Il lavoro e le donne
Tendenze del mercato del lavoro femminile nella provincia di Roma - 2003
Una ricerca a cura dell'Ufficio Statistico del Comune di Roma



Introduzione

Condizione occupazionale e carichi familiari

Quali settori per il lavoro femminile

Lavoro atipico e occupazione delle donne

Carichi familiari e posizione professionale


Donne, formazione e stato civile




La crescita dell'occupazione femminile, che ha caratterizzato il mercato del lavoro italiano negli ultimi mesi, non cancella le difficoltà che le donne incontrano nel conciliare professione, vita familiare e maternità. Lo racconta una ricerca sul mercato del lavoro nella provincia di Roma curata dall'Ufficio Statistico del Comune.
La carriera delle lavoratrici non sembra ostacolata solo dalla nascita dei figli, ma anche dalla scelta di formare una famiglia. Soprattutto per le generazioni più giovani, il matrimonio talvolta finisce per intralciare o interrompere i percorsi formativi delle donne.
A scoraggiare la formazione di una nuova famiglia è anche il lavoro precario o atipico.
Alberghi e pubblici esercizi sembrano i settori dove è più difficile conciliare lavoro e vita familiare.

 

 


Introduzione

L' analisi che presentiamo è frutto di elaborazioni sui dati relativi alla rilevazione trimestrale sulle Forze di Lavoro nella provincia di Roma nel corso del 2003. In questo contesto, si è voluta qui prendere in considerazione la componente femminile di un mercato del lavoro che si sta rapidamente trasformando, soprattutto se si guarda all'incidenza assunta dalle diverse forme di lavoro in termini di stabilità dell'occupazione e di lavoro a tempo pieno o parziale.
Fra le donne si registra, coerentemente con l'andamento osservato negli ultimi 4 anni, una generale diminuzione del tasso di disoccupazione: se nel 2000 il tasso di disoccupazione generale era dell' 11,1% (in particolare dell'8,7% per gli uomini e del 14,7% per le donne) nel 2003 si è passati ad un tasso di disoccupazione generale dell'8%, con gli uomini al 6,4% e le donne al 10,4%.
In realtà, è bene sottolineare come parte di questa diminuzione sia certamente dovuta alle trasformazioni avvenute nella struttura per età della popolazione della provincia (e più in generale di tutto il paese), nella quale perdono sistematicamente peso le componenti più giovani a favore delle fasce anziane: una dinamica, questa, che contribuisce decisamente ad allentare la pressione sul mercato del lavoro da parte di quei soggetti che più frequentemente sono alla ricerca attiva di un posto di lavoro.

In ogni caso, resta confermata una maggiore dinamicità della componente femminile, più interessata peraltro da forme di lavoro atipico, e per la quale in questi ultimi anni sembra essersi verificato il passaggio da uno stato di non occupazione a questo tipo di occupazioni, più flessibili e generalmente meno retribuite.
Ma, se si considera l'incidenza della condizione di donne con carichi di famiglia (matrimonio o/e figli) sulle attività lavorative, le differenze che emergono all'interno dello stesso mercato del lavoro femminile sembrano evidenziare che la condizione di donna sposata o con figli pesa soprattutto sul settore produttivo in cui le donne trovano un impiego, più che sulla posizione professionale acquisita che, piuttosto, resta sostanzialmente invariata anche in presenza di scelte di vita diverse.
Sembra insomma che sia proprio il lavoro in alcuni specifici settori a condizionare pesantemente le scelte riproduttive delle donne che sono una componente sempre più presente nel mercato del lavoro.

Nel settore privato il presupposto di una occupazione più stabile sembra essere la condizione decisiva che consente di progettare di avere dei figli. Questo è particolarmente evidente nel settore degli alberghi e della ristorazione, dove la percentuale di lavoratrici con figli e con contratti di lavoro a tempo indeterminato è molto più alta in relazione alla media delle donne.
Un elemento, questo, di cui si deve tenere particolarmente conto quando si studiano politiche di sostegno alle nascite, le quali necessitano, evidentemente, di interventi più strutturali che di elargizioni monetarie una tantum, politiche cioè che tengano conto della condizione complessiva vissuta dalle lavoratrici e della 'fiducia' in una sicurezza di vita più ampia, certezza che sembra essere una condizione determinante nella scelta di procreare.
D'altra parte sono evidenti i segnali di una certa 'migrazione' dal settore privato (generalmente più esigente in termini di impegno lavorativo), proprio in coincidenza con l'assunzione da parte delle donne di carichi familiari.

