La difficile sfida di un nuovo piano regolatore
28 maggio 2002
Roberto Morassut

Dopo quattro decenni e anni di studio approfondito e di faticoso lavoro, ci accingiamo a dare a Roma un nuovo Piano Regolatore. Si tratta di una decisione che aprirà una nuova fase storica per la nostra città. Dobbiamo esserne profondamente consapevoli. Si tratta, inoltre, di un evento assai raro nella storia di una metropoli moderna come Roma. Un evento che esige acume politico e amministrativo, grande sensibilità verso le dinamiche storiche e verso tutti quegli elementi socio-economici che concorrono a determinare il profilo cittadino. Un appuntamento di tale rilevanza che impone un'ampia partecipazione e una grande divulgazione dei materiali di cui il nuovo Piano è costituito, tale da renderlo davvero un Piano "partecipato".

Come ci ricorda il nostro maestro Campos Venuti, Roma Capitale ha già avuto altri cinque piani regolatori. In primo luogo, quelli del 1873 e del 1883, che risalgono all'epoca umbertina e che furono approvati con meccanismi democratici molto esili. Vi fu, poi, il Piano del 1909, risalente all'epoca dell'Amministrazione Nathan e votato sovranamente dal Consiglio Comunale, seppure in un contesto ancora segnato da un carattere elitario della rappresentanza politica ed elettorale. Nel 1931, invece, il successivo Piano fu approvato dal Governatore Boncompagni Ludovisi, mentre quello del '62 fu, si, adottato dal Consiglio Comunale ma l'approvazione definitiva fu affidata al Commissario Prefettizio, anche se fu il Ministro Sullo a inviarlo nel 1965 all'allora Presidente della Repubblica Saragat.

Si noti che, dunque, di questi cinque Piani Regolatori, il Consiglio Comunale ne votò effettivamente soltanto uno, quello del 1909. Basti già questo a dimostrare la dimensione e la complessità dell'impresa a cui ci stiamo accingendo, di cui la storia moderna della Capitale, peraltro, è chiara testimonianza. Roma è una città che soffre le regole, ed è difficile ricondurre a unità di indirizzo lo sviluppo del suo territorio. E questa non è solo la nostra opinione, ma un fatto preciso desunto dalla vicenda urbanistica romana.

Oggi, invece, le condizioni sono mutate e la classe dirigente romana ha saputo cogliere a pieno le novità. Proprio il nuovo Piano è testimone del nuovo clima e del lavoro compiuto in tutti questi anni dalla classe dirigente di centro sinistra alla guida di questa città dal 1993, nel ciclo politico democratico più lungo che Roma abbia mai vissuto. La proposta di PRG nasce da un lavoro difficile e faticoso, che, a partire dal lavoro di coordinamento svolto dal VI Dipartimento, ha coinvolto praticamente tutti gli uffici comunali: la mobilità, il Piano Regolatore dei bambini, il bilancio, i lavori pubblici e l'attuazione, l'ambiente, il sociale, le periferie, il turismo, la cultura, i progetti speciali.

Tutti hanno concorso nelle forme dovute e secondo le proprie specifiche competenze alla definizione di questo disegno. L'apporto è stato davvero multiforme e generalizzato. Senza il concorso di tante e qualificate professionalità e di insigni studiosi di livello internazionale non sarebbe stato possibile realizzare un lavoro di tale complessità: vorrei ricordare tra gli altri Giuseppe Campos Venuti, innanzitutto, e poi Maurizio Marcelloni e Daniel Modigliani, che hanno iniziato il proprio lavoro durante l'Amministrazione Rutelli sotto la guida dell'Assessore Cecchini.