Un muro di apartheid, non di sicurezza
Racconti di viaggio in terra di Palestina
Ass. Ya Basta Bologna
Il Muro: attuali devastazioni e progetti futuri
Diario del viaggio
11 - 21 agosto 2003
Siamo stati in Palestina, più di un anno fa, partecipando alla Carovana di Action for Peace, con la delegazione dell'Associazione Ya Basta! Al nostro ritorno, ognuno nelle proprie città, ognuno nelle proprie realtà, ci siamo buttati ad organizzare incontri, dibattiti, manifestazioni, presidi.
Da quei giorni il conflitto ha continuato a seminare morte e distruzione, mentre l'occupazione dei territori palestinesi è proseguita, schiacciando inesorabilmente un popolo che da più di quaranta anni combatte per la propria libertà e la propria terra. Negli ultimi tempi si sono però aggiunti nuovi elementi, come la costruzione del Muro, che nei piani del Governo Sharon dovrebbe separare definitivamente palestinesi ed israeliani, garantendo la sicurezza di questi ultimi.
Ma non sarà così: questa gigantesca opera in cemento armato sta di fatto sancendo una situazione di vero e proprio apartheid per il palestinesi, che verranno letteralmente "chiusi" all'interno di entità autonome molto, troppo simili ai bantustan in uso nel Sud Africa segregazionista. Il muro, a dispetto di quanto pensano molti, non ricalca infatti la Green line, cioè i confini fra lo Stato Israeliano e i Territori occupati della Cisgiordania, ma si insinua a fondo nei territori occupati, lambendo villaggi e città, attraversando campi coltivati e montagne, inglobando falde acquifere, sorgenti, zone fertili.
Al tempo stesso chiude le zone palestinesi, dividendole e spezzettandole in tanti piccoli ghetti non comunicanti fra loro, eliminando ogni traccia di contiguità territoriale. Difende invece le numerose colonie, che non verranno mai smantellate e che anzi continuano ad allargarsi e a moltiplicarsi. Impedirà all'entità palestinese di avere propri confini, costringendola a vivere sotto il quotidiano controllo di un esercito di occupazione.
Questa è la realtà del muro, la cui costruzione garantirà ben poca sicurezza, ma aumenterà sicuramente l'esasperazione del popolo palestinese.Contro questa ennesima prevaricazione, che rischia di sancire definitivamente la condizione di subalternità e ghettizzazione della popolazione araba, ben poche voci si sono levate nel mondo occidentale, attanagliato anch'esso dalle stesse fobie sul concetto di sicurezza.
I nostri paesi, l'Europa stessa non sono forse in procinto di costruire i propri muri?
Il mostro di cemento che si sta erigendo in Palestina può quindi essere considerato un paradigma dell'idea di Nuovo ordine mondiale che ci viene proposta dall'11 settembre in poi: perde la sua pur tremenda valenza locale e diventa paradigmatico della concezione di dominio dei Potenti della terra.
E' per questo che abbiamo deciso di tornare in Palestina, per capire e disvelare, innanzitutto a noi stessi, la realtà di questi processi. Consapevoli che il muro, tutti i nostri muri, possono e devono essere fermati, boicottati, abbattuti.
Quello che vi proponiamo è un breve diario delle intense giornate trascorse in Palestina, insieme ad altri volontari di ogni nazionalità, e soprattutto insieme al popolo palestinese, che ci ha accompagnato, accolto e guidato in questo percorso.
Proponiamo inoltre un pezzo introduttivo sul Muro, estratto dalla pubblicazione "Stop the Wall" curata dal PENGON, un cartello di ONG palestinesi.
Siamo consapevoli della parzialità e della limitatezza della nostra esperienza, e che gli episodi che riportiamo sono ben poca cosa rispetto a quanto deve subire quotidianamente il popolo palestinese. Ce ne scusiamo anticipatamente, sperando di essere riusciti a parlare non tanto di noi stessi, quanto di quello che abbiamo visto.
Il Muro: attuali devastazioni e progetti futuri
Nel giugno 2002, Israele ha dato il via alla nuova fase del suo progetto di espansione e di repressione, costruendo un Muro lungo l'intera estensione dei confini della Cisgiordania. Il percorso di questa vera e propria serpentina seguirà fedelmente la logica della confisca e del controllo dei territori palestinesi, inclusa ovviamente l?annessione dei terreni su cui sorgono gli insediamenti dei coloni.
Contrariamente alle informazioni diffuse, il percorso del Muro (definito anche "recinto", "barriera di separazione" o ancora più ipocritamente "recinto di sicurezza") non seguirà i confini del 1967 tra Israele e Palestina (risalenti a prima dell?invasione da parte di Israele durante la guerra dei sei giorni), noti anche come Linea Verde. Il Muro è nei fatti un ulteriore confisca di territorio e il definitivo sigillo sullo status dei Territori Occupati e sull'intera Palestina.
Al momento, i primi tratti definitivi del Muro e del suo impatto sono visibili a Qalqilya, Tulkarem e Jenin, oltre che nei pressi di Gerusalemme e di Betlemme, dove stanno già sorgendo alcuni cantieri. In ognuna di queste aree il Muro è prossimo ad essere ultimato; solamente nel completamento della "prima fase", che rappresenta appena 1/3 dell?intera realizzazione, verranno profondamente stravolte 65 località palestinesi, per un totale di oltre 200.000 persone.
