Riceviamo e volentieri pubblichiamo
Concertazione, conflitto sociale e questione democratica
di Antonio CastronoviPubblicato sulla rivista Il Ponte n.12, dicembre '04
La Confindustria e il “ritorno” della concertazione
Si torna a parlare nel nostro paese di ripresa della concertazione economica e sociale, in particolare dopo il cambio della guardia alla testa della Confindustria e la ripresa di rapporti unitari , seppur faticosi, fra le maggiori organizzazioni sindacali dopo la rottura dovuta agli accordi separati del Patto per l'Italia e a quelli sui rinnovi dei contratti dei meccanici.
Della concertazione tutti ne parlano e tutti la invocano, con qualche eccezione, a proposito e a sproposito. È diventata la panacea di tutti i mali del paese, la parola magica che tutto risolverebbe. Ovviamente ognuno tenta di interpretarla a modo suo, a sostegno di tutto e del contrario di tutto: per controllare i salari e per aumentarli, per sviluppare il paese contro il suo declino industriale e per sostenere la competitività delle imprese o per risanare la spesa pubblica, per sostenere il mercato attraverso le liberalizzazioni e per rafforzare il ruolo del pubblico, per politiche neokeynesiane e neoliberiste; si discute se si fa a due o a tre, se presuppone il potere di veto delle parti sociali, o se il governo alla fine debba decidere in piena autonomia, ecc..
Aveva destato scandalo perciò la decisione della Cgil di abbandonare il 14 luglio scorso il tavolo della riunione tra sindacati e Confindustria per marcare un dissenso di merito e di metodo con il documento presentato dagli imprenditori e con le modalità con cui quel confronto era stato impostato.
Da destra e da sinistra si era sollevato un coro di rimproveri o di dileggi perché in questo modo la Cgil affossava la concertazione!
Anche illustri ministri e sottosegretari del governo partecipavano a questa gara per dimostrare appunto che la colpa dell'isolamento della Cgil in questi anni non andava ricercata nella loro volontà di escludere la Cgil ma solo nella sua vocazione isolazionista, pronti nello stesso tempo a sbeffeggiare la recente intesa tra sindacati e Confindustria sul Mezzogiorno perché assistenzialista, consociativa e inutile perché fatta senza il governo che ritiene uno spreco investire un solo euro delle risorse pubbliche per lo sviluppo del mezzogiorno.
In realtà ha senso parlare di concertazione in presenza di un governo come quello in carica?
È possibile concertare politiche economiche e sociali con un governo che persegue obiettivi in contrasto con gli interessi del mondo del lavoro? Sono conciliabili politiche neoliberiste e di concertazione? Può il sindacato pensare realisticamente che sia possibile una nuova politica dei redditi come quella esaurita del luglio del '93, che ha ridimensionato i salari del lavoro dipendente, con un governo che teorizza e pratica la sua estraneità dal conflitto sociale e rifiuta ogni funzione di compromesso e di mediazione sociale? Con un governo che vede come il fumo negli occhi il ruolo dello stato nelle politiche pubbliche? Cosa in realtà diceva il documento della Confindustria bocciato dalla Cgil?
Il documento proponeva l'avvio a settembre di un confronto tra le parti sociali per una riforma delle regole e del modello contrattuale previsto dal protocollo del luglio del '93, su cui non c'è nessun accordo tra le organizzazioni sindacali. Nel merito le proposte di Confindustria non erano condivisibili da parte della Cgil perché prevedevano un ridimensionamento del peso del contratto nazionale di lavoro a favore della contrattazione decentrata, con i salari da collegare alla redditività dell'impresa e ad indicatori di costo della vita e di mercato del lavoro locali e territoriali invece che alla produttività, e la riduzione del confronto e del conflitto sindacale a pratiche di “buon vicinato”.
Aprire il confronto in queste condizioni, dati i prevedibili tempi lunghi, avrebbe comportato inoltre un intralcio al rinnovo dei contratti in corso come quelli del Pubblico Impiego, dei bancari e dei tranvieri, quest'ultimo appena rinnovato, bloccati da mesi, e di quello dei meccanici che scade a fine anno, con il rischio di uno slittamento di questi contratti a dopo l'approvazione delle nuove regole. La Cgil proponeva invece di restringere il confronto e l'intesa su materie dove sembrava esserci maggiore convergenza tra le parti sociali e in altre parole sul rilancio di politiche di sviluppo e di innovazione del paese con obiettivi comuni da sostenere nel confronto col governo a partire dalla legge finanziaria.
