Sei indirizzi per il nuovo piano regolatore
28 maggio 2002
Roberto Morassut

Il verde

La difesa del territorio, la salvaguardia e la tutela dell'ambiente, la battaglia contro un uso indiscriminato (e forse fuori scala) del territorio, la valorizzazione dell'Agro come risorsa produttiva, ambientale e storica, sono scelte fondamentali del Piano e raccolgono anni di battaglie democratiche, il cui apice è stata la Variante Generale del Piano delle Certezze, che ha portato a un risultato unico nel panorama mondiale. Roma non è solo il Comune più grande d'Europa, ma anche quello più verde, perché il Piano delle Certezze ha salvaguardato ben 82 mila ettari di territorio a verde e a destinazione agricola rispetto ai 129 mila complessivi di estensione del territorio romano. Si tratta dell'avvio di un vero e proprio meccanismo virtuoso, per il quale la trasformazione del territorio si ottiene dagli operatori stessi con una cessione di aree libere a verde e di standard in misura maggiore di quanto la legge preveda. Con questa proposta di Piano Regolatore il grado di tutela cresce ancora di più rispetto allo stesso Piano delle Certezze, passando dal 66% al 68% del territorio romano. In altri termini, da 82 mila ettari a 87 mila ettari di verde e suolo agricolo.
Il problema semmai è successivo, ossia come gestiamo queste aree verdi, quali strumenti ne consentano la fruibilità. Ciò che temo è che, se tra qualche anno quei parchi sulla carta non saranno parchi veri, si aprirà nei territori una spinta a riconquistarli all'edificazione, con una richiesta di scuole, uffici, altre case o parcheggi. Dobbiamo mettere al più presto in piedi un meccanismo amministrativo che anticipi questo esito e risolva il problema della gestione, con utili e ricavi per sostenere attività imprenditoriali legate alla valorizzazione delle aree libere.

La mobilità

La città è più moderna e più giusta se è, in primo luogo, più accessibile. La maggiore accessibilità favorisce la produzione di alta qualità e rende il sistema urbano migliore dal punto di vista ambientale. Per questo, la seconda grande scelta del nuovo Piano è stata quella di operare per recuperare il gap infrastrutturale che ancora separa Roma dall'Europa, soprattutto nel settore del trasporto pubblico. Come le principali città italiane, anche Roma soffre di uno sviluppo determinatosi sotto l'egemonia dell'automobile e senza che fosse stato garantito un sistema viario e stradale adeguato. Alla definizione del sistema delle infrastrutture di piano hanno lavorato, soprattutto in quest'ultimo intensissimo anno il VI ed il VII Dipartimento. Credo che il risultato prodotto sia di assoluto livello e di assoluta importanza, per una serie di motivi. Voglio citare un dato molto indicativo. Roma ha oggi 36 chilometri e 49 stazioni di metropolitane. Ciò, significa che per raggiungere una stazione molti cittadini dovrebbero percorrere tratti lunghi sino a un chilometro e mezzo. Con il nuovo Piano e con lo sviluppo della rete Roma passerà - con l'attuazione completa della previsione infrastrutturali - a 129 chilometri e a 157 stazioni, con un rapporto di crescita del 400% per i chilometri e del 320% per le stazioni.
Ai dati sulle metropolitane, aggiungerei quelli legati al sistema delle ferrovie metropolitane. Con l'accordo quadro che si concluderà tra breve, si passerà dai 430 ai 470 km di ferrovie metropolitane, per un saldo di 106 stazioni che diventano 132.
A questo dobbiamo aggiungere un'altra novità del Piano, ossia un sistema di corridoi di riserva del trasporto pubblico, che si realizzeranno laddove non è possibile fare una metropolitana o utilizzare un treno urbano. Questo sistema si compone di 140 km complessivi e 13 reti, che recuperano un altro elemento di identità di Roma, come i tram o altri sistemi e vettori elettrici di superficie marcianti su sedi proprie, dedicate e non promiscue. Aumentare di circa 300 chilometri la rete infrastrutturale del trasporto pubblico su sede dedicata o su ferro (secondo le previsioni del nuovo Piano), vuol dire un investimento di oltre 30.000 miliardi di lire (15 miliardi di €) di attuazione del Piano stesso, nell'orizzonte temporale di 15 anni.
Va detto, infine, che un punto specifico delle norme tecniche vincola la realizzazione dei nuovi insediamenti e delle trasformazioni territoriali alla realizzazione delle infrastrutture. È una grande novità, perché finalmente preannuncia nuovi insediamenti solo dopo la realizzazione delle nuove infrastrutture. Insomma, in assenza di ferrovie, metropolitane e strade nemmeno sarà possibile realizzare nuovi quartieri. Prima le infrastrutture, poi gli insediamenti.

