Come stiamo pagando il costo della guerra
di Marco Magni
21/11/03
I debiti gemelli
L'Europa ipotecata
I tagli fiscali e la guerra
George W. Bush come Ronald Reagan. Le ultime dalleconomia globale dicono che le politiche di tagli fiscali per centinaia di miliardi di dollari cominciano a fare il loro effetto sulla crescita economica degli Stati Uniti dAmerica. La previsione della crescita del Pil effettuata sulla base dei risultati del terzo trimestre 2003 è del 7,2% annuo. Non si tratta di un risultato acquisito, ma di una proiezione, ossia il dato è valido solo nel caso in cui si verifichi lo stesso ritmo di crescita nel periodo rimanente dellanno. I guru dellestablishment sono unanimi nella cautela. Paul Krugman dichiara che la ripresa non annuncia un nuovo boom, ma indica soltanto che il meglio è già passato. La ripresa americana è fragile, perché gravata dal cumulo dei debiti: dei consumatori, del bilancio pubblico, dei conti con lestero.Incominciando già prima dell11 settembre, Bush ha dato il via ad una politica di riduzione delle tasse per un ammontare di circa 500 miliardi di dollari (il 60% dei quali favorivano l1% dei contribuenti), ha deciso lesenzione totale della tassazione per i dividendi di Borsa, e, successivamente, dopo lattacco alle torri gemelle, ha rilanciato la spesa pubblica in sistemi di armamento. Il combinato di tagli fiscali e aumento delle spese militari è la soluzione messa a punto dallamministrazione repubblicana per uscire dalla crisi della new economy, iniziata nel 2001 e aggravatasi con il clima di insicurezza prodotto dalla guerra. Dal punto di vista delle politiche economiche, rappresenta lo stesso modello di supple-side economy (o politica dellofferta), che costituì, negli anni 80, la base delle politica reganiana: favorire laccumulazione di capitale delle classi ricche sulla base del presupposto che più i già ricchi accumulano capitale, più i loro spiriti animali saranno eccitati allidea di investire. Il neoliberismo, allora, si presentò come affatto diverso dalla ritirata dello stato dalla scena delleconomia di mercato: infatti, mentre i tagli fiscali aprivano un buco nel bilancio federale, la spesa pubblica, trainata dal settore degli armamenti, conobbe un forte incremento. Ne conseguì un ciclo di crescita economica correlata ad un peggioramento nella distribuzione dei redditi interni, esauritasi con la recessione del 1990 (che costò la mancata rielezione a Bush padre).
Lesperienza reaganiana fu la dimostrazione evidente delle argomentazioni di economisti come Joan Robinson (lallieva di Keynes) sul rapporto tra crescita economica e distribuzione dei redditi: si tratta di due variabili indipendenti, di due fenomeni non necessariamente correlati. Non a caso, quasi contemporaneamente alla notizia della ripresa al 7,2%, giunge laltra notizia che nel 2002 i cittadini statunitensi che vivono sotto la soglia di povertà erano 34,6 milioni, con un incremento di 1,7 milioni rispetto al 2001 (fonte: Census Bureau).
