27 feb-1 mar --- La UE libera e autonoma università europea

Programma

27-28 febbraio, 1 marzo

secondo anno, le nuove linee di Facoltà di fuga,

aula VI facoltà di Lettere (università la Sapienza)

giovedì 27

h 10:00: “che cos’è Facoltà di Fuga, che cos’è la UE” introduzione a cura di SapienzaPirata

h 10:30: “università, saperi, conflitti” per cartografare i modelli formativi europei, le resistenze, le esperienze di auto-formazione (Berlino, Lubiana, Copenhagen, Brighton)

h 15:00: “reddito, accesso alle tecnologie, servizi” comparazione tra forme di vita, nuovi e vecchi diritti tra sapere e produzione, studenti e lavoro cognitivo; servizi e diritti materiali alla produzione e circolazione di conoscenza (Parigi, Helsinki, Malaga, Madrid)

venerdì 28

h 11:00: “ricerca e proprietà intellettuale” i ricercatori a confronto, pubblico e privato, assenza di fondi e nuovo statuto della proprietà; tacite sovversioni e nuovi conflitti contro le recinzioni dei saperi (ricercatori Laser-Parigi, Madrid)

sabato 1 marzo

h 11 e pomeriggio: “i disobbedienti del sapere: che mille facoltà fuggano!” pratiche e azioni comuni nelle metropoli europee


SapienzaPirata

0. C’è una cosa che più di altre ci rincorre ossessiva da quando siamo ribelli nelle università italiche: equiparazione, allineamento, “stare al passo” con i modelli formativi europei. O meglio le nostre università sono indubbiamente in grado di fornire strumenti culturali validi ma improduttivi, i laureati sono pochi rispetto ai partner europei, velocità, funzionalità e flessibilità devono, al pari dell’Europa, diventare i criteri orientativi del sistema formativo italiano.

Dal libro bianco di Delors, per tutti gli anni novanta, una pedante illusione riformistica ha perseguito con convinzione un tentativo di connessione e di sincronia tra mondo del lavoro (new-economy e economia dei “beni relazionali”) e processi formativi. Va da se che si è trattato per la maggior parte di un asservimento ambiguo e mal riuscito. Il 3+2, in particolare il triennio, ventilate come le soluzioni vincenti per un’università seriamente al passo con un mercato del lavoro flessibile, centrato sull’innovazione e sulle competenze comunicative, già mostrano le prime falle: troppi corsi triennali poco frequentati, specializzazioni ancora incerte. Inutile dire poi che l’inseguimento forzato di “chi” procede sulle gambe della creatività, della mobilità, del cambiamento continuo dei paradigmi epistemici e tecnologici, dell ’imprevedibilità delle relazioni, del problem solving cooperativo, o meglio il modo di produrre contemporaneo, non è per nulla destinato al successo. Si profila già da tempo un rischio tutt’altro che irrealistico: precarietà e obsolescenza delle competenze!

1. Sconvolta e trasformata da questa illusione riformistica è stata l’università europea e non solo quella italiana, con tempi e modalità indubbiamente diversi, mettendo in gioco modelli non del tutto coincidenti ma filosofie simili, spesso omogenee. L’Italia, come sappiamo è arrivata tardi e male equipaggiata, con una spesa pubblica ridotta all’osso (non sappiamo se sia facilmente traducibile il buono scuola pubblico che destiniamo a quelle famiglie desiderose di mandare i propri figli a scuole private, per la maggior parte cattoliche) e con un modello sociale e culturale che continua a fare degli studenti o dei piccoli parvenu in cerca di professione o dei quattrocchi oziosi, parassit ari e ribelli, entrambi comunque a ricasco delle proprie famiglie, senza reddito autonomo, senza servizi.

Sono quindi assolutamente disomogenee le forme di vita, le trame di immaginario, le condizioni materialissime, degli studenti europei: da una parte le aree nord europee dove difficilmente si rimane fino a trent’anni a casa da “mammà” per concludere gli studi, dove si ha per la maggior parte un reddito, servizi dignitosi, sostegno alla ricerca, dall’altra l’Italia e la Spagna dove le cose assumono tinte assolutamente diverse.

In via di progressiva uniformazione i profili didattici, tempi di studio, modalità d’apprendimento, con i limiti già sopra accennati per la “via italiana alla riforma”: licealizzazione dei percorsi universitari, dismissione di saperi critici e generali. Elemento indubbiamente centrale e tutt’altro che negativo delle modalità di insegnamento e conseguentemente di apprendimento e di ricerca in gran parte delle università nord europee, forse meglio non italiane, e il ruolo preminente assunto dalla comunicazione, dalla produzione (e non solo dalla trasmissione) cooperativa di sapere, dalla dinamicità relazionale tra studenti e docenti e tra gli studenti tra loro. Preminenza del seminario sulla lezione, della pratica laboratoriale, dell’elaborazione continua di materiali scritti, de lla relativa autogestione di percorsi di ricerca. Questo a volte assume i toni dequalificanti di un sapere privo di solidi strumenti teorici generali e di fondo ma costituisce indubbiamente un’etica avanzata non solo dell’apprendimento ma dell’agire di concerto e del produrre cooperativamente, elementi fino a adesso completamente assenti nell’ingessato panorama accademico italiano.

2. Se quest’idea ricorsiva della comparazione europea ci ha inseguito negli echi apologetici degli accademici riformatori o nelle fortunate esperienze Erasmus di alcuni di noi, è nostra intenzione, adesso, dare vita a un’anomala quanto inedita università europea, costituita dalle relazioni, dagli immaginari, dai saperi e dai conflitti dei gruppi che nelle università d’Europa sperimentano nuove forme di ricerca e di cooperazione. Di quei gruppi, cioè, che fanno delle lotte sul sapere e sul reddito nuovi modi di abitare non solo le università ma le capitali europee e i loro conflitti. Crediamo infatti che la possibilità di costruire un’Europa politica dei movimenti risieda nella capacità di fare in pri mo luogo dell’Europa uno spazio di libera circolazione dei saperi e della ricerca, un luogo dove ci sia reddito per chi vive nei flussi della formazione permanente.

Per iniziare a fare questo vorremmo provare a costruire assieme a altri una Libera Università Europea che abbia come atto di inizio una tre giorni dove ricercatori e studenti provenienti da Madrid, Malaga, Berlino, Parigi, Lubiana, Copenhagen, Helsinki, Londra si incontrino all’università La Sapienza di Roma nella sua Facoltà di Fuga con i gruppi di studenti e ricercatori italiani che poco hanno a che fare con le euforie riformistiche e che vogliono un reddito per vivere e studiare. Questo incontro lo immaginiamo anche come un primo passo per dare vita a un nuovo modo di relazione tra gli studenti europei, a una sorta di Erasmus autonomo e permanente che sia costitutivo di una nuova prassi di ricerca e di autoformazione nello spazio europeo e produca i nessi per l a costituzione di conflitti comuni intorno ai saperi.