IL MOSTRO RAISET SCALDA I MOTORI
Il digitale terrestre
Una TV rinnovabile, riciclabile e modulare
La strada in TV
Il ddl Gasparri, tornato alle camere dopo la bocciatura di Ciampi, è stato approvato dalla Camera dei deputati. In verità, tra questi due eventi è intercorso un fatto decisivo e cioè l'emanazione del decreto legge che salva - incostituzionalmente - Rete4 senza che il Colle abbia avuto a che ridire. Ciò non lascia presagire nulla di buono per l'immediato futuro e fa legittimamente prevedere che il ddl verrà riproposto senza modifiche sostanziali in tempi molto stretti e, probabilmente, approvato definitivamente. Se in commissione non sarà smantellato il cosiddetto Sistema Integrato delle Comunicazioni, il cuore della Gasparri, qualsiasi riproposizione della legge equivarrebbe a una truffa bella e buona, nonostante tutti i tecnici del settore abbiano messo in rilievo come il SIC consenta un'inaudita concentrazione di poteri e porti dritto verso la creazione di un monopolio degno dei peggiori incubi orwelliani. Lo stesso presidente dell'antitrust ha ribadito il concetto affermando che il sistema previsto dal SIC e il principio di assegnazione delle frequenze appaiono discriminatori e inefficienti. Ma ciò con ogni probabilità non basterà. Non solo. Il preannunciato smantellamento della di per sé farraginosa "par condicio" e l'uso sistematico della censura - ultima vittima la trasmissione "L'elmo di Scipio" - indicano che nei prossimi mesi, in previsione delle elezioni amministrative ed europee, i diritti fondamentali in questo paese verranno messi a dura prova. E' bene saperlo, così come è bene sapere - vista la assoluta mancanza di informazione a riguardo - cosa comporterà l'approvazione della Gasparri. E' quanto cercheremo di spiegare nelle pagine che seguono.
Il digitale terrestre
Entro il 2006 dovrebbe attuarsi la migrazione della Tv analogica verso la trasmissione digitale terrestre, come stabilito dal Garante per le comunicazioni e come previsto dalla legge 66 del 25 marzo 2001. Questo passaggio, teoricamente, rivoluzionerà l'utilizzo stesso del mezzo televisivo che, da mero ripetitore di immagini, dovrebbe evolversi in un terminale digitale attraverso il quale, oltre che guardare i programmi televisivi, sarà possibile - come reclamizzano già da ora le varie "pubblicità progresso" - navigare in internet ad alta velocità, fare shopping ed operazioni bancarie ed accedere a una serie di servizi di pubblica utilità. L'Italia, per la verità, giunge in ritardo, anche se, in effetti, la sola Francia, in Europa, ha spinto la sperimentazione di queste funzioni ad uno stadio sufficientemente avanzato. Oltralpe, infatti, il 10% degli abbonati di pay tv utilizza già i servizi di comunicazione interattiva - spedendo e-mail e Sms dalla televisione - e il 25 % controlla il proprio conto in banca dalla tv (una percentuale superiore rispetto a quella della consultazione via Internet) così come in continuo aumento è il numero di utenti che utilizza la tv digitale per fini ludici (giochi on line).
In una parola, si è già aperto per la televisione un futuro multimediale. Dal punto di vista tecnico, dal 2006 dovrebbero scomparire i vecchi standard analogici (pal, secam o ntsc) che saranno sostituiti da un flusso di dati in codice binario, lo stesso utilizzato dai computer, e il segnale arriverà dal satellite, da sistemi di antenne terrestri o via cavo.
Ciò significa, ad esempio, che collegandosi alla rete telefonica, con i televisori si potrà navigare sul web esattamente come si fa oggi con il personal computer, dotandosi soltanto di un'interfaccia digitale denominata set-top-box, un dispositivo che trasformerà il televisore in uno strumento capace di memorizzare ed elaborare dati. Il parlamento europeo ha già definito i nuovi standard tecnici di riferimento: Dvb (Digital video broadcasting) per la TV (e, più precisamente, DVB-S per le trasmissioni via satellite, DVB-C per quelle via cavo e DVB-T per quelle via etere terrestre) e Dab (Digital audio broadcasting) per la radio.
In realtà, la tecnica digitale si svilupperà pienamente non prima del 2010-2012 e presenta alcuni problemi strutturali connessi alla trasmissione del segnale. Attualmente, infatti, attraverso di essa non è realizzabile una copertura totale del territorio europeo, come avviene con la televisione analogica terrestre, che assicura da tempo una copertura del 95% a fronte di costi contenuti per l'installazione dei ripetitori e della possibilità di ricevere programmi ovunque tramite antenne mobili. Le Tv via satellite e via cavo, inoltre, sono caratterizzate da costi più elevati per gli impianti e non offrono credibili garanzie di copertura del territorio (essendo impensabile cablare un territorio esteso come quello europeo e non offrendo il satellite una copertura circoscrivibile su scala regionale). Il digitale terrestre, invece, utilizzerebbe lo spettro hertziano già esistente, destinando una parte delle frequenze disponibili ad ulteriori canali video e data broadcasting (poiché la tecnologia digitale permette di quadruplicare i canali attualmente disponibili).