I debiti gemelli
I minori introiti delle tasse stanno aggravando il deficit del bilancio pubblico, che è giunto alla cifra di 500 miliardi annui. A questo si aggiunge lincremento del deficit verso lestero, cioè della bilancia dei pagamenti, che diviene comprensibile solo analizzando la relazione tra le politiche fiscali e di spesa dellamministrazione Bush e la politica monetaria della Federal Reserve. Lo squilibrio delleconomia USA è quindi duplice, verso linterno e verso lestero, e non a caso nel linguaggio giornalistico si sta affermando lespressione debiti gemelli. Il governatore della FED, Greenspan, sembra piuttosto in sintonia con lobiettivo di favorire la rielezione di Bush nel 2004. Fissando il tasso di interesse ai minimi storici, Greenspan ha creato unabbondanza di liquidità che asseconda lespansione economica, traducendosi da un lato nel sostegno ai valori dei titoli in Borsa, dallaltro nella crescita del mercato immobiliare (grazie al basso costo dellinteresse sui mutui, il fenomeno dellaumento dei prezzi degli immobili è di carattere globale).A differenza di momenti storici passati, anche la FED sembra essere di fede repubblicana. Il tasso di interesse non salirà fino alle elezioni presidenziali dice il capo economista del Credit Suisse, intervistato da Affari e Finanza. Sia le politiche di Bush che quelle di Greenspan seguono una linea espansiva assolutamente indifferente allaccumulazione del deficit. Gli Stati Uniti, a differenza dell Europa, non devono fare i conti solo con un buco nel bilancio statale, ma presentano un doppio deficit, dei conti con lestero e del bilancio pubblico. Il doppio deficit ammonta, per questanno, a 450 miliardi di dollari per quanto riguarda la bilancia dei pagamenti, e a 550 miliardi di dollari in riferimento al budget dello stato federale. Entrambi sono circa al 5% del PIL, una percentuale che non verrebbe mai accettata secondo i criteri in vigore attualmente in Europa.
In passato, e precisamente nellepoca reganiana, tra lamministrazione repubblicana e la Federal Reserve si realizzava un gioco delle parti. Politiche opposte ma complementari per quanto riguarda la spesa: mentre il governo repubblicano apriva i cordoni della borsa per far correre la spesa militare e i profitti, la FED teneva alto il tasso di interesse per attrarre capitali dallestero che andavano a coprire il buco della bilancia dei pagamenti. Il risultato complessivo consisteva in un grosso buco di bilancio ma anche in un dollaro forte (perché lafflusso di capitale in America equivale a una forte domanda di dollari). Oggi, invece, alla stessa politica dellamministrazione corrisponde un basso tasso di interesse, e, quindi, un dollaro debole. In qualunque altro sistema economico, una moneta debole richiederebbe una diminuzione delle importazioni, e un corrispondente aumento delle esportazioni (le merci estere costano di più, mentre quelle interne sono più competitive). Negli Stati Uniti, centro delleconomia imperiale, invece, moneta debole significa, in sostanza, crescita del debito con lestero, cioè una maggiore spesa per importazioni (circa il 60% di cui sono acquisti da multinazionali americane che producono allestero). Chi perde da tutto ciò sono le economie europee, le cui esportazioni perdono competitività per effetto del rafforzamento delleuro.
LEuropa ipotecata
Il punto è che non è solamente la società americana a pagare i tagli fiscali al capitale di Bush. Mentre negli Stati Uniti si manifesta una ripresa economica (per quanto precaria), drogata dal deficit, in Europa si è in piena recessione. Se ci si sofferma sul commercio internazionale, le cose non dovrebbero andare così. Infatti, se cè ripresa economica nel mercato dominante, questo significa anche aumento della domanda di prodotti esteri, quindi della produzione nelle zone dipendenti dal mercato statunitense. Ma avviene esattamente il contrario. Senza dubbio, le politiche protezionistiche di Bush (i dazi sullacciaio e sui prodotti tessili asiatici), condotte in totale disprezzo delle stesse regole del WTO, hanno la loro parte di responsabilità nella crisi delleconomia europea. Ma non spiegano tutto, infatti il fattore più importante dello squilibrio economico tra America ed Europa, è di natura finanziaria: lattuale cronicizzazione dellindebitamento americano danneggia lEuropa, e per ragioni