La gola profonda
A rischio il "fragile" privilegio dei giornalisti?
I reporter Usa subiscono pressioni legali per rivelare le loro fontiGeri L.Dreiling (*)
Registratore, penna, taccuino e computer portatile: questi sono gli strumenti tipici della professione giornalistica. Ma, ultimamente, la lista di oggetti che è necessario possedere si è allungata. Ora include anche un buon avvocato.
Questo perché i reporter sono stati colpiti da un numero sempre crescente di citazioni in giudizio che contengono la richiesta di rivelare le proprie fonti confidenziali. I procedimenti spesso riguardano indagini sulla fuga di notizie governative. Si spazia dalla rivelazione dell'identità di un agente segreto della Cia in attività a quella di uno scienziato nucleare ritenuto sospetto di spionaggio, ad un videotape che mostra un ex sindaco che sta colpevolmente accettando una regalia da un agente Fbi in incognita. Per i reporter che si aggrappano alla tutela del Primo Emendamento,che li protegge dalle citazioni in giudizio e protegge l'identità delle loro fonti confidenziali, ci sono imputazioni per vilipendio alla corte, una forte multa ed una branda in prigione.
In casi di grande rilievo, è il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti che sta tentando di forzare le rivelazioni, malgrado le linee guida del Dipartimento riconoscano l'importanza della raccolta delle informazioni ed ammoniscano ad utilizzare le citazioni in giudizio solo per verificare le informazioni pubblicate e solo quando siano "essenziali" ad una indagine.
Le linee guida furono pubblicate, in parte, come risposta ad un caso della Corte suprema del 1972. Quel caso, Branzburg vs Hayes, terminò con una controversa decisione che ha segnato una sconfitta per i giornalisti. Con un voto di 5 a 4, la maggioranza ha sostenuto che "il Primo Emendamento non esonera un giornalista dall'obbligo, che tutti i cittadini hanno, di rispondere ad una citazione di fronte al grand jury". Tuttavia, il giudice Lewis F. Powell, che faceva parte della maggioranza, in concomitanza aveva anche depositato un parere in cui sosteneva che dovrebbe essere attuato in ogni caso uno sforzo di equilibrio fra la libertà di stampa e l'obbligo di testimoniare circa un comportamento criminale.
Quattro giudici ritennero invece che il Primo Emendamento tutela i giornalisti e che la decisione della maggioranza "riflette un'insensibilità preoccupante rispetto al ruolo critico di una stampa indipendente nella nostra società".
Prima di quella decisione, soltanto una manciata di Stati aveva leggi che proteggevano i giornalisti o riconoscevano ai reporter determinate tutele. Dopo Branzburg, il numero di Stati a riconoscere tali tutele ai giornalisti salì sino a 49 Stati, più il distretto di Columbia.
Ma i casi del Dipartimento di Giustizia si dibattono davanti alla corte federale e lì non esistono leggi federali a protezione dei giornalisti. Tuttavia finché il ricorso al grand jury federali per i reporter fu considerato l'estrema risorsa, non se ne sentì la necessità.
Ma i tempi sono cambiati.
Quando le torri gemelle del World Trade Center si sono sbriciolate a causa di un attacco terrorista, dalle ceneri dell'11 settembre sono sorte misure aggressive tese a proteggere la sicurezza nazionale. Circa nello stesso periodo, la reputazione dei media ha registrato un calo, a causa non soltanto dell'eccesso nell'utilizzo di fonti anonime, ma anche dello scandalo esploso in seguito a casi che vanno dagli articoli falsi scritti dal redattore del New York Times Jayson Blair fino all'uso da parte di Dan Rather di discutibili appunti che accusavano il presidente George W. Bush di aver ricevuto un trattamento di favore nel periodo in cui era in servizio presso l'aviazione della Guardia Nazionale in Texas.
Sostenendo che la fuga di notizie non rappresenta una carta vincente nella lotta contro il crimine, il Procuratore Generale del Dipartimento di Giustizia John Aschcroft ha ostinatamente sollecitato i giornalisti a rivelare ai grand juri chi avesse passato loro le informazioni riservate. Ma le citazioni in giudizio stanno colpendo sia i reporter che hanno scritto articoli con informazioni anonime sia coloro che non hanno mai pubblicato un pezzo che contenga scoop forniti da una fonte confidenziale.