Soltanto in una fase successiva sarebbe stato possibile aprire un confronto sul modello contrattuale e sulle regole e solo in presenza di una intesa unitaria validata dal consenso dei lavoratori e delle lavoratrici. Questa impostazione era giudicata arretrata e inadeguata dalla Cisl e dalla Uil che ritenevano invece prioritario ed urgente intervenire sul modello contrattuale per riformare la contrattazione.
Tra contrattazione e concertazione
Ma che rapporto c'è tra le regole e i modelli contrattuali e le politiche di concertazione economiche e sociali?
In realtà nessuno o quasi. Le relazioni tra sindacati e datori di lavoro sono di norma relazioni a due, di tipo contrattuale. Quelle tra sindacati, datori di lavoro e governi sono di tipo trilaterale e rientrano nell'ambito delle politiche concertative propriamente dette.
Una relazione tra regole contrattuali e politiche concertative fu stabilita col protocollo del luglio del '93 nell'abito della cosiddetta politica dei redditi che regolava la dinamica salariale attraverso una politica disinflazionista portata avanti dai governi che ancorava i salari all'inflazione programmata concordata e a meccanismi di recupero biennali degli scarti fra questa con quella effettiva anche per compensare l'avvenuta abolizione della scala mobile. Gli incrementi di produttività dovevano essere ridistribuiti attraverso la contrattazione, nazionale e decentrata.
Le conseguenze di questa politica sui redditi dei lavoratori sono sotto gli occhi di tutti.
Oggi tutti condividono il giudizio che c'è una questione salariale aperta nel paese e ne addebitano la responsabilità alle regole del protocollo del 23 luglio del '93.
In verità quelle regole sono state già stracciate dal governo in carica insieme a tutte quelle relative alla concertazione economica e sociale: l'inflazione programmata viene infatti decisa solo dall'esecutivo invece che essere concordata; manca una intesa sulle politiche economiche e sociali; non ci sono controlli sui prezzi e le tariffe; il secondo biennio contrattuale che doveva garantire il riallineamento dell'inflazione programmata con quella reale viene messo in discussione e non è più certo; la contrattazione di secondo livello riguarda solo una minoranza di lavoratori, col risultato che dei 21 punti di incremento di produttività registrati tra il 1993 e il 2001 solo 3 sono andati a salari e stipendi.
Il coro unanime che si solleva da destra e da sinistra è quello che non sarebbe più accettabile una diminuzione sistematica dei salari dei lavoratori .
L'imbroglio però che si intende far passare oggi è quello di addebitare la perdita del potere d'acquisto dei salari non ad una politica dei redditi che ha impedito una più accentuata dinamica salariale, ma al peso e al ruolo “eccessivo” del Contratto nazionale di lavoro e ad una struttura contrattuale che penalizzerebbe la contrattazione decentrata!! Ci viene spiegato che la riforma del modello contrattuale è indispensabile per tutelare ed aumentare il salario dei lavoratori.
La preoccupazione principale della Confindustria sarebbe quella di riformare la contrattazione per poter dare più soldi ai lavoratori, mentre la Cgil si opporrebbe per motivi politici a questa operazione di beneficenza.
La soluzione quindi risiederebbe nella riduzione della quota di salario che emana dal contratto nazionale di lavoro per trasferirlo alla contrattazione decentrata legando gli incrementi retributivi alla redditività delle imprese e al differenziale del costo della vita nelle differenti zone del paese. Insomma l'equivalente del federalismo sul piano contrattuale .