che attengono ai movimenti internazionali di capitale, e a politiche globali del tutto subalterne alle indicazioni dei circuiti finanziari internazionali.Negli ultimi tempi, in corrispondenza con il dibattito sulla riforma delle pensioni del governo Berlusconi, si è assistito ad un forte attivismo del FMI (che tutti sappiamo essere non casualmente dislocato a Washington), che richiamava lEuropa alla necessità di contenere i costi dei sistemi previdenziali. In sostanza, a politiche di rigore finanziario che pesano sulle spalle degli attuali lavoratori e futuri pensionati. Gli ultimi allarmi del FMI non hanno a che vedere solamente con la consueta aggressività neoliberista nei confronti del welfare, ma anche, e molto, con lindebitamento di guerra prodotto dallamminstrazione Bush con il consenso della FED. Nellattuale sistema di mobilità globale del capitale fermo restando i rapporti di forza politici lo squilibrio tra Europa ed America costituisce il miglior equilibrio per gli attori del capitale finanziario. La comunità finanziaria globale ha orrore di un solo pericolo, che il capitale vada ad inflazionarsi. Laumento dellindebitamento USA, che è la condizione della risalita delle Borse, manifesta anche lo spettro della svalutazione dei capitali, di nuovi crolli finanziari. In qualche modo, e da qualche parte, occorre creare dei saldi attivi che garantiscano il debito generato dallunilateralismo di Bush. Una politica europea di rigore finanziario, ispirata al rigoroso rispetto dei parametri di Maastricht, è quanto viene richiesto a garanzia della licenza di indebitarsi del bilancio federale e dei conti con lestero degli Stati Uniti dAmerica. Il mercato azionario mondiale ha così prodotto una performance al rialzo del 30% a cavallo della guerra irachena, guardando da un lato ai debiti di guerra di Bush, dallaltro alla sorveglianza dei parametri di Maastricht della Banca e della Commissione europee.
LEuropa sta già pagando la guerra irachena. Non tanto attraverso linvio di truppe o con tasse di guerra, ma lasciando in pegno i redditi delle pensioni e dei salari come assicurazione della montagna di debiti bellici ed elettorali dellamministrazione repubblicana. Leuro forte, giunto fino a valere 1,20 dollari (due anni fa era allincirca a 0,80 dollari), porta con sé questo insieme di significati negativi: assenza di redistribuzione e di investimenti sociali in nome dellequilibrio finanziario. Qualcuno potebbe pensare che il rigore, ossia la difesa ortodossa dei parametri di Maastricht (ribadita in questi giorni da Romano Prodi), rappresenti una strategia difensiva dellEuropa nei confronti dellaggressività altrettanto bellica che finanziaria dellamministrazione Bush. Costituisce, in realtà, lequivalente di un fondo di garanzia per il dispiegarsi delliniqua e guerresca ripresa delleconomia americana. Uneuro effettivamente forte nascerebbe nel momento in cui divenisse pressoché lequivalente del dollaro negli scambi del commercio internazionale. Tuttavia questa funzione delleuro moneta di riserva, cioè detenuta in cassa da tutte le banche indipendentemente dalla nazione - si renderebbe possibile solo se lEuropa decidesse di indebitarsi in nome dello sviluppo, poiché solo lindebitamento accrescerebbe la circolazione mondiale delleuro (cfr. Marazzi, Larma del deficit contro il deficit delle armi, Global, 02, maggio 2003).
Oggi, la gabbia che lEuropa si è costruita attorno, con i parametri di Maastricht, sta implodendo: i parametri di Maastricht, che vincolano gli stati a non superare il rapporto del 3% tra deficit pubblico e PIL, da un lato deprimono i consumi interni, dallaltro favoriscono la corsa delleuro, danneggiando le esportazioni e leconomia. E il paradosso è che i rappresentanti istituzionali della sinistra europea, come Romano Prodi, sono i più fervidi sostenitori del mantenimento dello status quo, difensori a oltranza della stabilità finanziaria a spese delloccupazione e dello sviluppo. Mentre si costituisce unalleanza trasversale, tra i paesi in difficoltà finanziaria, come Francia e Germania, luno retto da un governo di destra laltro di centrosinistra, per il superamento dei parametri di Maastricht, lortodossia economica dei campioni della sinistra europea ne fa, obiettivamente, i migliori alleati nella corsa verso la riconferma alla Casa Bianca di George Bush.