Mercenari - Il business della guerra
un libro scritto a molte mani, anche da altremappe.org

 

La parola d'ordine delle nuove guerre è la flessibilità: un 'esercito' di interinali della guerra gestisce in nome degli stati belligeranti le zone a più alto conflitto del pianeta. Gli sviluppi dell'intervento militare italiano in Iraq hanno portato alla ribalta il ruolo di questi nuovi mercenari. Chi sono, da dove vengono, cosa fanno?

 

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Introduzione

La guerra scatenata in Iraq da G.W. Bush e dalla càbala neocon ci riserva ogni giorno nuovi orrori. Mentre scriviamo, la Associated Press ha appena diffuso un video della strage di Mogr el-Deeb, un piccolo villaggio nel deserto iracheno dove era in corso una festa di nozze. Nelle immagini si vede l'arrivo di una carovana di auto con addobbi nuziali, quindi uomini e donne con il vestito delle festa, prima ordinatamente disposti in una sala improvvisata ma decorata con tappeti e disseminata di narghilè, poi intenti nelle danze. Ci sono molti bambini che razzolano irrequieti tra i convitati. Alcuni sono piccolissimi e si dimenano tra le braccia dei genitori o dei parenti, in un misto di insofferenza e eccitazione, come sempre fanno i bambini quando prendono parte a rituali collettivi a loro oscuri per regole e finalità ma di cui percepiscono l'elettricità gioiosa che li pervade. Bella idea andarsi a sposare in quell'inferno che è oggi l'Iraq! E' quello che devono aver pensato i marine a bordo degli elicotteri Apache che sorvolavano la zona quando hanno ricevuto l'ordine di fare fuoco su quell'assembramento sospetto. Il tempo di fare questa considerazione, e il matrimonio si era trasformato in un funerale. Quaranta convitati erano ora cadaveri e tra loro c'erano molti bambini. Alcuni, per la verità, erano irriconoscibili, uno era decapitato. I sopravvissuti raccontano di un attacco lungo ed efferato, con i soldati Usa che dopo il raid con gli elicotteri sono scesi a terra e hanno fatto irruzione nelle case del villaggio, uccidendo altre persone. Eppure gli americani avrebbero dovuto imparare a riconoscere certe "usanze tribali" dopo l'errore compiuto in circostanze analoghe in Afghanistan, nei pressi di Kandahar, dove, nel luglio del 2002, il regalo di nozze di Bush agli sposi e alle loro famiglie fu una bomba da 500 libbre che mandò al creatore 100 convitati a un altro banchetto di nozze. I generali James Mattis e Mark Kimmitt - questi "gelidi coglioni", li avrebbe definiti Luigi Pintor - non si sono scomposti e anzi hanno fatto i bulli: "C'erano oltre una ventina di uomini in età militare. Cerchiamo di non essere ingenui". Capite? Non "armati" ma in "età militare". Con questo criterio, anche un plotone di boy scout in escursione campestre sarebbe meritevole di essere annientato col napalm.
Prima di questo assassinio di massa, siamo stati invasi per settimane dalle cartoline dall'inferno di Abu Ghraib. In quell'occasione, le generazioni contemporanee hanno avuto modo di comprendere a cosa alludesse Hannah Arendt quando, descrivendo lo zelo ottuso con il quale Adolf Eichmann amministrava i treni di ebrei per Auschwitz, coniò il concetto di "banalità del male". I carcerieri di Abu Ghraib hanno dipinto in volto un ghigno ebete e maligno quando si mettono in posa tra corpi nudi incappucciati e cadaveri incellophanati, sembrano totalmente immersi nella banalità del male quando meccanicamente trascinano al guinzaglio un essere umano o quando, nelle istantanee inviate a amici e parenti dai loro videofonini, appaiono stolidamente compiaciuti delle efferatezze di cui sono stati protagonisti. Soprattutto, tenete a mente come si sono "difesi" da accuse che devono loro essere apparse incomprensibili: "Stavamo facendo il lavoro che ci era stato detto di fare". Lavoro. Questa parola ritorna ossessivamente in tutto quanto concerne questa guerra, che è stata avviata per finire il lavoro irresponsabilmente lasciato a metà dal babbo di Bush, che si è tramutata in una ghiotta opportunità di lavoro per le multinazionali di mezzo mondo, che è stata prodiga di inserzioni di lavoro per tanti good fellas, bravi ragazzi, sparsi per il mondo, che dopo aver vestito la divisa d'ordinanza del mercenario moderno - Oakey metallizzati inforcati sul cipiglio palestrato e Mp5 luccicante pronta a fare fuoco -, avranno modo, tornati a casa, di accendere un mutuo per la villetta e, perché no?, di convolare a giuste nozze.