Tutti sanno che invece le cose stanno in maniera opposta. Il decentramento della contrattazione e l'indebolimento del peso del CCNL servirebbero in realtà a riconoscere il maggior potere sociale e politico dell'impresa anche nella contrattazione centrale nazionale, rimasto unico baluardo a difesa del lavoro. Il potere contrattuale dei lavoratori e del sindacato in questi anni si è, infatti, notevolmente indebolito nell'impresa per effetto dei processi di esternalizzazione e di delocalizzazione che accompagnano la crisi e il declino produttivo e industriale del paese. Trasferire a questo livello il peso maggiore delle politiche salariali e normative significa “rafforzare la parte sociale oggi più forte, e indebolire quella più debole” come ha giustamente fatto rilevare in un interessante articolo sul Il sole 24 ore d ell' 11 novembre scorso il professor Riccardo Realfonzo.
Ecco a cosa si riduce l'invocazione di una nuova stagione di concertazione e di dialogo sociale: a sostenere la necessità di una nuova politica di contenimento dei salari a sostegno della competitività delle imprese attraverso l'indebolimento del ruolo e del peso del contratto nazionale di lavoro .
Ma questa concertazione sarebbe impossibile per colpa della Cgil e del suo massimalismo, che non la renderebbe possibile con il suo presunto “estremismo”.
Su questa linea si sono contraddistinti anche l'on. Rutelli e l'on. Treu accomunati dalle stesse preoccupazioni sulla sorte della concertazione e molto meno di quella dei lavoratori, mentre l'on Visco si è spinto fino a dichiarare che la “centralità del contratto nazionale è una trappola che ha impedito la crescita dei salari”, e tutti concordi nel chiedere un ridimensionamento del contratto nazionale. Il Governo e in primis lo stesso on. Sacconi non hanno mai fatto mistero delle loro preferenze a favore di un depotenziamento del contratto nazionale.
La stessa Cisl propone ora una durata maggiore del contratto nazionale fino a tre-quattro anni, eliminando la attuale cadenza biennale, senza prevedere meccanismi di recupero e di riallineamento con l'inflazione reale, e una estensione a tutti per legge della contrattazione decentrata, in cui ridistribuire la produttività ed eventualmente lo scostamento tra inflazione reale e quella prevista. Con una disinvoltura davvero singolare, chi ha sempre contestato la scelta della Cgil di regolare per legge la rappresentanza e la democrazia sindacale in nome di una gelosa difesa del ruolo e dell'autonomia del sindacato dalla “legge”, oggi invece si fa paladina di una estensione per legge della contrattazione sindacale: una aberrazione giuridica e una contraddizione in termini.
Svelato l'inganno dovrebbe essere più facile comprendere allora le ragioni della Cgil e la sua diffidenza a mettere mano al modello contrattuale senza una certezza con cosa sostituirlo.
Il Governo e le politiche concertative
Il problema vero è che questo dibattito non ha nulla a che vedere con la concertazione economica e sociale che è altra cosa e che presuppone un forte ruolo del governo e delle politiche pubbliche, e di obiettivi fortemente condivisi tra governo e parti sociali. Il governo di centro-destra, che ha fatto del “privato” la sua bandiera, non è semplicemente interessato a ricevere il consenso del sindacato e dei lavoratori su materie che ritiene di sua esclusiva competenza. La loro concezione del bipolarismo e del mandato elettorale non prevede luoghi di mediazione sociale e degli interessi fuori della maggioranza politica che governa il paese.
In verità gli unici alfieri della concertazione nel nostro paese trovano collocazione nell'ambito del centro sinistra che ne predica il rispetto e che la invoca quotidianamente. Che strano paese è il nostro! Il governo di centro-destra affossa la concertazione isolando il più forte sindacato vicino al centro sinistra, mentre l'opposizione la invoca rimproverando la Cgil di non stare al gioco, e cioè di non trovare intese col governo in carica! Ma con tutta la buona volontà, come si possono trovare intese strategiche con un governo che pratica e teorizza la assoluta sovranità del potere esecutivo sulle materie economiche e sociali? Che non riconosce alle rappresentanze sociali nessun potere per far pesare gli interessi di cui sono portatori? Che discrimina e oltraggia quotidianamente la Cgil e i suoi dirigenti? Che legifera sulle pensioni e sul lavoro sena nemmeno ascoltare i rappresentanti sindacali ? Che rifiuta sistematicamente ogni funzione di mediazione nel conflitto sociale?