Queste ragioni di ordine tecnico ed economico hanno fatto cadere sul digitale terrestre la scelta per la sperimentazione della nuova tv interattiva. Esso, infatti, non soppianterà la tecnologia analogica nel breve periodo, ma si sommerà ad essa, convivendoci sino alla sua morte "naturale" e impedendo, di fatto, quel "pluralismo" di cui la legge Gasparri si fa vanto. Le reti analogiche di proprietà della RAI e di Mediaset, infatti, resteranno in funzione e la capacità trasmissiva di questo monopolio mediatico si gioverà di pochi multiplex digitali - due RAI e due Mediaset, ognuno con una decina di canali a testa - che insisteranno su aree di servizio limitate alle grandi città, caratterizzate da bassa copertura territoriale e alta copertura di popolazione. Le frequenze necessarie per realizzare i multiplex scaturiranno da un mix di frequenze proprie ridondanti e di frequenze acquisite o messe a disposizione da piccole emittenti coinvolte in joint-venture. Tuttavia solo a RAI e Mediaset sarà concessa la possibilità di progettare i nuovi multiplex, e dunque l'acquisizione delle frequenze avverrà secondo un ben congegnato programma di ottimizzazione della copertura e di minimizzazione dei costi. La RAI, infatti, è tenuta a realizzare due nuovi multiplex che coprano almeno il cinquanta per cento della popolazione per il 1o gennaio 2004 (articolo 25, comma 1), così come Mediaset, che può realizzare due multiplex con le stesse caratteristiche, (articolo 23, comma 1). RAI e Mediaset inoltre possono ripetere su uno dei loro multiplex i programmi diffusi dalle reti analogiche (consentito dall'articolo 23, comma 1).
Tutti i programmi diffusi sui nuovi multiplex Rai e Mediaset saranno considerati nazionali pur raggiungendo soltanto il 50 per cento della popolazione (secondo quanto recita l'articolo 25, comma 7 del Ddl Gasparri).
I programmi nazionali passeranno da tredici, numero delle concessioni e autorizzazioni nazionali, ad almeno diciannove (articolo 25, comma 7).
Questo escamotage consentirà a RAI e Mediaset di trasmettere programmi sulle reti analogiche e/o digitali, ma sebbene il numero di programmi nazionali trasmessi da ciascun duopolista sia di sei, tre analogici e tre repliche su multiplex digitali, le repliche non conteranno ai fini dei limiti antitrust, (articolo 25, comma 7), con tanti saluti al pluralismo!
Si spiega così la frenesia di Rai e Mediaset nel progettare l'acquisto di frequenze, tanto che ai primi di agosto Cattaneo aveva presentato al Cda una lista di acquisto di 39 emittenti locali per l'esorbitante cifra di 124 milioni di euro, iniziativa poi bloccata a causa della penuria di fondi della RAI. Nel progetto presentato da Cattaneo era previsto l'acquisto (18 milioni di euro) di Telestudio di Roma, di Lombardia 7 (24 di milioni), di ReteOro (8,5 milioni), della calabrese Ten (5 milioni), della siciliana Videotre (9,3 milioni). Anche Mediaset, ovviamente, ha comprato o è in procinto di comprare numerose frequenze, pare a prezzi molto più vantaggiosi di quelli proposti alla RAI (nel Lazio Mediaset ha acquisito Tva 40, romana, Quadrifoglio Tv in Piemonte, SeiMilano in Lombardia, alcune frequenze di La8, La9, La10 del Gruppo Romi-Osti in Veneto e Napoli Tv in Campania. L'attuazione di tale strategia consentirà a Raiset di accrescere ulteriormente la sua occupazione dello spettro avendo, nel contempo, l'opportunità per avviare la sperimentazione della tecnologia televisiva digitale sui grandi mercati.
I concessionari nazionali analogici senza frequenze resteranno tali. I piccoli e medi operatori regionali e locali resteranno aggrappati all'analogico fino a quando l'evoluzione della tecnologia e dei ricevitori provocherà la progressiva scomparsa del loro pubblico. Insomma, nessuna rivoluzione tecnologica e nessun aumento del pluralismo!
