Interpretare le elezioni
2 Febbraio 2005
Fonte ZNet
di Phyllis Bennis (*)I milioni di iracheni che si sono recati a votare, votavano le loro speranze per la fine della violenza e dell'occupazione; non è probabile che le loro speranze siano attese.
George Bush sarà il principale vincitore in queste elezioni, le userà per rivendicare la legittimità della sua occupazione dell'Iraq. Queste elezioni non significano che l'invasione e l'occupazione dell'Iraq siano legittime - la democrazia non può essere imposta in punta di fucile.
Le elezioni, tenutesi sotto occupazione militare senza soddisfare i criteri internazionali, tra cui quelli del Carter Center, rimangono illegittime; la legittimità non è determinata dal numero di persone che votano.
Anche la prevista vittoria del partito politico sciita, probabilmente non sfocerà in una nuova assemblea che invocherà un immediato ritiro delle truppe statunitensi.
Il dominio statunitense della vita economica, politica e sociale dell'Iraq continuerà tramite l'occupazione militare e il controllo continuato del denaro, del sistema legale, della protezione politica.
Gli Stati uniti hanno una lunga storia nell'usare elezioni tenute in condizioni di guerra e occupazione, per legittimare le proprie guerre - le elezioni del Gennaio 2005 in Iraq sono lo specchio delle elezioni del 1967 nel Vietnam del sud, anche queste tenutesi per dare credibilità al governo fantoccio di Washington.
I singoli iracheni che si sono recati a votare sono stati chiaramente molto coraggiosi e desiderosi di reclamare il controllo del proprio paese. Votavano per le loro speranze, per avere strade sicure su cui i bambini possano andare a scuola, per l'elettricità e per l'acqua pulita, per il lavoro, e soprattutto per la fine dell'occupazione statunitense. E' improbabile tuttavia che con le elezioni si riesca a raggiungere qualcuno di questi scopi; è probabile che la violenza continui, forse che aumenti. L'occupazione statunitense è ANCORA il problema, non la soluzione, in Iraq, e solo riportare a casa le truppe statunitensi, e non l'imposizione di elezioni sotto regime di occupazione, porterà alla fine della violenza.
Milioni di iracheni hanno partecipato alle elezioni, ma non è ancora chiaro quanti. I giornalisti internazionali erano presenti solo in cinque seggi a Baghdad, quattro dei quali erano in distretti sciiti, dove la partecipazione attesa era alta. La commissione elettorale appoggiata dagli USA ha inizialmente annunciato una partecipazione del 72%, immediatamente dopo la chiusura della consultazione, quindi l'ha ridimensionata ad un "vicino al 60%" - in realtà affermando che la partecipazione era circa del 57%. Ma queste cifre sono ancora tutte fuorvianti. Il Washington Post ha riportato (due giorni dopo il voto, a pagina 7 nella sezione Style) che la cifra del 60% era basata sul fatto che hanno partecipato 8 milioni di iracheni sui 14 milioni idonei al voto. Ma la cifra stessa dei 14 milioni è fuorviante, perché comprende solo gli iracheni registrati, non i 18 milioni di votanti realmente idonei. Similmente, l'affermazione di un'alta partecipazione tra gli iracheni esuli è fuorviante, perché soltanto circa 280.000 iracheni all'estero si sono registrati, di circa 1,2 milioni qualificati per registrarsi e votare. La partecipazione delle donne, sia come candidate (imposta dalla legge elettorale promossa dagli USA), sia come elettrici, è stata significativa, ma le richieste chiave delle donne irachene, che riguardavano soprattutto i diritti economici e sociali sproporzionatamente negati alle donne, saranno probabilmente disattese da questo processo elettorale.
Almeno a breve termine, George Bush emergerà come principale vincitore di queste elezioni, tramite le bugie della propaganda secondo cui la partecipazione e l'entusiasmo iracheno per le elezioni in qualche modo sono il segnale della legittimità della guerra preventiva e di questa occupazione continuata che ne ha preso il posto. Questo è l'ultimo sforzo per identificare le pietre miliari sulla "strada della libertà" in Iraq - tra i precedenti vi erano le affermazioni di "missione compiuta", la cattura di Saddam Hussein, il "trasferimento di sovranità", e nessuno di essi ha portato alla libertà, all'indipendenza e alla sicurezza per gli iracheni. In realtà, le menzogne di Bush sulla propria legittimità continuano a tenere in ostaggio della propria agenda politica e dell'occupazione la popolazione irachena e 150.000 soldati statunitensi.