Le politiche concertative presuppongono una forte condivisione di obiettivi di politica economica e sociale e spazi di partecipazione reale dei lavoratori alla gestione e al governo democratico dell'economia, come nel modello renano in Germania, di cui nel nostro paese non c'è traccia. La concertazione non a caso è un' esperienza nata nell'Europa continentale e del cui termine in lingua inglese non esiste neanche l'equivalente lessicale. Nel mondo anglossane, infatti, manca un modello di relazioni sindacali fondato su grandi interessi collettivi organizzati e non esistono le confederazioni degli imprenditori e dei lavoratori. Il conflitto e l'ambito delle intese sindacali non oltrepassano i confini dell'impresa. Qui, infatti, domina un sindacato aziendale o verticale di categoria a forte impronta contrattualista. La concertazione europea nasce e si afferma con l'esperienza di governo socialdemocratico in Svezia con la presenza delle grandi confederazioni sindacali e con un forte ruolo dello Stato nelle politiche sociali e di assistenza pubblica. Presuppone un compromesso tra capitale e lavoro e la presenza di una forte rappresentanza politica del mondo del lavoro attraverso un suo partito di riferimento che ne rappresenti e ne tuteli gli interessi nella sfera politica e istituzionale.
La concertazione economica e sociale mal si concilia quindi con politiche neomonetariste, restrittive della spesa pubblica e di ridimensionamento del Welfare, con la precarietà del lavoro e con i bassi salari. Senza politiche di tipo keynesiane non può esserci concertazione che possa incontrare gli interessi del mondo del lavoro. Ciò sarebbe materia di riflessione per il centro-sinistra che tanto la invoca anche a sproposito.
Del resto il nostro paese della concertazione ne ha fatto sempre a meno, salvo la breve parentesi degli anni '90 nata su base equivoche e cioè per sostenere l'ingresso del nostro paese nell'area dell'euro e per rispettare i parametri di Maastricht che non prevedono certo politiche espansive e che si è sostanzialmente risolta in una politica di controllo del solo reddito dei lavoratori dipendenti! Non a caso essa viene invocata nel nostro paese a sostegno del moderatismo politico e sociale.
Di concertazione si potrà ricominciare a parlarne, per concordare o dissentire, solo con governi in grado di mettere in campo forti politiche pubbliche di sostegno al welfare, all'occupazione e alla qualità dello sviluppo, e in presenza di una reale partecipazione dei lavoratori alle scelte strategiche della economia e delle imprese, nonché di un modello di democrazia sindacale che affidi ai lavoratori le decisioni ultime sulle scelte e sugli accordi che li riguardino.
Non è nemmeno scontato che un futuro governo di centro sinistra possa rappresentare un interlocutore ideale in materia. Chi parlerebbe a nome dei lavoratori e chi sarebbe garante per essi del patto concertativo, in assenza di una sinistra che abbia a riferimento un blocco sociale di interessi legato al mondo del lavoro? Concertare, poi, per quale modello di sviluppo e di società? Per rilanciare quello ereditato dalla precedente fase fordista e industrialista oggi non più competitivo e in crisi sotto i colpi della globalizzazione e attaccato dalle delocalizzazioni e dal dumping sociale globale, facendo leva sulla riduzione dei costi a partire da quello del lavoro? Oppure per un modello alternativo di sviluppo? E per quali produzioni, per quale modello di consumi? Con quale sostenibilità rispetto a quello tradizionale energivoro che distrugge ambiente e risorse naturali non più in grado neanche di assicurare oggi alti salari, piena occupazione e sviluppo? I più accessi fautori “progressisti” della concertazione non ci dicono per quale progetto di società intendono rilanciare la concertazione e per quali obiettivi.