Le possibilità aperte dal digitale, infine, stuzzicano gli appetiti anche delle emittenti locali più potenti, che mireranno ora ad espandere il loro bacino di utenza in una prospettiva nazionale. Il Ddl Gasparri, infatti, consente a ciascun imprenditore locale di offrire il proprio segnale in molti più bacini contigui, servendo fino al 50% della popolazione. Non è un caso, dunque, che nessuno degli operatori più forti stia ora cedendo frequenze strategiche: Antenna 3 Lombardia, oltre a rafforzare la propria presenza nella regione, punta ad espandersi in Piemonte e Veneto; Telenorba punta a servire Campania, Toscana e Lazio; la toscana Rtv38 è decisa addirittura a proporsi come carrier al pari di Rai e Mediaset e ha già acquistato sei canali da piccole emittenti nelle Marche e in Umbria con lo scopo di costruire una tv digitale terrestre in Toscana capace di irradiare il segnale nel centro Italia.
Il passaggio progressivo al digitale se può comportare una vera e propria rivoluzione nel processo produttivo televisivo, (teoricamente anche per le tv locali sarà possibile allestire servizi di broadcasting a basso o bassissimo costo, come il webcasting, che diventerà però effettivamente competitivo non appena le connessioni internet ad alta velocità saranno accessibili alla larga audience), la convergenza multimediale verso un sistema comunicativo integrato non favorirà, a causa della logica mafiosa che la sorregge sul piano legislativo, l'auspicata proliferazione delle emittenze.
Di per sé, infatti, le tecnologie digitali, multimediali e interattive non garantiscono automaticamente un sistema comunicativo democraticamente evoluto per il semplice fatto che pluralismo e imparzialità dell'informazione non sono conseguenza automatica dello sviluppo tecnologico. E' necessario che la normativa garantisca che alla moltiplicazione dei soggetti comunicanti corrisponda una moltiplicazione effettiva del pluralismo. Il DDL Gasparri", già dal titolo, tradisce questa aspettativa poiché contempla norme per "il sistema radiotelevisivo e la RAI" invece che per il sistema comunicativo integrato che, già oggi, sfruttando supporti diversi (etere terrestre e satellitare, cable TV, telefonia mobile e internet a larga banda), raggiunge un numero significativo di abitazioni. Nel DDL, inoltre, non c'è alcun cenno su quale authority regolerà la proliferazione di tali servizi, sui soggetti che saranno abilitati a fornirli e in che modo e, soprattutto, con quali garanzie produttive e di contenuti essi saranno erogati. Lo stesso rapporto tra emittenza pubblica e privata (che l'avvento del digitale modificherà in profondità) rimane indefinito. Mentre da una parte, infatti, si parla di "servizio pubblico generale radiotelevisivo" (capo IV) riferendosi alla RAI, dall'altra la stessa RAI è oggetto di un processo di privatizzazione che porterà alla "fusione per incorporazione della società RAI-Radiotelevisione italiana Spa nella società RAI-Holding Spa" (art. 19, comma 1). Ma è proprio il confine tra pubblico e privato a divenire ambiguo fino all'inintelligibilità. L'art 6 del DDL infatti recita: "l'attività di informazione radiotelevisiva, da qualsiasi emittente esercitata, costituisce un pubblico servizio ed è svolta nel rispetto dei principi di cui al presente capo" e, più avanti "La disciplina dell'informazione radiotelevisiva, comunque, garantisce ( ) la trasmissione quotidiana di telegiornali o giornali radio da parte dei soggetti abilitati a fornire i contenuti in ambito nazionale o locale su frequenze terrestri". Chi sono questi soggetti abilitati? Secondo il DDL Gasparri qualunque emittente commerciale in grado di produrre un notiziario; in questo senso essa, nonostante abbia un proprietario e sia finanziata da introiti pubblicitari, è configurabile come servizio pubblico e, dunque, destinataria, di quote di canone pubblico. La moltiplicazione dei canali derivante dall'introduzione del digitale, dunque, invece di favorire una pluralità maggiore può portare ad uno stadio monopolistico ancora più accentuato, gestito da pochi soggetti forti in grado di usufruire tanto di finanziamenti statali che privati e che, grazie alla lacunosa definizione del principio di "convergenza integrata", possono permettersi di accumulare senza limitazioni diversi media. Il tetto del 20% previsto come cumulo massimo di programmi televisivi e radiofonici (art. 12), infatti, sa di beffa perché moltiplicando per quattro, grazie al digitale, gli attuali 12 principali canali analogici si giunge al numero di 48, il cui 20% porterebbe a una decina le emittenze in capo a un solo soggetto (economicamente più forte) alle quali vanno sommate quelle satellitari e via cavo più le altre