 

 

Condizione occupazionale e carichi familiari

Complessivamente sulla condizione occupazionale delle donne e sui loro percorsi professionali sembra incidere più il matrimonio che la presenza di figli in famiglia.
In particolare, nella fascia di età 26-40, quella cioè composta da persone in maggior parte formate ed in età riproduttiva, le donne che sono fuori dal mercato del lavoro (casalinghe, studentesse, ecc.) sono il 32,6% del totale, mentre tale percentuale sale rispettivamente al 41% e al 43% tra le donne coniugate e tra quelle con figli conviventi. Le donne di queste età, inoltre, rappresentano la componente decisamente più attiva sul mercato del lavoro, con percentuali del 59,5% in media, del 54,1% tra le coniugate e del 51,6% tra le donne che hanno dei figli.
Risultati analoghi si possono osservare nella classe 41-50, composta da donne per le quali le scelte di vita in famiglia e nel lavoro sono certamente già definite. Qui le donne che appartengono alle cosiddette 'non forze di lavoro' sono il 36,8% in media, il 43,4% tra le coniugate e il 42% tra le donne con figli. Le donne occupate, d'altra parte, sono in media il 59,8% delle donne, il 53,1% delle donne sposate e il 54,6% di quelle con figli.
Differenze meno sensibili si verificano nella classe 51-65, soprattutto tra le occupate. Infatti, mentre in media le donne che si collocano al di fuori del mercato del lavoro sono il 69,4% del totale, esse raggiungono il 72,8% tra le coniugate e il 66,7% tra le donne con figli. Le occupate, inoltre, sono più numerose fra le donne con figli (32,3%), mentre sono il 29,7% della media delle donne e il 26,7% delle donne sposate, a conferma che la presenza di figli giovani, se non adulti, non incide sui livelli di occupazione delle madri.


 

Quali settori per il lavoro femminile

Per quel che riguarda i settori di attività in cui le donne trovano più frequentemente occupazione, le differenze più significative, legate alla condizione familiare, si riscontrano nei servizi privati e in quelli pubblici. In particolare, il settore 'Servizi' (che comprende le comunicazioni, i trasporti, le banche e le assicurazioni) assorbe il 23,8% delle donne occupate, ma solo tra il 20-21% delle donne coniugate e con figli. Al contrario il comparto dei Servizi pubblici (Pubblica Amministrazione, istruzione e sanità, servizi sociali) assorbe rispettivamente il 52% e il 53% delle donne coniugate e con figli e solo il 48,9% della media delle donne. Non si rilevano differenze sostanziali nei settori del commercio, delle costruzioni, dell'industria e dell'agricoltura che, nel complesso assorbono il 22% delle occupate.

 


 

Lavoro atipico e occupazione delle donne

Nel complesso la distribuzione fra lavori a tempo pieno e lavori in part time non differisce in modo sostanziale fra le tre categorie che stiamo analizzando: il totale delle donne e quelle coniugate o con figli risultano occupate a tempo pieno o in part time in percentuali simili. Differenze più marcate si registrano, al contrario, se si analizzano i settori di attività. Nell'agricoltura, ad esempio, il tempo pieno riguarda il 74,9% delle donne coniugate, il 79,3% delle donne con figli e il 79,6% della media. D'altra parte sembra che le donne impiegate in agricoltura ricorrano più frequentemente al part time per motivi di cura familiare (il 6% delle donne con figli dichiara di lavorare in part time non per scelta, ma per una serie di ragioni soprattutto legate a motivi personali e familiari).
Nel commercio è visibile una riduzione dell'occupazione a tempo pieno passando dalla media delle donne (85,8%) alla condizione di coniugate (84,7%) e ancor di più a quella di donne con figli (82,5%). Lo stesso avviene nei servizi privati, dove si verifica un calo sensibile dell'occupazione a tempo pieno dall'82,7% della media al 78% circa delle donne con carichi familiari.
Quando le donne devono fare i conti con la famiglia sembra, insomma, verificarsi quella che abbiamo chiamato una sorta di 'migrazione' da settori che richiedono un impegno maggiore in termini di disponibilità e flessibilità, per privilegiare gli impieghi pubblici che, al momento, riescono garantire una maggiore stabilità, anche in termini di orario di lavoro.

Per quanto riguarda più propriamente la precarietà (cioè gli impieghi a tempo determinato nelle diverse forme che la legislazione ha previsto nel corso di questi anni), essa risulta sensibilmente inferiore tra le donne con carichi di famiglia: mentre in generale il 10,4% delle donne trova occupazione in queste modalità, solo il 6,7% circa delle donne con carichi familiari accetta questi lavori. Tale circostanza mostra una delle conseguenze più preoccupanti della crescente diffusione di questo genere di lavori: salari più bassi, forte flessibilità in orario e nel tempo o tutele ridotte, formano un mix di condizioni che riduce fortemente la propensione a programmare la formazione di una famiglia e soprattutto la crescita di figli.
L'analisi per settore ci consente anche di evidenziare alcune peculiarità: nel commercio la precarietà è più elevata tra le donne con figli (9,6%) che tra le donne coniugate (6,4%). Al contrario tra le occupate nel settore della ristorazione (alberghi e ristoranti) solo le donne con occupazioni più stabili sembrano riuscire ad avere dei figli: mentre, infatti, l'81,2% delle donne coniugate ha un occupazione a tempo indeterminato in questo settore, fra le donne con figli questa percentuale sale all'89,9%.