Se cercassimo una risposta a queste domande rivolgendoci al più grande partito della sinistra italiana, guardando le Tesi del prossimo congresso sostenute dalla componente maggioritaria dei DS, non troveremmo le risposte che cerchiamo: non capiremmo perché reclamano la concertazione e per farne cosa. La concertazione viene evocata in due passaggi e liquidata come metodo per la programmazione di obiettivi di sviluppo e di competitività e per una nuova politica dei redditi. Viene affermata invece la necessità di procedere sul terreno delle liberalizzazioni nel sistema finanziario, nei servizi pubblici, nella distribuzione, nel commercio. Il ruolo del sindacato viene ricondotto alla sfera generica della rappresentanza sociale che partecipa al governo di una società complessa e articolata: non c'è nessun riferimento alle ragioni sociali e politiche che giustifichino e reclamino la partecipazione del mondo del lavoro e della sua rappresentanza politica alla costruzione e alla condivisione di un modello di società, ma solo richiami ripetuti ai cittadini, agli elettori, agli italiani, ad un riformismo senza un blocco sociale di interessi e senza mondo del lavoro. Prevale in sostanza una dimensione economicista della concertazione e del ruolo del sindacato, subalterno e a sostegno alla governabilità della economia e attento alle sue compatibilità. Manca un serio tentativo di analisi dei limiti di un concezione concertativa “ristretta” delle relazioni tra istituzioni e parti sociali, manca una riflessione critica su una concezione della governabilità pensata come riduzione della democrazia e della partecipazione pubblica, nonché la consapevolezza dei termini nuovi con cui è possibile declinare oggi un futuro mondo possibile che superi gli ambiti conservatori della rivoluzione liberista e di un capitalismo globale che insegue la sua crescita a scapito dei diritti dei lavoratori, dei popoli, della pace, dell'ambiente e delle risorse naturali. Non c‘è nessun tentativo di comprendere che il futuro della democrazia passa attraverso un incremento della partecipazione pubblica e un rafforzamento della democrazia globale e dei soggetti collettivi che l'attraversano, a partire dal movimento dei lavoratori del mondo sviluppato e dai movimenti che nel mondo più povero si battono per difendere il loro diritto alla sopravvivenza contro le logiche predatorie e neo coloniali dei paesi ricchi e delle istituzioni che le rappresentano. C'è bisogno oggi in realtà di rifondare uno spazio pubblico aperto a progetti, movimenti collettivi, organizzazioni di interesse, per ripensare un modello sociale condiviso e partecipato per una economia sostenibile, per rilanciare la democrazia e la partecipazione pubblica allargata ed uscire dalle ristrettezze di una visione economicista e distruttiva del mondo.
Non c'è nessun progetto politico e democratico di questo tipo in campo, nessun tentativo di analisi della crisi della concertazione in Italia e in Europa, per evitare di cadere da una concertazione storicamente “progressiva” che ha sostenuto il modello sociale europeo e basata su alti salari, alta tassazione, sviluppo, piena occupazione, servizi pubblici universali e gratuiti, a una di tipo postfordista, “difensiva”, basata sulla stagnazione, su bassi salari, su lavori precari, sulla privatizzazione dei servizi pubblici, sul ricatto del lavoro e dell'occupazione.
Ha senso oggi quindi dividersi sulla priorità o meno delle politiche di concertazione mentre in Europa essa è in crisi sotto la spinta dell'offensiva liberista e nella stessa Germania gli industriali vanno all'attacco del modello renano e mettono in discussione la cogestione che riconosce ai rappresentanti dei lavoratori un potere decisivo nelle scelte strategiche delle imprese?
Ha senso continuare a discuterne con un governo che in Italia l'ha ridotta a dialogo sociale prima e a informazione alle parti sociali più “amiche” di decisioni già assunte e deliberate, poi?
Un patto sociale che veda protagonista il mondo del lavoro è oggi semplicemente impraticabile con un governo che lo sta scientemente smantellando, e considerare quello in carica un normale governo repubblicano col quale si possano fare normali intese e compromessi strategici è un tragico errore. Lo stanno comprendendo a loro spese anche la Cisl e la Uil che hanno definito “politico” lo sciopero del 30 novembre per chiedere una svolta al paese contro un governo che incita alla evasione fiscale e vuole imporre al paese una riforma fiscale a vantaggio dei più ricchi facendone pagare i costi ai lavoratori pubblici dimezzando gli aumenti contrattuali previsti e dovuti, a tutti i lavoratori col mancato rimborso del fiscal drag, al mezzogiorno e ai cittadini con i tagli ai servizi sociali e ai finanziamenti degli enti locali, senza ascoltare nessuno. Lo stesso segretario della Cisl, Pezzotta, su La Repubblica del 24 novembre scorso ha dovuto ammettere che “….Ormai è più chiaro perché è saltata la concertazione. E' evidente che c'era un progetto politico e culturale con l'obiettivo di negare il ruolo dei sindacati”. La metamorfosi di Cisl e Uil è stata sorprendente: dalla firma dell'accordo separato del Patto per l'Italia, dall' accusa rivolta alla Cgil di scarsa autonomia politica, di comportarsi cioè da forza politica piuttosto che da sindacato, e mentre veniva accolto come una provocazione il recente documento della Cgil per un programma alternativo di governo che superasse anche la legislazione prodotta in questi anni dal governo in carica, si è passati oggi alla condivisione unitaria della natura “politica” dello sciopero contro il governo Berlusconi e all'accusa rivolta dal Sacconi di turno a Cisl e Uil di essere subalterni alla Cgil!