eventuali ramificazioni nel mondo dell'editoria, classica ed elettronica. Dunque, la Gasparri è segnata in profondità da uno spirito illiberale che assegna al mercato un dominio viziato da palesi violazioni delle regole del gioco. Una disparità delle condizioni di partenza che si riflette sull'intero impianto che sorregge il testo il quale, ampliando a dismisura il paniere delle risorse disponibili, favorirà i soggetti dotati di maggiore potere economico, primo fra tutti Mediaset. È chiaro che tutto questo va contro anche a quella che è l'idea base del libero mercato, del libero scambio, che è la tesi ricardiana dei vantaggi comparati. Non è un caso che da marzo di quest'anno ad oggi il titolo Mediaset abbia guadagnato qualcosa come il 32 per cento. Effettivamente, un buon motivo per far dire all'onorevole Berlusconi, in occasione della sua visita a Wall Street, che l'Italia è il paese dei balocchi per chi ha danaro e potere. Il Senato, infatti, ha reintrodotto quell'insieme di norme che più smaccatamente tutelano gli interessi economici di Mediaset. Ha previsto dal 2008 la possibilità per le TV di acquisire testate giornalistiche; ha previsto, altresì, l'esclusione delle telepromozioni dal computo dell'affollamento pubblicitario orario, drenando così ancora risorse pubblicitarie, a tutto svantaggio della carta stampata. Ha persino reintrodotto la norma che impedisce a Telecom, a La 7, di consolidarsi come futuro terzo polo televisivo, imponendole precisi vincoli allo sviluppo. Ha introdotto il controllo da parte del Governo sulla nomina della presidenza della RAI e, infine, ha ratificato l'odioso privilegio assegnato ad una rete Mediaset, Retequattro, che, nonostante la sentenza della Corte costituzionale del 31 dicembre 2003, non andrà sul satellite (sentenza aggirata con un risibile escamotage).
Si dice, infatti, che, poiché nel 2006 lo sviluppo della tecnica digitale garantirà la moltiplicazione dei canali (oltre 100), Mediaset non supererà più il tetto del 20 per cento dei canali nazionali e non sussisteranno più le ragioni che hanno indotto l'antitrust a sanzionare questa posizione dominante e la Corte a porvi rimedio, imponendo il ripristino della legalità. Ma è noto a tutti che la tecnica digitale si svilupperà pienamente a partire dal 2010-2012, così che fino ad allora verrà illegalmente preservata la posizione dominante di Mediaset.
Su questi meccanismi studiati per truccare le regole del gioco è opportuno spendere qualche cifra. Per quanto riguarda le telepromozioni, esse costituiscono la maggior fonte di introiti per il gruppo del Biscione e, pur essendo pubblicità a tutti gli effetti, saranno conteggiate nei limiti giornalieri, anziché in quelle orari; esse cioè non verranno inserite nella limitazione oraria degli spot, nonostante il Consiglio di Stato, su richiesta dell'Autorità per le telecomunicazioni, abbia per ben due volte chiarito che, invece, tali forme di pubblicità vadano conteggiate all'interno dei limiti orari.
Per quanto riguarda i tetti per la raccolta pubblicitaria, essi assegnano una posizione di favore all'emittenza televisiva economicamente più potente e sabotano la concorrenza nella raccolta delle risorse pubblicitarie, con Telecom, ad esempio, bloccata al 10 per cento, a tutto vantaggio di Mediaset ed a tutto discapito della carta stampata.
Su questo punto conviene sicuramente ricordare qualche cifra che non lascia scampo ad obiezioni (le statistiche della Nielsen, rielaborate dalla FIEG parlano chiaro): le quote di mercato relative agli investimenti pubblicitari nei primi quattro mesi del 2003 vedono le TV Mediaset decisamente in testa con il 38,3 per cento, mentre la RAI è al 18,6, mentre le altre TV non vanno oltre l'1,8 per cento. Ai quotidiani va il 21,2 ed ai periodici il 13,4 per cento. In pratica, Mediaset e RAI, insieme e da sole, si mangiano il 56,9 per cento della cosiddetta torta pubblicitaria, oltre il 20 per cento in più di tutta la carta stampata. La sola Mediaset incamera più di tutti i giornali messi insieme.
È una situazione che definire squilibrata è poco: la TV, e quella del Biscione innanzitutto, assorbe la maggior parte delle risorse pubblicitarie, drenandole da giornali, radio ed altri mezzi. Una situazione che non ha eguali nel mondo.
Secondo Zenith Media-The Economist, il 57 per cento italiano si confronta con il 23 della Germania, il 33,5 della Gran Bretagna, il 34,5 della Francia, il 38 degli Stati Uniti ed il 41 della Spagna, paese che forse ci assomiglia di più, purtroppo. Ricordiamo che, di fronte a questo gigantesco business degli introiti pubblicitari, all'emittenza comunitaria e no profit non è consentito neppure usufruire della cosiddetta pubblicità istituzionale.