Quando abbiamo pensato di rimettere mano al progetto di un libro sui mercenari moderni, avviato e poi rimandato a favore dell'inchiesta sui think tank sfociata in L'impero invisibile, siamo stati fortemente motivati proprio dall'evolversi degli avvenimenti della guerra in Iraq. Questo può aver costituito un limite, perché indubbiamente ne abbiamo subito l'onda emotiva ma, d'altra parte, proprio l'occupazione dell'Iraq ci è apparsa come la prima guerra mercenaria globale, in cui tutti, tra le fila degli occupanti, hanno agito per un interesse privato. Una verità troppo ingombrante anche per gli irriducibili della geopolitica usa e getta - quella buona per guadagnarsi il gettone di presenza nei talk show - o per i commentatori con la vocazione del poliziotto, capaci di giustificare qualunque nefandezza in nome della lotta al terrorismo, e che oggi hanno finito le cartucce della fermezza, del patriottismo o del cinismo. L'Iraq è un mattatoio, organizzato però secondo le regole dell'azienda globale, popolato da imprenditori, manager, consulenti, cooperative, operatori umanitari, interinali e lavoratori a termine, tutti con un contratto da onorare che giustifica la loro presenza. Tutti lavorano. Tuttavia, a prima vista può rimanere oscuro l'oggetto di questo lavoro, cosa esso produca. Diceva Marx che un filosofo produce idee, un poeta poesie, un pastore prediche e un criminale crimini. E ammoniva di non considerare blasfemo l'accostamento dell'ultimo con i primi tre, poiché il criminale non produce solo delitti, ma anche il diritto penale, tutta la polizia e la giustizia criminale, gli sbirri, i giudici, i giurati, le prediche e i rieducatori. In Iraq succede probabilmente qualcosa di simile. Commesso un crimine, l'invasione del paese, esso è stato messo al lavoro e un gigantesco network si è attivato, producendo operatori della sicurezza, polizia militare, secondini e carcerieri, guardie del corpo, Organizzazioni non governative, esperti di ogni tipo. In qualche modo, tutti possono dire di essere lì per motivi "umanitari", poiché il lavoro di ognuno è aiutare, proteggere qualcun altro o garantire che questi possa a sua volta svolgere il proprio lavoro. Un esercito della misericordia che assomiglia a una processione di monatti.
Per questa via, le nuove guerre producono soggettività, strutturano una mentalità e formano comportamenti. Una pedagogia nera in piena regola, che utilizza l'etica perversa del lavoro per prosciugare la guerra da tutto l'orrore di cui è piena e restituirla al "popolo dei lavoratori" come legittima opportunità di benessere personale e di vantaggio privato. Un'operazione che funziona: una compagnia di sicurezza, la Caci, ha reclutato i torturatori di Abu Ghraib con un annuncio sul proprio sito internet, proponendo testualmente "eccitanti opportunità di intelligence per individui disposti a condurre per uno o due anni interrogatori strategici e tattici"; l'Mi5, il servizio segreto inglese, ha inaugurato una chat room per entrare in contatto con gli studenti e rendere appetibile agli occhi dei giovani il lavoro della spia e, per ultimo, il Mossad ha iniziato a reclutare sul web coniando uno slogan ad hoc francamente inquietante: "Il Mossad è la sua gente. I nostri dipendenti sono il nostro vero cuore".