Nelle relazioni sindacali e sociali assistiamo ormai quotidianamente al dispiegarsi di una strategia sempre più chiara e aggressiva da parte del governo e dei suoi ministri tendente all'obiettivo della delegittimazione del ruolo e dell'autonomia delle rappresentanze collettive, attraverso il rifiuto di misurarsi con le aspettative e le richieste avanzate da milioni di lavoratori, di pensionati, con il chiamarsi fuori da ogni responsabilità nel conflitto sociale, nell'ostacolare con lucida e folle determinazione ogni sbocco democratico al conflitto stesso. Credo che Piero Ostellino abbia ben interpretato, condividendola, la cultura di questo governo quando ci spiegava sul Corriere della Sera del 5 giugno scorso la sua concezione liberale dello Stato in questi termini : “ Lo Stato liberale non si immischia tra le parti sociali in conflitto, ma lascia che se la sbrighino da sole, a differenza di quello “dirigista” che è interventista “.
È diventata, infatti, sistematica la tecnica del rinvio e del sottrarsi al confronto con il Sindacato da parte del Governo e dei suoi ministri. E' successo con le confederazioni dopo lo sciopero generale del 26 marzo scorso, poi con la grande manifestazione unitaria dei pensionati, si è ripetuto con il rifiuto di accedere ad una richiesta di mediazione dei lavoratori di Melfi, per non dire del comportamento tenuto sulla vicenda Alitalia. Continua tutt'ora con il mancato avvio dei tavoli di confronto sulla competitività e con il mancato confronto sulla legge finanziaria e sulla riforma fiscale, alla base dello sciopero generale del 30 novembre. Lo si era già visto con la vertenze dei tranvieri nel dicembre scorso, pur essendo parte in causa per il mancato finanziamento governativo al trasporto pubblico locale.
Spesso tale comportamento viene interpretato come il segno della fine della concertazione sociale che questo governo ha pur lucidamente perseguito. Credo invece che questa chiave interpretativa sia limitata e che dietro tutto questo ci sia in realtà una visione autoritaria del potere e dei rapporti tra potere e società, la negazione della natura democratica del conflitto e delle rappresentanze che lo interpretano; c'è il disegno, perseguito fin dai fatti di Genova nel luglio del 2001 e proseguito contro la Cgil e il suo ex segretario generale, di equiparare le manifestazioni di piazza alle pallottole dei terroristi. C'è il tentativo di ridurre le lotte dei lavoratori e il dissenso politico e sociale a possibili incubatoi di violenze sovversive e destabilizzanti; di creare un clima di paure e insicurezze cavalcando le spinte più oltranziste dell'opinione pubblica ; di esasperare il conflitto sociale per poi giustificare e chiedere l'intervento della forza pubblica contro le manifestazioni operaie come è stato nel caso di Melfi .
Il blocco storico reazionario e la questione democratica
E' la natura profondamente e visceralmente reazionaria e antidemocratica del personale politico e del blocco sociale che governa l'Italia la vera questione democratica aperta per tutti, non solo per il movimento sindacale .
Fanno un po' sorridere e rabbia allo stesso tempo le alchimie e i distinguo di certo dibattito politico e sindacale che scambiano le coerenze e le posizioni volta a volta assunte dalla Cgil come bizze di alcuni irriducibili estremisti!