Il problema, dunque, non è quello della proliferazione - anzi auspicabile - quanto quello dell' accesso alle potenzialità che essa riserva, che devono essere garantite a tutti, senza che risulti determinante soltanto la capacità economica dei soggetti in campo e riservando, a tal fine, una quota significativa del bacino di frequenze disponibili alla televisione comunitaria e di servizio, la sola a poter accampare il titolo di "pubblico". Riservare per legge una serie di frequenze alla televisione di base (potrebbe essere anche in questo caso il 20%) significherebbe anche cogliere a pieno le potenzialità del digitale, le cui possibilità di interattività potrebbero essere valorizzate proprio per stimolare la partecipazione della società civile alla vita pubblica, per semplificare l'interazione tra cittadini ed amministrazione, per dare spazio alla ricerca artistica e culturale indipendente, per potenziare l'informazione e la divulgazione scientifica, per valorizzare il territorio e la dimensione locale.
L'altro aspetto centrale da tenere in considerazione, oltre a quello di carattere costituzionale, è la valutazione di impatto ambientale del digitale terrestre. E' noto che il recente decreto "salva antenne" ha introdotto nuovi limiti per l'esposizione a campi elettromagnetici, il cui valore di attenzione è ora di 10 micro Tesla per gli impianti esistenti, valore che non va superato negli edifici adibiti alla permanenza per più di 4 ore (case, scuole e uffici), mentre per quanto riguarda i nuovi impianti ancora da realizzare il cosiddetto obiettivo di qualità sarà di 3 micro Tesla. Si tratta quindi di limiti di 20 volte superiori rispetto ai 0,5-02 micro Tesla consigliati dalle organizzazioni sanitarie. Ciò che è ancor più grave è l'introduzione della cosiddetta "semplificazione" per le procedure di realizzazione delle infrastrutture per le reti UMTS, digitale terrestre e banda larga. Fino a una potenza di 20 watt , se si rispettano i limiti di esposizione, basterà una denuncia di inizio attività, il che equivale ad un silenzo-assenso. Per il solo UMTS è prevista l'installazione di almeno 40.000 nuove antenne. Non basta. La stessa rete analogica terrestre verrà sensibilmente potenziata per consentire la trasformazione verso il digitale. Questo non solo comporterà un innalzamento del livello di inquinamento elettromagnetico ma soprattutto una notevole difficoltà nell'individuare le aree di sovraesposizione in conseguenza della convergenza degli impianti UMTS che, grazie al decreto salva-antenne, possono essere "camuffati". A tale proposito, infatti, tale decreto prevede che "le infrastrutture di telecomunicazioni per impianti radioelettrici, ad esclusione delle torri e dei tralicci relativi alle reti di televisione digitale terrestre, sono compatibili con qualsiasi destinazione urbanistica e sono realizzabili in ogni parte del territorio comunale, anche in deroga agli strumenti urbanistici e ad ogni altra disposizione di legge o di regolamento". Questo in barba alla Legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3
"Modifiche al titolo V della parte seconda della Costituzione", visto che ambedue le prerogative a disposizione delle amministrazioni comunali per opporsi all'installazione delle antenne - quelle riguardanti l' impatto visivo e l' impatto ambientale - non potranno più essere esercitate per il semplice fatto che non sussisteranno più le condizioni oggettive per valutare le eventuali trasgressioni. Innanzitutto, non sarà più possibile riconoscere le stesse antenne poiché ditte specializzate hanno già in produzione antenne a forma di vaso di fiori, di palma, di statua, di camino e multinazionali come la Siemens hanno realizzato antenne miniaturizzate, ma dalla potenza invariata rispetto a quelle convenzionali, della grandezza di una scatola da scarpe. Per quanto poi riguarda il superamento dei limiti di emissioni elettromagnetiche sarà praticamente impossibile stabilire quando la soglia sarà superata : in primo luogo perché - come abbiamo detto - le antenne possono essere irriconoscibili;
in secondo luogo perché non si può porre una obiezione all'installazione di una stazione radiobase per telefonia cellulare, per supposta emissione oltre i limiti, quando l'antenna non è stata ancora montata o non è funzionante a pieno regime; ma soprattutto perché la rete di antenne UMTS, necessitando di ripetitori a distanza ravvicinata, avrà una griglia molto più stretta. Ora, insistendo molte "antenne" su uno spazio ristretto, come si riuscirà a capire qual'è la stazione che emette un intensità elettromagnetica oltre i limiti quando si sovrapporranno più gestori e più emissioni all'interno di spazio così piccolo ? In ogni caso, qualora le amministrazioni locali esprimano un dissenso (entro i 20 giorni dalla presentazione della DIA non è praticamente possibile effettuare alcuna istruttoria), il decreto prevede che venga convocata entro 30 giorni una conferenza di servizi che si esprime a maggioranza, sostituendo "a tutti gli effetti gli atti di competenza delle singole amministrazioni". Se il dissenso è espresso da un'amministrazione preposta alla tutela ambientale, della salute o del patrimonio artistico "la decisione è rimessa al consiglio dei ministri". Le nuove tecnologie, stante la normativa vigente, avranno quindi un impatto ambientale nefasto e difficilmente quantificabile. Senza contare che nel caso dell' UMTS il ricorso a tale tecnologia nasce soprattutto dalla necessità di ridare linfa a un mercato, quello della telefonia mobile, ampiamente saturato e sarà indirizzata, almeno nella prima fase, alla sola fascia business. Altro che servizio pubblico!