 

 

Carichi familiari e posizione professionale

Mediamente, la posizione professionale delle donne con carichi di famiglia non sembra peggiorare, se confrontata con quella di tutte le altre donne.
Figure rilevanti nella scala gerarchica (dirigenti o quadri) raggiungono il 12% fra le donne che hanno una famiglia o dei figli e l'10,9% della media delle donne; il 4-5% delle donne con carichi familiari sono libere professioniste contro il 5,1% della media; lo 0,7-0,9% delle donne con carichi familiari sono imprenditrici, contro lo 0,9% della media di tutte le donne.
In particolare nella fascia di età 26-40 si riscontra una lieve prevalenza di lavoratrici in proprio che hanno carichi di famiglia (12-13%) rispetto alla media delle donne (10,1%).
Una tendenza simile si registra per le donne di 41-50 anni: il lavoro a domicilio o la collaborazione in imprese familiari evidentemente si riescono a conciliare più facilmente con la cura della famiglia e dei figli.

 


 

Donne, formazione e stato civile

Nell'analisi del rapporto fra condizione personale e livelli di formazione si sono presi in considerazione gli aggregati delle donne nubili e delle donne coniugate, confrontati con il totale delle donne.
Nel complesso, la percentuale di donne coniugate con una formazione universitaria o post universitaria sembra essere sostanzialmente in linea con la media (11%), ma inferiore a quella delle donne nubili (14%). Differenze molto più marcate si registrano nella conclusione delle scuole medie superiori, visto che il 30,1% delle donne coniugate ha raggiunto questo livello di studi contro il 45% delle donne nubili.
Mentre il 23% delle donne coniugate risulta aver conseguito al massimo la licenza elementare, solo l'8% delle nubili ha questo titolo. Su tale risultato influisce, evidentemente, la diversa struttura per età delle due categorie, dato il peso determinante che hanno le fasce di età più anziane fra le donne coniugate, di cui fanno parte donne che spesso non hanno avuto accesso ai gradi di formazione scolastica superiore.
Il minor grado di istruzione per le coniugate, tuttavia, sembra prevalere anche a parità di età. Tra le donne coniugate di 26-40 anni (cioè nella classe di età dove prevalgono nettamente le donne sposate) la percentuale di laureate è del 16,1% contro il 25% delle nubili. Passando alla classe 41-50 la percentuale di laureate fra le nubili (27%) è quasi il doppio di quella che si osserva fra le donne coniugate (13,9%). Lo stesso vale per le classi di età superiori: nella fascia delle 51-65enni il 9% delle coniugate è laureata contro il 15,0% delle nubili e, infine, per le donne con più di 65 anni si passa dal 4% di laureate fra le coniugate al 9,1% fra le nubili.
Differenze appena più marcate si registrano nella formazione media superiore, come è mostrato nella tabella che segue.


Come si può vedere dalla tabella, le differenze tendono ad appiattirsi per le donne che hanno più di 40 anni.
Nei grafici che seguono abbiamo considerato i livelli di formazione più alti (che comprendono il conseguimento del diploma superiore, la laurea ed i livelli superiori) delle donne nubili e di quelle coniugate, anche confrontando la situazione nel 1999 con quella nel 2003.



Fonte: elaborazione dell'Ufficio Statistico del Comune di Roma su dati Istat

 


Fonte: elaborazione dell'Ufficio Statistico del Comune di Roma su dati Istat


Se negli anni passati il matrimonio per le più giovani non sembra rappresentasse un ostacolo al conseguimento del diploma superiore, questa divaricazione fra i percorsi formativi e quelli personali sembra essersi accentuata negli ultimi anni.


Infatti, è proprio fra i 19 ed i 24 anni che si evidenzia un aumento sensibile di quella parte di giovani donne che, da sposate, rinunciano alla formazione superiore.
Mentre per i livelli di formazione più alta sembra essersi sempre verificato un alto tasso di sostituzione fra matrimoni e corsi scolastici, tale tendenza per le generazioni più giovani sembra interessare, quindi, anche la formazione media superiore. Se, infatti, per le generazioni passate il conseguimento dell'istruzione superiore è stato probabilmente frenato dalla carenza di strutture scolastiche e dalla minore disponibilità economica delle famiglie, è preoccupate rilevare come il gap nella formazione si produca fra coniugate e nubili anche nei livelli di formazione più bassi, a fronte di un sistema scolastico complessivamente più accessibile a tutti. Questa circostanza potrebbe avere delle preoccupanti conseguenze sulla qualità e la distribuzione dei saperi nelle generazioni future: l'educazione media conseguita dalle madri tende a distanziarsi fortemente dalla formazione media delle donne e questo, sostanzialmente, è un elemento che oltre a porre una pericolosa ipoteca sullo stimolo ad una formazione più ampia per i giovani e i giovanissimi, può contribuire ad approfondire un divario culturale fra componenti della popolazione in base al reddito, aumentando la concentrazione dei saperi nelle fasce sociali economicamente più garantite.


E.D.
C.V.

Ufficio di Statistica e Censimento del Comune di Roma

Febbraio 2004