Lo scopo dell'amministrazione Bush è aumentare la legittimità dell'occupazione, e del più ampio progetto Iraq, di cui fa parte una più vigorosa guerra di contro insurrezione, agli occhi degli americani e, in campo internazionale, dell'opinione sia pubblica sia governativa. Questo in particolare potrebbe portare qualche leader europeo, desideroso di ricongiungersi con Bush, ad usare il "successo" delle elezioni come base per contestare la continua opposizione della propria popolazione all'occupazione statunitense. Il presidente della commissione europea, José Manuel Barroso, si è congratulato con il popolo iracheno per il suo coraggio, e ha detto che le elezioni rappresentavano "valori europei".
E' un enorme insulto al popolo iracheno sostenere che l'entusiasmo per la democrazia è emerso soltanto quando è stato "offerto" all'Iraq nella forma di elezioni imposte sotto condizioni di occupazione militare.
Le elezioni irachene non sono legittime. Si sono tenute sotto le condizioni di un ostile occupazione militare straniera. La Convenzione di Hague del 1907, di cui gli Statu uniti sono firmatari, proibisce alla potenza occupante di creare cambiamenti permanenti nel governo del territorio occupato. Queste elezioni sono state disposte con una legge elettorale e una commissione elettorale insediata e appoggiata dalla potenza occupante. Hanno avuto luogo in un ambiente così violento, che i votanti non sono neppure riusciti a sapere i nomi dei candidati, e nei tre giorni intorno alle elezioni il paese è stato completamente blindato, con coprifuoco in cui si sparava a vista in molte zone, chiusura degli aeroporti e dei confini, chiusura delle strade. Non vi è stato un monitoraggio internazionale nel paese - diversamente dalle difficili elezioni, sempre tenute sotto regime di occupazione, in Afganistan (con 122 osservatori) e in Palestina (800 osservatori) - l'Iraq è stato ritenuto troppo pericoloso per gli osservatori elettorali internazionali. L'équipe, capeggiata dai canadesi, di! "assistenti" elettorali internazionali, che ha fatto le prime affermazioni secondo cui le elezioni erano conformi agli standard internazionali, si trovava in realtà fuori dal paese, in Giordania.
Il Carter Centre, appoggiato dagli Stati uniti, che ha monitorato le elezioni in tutto il mondo per più di un decennio, ha rifiutato di andare in Iraq. Ma possiede comunque dei criteri chiave per determinare la legittimità delle elezioni, e il loro portavoce ha osservato, il giorno prima delle elezioni, che nessuno di questi era soddisfatto. Tra tali criteri vi erano: la facoltà degli elettori di votare in un ambiente libero e sicuro, la facoltà dei candidati di avere accesso agli elettori per fare campagna elettorale, una commissione elettorale liberamente scelta e indipendente, elettori in grado di votare senza paura o intimidazioni.
La nuova Assemblea irachena transitoria, nonostante una certa maggioranza di partiti di orientamento sciita, probabilmente non invocherà un ritiro immediato delle truppe statunitensi. Nonostante le dichiarazioni da parte di molti leader sciiti di volere la fine dell'occupazione, questo "governo", la cui legittimità rimarrà falsata dai suoi legami con le forze occupanti, rimarrà al potere soltanto con l'appoggio delle truppe statunitensi. L'attuale presidente ad interim sunnita Ghazi al-Yawer, una delle voci più critiche nei confronti dell'occupazione statunitense, ha annunciato dopo il voto che sarebbe stata una cosa "completamente insensata" invocare una fine dell'occupazione.