I vantaggi indiscutibili del digitale, insomma, non possono mettere in secondo piano la tutela della salute e dell'ambiente. Che fare allora? Sotto il profilo ambientale, in realtà, sarebbero possibili soluzioni alternative quanto efficaci. Il varo della terza generazione di telefonia cellulare in concomitanza con la rivoluzione nell'utilizzo di Internet e del digitale terrestre, rende sconsigliabile l'utilizzo tanto degli elettrodotti terrestri che dei satelliti geostazionari collocati in orbita a 32,000 km dalla terra; i satelliti convenzionali, infatti, soffrono i limiti di funzionalità imposti dalla fisica oltre a comportare un costo, comprensivo del loro lancio, stimato in circa 200 milioni di euro. I sistemi terrestri attualmente in uso riducono certamente le difficoltà logistiche, ma sono anch'essi costosi; ogni stazione, infatti, presenta un costo valutato nell'ordine di circa 100,000 euro ed è causa di un forte impatto ambientale in conseguenza della potenza irradiata. Per queste ragioni, alcune importanti aziende di telecomunicazioni guardano con grande interesse all'utilizzo di sistemi collocati nella stratosfera. Si tratta di una serie di palloni aerostatici, posizionati a 21 chilometri di altezza dalla superficie terrestre e dotati di un'apparecchiatura che trasmette su una banda di 47 GHz, che consentirebbe di coprire un'area di circa 75 chilometri di diametro. Attraverso la piattaforma Stratospheric Telecommunications Service, i palloni fungerebbero in pratica da ripetitori di segnali a banda larga (dai 2 ai 10 Mbps) di telefonia domestica, tv digitale e Internet. Per ricevere il segnale, gli utenti dovrebbero dotarsi di una piccola antenna delle dimensioni di una cartolina postale. Il funzionamento dei dirigibili, assolutamente "ecologico", sarebbe assicurato da pannelli solari, e per la manutenzione potrebbero essere riportati facilmente a terra. I costi, infine, confrontati con quelli dei satelliti convenzionali, consentirebbero una sensibile riduzione delle tariffe.
Una TV rinnovabile, riciclabile e modulare
Ma torniamo all'aspetto della proliferazione delle frequenze e della sua gestione democratica. Dicevamo che il principio della proliferazione è un principio teorico da difendere. Come per le prime radio libere, auspichiamo che cento fiori fioriscano e che la diversità sia il principio regolatore di tale fioritura. Il problema è che la legge Gasparri non lascia alcun spazio in questo senso, rafforzando soltanto le posizioni dei più forti e spingendo verso una situazione di pericolosissimo regime di monopolio mediatico. Occorre impedire che ciò avvenga, ridando la parola alla gente e aprendo una grande vertenza sulla democrazia comunicativa. Possiamo fare tesoro di molte importanti esperienze che nel mondo hanno posto il tema dell' accesso democratico ai media: il Southern Africa Communication for Development (un'associazione regionale che sostiene il lavoro delle compagnie di produzione di video indipendenti); la Deep Dish TV (un network di distribuzione satellitare di documentari indipendenti a livello nazionale negli Stati Uniti); il Lawyers' Committee for Media Democracy in Corea; la Bundesverband Offener Kanaele (la federazione tedesca di canali televisivi ad acceso comunitario); il CENDIT (un centro specializzato nell'educazione di base sui video in India); la Community Media Network in Irlanda, la Open Window Network (che raggruppa progetti di televisione comunitaria in Sud Africa), Al Quds Television Productions (un'organizzazione di produzione televisiva indipendente palestinese di Gerusalemme), la Fundacion Cine Mujer (una fondazione colombiana per la promozione del lavoro delle donne produttrici di audiovisivi) ed il Forum for Citizens' Television (un'associazione di cittadini giapponesi in favore della televisione democratica). Tutti membri, quest'ultimi, della Coalizione Internazionale per la Comunicazione Democratica conosciuta come Videazimut, ai quali vanno aggiunti migliaia e migliaia di altri laboratori sparsi per il mondo. Nel nostro paese è forse più urgente che altrove scendere in campo e la legge illiberale che la maggioranza si appresta a ripresentare al Parlamento può costituire una prima verifica del consenso sociale che una simile battaglia può raccogliere attorno a sé, a partire dalle gestione democratica delle nuove risorse che il digitale promette di offrire.