Queste citazioni in giudizio si stanno scontrando con una resistenza tenace. Molti giornalisti hanno rifiutato di rivelare le informazioni e si sono visti contestare il reato di vilipendio alla corte. Organi di stampa come il New York Times, il Washington Post, Dow Jones e Company, Gannett Company, Bloomberg e Fox News stanno chiedendo alle corti di riconoscere ai giornalisti uno status giuridico privilegiato. Senza queste garanzie, gli organi di stampa temono che le citazioni verranno usate per perseguitare i giornalisti ed intimidire i funzionari governativi. I giornalisti non saranno più in grado di segnalare episodi di corruzione e abuso ed i lettori non potranno più esercitare forme di controllo sui loro governanti.
La resa dei conti chiamerà inevitabilmente in causa un pubblico che finora è stato ambivalente, diviso nel domandarsi se le citazioni siano una tardiva forma di controllo su giornalisti irresponsabili o un allarmante provvedimento del governo che dovrebbe essere bloccato.Il caso Plame
L'ondata senza precedenti di citazioni in giudizio ha generato una netta revisione da parte delle corti di quello che il professore di diritto delle telecomunicazioni Jane Kirtley ha definito un "fragile privilegio". Il risultato non è stato favorevole ai giornalisti.
In ottobre, Judith Miller del New York Times ed il giornalista di Time Matthew Cooper sono stati condannati ad una penale di 1.000 dollari al giorno (finché non soddisferanno le richieste della corte, ndT) e messi in prigione per aver rifiutato di rivelare al grand jury federale il nome della persona che aveva rivelato che Valerie Plame, moglie dell'ex ambasciatore degli Stati Uniti Joseph Wilson, era un agente segreto della Cia che si occupava di armi di distruzione di massa. Il giudice ha sospeso la sentenza per vilipendio alla corte fino a che il tribunale d'appello non l'abbia esaminata.
Il caso iniziò nel luglio 2003. Il New York Times pubblicò un articolo nella pagina Op Ed (quella delle opinioni dei lettori, ndT) scritto da Wilson. Nel pezzo, intitolato "Che cosa non ho trovato in Africa", Wilson scrisse che, per giustificare l'invasione dell'Iraq, l'amministrazione Bush "aveva distorto o gonfiato i rapporti dell'intelligence sui piani nucleari iracheni per esagerarne il pericolo". Otto giorni dopo, il cronista di agenzia Robert Novak scrisse un pezzo intitolato "La missione nel Niger" mettendo in discussione la versione di Wilson che asseriva di essere stato inviato in Africa dal vice presidente Dick Cheney. Invece, Novak scrisse che la moglie di Wilson, Valerie Plame, era un agente della Cia "attivo nel campo delle armi di distruzione di massa. Due anziani funzionari dell'amministrazione mi hanno detto che fu la moglie di Wilson a suggerire di inviarlo in Niger".
Quando il pezzo fu pubblicato, molti criticarono la decisione di Novak di rivelare il nome della Plame. Jane Kirtley, professore di etica dei mezzi di comunicazione al Silha Center dell'Università del Minnesota, per esempio, dichiarò: "Sul serio non comprendo perché il suo nome sia stato pubblicato. Novak avrebbe potuto fare il suo colpo giornalistico senza inserire quel nome. Da un punto di vista etico, urge riflettere su quale fosse la ragione giornalistica alla base di quella scelta".
E se da un lato era Novak ad essere arrivato per primo allo scoop, c'è da credere che un infiltrato alla Casa Bianca abbia cercato di vendere quell'informazione a parecchi altri giornalisti.
Tre giorni dopo l'articolo di Novak, Matthew Cooper della rivista Time scrisse un'inchiesta per il sito internet del giornale in cui affermava anche che erano stati funzionari del governo ad aver informato il magazine dell'identità della Plame.
Scoppiò un putiferio politico sulla fuga del nome della Plame. E poiché costituisce un crimine federale rendere pubblica l'identità di un agente segreto del governo, il putiferio si trasformò successivamente in una indagine penale federale a tutti gli effetti affidata ad un procuratore speciale.
Kirtley insiste che, nel caso della Plame, i giornalisti non hanno violato la legge. "Non è contro la legge che i giornalisti ottengano le informazioni e nemmeno è contro la legge che le pubblichino".
Ma i giornalisti stabiliscono un legame diretto con coloro che le leggi le hanno violate.
La citazione davanti al grand jury, così come nei confronti di Miller e Cooper, sono state emesse anche nei confronti del reporter dell'Nbc Tim Russert e di quelli del Washington Post Walter Pincus e Glenn Kessler.
La situazione di Novak è un mistero. Le citazioni davanti al grand jury sono riservate, così non vi sono tracce cartacee o notizie provenienti dall'ufficio del procuratore speciale. Diversamente dagli altri giornalisti che sono stati chiamati a testimoniare, Novak finora è rimasto in silenzio sul fatto di essere stato o meno convocato. A molti osservatori esterni sembra palesemente ingiusto citare in giudizio o mettere in prigione giornalisti che non hanno mai scritto fandonie o non erano stati i primi a rivelare certe notizie.