Nonostante gli sforzi per mantenere una "facciata irachena" alle truppe che presiedevano il processo elettorale, è stato chiaro che, secondo il Newsweek magazine, "il ruolo dell'esercito statunitense è stato fondamentale nelle elezioni". Anche i funzionari dell'ambasciata statunitense hanno detto al San Francisco Chronicle che è stato importante "non indagare troppo a fondo" nel livello di sicurezza che ha reso possibili le elezioni - sorvegliare i seggi è più facile che combattere guerra di contro insurrezione, hanno detto. Bush, dopo le elezioni, ha annunciato che "con l'attecchire della democrazia in Iraq, la missione americana là continuerà". Il segretario di stato appena insediato Condoleeza Rice ha affermato che "le truppe statunitensi rimarranno fino a che gli iracheni non avranno imparato a fare da soli".
Il dominio statunitense dell'Iraq rimane invariato con queste elezioni. La Legge Amministrativa Transitoria imposta dagli USA, sotto l'occupazione statunitense, rimane la legge vigente, anche con le nuove elezioni. Emendare questa legge richiede una super maggioranza dell'Assemblea, oltre all'accordo unanime del consiglio presidenziale, condizioni pressoché impossibili data l'ampiezza della fascia di elettori che deve essere soddisfatta. I capi delle commissioni chiave di controllo, tra cui L'Ispettore Generale dell'Iraq, la Commissione per la Pubblica Integrità, la Commissione per i mezzi di comunicazione, sono stati nominati da Bremer con mandati di 5 anni, e possono essere dimessi solo "per giusta causa". Il Consiglio dei Magistrati, così come i singoli magistrati e procuratori, sono stati selezionati, esaminati e formati dal regime di occupazione statunitense, e si tratta soprattutto di esuli di lunga data appoggiati dagli Stati uniti.
Gli oltre 40.000 civili e i "consiglieri" militari, tra cui i contractor privati e i funzionari del governo statunitense, messi a fianco ai ministri iracheni e in tutte le istituzioni pubbliche, rimarranno potenti; con la nuova assemblea che manda nuovi staff in questi ministeri, i "consiglieri" statunitensi saranno coloro che detengono la memoria istituzionale.
I 16 miliardi di dollari dei contribuenti statunitensi non spesi per la ricostruzione (i miliardi pagati all'Halliburton, alla Betchel, e altre, erano quasi interamente parte dei fondi iracheni di cui gli USA si sono appropriati), così come i 50 miliardi di dollari l'anno di spese militari, diventeranno potenziali fondi neri per i progetti favoriti della nuova assemblea. Gli schemi di privatizzazione promossi dagli USA, imposti dall'ex pro console statunitense Paul Bremer, rimangono. L'attuale ministro ad interim delle finanze, Adel Abdul Mahdi, pubblicizzato dal Los Angeles Times come potenziale candidato a presidente delegato o a primo ministro, ha recentemente annunciato il suo sostegno alla completa privatizzazione dell'industria petrolifera irachena.
Un articolo del New York Times del 4 Settembre 1967 si intitola "Stati uniti incoraggiati dal voto in Vietnam: fonti ufficiali parlano dell'83% di partecipazione, nonostante il terrore vietcong". Si legge: "I funzionari statunitensi sono stati oggi sorpresi e rincuorati dalle dimensioni della partecipazione alle elezioni presidenziali in Vietnam del Sud, nonostante la campagna terroristica dei vietcong per far fallire le elezioni. Secondo i rapporti da Saigon, l'83% dei 5.85 milioni di elettori registrati ha espresso ieri il proprio voto. Molti di loro rischiano rappresaglie minacciate dai vietcong. Delle elezioni riuscite sono viste da tempo come chiave di volta nella politica del presidente Johnson di incoraggiamento della crescita di processi costituzionali nel Vietnam del Sud... Lo scopo delle elezioni era dare legittimità al governo di Saigon..."
(*) Membro dell'"Institute for Policy Studies" di Washington e del "Transational Institute" di Amsterdam, studiosa esperta di Medio Oriente e direttrice del "New Internationalism Project", Phyllis Bennis ha pubblicato oltreoceano numerosi libri dedicati alla questione palestinese e alla politica estera degli Usa, con una particolare attenzione alle dinamiche successive all'11 settembre 2001.