Non pensiamo, dunque, a dei canali tematici, sul modello di quelli oggi confinati sul satellite, ma a delle community access television , organizzate, gestite e prodotte dai soggetti e dalle comunità che allo stesso tempo ne costituiscono il target di riferimento, completamente interagenti, modulabili e personalizzabili dall'utenza, che può compilarsi il proprio palinsesto sulla scorta della TV on Demand o di internet. Il laboratorio piu' interessante e' Amsterdam, dove si sono realizzate community access television all'interno dei bacini sociali urbani fin dagli anni 70. E' un nuovo modo, questo, di intendere le tv comunitaria, trasformandola da servizio "orizzontale"( "public access television") a struttura aperta e connettiva. La differenza è cruciale: il modello dell'accesso pubblico allude a un servizio che dall'alto (o dal basso) e' offerto acriticamente a tutta la cittadinanza, mentre il modello dell'accesso per comunita' e' invece esattamente il contrario: una televisione costruita dalle comunita' per le comunita', in cui per convenzione fondativa si rispettano e si assicurano spazi a tutte le minoranze della compagine sociale che vogliano esprimersi attraverso la televisione. E' interessante sottolineare quanto la spinta spontanea "dal basso" possa avere una funzione di pressing democratico per il riconoscimento "ufficiale" di questo tipo di esperienze: in Olanda il canale tv ad accesso pubblico (Amsterdam Open Access Channel) rappresenta la formalizzazione in qualche modo obbligata di un processo partito alla fine degli anni settanta, quando le prime tv via cavo presero ad essere violate dagli hackers che, utilizzando bachi e vuoti della rete, trasmettevano produzioni indipendenti e autogestite, ottenendo un tale successo che lo Stato in capo a qualche anno si decise ad aprire un canale regolare di accesso ai vari gruppi sociali per permettere loro di realizzare programmi radiofonici e televisivi. Oggi questo processo si è evoluto e intrecciato con i media digitali, internet in testa, dando luogo a laboratori ancora una volta innovativi, come Smart TV, un progetto che riunisce televisione e reti informatiche, e Digital City, la freenet di Amsterdam, prima rete civica in Europa, realizzata a guisa di città, con diverse aree, dove si può chattare nel caffè, leggere le news, entrare in gruppi di discussione sugli argomenti più disparati, inviare files video o musicali, partecipare al disegno di un logo della città, aggiungersi alla programmazione radio. La combinazione di tutti questi media costituisce un flusso comunicativo "da molti a molti".
Anche nel nostro paese, in verità, hanno visto la luce le prime esperienze di televisione autoprodotta e interattiva: Global TV e Millecittà TV sono stati degli eventi limitati a poche ore di trasmissione visibile su satellite ma, da veri laboratori, hanno prefigurato efficacemente quello che la Tv potrebbe essere: un intreccio di linguaggi, media, intelligenze che, con pochi mezzi è riuscito a rompere, per un attimo (in occasione del Forum sociale di Firenze, della giornata organizzata da Emergency contro la guerra, al vertice di Copenhagen e tra gli operai di Termini Imprese, nella giornata di mobilitazione mondiale contro la guerra del 15 febbraio dello scorso anno) il monopolio comunicativo asfissiante costruito dai poteri forti in questo paese, riscontrando un successo inaspettato. Rientrano a pieno titolo in questo tipo di percorso, proprio perché di carattere comunitario, esperimenti come quello di Telefabbrica, la televisione autogestita dagli operai FIAT in sciopero a Termini Imerese, a testimonianza che una televisione diversa non è solo possibile e necessaria ma, probabilmente, già esiste.
La strada in TV
Sempre sul versante della nuova TV comunitaria, brilla in Italia l'esperienza di Telestreet. Con un budget inferiore ai 1000 euro (una telecamera digitale, un videoregistratore, un mixer e qualche microfono) si può allestire una televisione di strada, di isolato o di quartiere che si irradia per poche centinaia di metri sfruttando i "coni d'ombra", cioè quegli spazi vuoti che si creano quando il segnale radiotelevisivo di un trasmettitore incontra degli ostacoli (dislivelli, palazzi, tralicci). Per coprire una città, quindi, una televisione nazionale deve impiegare più di un trasmettitore, lasciando sulla strada centinaia di coni d' ombra a macchia di leopardo. Sfruttando questi spazi completamente liberi è possibile, con un piccolissimo trasmettitore (0,07 watt di potenza, quindi assolutamente non inquinante) trasmettere in un raggio molto limitato senza coprire il segnale di altre emittenti. Un movimento sempre più vasto, attraverso le telestreet, ha iniziato a decostruire il concetto stesso di televisione, così come esso fino ad ora è stato concepito, sperimentando sulle sue ceneri calde le potenzialità di un nuovo animale comunicativo che abbia come habitat naturale, piuttosto che l'auditel e le grandi platee passive, i quartieri, le strade, i condomini, le comunità e la loro voglia di autonarrarsi. Esso ha deciso di sperimentare dal basso le possibilità che la tecnologia digitale e satellitare in testa può offrire alle donne e agli uomini del pianeta per parlarsi, per scambiarsi desideri, progetti, esperienze, per costruire una nuova società, per autorappresentarsi senza filtri e mediazioni e senza essere soggiogati alle leggi dello spettacolo.