Ma Ed Dowd, ex avvocato degli Stati Uniti per il distretto orientale del Missouri e vice consulente legale speciale nell'indagine del 1993 sull'assedio di Waco (cittadina del Texas, dove David Koresh, dotato di un arsenale di armi da guerra, guidava una setta religiosa. Il tentativo dell'Fbi di perquisire la sua fattoria sfociò, dopo un assedio di 51 giorni, in una operazione che provocò oltre 80 morti, ndT), adduce una possibile ragione del perché tanti giornalisti oltre Novak siano finiti nella rete di questa particolare indagine.
"Ogni volta che un impiegato del governo lascia trapelare informazioni riservate, ciò potrebbe costituire una fattispecie di reato", ha detto Dowd. Se la medesima fuga di notizie riguardasse cinque giornalisti differenti, vi sarebbero quindi cinque crimini diversi. Stando alle linee procedurali federali, il sommarsi di imputazioni penali comporta un notevole aumento delle pene. "Se hanno più capi di accusa, i tempi di detenzione si allungano", ha detto Dowd, ora socio dello studio legale Bryan Cave a St. Louis.
Nel caso della Plame, l'azione giudiziaria del grand jury si è chiusa e così gran parte dell'incartamento processuale, il che significa che dietro i suoi atti il ragionamento del procuratore speciale è difficile da discernere.
È noto, tuttavia, che dopo una iniziale resistenza, sia Russert che Pincus hanno testimoniato. Il Washington Post ha dichiarato che l'identità della fonte confidenziale non è stata rivelata; Nbc news ha precisato che la testimonianza si è limitata ad alcune conversazioni con il capo dello staff del vice presidente, che aveva firmato un documento in cui garantiva riservatezza.
Cooper e Miller si sono opposti alle citazioni in giudizio, sostenendo che le loro informazioni sono protette dalla tutela che spetta alla professione di giornalista, sancita anche dal Primo Emendamento, dalla legge federale, o contenuta nello Statuto di salvaguardia dei giornalisti del distretto di Columbia. Ma il giudice Thomas F. Hogan della corte del distretto degli Stati Uniti ha respinto le loro argomentazioni.
Tornando a Branzburg, la sentenza in quel caso ha stabilito che nel Primo Emendamento non c'è nessuna forma di tutela che esoneri la stampa dal testimoniare di fronte al grand jury. E Hogan ha stabilito che se anche avesse riconosciuto una tutela limitata, invece che assoluta, al reporter, ossia una forma di privilegio che doveva comunque armonizzarsi con altre necessità, i reporter avrebbero comunque perso la causa. "L'interesse collettivo nella lotta contro il crimine - ha scritto - ha avuto un peso talmente superiore a tutti gli altri in questo caso di fuga di notizie da richiedere ai giornalisti di testimoniare davanti al grand jury".
Hogan ha accusato Miller e Cooper di vilipendio alla corte. E non sono loro gli unici che si sono visti respingere l'appello alle tutele previste per i giornalisti dal Primo Emendamento.
In agosto, un giudice federale ha ritenuto cinque giornalisti colpevoli di vilipendio alla corte, infliggendo loro una penale di 500 dollari al giorno per aver rifiutato di rivelare la fonte che ha identificato l'ex scienziato del laboratorio del Los Alamos Wen Ho Lee come principale sospetto di spionaggio. Lee ha citato in giudizio i giornalisti del New York Times, del Los Angeles Times, dell'Associated Press e un ex reporter della Cnn in una causa civile contro funzionari federali, sostenendo che essi hanno violato la legge sulla privacy. Il giudice ha rinviato l'esecuzione delle pene finché non sarà concluso il processo d'appello.
Nello stesso mese, un giudice federale ha inflitto una penale di 1.000 dollari al giorno contro un cittadino di Providence, Road Island, Jim Taricani, giornalista investigativo della televisione, che ha rifiutato di identificare l'individuo che gli aveva consegnato un nastro dell'Fbi che mostra un funzionario scelto nell'atto di ricevere una bustarella. Un procuratore speciale è stato nominato per investigare sulla fuga di notizie. Il tribunale ha riconosciuto Taricani colpevole di vilipendio alla corte e gli ha dato tempo fino al 18 novembre per divulgare l'identità della sua fonte. Taricani ha rifiutato. Così, il 9 dicembre, è attesa la sentenza del giudice federale sul caso Taricani, che rischia una pena fino a sei mesi in prigione (alla fine, Taricani è stato condannato a sei mesi di reclusione, da scontare agli arresti domiciliari, ndT) .Il mutato scenario dei media
Molti osservatori si aspettano che la questione della tutela dei giornalisti sia portata una volta ancora davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti. E il caso che probabilmente arriverà per primo in quella sede è quello della Plame. Se la corte esaminerà il caso, considererà come è cambiato in questi ultimi 34 anni lo scenario dei media, come testimonia l'aumento di importanti articoli basati su fonti anonime e su rivelazioni confidenziali.
