza sul terreno in Iraq, ma aveva una robusta credenziale che mancava a Garner: Bremer aveva lavorato come Managing Director dello studio Kissinger and Associates.

Nell'Aprile 2003, Bremer aveva istituito una democrazia nello stile di Bush: aveva cancellato le elezioni e nominato lui stesso l'intero governo. Due mesi più tardi, Bremer ordinò il blocco di tutte le elezioni municipali, compreso il cruciale voto sciita cercando di selezionare un sindaco per la città di Najaf. Il favorito, il moderato sciita Asad Sultan Abu Gilal avvertì, "se non ci danno la libertà, cosa faremo? Noi siamo pazienti, ma non ancora per molto." Gli Sciiti locali formarono l'Esercito del Mahdi, ed entro un anno, provocati dalla chiusura del loro giornale decisa da Bremer, attaccarono ed uccisero 21 soldati USA.

L'insurrezione era iniziata. Ma il lavoro di Bremer non era ancora finito. C'erano i Sunniti da mettere a posto. Emise l' "Ordine Numero Uno: de-ba'hatificazione." In realtà si trattò della "de- Sunnificazione."

I Generali di Saddam, per lo più Sunniti, che avevano collaborato segretamente, a quanto apprendiamo, con l'invasione USA e che ora si aspettavano una ricompensa furono ricercati ed arrestati. Falah Aljibury, nato in Iraq e residente negli USA mi disse: "le forse USA hanno imprigionato tutti quelli che consideravamo leader politici," che avevano impedito all'esercito iracheno di sparare ai soldati americani.

La principale preoccupazione di Aljibury era che far fuori i collaboratori iracheni e i pezzi grossi ba'hatisti era u regalo ai "Wahabiti", col che intendeva i guerriglieri stranieri, che ora acquisivano comandanti con esperienza militare, Sunniti che ora non avevano altra scelta che combattere il regime istallato dagli USA o affrontare l'arresto, la rovina o la morte. Subito si collegarono con il Wahabita che difendeva i Sunniti, Abu Musab al-Zarqawi, che voleva schiacciare i "serpente sciita".

E i campi di petrolio? Fu, Aljibury osservò, quando girò voce sui pani di vendita dei campi petroliferi (grazie alla chiacchiera facile del ministro del petrolio nominato dagli Americani) che le pipelines cominciarono a saltare. Sebbene era stato coinvolto nella pianificazione dell'invasione, Aljibuty ora vedeva la folle, avida rapina di petrolio come il combustibile di una guerra civile che avrebbe fatto a pezzi il suo paese:

"Gli insorti", disse."e quelli che volevano destabilizzare un nuovo Iraq avevano usato questo strumento per dire, 'vedete, state perdendo il vostro paese. State perdendo i vostri capi. State perdendo tutte le vostre risorse a favore di un pugno di gente ricca. Un pugno di miliardari nel mondo vuole assumere il controllo su di voi e la vostra miserabile vita.' E noi assistemmo a sempre più frequenti bombardamenti agli impianti di petrolio, alle pipelines, naturalmente scatenati dalla premessa che si stava arrivano alla privatizzazione del petrolio]."

Il Generale Garner, vedendo l'insurrezione che si sviluppava a partire dalle provocazioni delle autorità occupanti, mi disse al suo modo dimesso, "Io credo che tu non vorresti arrivare al tramonto con più nemici di quanti ne avessi all'alba."

Ma non si può avere un presidente di guerra senza una guerra. E non puoi avere una guerra se non ai nemici. "Stanateli", disse il nostro comandante in capo, e Zarqawi rispose all'invito.

http://www.gregpalast.com/

(*) Greg Palast. Giornalista investigativo, ha denunciato scandali, frodi, corruzione e bugie nei più alti posti del potere dalla Casa Bianca alle multinazionali americane. Conosciuto in Inghilterra come il più grande giornalista investigativo del nostro tempo, Palast ha rivelato alcune delle più grandi storie della passata decade, incluse:

Greg Palast è autore di una famosa inchiesta del New York Times, "The best democracy money can buy" che racconta la verità sulla globalizzazione, le multinazionali e gli imbrogli dell'alta finanza e di una semisconosciuta, "Democracy and regulation", una guida alla deregolamentazione dell'elettricità pubblicata dalle Nazioni Unite (scritta con T. MacGregor e J. Oppenheim).