Quantità e qualità per moderne funzioni urbane

Un nuovo strumento urbanistico generale porta con sé anche un'idea di sviluppo urbano. La città fondata sulla prevalente funzione burocratico-amministrativa e sul consumo di territorio in vista dell'espansione fisica - così come prevedeva per Roma il Piano del 1962 - è ormai parte di una storia del dopoguerra durante cui, peraltro, quello stesso modello urbano e di sviluppo è stato clamorosamente stravolto. Nel contesto europeo e globale in cui Roma è sempre più chiamata ad agire, la somma "mattone+ministeri" appare come la sintesi di un ciclo economico chiuso, privo di capacità di esportazione, complessivamente intento al consumo locale rappresentato dal popolo degli impiegati. Roma, invece, per competere e per cooperare in sede globale, ha oggi bisogno di aumentare la quantità e migliorare la qualità delle superfici destinate a funzioni moderne, ossia produttive, turistiche, commerciali, destinate all'alta direzionalità pubblica e privata, all'intrattenimento - a partire dall'Auditorium, che è l'esempio più recente e concreto - alla Ricerca e all'Università, alla cultura e alla comunicazione. Proprio le carte che Roma deve giocare per svolgere il ruolo che le è naturale - una grande Capitale di Pace del Mediterraneo - ma per il quale appare ancora impreparata in termini di offerta di spazi, servizi, ricettività, infrastrutture. La città ha già tutte queste potenzialità, anche se non fanno ancora sistema come sarebbe opportuno, soprattutto per i positivi esiti occupazionali che ne deriverebbero. I giovani, oggi, non si limitano più a concorrere per una carriera nella Pubblica Amministrazione. Nella nostra città risiede la popolazione studentesca più grande d'Europa, con 250 mila studenti spesso dotati di alta specializzazione e che, però, debbono recarsi altrove per lavorare al livello raggiunto o, in alternativa, rifluire a livello occupazionali più "bassi" di quello per cui avevano studiato. Si tratta, quindi, di accrescere l'impatto del Piano a questo livello, con un'offerta complessiva che metta in campo superfici per le funzioni moderne, mirate a trasformare in economia, reddito, ricchezza la centralità di Roma nelle relazioni internazionali, nella produzione tecnologica per i paesi del sud del mondo e dell'est europeo, nelle attività turistiche, fieristiche e congressuali, nell'industria della comunicazione - rafforzamento di Cinecittà, rinascita di Dinocittà, ampliamento Titanus, ecc. - nelle attività culturali, nella ricerca pubblica e privata.

Le relazioni col sistema metropolitano

Già il Piano del 1962 fu eccepito dal Ministero dei Lavori Pubblici, perché non aveva un'adeguata infrastrutturazione e una copertura di piani intercomunali. Sin da allora si poneva, per le tipiche caratteristiche dell'area metropolitana romana, il tema del rapporto con l'hinterland. Ancora oggi mancano gli strumenti legislativi per renderlo cogente, perché c'è un gran discutere di città-regione e città-metropolitana, senza approdare a esiti definitivi. Il nostro indirizzo prevede, da un lato, un sistema di governo e di gestione delle grandi reti su scala metropolitana e, dall'altro, l'assegnazione ai Municipi dei poteri di gestione, ma anche di trasformazione, delle aree di interesse locale.
In assenza di un quadro certo e, comunque, ancora in costante evoluzione, il Comune di Roma ha attivato una politica di relazioni. Tant'è che il 17 giugno verrà firmato il Protocollo d'Intesa con il Comune di Fiumicino, per stabilire le interconnessioni sul sistema degli insediamenti e della viabilità tra Roma e lo stesso Fiumicino, in un'area particolarmente delicata dal punto di vista ambientale e delle funzioni. C'è, inoltre, il lavoro che abbiamo fatto sui PRUSST: l'area dei Castelli, Ciampino, Frascati, Rocca di Papa, Pomezia, il sistema degli insediamenti industriali ai bordi di Roma; quindi, il PRUSST dell'area Tiburtina, votato in Consiglio Comunale ed esempio di politica intercomunale di area metropolitana. Su quell'asse posto tra Roma, Guidonia, Tivoli e Castel Madama, si prevedono 600 milioni di euro di investimenti tra opere pubbliche e opere private, con l'obiettivo di integrare e sviluppare positivamente il rapporto di Roma con i Comuni dell'hinterland.