In una parola e circoscrivendo il problema, chi ha detto che quella fin qui conosciuta sia l'unica forma possibile di televisione? Soltanto una decina di anni fa nessuno avrebbe scommesso sulle enormi potenzialità della comunicazione telematica in rete, eppure è bastato che le prime comunità virtuali intuissero le formidabili opportunità che essa offriva sul piano dell'orizzontalità, del decentramento, della riappropriazione e della proliferazione degli strumenti comunicativi per dare vita ad una vera e propria rivoluzione che ha reinventato il concetto stesso di comunicazione.
Ancora qualche anno prima, qualcosa di simile era accaduto con la stagione delle emittenti radiofoniche private, che hanno trasformato la radio da elettrodomestico da bagno ad amplificatore di una miriade di comunità sociali, culturali e politiche. Oggi, probabilmente, lo stesso tipo di processo, fondato sul protagonismo collettivo, il decentramento e la proliferazione, si è avviato nel campo dell'autoproduzione televisiva.
La possibilità di accesso alle tecnologie digitali ha sconvolto le stesse modalità di relazione tra emittente e ricevente, fondendo e rendendo intercambiabili questi ruoli e portando in superficie una pulsante trama connettiva finora muta. È una risposta libera e democratica alla gestione viziosa e viziata delle concessioni televisive che allude ad una rivoluzione copernicana dello stesso concetto di pubblico, fondandolo non più e non solo sulla funzione di servizio offerto alla comunità, ma incardinandolo su un modello di accesso aperto e connettivo che permetta alla comunità di costruirsi e autogestirsi un'opportunità di parola e di linguaggio.
Ebbene, non solo questo modo nuovo ed orizzontale di fare televisione non è minimamente preso in considerazione dalla legge Gasparri, ma - come è noto - è iniziata contro di essa un'inaccettabile campagna repressiva. Il 19 settembre 2003 i funzionari del Ministero delle comunicazioni hanno sequestrato gli strumenti di trasmissione, del valore di circa mille euro di Disco volante, una televisione di strada di Senigallia. Per la cronaca aggiungeremo che la telestreet di Senigallia è stata creata con l'aiuto di istituzioni pubbliche locali ed è animata da portatori di handicap della costa marchigiana. Il 26 settembre 2003 un analogo intervento repressivo è stato compiuto contro una telestreet in un piccolo villaggio in provincia di Pisa. Ancora per la cronaca, questa piccola televisione di strada è una televisione comunitaria ad accesso pubblico, allestita dall'amministrazione locale per i propri cittadini. A Roma, infine, Sky, la piattaforma a pagamento del monopolista Murdoch, ha invocato l'intervento della forza pubblica contro un'altra telestreet che ha osato ritrasmettere in chiaro, in un quartiere popolare, San Lorenzo, una delle partite di cui detiene l'esclusiva a pagamento.
Va ricordato che dietro il fenomeno delle telestreet si raccoglie il mondo dell'associazionismo, del volontariato, dei comitati di quartiere e degli enti locali. E' dunque scandaloso che questa, che è probabilmente l'ultima espressione di televisione pubblica rimasta, venga perseguita invece di essere incentivata.
La stessa introduzione della TV digitale non può avvenire ad esclusivo vantaggio dei grandi network, prevedendo incentivi per chi acquista costosi decoder e contemporaneamente reprimendo ogni voce libera e fuori mercato.
Su questi due grandi temi - la lotta al monopolio mediatico e la salvaguardia delle nuove espressioni di comunicazione dal basso - sarà necessario, nei prossimi mesi, portare e costruire tra la gente una grande battaglia di civiltà; una sfida alta, perché mira a giocare la televisione contro la televisione, ma è anche una formidabile opportunità di democrazia dal basso poiché in gioco, oltre alle libertà dell'informazione nel nostro paese, sono direttamente i diritti basilari dei cittadini.
Gennaio 2004 (ultimo aggiornamento marzo 2004)