Questa nuova dimensione della guerra, di cui l'Iraq è un formidabile laboratorio, ci ha portato a riconsiderare la stessa definizione di "mercenari", quella, per intenderci, attraverso la quale oggi vengono identificati essenzialmente i contractor militari. Indagando sull'intero ciclo di produzione delle neoguerre, abbiamo ritenuto lecito estendere questo termine all'intero "terzo settore bellico", che contribuisce alla progettazione e all'esecuzione dei conflitti e alla gestione del cosiddetto dopoguerra. In questo libro, dunque, non parleremo soltanto dei nuovi soldati di ventura ma anche del ruolo che assolve il consulting bellico, di quello delle società di servizi globali, dell'indotto della cooperazione "umanitaria". Quest'ultimo è senz'altro l'argomento più scabroso da trattare, non fosse altro per il fatto che esso riguarda anche l'attività di molte persone degnissime. Ma è indubitabile, a nostro parere, che una vera e propria "industria dell'umanitario" si stia strutturando attorno alla professionalizzazione del ruolo del cooperante - soggetto a flessibilità d'impiego e mobilità operativa sempre più accentuate -, che l'autonomia delle Organizzazioni non governative - le Ong - dalle autorità militari, soprattutto dopo la crisi dell'Onu, si è ristretta pericolosamente, che l'accesso a finanziamenti cospicui inseriti nel budget della "ricostruzione" determina spesso un'oggettiva e imbarazzante contiguità con le forze occupanti. Non parlarne avrebbe fatto torto in primo luogo a tutti coloro che agiscono secondo criteri improntati alla solidarietà attiva con le vittime della guerra e non in concerto con chi la promuove.
Per quanto concerne i mercenari armati - i corporate warrior (guerrieri aziendali) come li ha suggestivamente definiti un analista militare, P.W. Singer - abbiamo ritenuto utile far precedere la sezione del libro che esamina più in dettaglio le pecularietà e le innovazioni tecniche introdotte dalle nuove compagnie di ventura (Private Military Companies), da un capitolo che illustrasse per sommi capi le trasformazioni intervenute, all'indomani della Guerra fredda, negli assetti internazionali e nelle funzioni degli eserciti. E' impossibile, infatti, comprendere il ruolo assolto oggi dalle compagnie militari private senza tener conto di quel processo che ha trasformato progressivamente, ai tempi dell'impero, le guerre in operazioni di polizia e le funzioni di ordine pubblico in operazioni militari. La "manipolazione genetica" della figura del poliziotto e di quella del soldato, la loro totale interscambiabilità e complementarietà nel quadro delle politiche disciplinari e di controllo postmoderne, il paradigma della sicurezza e la contestuale privatizzazione dell'esercizio della forza (a Est e a Ovest), costituiscono i presupposti imprescindibili per l'affermazione sul mercato della guerra dei nuovi mercenari.
La considerazione di questo complesso di dinamiche, infine, ci ha condizionato anche al momento di decidere il sottotitolo di questo libro - gli interinali della guerra - che non si riferisce, come anche sarebbe lecito supporre, al rapporto di precarietà lavorativa, per quanto ben remunerata, che lega molti corporate warrior ai loro datori di lavoro, ma alla natura stessa della guerra postmoderna. In un'epoca in cui gli interventi militari assomigliano a retate poliziesche, in cui l'uso della forza, modulato secondo tutte le sue sfumature, diviene parte integrante delle tecnologie del potere, in cui guerra e pace convivono rincorrendosi e ricombinandosi a macchia di leopardo sul pianeta, la condizione di chi prende parte attiva ai conflitti - sia esso un mercenario, un consulente o un "cooperante di professione" - è il risultato di una migrazione frenetica e circolare tra la sua condizione di "civile" e quella, a vario titolo, di "militare". La flessibilità, nel campo dell'outsourcing bellico, governa con la severità di un monarca dispotico, non esenta nessuno: da Mrs. Karpinski, la generalessa di Abu Ghraib che alterna la sua attività "civile" di consulente finanziario di successo a quella di volpe del deserto, al buttafuori che si trasforma a gettone in Terminator, le nuove guerre attingono a uno sconfinato esercito di riservisti di professione, capaci di vivere la pace da soldati e la guerra da civili. Convinti, nel far questo, di essere i migliori interpreti del loro tempo.

Giugno 2004

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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