La fonte confidenziale più famosa è "gola profonda", l'infiltrato che rivelò ai giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein le informazioni sul coinvolgimento del presidente Richard Nixon nel furto con scasso avvenuto nel quartier generale del Democratic National Committee sito nell'hotel Watergate. Le rivelazioni innescarono uno scandalo politico che alla fine portò alle dimissioni del presidente.
Più recentemente, alcuni reporter hanno utilizzato un rapporto confidenziale preparato dal comitato internazionale della Croce Rossa che raccontava nel dettaglio gli abusi sui prigionieri avvenuti nel carcere Usa di Abu Ghraib, in Iraq. Le rivelazioni hanno portato ad inchieste del Congresso, ad indagini militari e all'unanime condanna mondiale.
Recentemente, alcuni giornalisti hanno utilizzato informazioni confidenziali provenienti da una deposizione davanti al grand jury circa l'uso di steroidi anabolizzanti da parte di atleti professionisti come Barry Bonds, Jason Giambi e Gary Sheffield. Se gli atleti sapessero che stavano assumendo steroidi è questione ancora in sospeso. Ma le rivelazioni hanno portato alla richiesta di intensificare i controlli sulle droghe e a polemiche sulla legislazione vigente in materia.
Tuttavia, le informazioni raccolte sul caso Plame sono differenti. L'informatore non era un whistleblower (termine difficilmente traducibile che indica una persona che per senso civico segnala una irregolarità, ndT). E la rivelazione non sembra aver fornito informazioni all'opinione pubblica sulla corruzione del governo, l'abuso o gli scandali legati alla droga. Somigliava più ad un attacco codardo nei confronti di un oppositore della politica della Casa Bianca.
Persino Kirtley ha notato che il caso della Plame è diverso. È "molto più difficile sostenere la tesi che c'era un fortissimo interesse pubblico nella pubblicazione del nome di Valerie Plame. Qui non si tratta dei Pentagon papers (7 mila pagine di documenti top secret che svelavano le menzogne sulla guerra in Vietnam. Furono rese note nel ‘71 da un ex ufficiale dei marines, ndT)".
Ed è per quel motivo che Dowd dubita che la stampa dovrebbe usare proprio Plame come testa di ponte contro il Dipartimento di Giustizia. Poiché i tribunali devono decidere i casi sulla base dei fatti presentati e non emettere prolisse dichiarazioni politiche, un debole ricostruzione dei fatti può produrre un cattivo precedente.
Ma la stampa può non avere molta scelta. L'inchiesta di Plame è una inchiesta penale che spetta al grand jury. Ciò significa che, per quanto riguarda la sentenza, probabilmente godrà di una corsia preferenziale rispetto al caso di Lee. E così il caso va avanti spedito. Un relazione amicus curiae (una forma di partecipazione al processo da parte di chi, pur non essendo direttamente coinvolto nell'azione giudiziaria, scrive un parere alla corte perché fortemente interessato alla vicenda, ndT) è stata inoltrata alla Corte di Appello del distretto di Columbia a nome di 23 organi di informazione che invitano la corte ad adottare forme di tutela a livello federale per i giornalisti. Kirtley avverte che, a prescindere dal fatto che si giudichi la rivelazione del nome della Plame come "giusta o sbagliata in senso assoluto", ciò che è in gioco è "una sensibile riduzione delle informazioni a disposizione dell'opinione pubblica". Se le corti o i legislatori non riconoscono una forma di tutela ai reporter ed i giornalisti vengono costretti a rivelare le loro fonti, Kirtley teme che il pubblico si troverà di fronte "veline governative" spacciate come notizie.Fonte Adista
(*) GERI L. DREILING, AVVOCATO DI ST. LOUIS E GIORNALISTA FREELANCE, È AUTRICE DI QUESTO ARTICOLO, COMPARSO IL 17 DICEMBRE 2004 SUL NATIONAL CATHOLIC REPORTER. TITOLO ORIGINALE: "THREATS OF JAIL: IS JOURNALISM'S ‘FRAGILE PRIVILEGE' AT RISK?