RIFORMA-SCANDALO DEL CODICE DI GUERRA
di Vittorio Nuti

Caro inviato al fronte attento a cosa racconti: rischi il carcere (militare)

La filosofia del provvedimento approvato al Senato? Sottoporre l’informazione alla giustizia con le stellette durante le missioni all’estero (anche se sono di pace) delle nostre truppe. Un autentico siluro contro la libertà di stampa. Che ha messo in imbarazzo il Governo. Sperando che la Camera rimedi

La cronaca basata su informazioni riservate relativamente a un’operazione militare di pace in paesi come il Kosovo (in cui da tempo ci sono i nostri militari). O il racconto, basato sull’osservazione diretta, piuttosto che sui comunicati dello Stato maggiore, di un intervento di polizia condotto da nostri soldati in zone di guerra come l’Afghanistan, o di una missione di “pacificazione”, come viene considerata ufficialmente quella italiana a Nassiriya, in Iraq.

Casi concreti di giornalismo “di guerra” che potrebbero presto sparire, dopo l’approvazione in prima lettura al Senato, il 18 novembre scorso, della delega al Governo per la riforma dei Codici penali militari di guerra e di pace.
Una, in particolare, l’idea portante del provvedimento: il via libera all’applicazione da parte della giustizia con le stellette del Codice penale militare di guerra (salvo alcune modifiche) durante le missioni di guerra. Un termine che comprende anche le situazioni di "conflitto armato", come sono quelle in cui operano le missioni di "peacekeeping", e per le quali il Parlamento decreta lo "stato di guerra". Ovvero, l’accezione moderna del "tempo di guerra" (previsto dalla Costituzione, ma mai applicato dal ’45), situazione in cui lo Stato interviene in forma militare senza dichiarazioni preventive con applicazione del Codice militare di guerra. Se approvata definitivamente, la delega estenderà di fatto la giurisdizione dei giudici militari alle missioni di pace, uno “stato di guerra” cui si potrebbero applicare (il provvedimento non lo esclude) anche le norme pensate solo per il “tempo di guerra”.

Pene fino a 20 anni

È il caso degli articoli 72 ("Procacciamento di notizie riservate"), 73 ("Diffusione di notizie riservate"), 74 ("Agevolazione colposa") e 77 ("Divulgazione di false notizie sull’ordine pubblico o su altre cose di interesse pubblico”) del Codice penale militare, che prevedono sanzioni per casi come "l’illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari", e la reclusione da due a dieci anni (in un penitenziario militare) per il giornalista che "procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e, ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato".

La pena potrà poi essere raddoppiata fino a 20 anni di carcere se queste notizie verranno "divulgate". In questo scenario, poco conta che l’articolo 4 della delega (alla lettera “p”) preveda l’abrogazione dell’articolo 75 dello stesso Codice ("Diffusione di particolari notizie di interesse militare") perché ritenuta in contrasto con la libertà di stampa. Come spiega la relazione alla legge delega, la previsione determinerebbe "una inammissibile limitazione della libertà di stampa, con riguardo a predeterminate notizie di interesse militare (come quelle relative al numero dei feriti, morti o prigionieri), non comunicate o non autorizzate dal Governo o dai comandi militari, e indipendentemente dalla apposizione di uno specifico vincolo di riservatezza su taluna di tali notizie". Se la Camera non modificherà quanto deliberato dal Senato, dunque, il Codice penale militare di guerra si applicherà anche alle missioni di pace, come è considerata dal Governo la missione a Nassiriya, e quindi ai servizi giornalistici che “raccontano” il nostro intervento.

Inquietante cambio di rotta

Il Codice (Regio decreto 20 febbraio 1941, n. 303), peraltro, si applica a tutte le operazioni militari italiane all’estero, anche in tempo di pace, fin dall’entrata in vigore del decreto legge che autorizzò nel 2001 la partecipazione italiana all’operazione "Enduring Freedom" in Afghanistan (approvata anche dal centrosinistra). Un deciso cambio di rotta anche rispetto al passato, se si pensa che tutte le altre missioni italiane del Dopoguerra (Libano, Golfo Persico, Kuwait, Somalia, Mozambico, Albania, Bosnia e Kosovo), si sono svolte sotto “l’ombrello” giuridico del Codice militare di pace, lo stesso applicato in patria nelle caserme e nei centri addestramento reclute. Quali margini per una correzione “in corsa” di questo complesso intervento normativo, in molte parti necessario, ma che mette realmente a rischio la libertà di stampa? Al momento, non sono molti quelli che si sono impegnati per una modifica. Da registrare, nelle file del Governo, solo le parole del ministro delle Comunicazioni, Maurizio Gasparri, in risposta all'appello di Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, che sollecitava la modifica del Codice militare, almeno nelle parti in cui prevede il carcere per i corrispondenti di guerra che diffondono notizie ritenute riservate. Non resta che sperare in un ripensamento del legislatore.

Cosa stabiliscono gli articoli 72 e 73

La riforma si configura come un’estensione del Codice penale militare di guerra anche alle missione di pace. Per effetto delle norme approvate dalla maggioranza a Palazzo Madama diventano «operativi », cioè pienamente in vigore anche gli articoli 72 e 73 del Codice penale militare italiano, là dove la legge recita che viene punita «l’illecita raccolta, pubblicazione e diffusione di notizie militari». Viene punito con la reclusione militare, viene cioè affidato a un carcere militare, il giornalista che «procura notizie concernenti la forza, la preparazione o la difesa militare, la dislocazione o i movimenti delle forze armate, il loro stato sanitario, la disciplina e le operazioni militari e, ogni altra notizia che, essendo stata negata, ha tuttavia carattere riservato». Il giornalista che verrà accusato di questi «reati» potrà essere condannato ad una pena variante tra i due e i dieci anni di carcere, ovviamente militare. Non è tutto. Se queste notizie verranno «divulgate» la pena potrà essere raddoppiata e arrivare fino a venti anni di carcere. In questo caso il minimo della condanna sale a cinque anni.

Ma il ministro Gasparri promette di intervenire

“Credo che si debba garantire l’ informazione a tutti i livelli, quindi approfondirò questa questione con i colleghi parlamentari che l’ hanno seguita”. Il ministro Gasparri ha risposto così all’ appello di Paolo Serventi Longhi, segretario della Fnsi, che ha chiesto la modifica del codice militare, recentemente approvato da un ramo del parlamento, che prevede il carcere per i corrispondenti di guerra che diffondono notizie ritenute riservate. “E’ ovvio - ha aggiunto Gasparri - che sugli scenari militari, soprattutto quando si contrasta il terrorismo internazionale, anche l’ informazione deve rispettare delle regole diverse da quelle che possiamo sentire adesso qui parlando ad un normale convegno, in una tranquilla città italiana”. “Tuttavia credo - ha proseguito il ministro - che l’ appello meriti di essere raccolto per un approfondimento e quindi sicuramente ne parlerò con i colleghi che seguono questa normativa in Parlamento per contemperare le esigenze della sicurezza con quelle della libertà dell’ informazione che anche nei contesti estremi di guerra deve essere una garanzia anche di democrazia”.

da www.odg.it
Giornalisti - gennaio/febbraio 2005