Nel progetto attuale, il Muro si snoda all?interno della West Bank (Cisgiordania) fino a punte estreme di 6 chilometri, come avviene nei distretti di Jayyus e Qalqilya, confiscando di fatto porzioni sostanziali di terreni fertili e falde acquifere palestinesi. Come se questo non bastasse, Israele è in fase di approvazione di un estensione del progetto originario, che prevede l'annessione
di territori palestinesi sino a 16 chilometri all?interno della Linea Verde, per poter consentire l?inclusione in Israele di colonie e insediamenti come quelli di Ariel, Immanuel e Kedumim, che sono stati edificati "illegalmente" in territorio palestinese. Contemporaneamente, Israele sta dando il via ai lavori della seconda fase, che prevede la costruzione di un secondo Muro lungo la Valle del Giordano. In questo modo Israele isolerà e controllerà, attraverso i 650 km (!!!) di percorrenza del Muro, circa
la metà del territorio della Cisgiordania.A Gerusalemme, il Muro sta favorendo il completo isolamento del cuore della Palestina. Quello che storicamente era il centro dei commerci, delle relazioni sociali e religiose dell'intera Cisgiordania, sotto l'occupazione israeliana (che oggi con il Muro diventa permanente) è diventato inaccessibile alla maggioranza dei cittadini palestinesi. Betlemme, centro di enorme rilevanza
religiosa e culturale, dopo il completamento del "recinto," verrà completamente separata da Gerusalemme, dalle località limitrofe e dal resto della West Bank.Durante l'implementazione della prima fase del progetto, ad est della Linea Verde è prevista la costruzione di un ulteriore Muro lungo la percorrenza della Trans-Israel Highway, isolando così le aree che si verranno a trovare tra le due linee di difesa, ed espellendone le relative popolazioni.
La struttura del Muro
Il Muro assume forme fisiche diverse - da quella realizzata a Qalqilya, dove è costituito da blocchi di cemento armato alti 8 metri con tanto di torrette di guardia, a quelle di altre aree dove si presenta sotto forma di recinto, a volte elettrificato, e può includere tutte o alcune delle seguenti strutture: fossati, strade ad uso esclusivo dei militari israeliani, filo spinato, videosorveglianza, aree di rilevamento impronte e sistemi di respingimento, per una larghezza di 100 mt. A Betlemme, il Muro è costituito da più strutture: il recinto (elettrificato), sistemi di respingimento, sensori, fossati e filo spinato, per il completo isolamento della città dal resto della Cisgiordania, con gli stessi effetti che avrebbe se fosse circondata dal Muro di cemento. Strumenti diversi per lo stesso risultato.
L'apartheid
L'idea del Muro non è recente. Il progetto, all'interno dello stato di Israele e delle sue istituzioni, di erigere barriere che favoriscano l'isolamento della popolazione palestinese, precede l?inizio dell'Intifada. La maggioranza delle informazioni sul progetto continuano ad essere tenute segrete dal governo e dall?esercito israeliani. Le mappe che oggi esistono del Muro, del piano di espansione e del secondo Muro, sono state tracciate basandosi sugli ordini di confisca dei terreni che l'esercito israeliano consegnava ai contadini palestinesi, unitamente a piccole mappe della loro località.
L'esercito israeliano si è ufficialmente rifiutato di pubblicare una mappa del Muro, pertanto ogni acquisizione di mappe della "prima fase" è avvenuta solo dopo l'inizio delle confische e delle distruzioni. La retorica ufficiale israeliana che afferma che saranno stabiliti punti di attraversamento del Muro per le persone e per le merci, non trova riscontro nella realtà, poiché il sistema dei permessi israeliano è storicamente il pretesto per le più evidenti violazioni delle libertà di movimento. Come rilevato dall'organizzazione per i diritti umani B'Tselem, Israele non ha, ad oggi, ancora disposto le risorse economiche necessarie alla realizzazione di tali punti di attraversamento, causando così l'impossibilità, ad esempio, per i contadini di poter raggiungere i loro terreni che nel frattempo si sono inariditi. La spirale di confisca dei terreni e delle indescrivibili sofferenze nei Territori Occupati è la conseguenza diretta dell'abilità israeliana di agire nell'impunità, accompagnata dall'omertà internazionale. L'espansione del Muro e l'inizio dei lavori nella Valle del Giordano, tracciano la mappa di una Cisgiordania divisa in due fette, con due larghe e non collegate aree centrali, comprendenti numerosi ghetti fatti di villaggi e città senza libertà di movimento, circondati dagli insediamenti dei coloni, basi militari, strade riservate e dai check-points. Se l'intero progetto del Muro verrà completato, la Cisgiordania si troverà divisa in tre cantoni completamente separati, con l'impossibilità di spostarsi tra uno e l'altro. Indipendentemente dalle trattative di facciata sulla creazione di uno stato palestinese, nella realtà il Muro - meglio definito come Muro dell'Apartheid - sta tracciando il futuro stato di Palestina, sancendo di fatto le incessanti ingiustizie derivanti dall'occupazione sul popolo palestinese.