L'identità storico-archeologico-culturale

Modernizzazione non vuol dire aderire acriticamente a un sistema lontano dalla nostra tradizione o identità. Roma non è Bangkok, ossia una brutta copia di New York, con sopraelevate, metropolitane e grattacieli. Roma è Roma, per cui modernizzare la città significa anche far emergere meglio il timbro della sua identità storica e umana di grande capitale mondiale della pace, delle relazioni internazionali, della integrazione tra i popoli e dell'accoglienza, nella quale cresca un cittadino sempre più libero e consapevole.
Ciò, vuol dire preservare il più possibile quanto la storia ci ha lasciato. Il nuovo Piano passa da circa 1000 a circa 7000 ettari di tutela nel tessuto della città storica e, soprattutto, amplia l'orizzonte temporale del concetto di storia. Roma storica non finisce più ai limiti delle Mura Aureliane, ma comprende anche gli edifici progettati dai grandi architetti del Ventennio all'Eur, gli insediamenti a Ostia, il Flaminio e, perché no, anche l'edificio di Corviale.
All'interno di una così ampia città storica, sono stati definiti 5 ambiti strategici: il Tevere, sul quale abbiamo iniziato un lavoro di valorizzazione; il recupero delle Mura Aureliane, anche attraverso iniziative che avvicinino il rapporto tra i cittadini e le mura; l'anello della cinta ferroviaria; l'Asse Flaminio-Eur e il Parco Archeologico Monumentale.
Il corpo della città storica è, dunque, una delle questioni fondanti del Piano.
Altro esempio. L'impulso che la Giunta Veltroni ha dato alla politica delle pedonalizzazioni in centro storico esprime bene questa filosofia della modernizzazione capace di recuperare storia e identità alla città. Avvicinare Roma all'Europa vuol dire, in primo luogo, avvicinarsi agli standards di efficienza urbana e di qualità sociale delle grandi aree urbane europee. E lungo questo percorso è più facile ritrovare le ragioni della specificità delle singole città. Modernizzazione, dunque, non come astratta dinamica "sviluppista", ma come conquista di un equilibrio urbano tra storia e ambiente, che forse Roma ha serbato più di altre città moderne. D'altro canto, una delle sfide più ardue della sinistra europea, in questa fase storica, è proprio coniugare la scelta europea con le identità nazionali e locali. Un equilibrio che è possibile trovare proprio a partire dalle trasformazioni della città e dei modelli di vita che ivi si affermano in conseguenza dell'organizzazione funzionale dei sistemi urbani.

Centralità e periferie

Quello delle periferie è un tema sociale e urbanistico molto complesso, che nei prossimi anni ci "squadernerà", ben aperto, il tema degli strumenti e delle norme. La scommessa è difficile ma affascinante, perché, quando diciamo flessibilità delle norme, quando diciamo possibilità di mettere in campo un sistema normativo operativo, che renda più rapido, più diretto e più facile l'intervento di recupero delle periferie, diciamo anche di essere pronti a una sfida sociale molto importante verso territori che non possono più aspettare una stasi del sistema legislativo, un arroccamento delle élite politiche. La questione è quella di rompere progressivamente gli attuali meccanismi.
Il nuovo Piano cerca di predisporre le basi per quella città policentrica, che è stata un po' il cuore della campagna elettorale del Sindaco Veltroni. L'idea portante è togliere il dominio della rendita immobiliare, stabilendo che all'interno di ogni centralità debba insediarsi un mix funzionale, così che vi sia una parte residenziale, una parte per uffici, un'altra per i servizi e per le funzioni moderne in genere. A questo proposito, vi sono centralità come Tor Vergata dal carattere già ben definito. Altre, invece, come le centralità di Acilia e di Romanina, sono ancora questioni aperte dal punto di vista delle funzioni e delle attitudini. Si discute se esse siano delle vere opportunità o solo nuove occasioni di espansione. Anche qui si tratta di vincere una scommessa. Ciò avverrà se terreno fermo il criterio dell'equilibrio tra le diverse funzioni, così che non prevalga solo la residenza o solo la città degli uffici, ma si generi un'effettiva integrazione a ridosso di un'infrastruttura su ferro. L'obiettivo è generare dei "fuochi urbani", in cui si insedi una pluralità di funzioni integrate e moderne.
Vi sono, in aggiunta alle 20 centralità metropolitane, oltre 60 centralità locali e decine di programmi integrati residenziali e per attività, quali strumenti finalizzati ad intervenire nella parte della città definita "da ristrutturare" e che è posta oltre il G.R.A. e prima delle zone "O", oltrepassati i quartieri dei "palazzoni" e degli "intensivi". Si tratta di una città frastagliata, che presenta una buona qualità edilizia grazie a edifici realizzati anche attraverso iniziative private, dirette, riuso e manutenzione, ma dalla pessima qualità architettonica, con assenza di servizi, senza scuole, strade strette, dove c'è un grande bisogno di far muovere dei programmi che consentano abbattimenti e ricostruzioni, demolizioni, spostamenti di cubature, aperture di vuoti per piazze e giardini. Questi strumenti dei programmi integrati e delle centralità locali saranno gestiti dai Municipi, che ne saranno i veri protagonisti, ai quali dovremo dare un'assistenza essenzialmente tecnica.