Una rappresentazione cui non sfugge anche una certa cultura democratica e sindacale che considera appunto la Cgil cofferatiana prima e la Fiom sempre, infette dal virus della conflittualità preconcetta ed esasperata contro padroni e governo e che invece di fare il loro mestiere, cioè fare gli accordi possibili con il governo e le controparti , punterebbero invece a privilegiare la lotta politica al governo infischiandosi degli interessi reali dei lavoratori, occupando appunto lo spazio della politica, in questo caso dell' opposizione, che per la verità abbiamo fatto fatica a capire in questi anni in cosa consistesse e che in quattro anni di opposizione non è riuscita a fare una sola manifestazione di piazza contro le malefatte di questo governo.
Dobbiamo sgomberare il campo da una simile rappresentazione della realtà per capire invece per certi versi la drammaticità della fase storica che stiamo vivendo, le rotture democratiche in corso nello spirito e nell'anima del patto sociale e democratico costituzionale. L'essersi cioè formato nel paese un blocco sociale e politico che si pone in termini di discontinuità con la storia dell'Italia repubblicana e del suo ancoraggio antifascista, che si ricollega, non solo idealmente, al clericalismo reazionario preconciliare, oggi non a caso risorgente, e alla borghesia reazionaria dell'Italia pre-giolittiana legata alla destra liberale che sparava con i cannoni di Bava Beccaris contro i cortei operai, e che preparò e sostenne l'avvento del fascismo dopo il primo dopoguerra preparato prima con la repressione e l'uso dello squadrismo finanziato da padroni e agrari, e con la messa fuori legge poi delle libere organizzazioni sindacali.
Quella storia e quella cultura reazionaria furono interrotte con la Resistenza e la Costituzione democratica che videro protagoniste le forze popolari socialiste, comuniste e cattoliche, il movimento operaio e non la borghesia industriale e compradora compromessa fino all'ultimo con il fascismo al potere e che non influenzò direttamente la Carta costituzionale della nascente repubblica democratica fondata sul lavoro. Quell'Italia sommersa in questi sessant'anni di storia repubblicana, è riemersa con il suo spirito revanchista reazionario e antisociale grazie alla “rivoluzione” berlusconiana, ed oggi persegue con determinazione il suo scopo e il suo sogno: azzerare la storia e la memoria dell'Italia che sognava una società fondata sulle libertà di tutti e sui diritti sociali e democratici di cittadinanza, sulla emancipazione del lavoro e sulla responsabilità sociale dell'impresa, sulla partecipazione dei lavoratori alla decisione pubblica e alla sfera della rappresentanza. Quel sogno definito “sovietico” dal capo del governo in carica e che per questo si attrezza a rimuoverlo dalla Carta che lo prevede e soprattutto dalla testa di milioni di lavoratori e cittadini democratici, iniettando a piene mani l'ideologia della competizione e della divisione sociale, il mito del consumismo e del privato, la denigrazione sistematica dei suoi oppositori, la delegittimazione delle rappresentanze sociali e dei corpi intermedi della società, attraverso il monopolio della propaganda mediatica, con giornalisti asserviti e reazionari. E ai riottosi e ai recalcitranti che non si adattano e non capiscono viene mostrato il braccio armato e repressivo dello Stato e del padrone . Non c'è conflitto sociale in corso, manifestazione pubblica non gradita al governo che non viene preceduta da una campagna di odio che non punti ad evocare minacce terroristiche, infiltrazioni di destabilizzatori e sovversivi dell'ordine pubblico, creando una tensione voluta ed artificiosa per deviare il conflitto verso la spirale del disordine, della paura e della repressione.
Non sono tempi normali, questi. I rivoltosi si travestono da moderati, i moderati sono indicati come estremisti e sovversivi dell'ordine sociale, i liberali si professano cristiani, la destra scopre che il mercato non basta a produrre valori adatti ad assicurare il potere ai ricchi e chiede aiuto a Dio.
La rivoluzione ultraconservatrice in atto non va per il sottile: non ha nessuna remora a cavalcare lo zelo religioso, l'antilaicismo e la paura della modernità, vuole riscrivere la costituzione americana e ancorare l'Europa alle sue radici cristiane. I suoi profeti non possono non dirsi cristiani e sono pronti a sancire un nuovo patto tra lo Stato patrimoniale garante del potere dei ricchi e la Religione a cui affidare la custodia dei valori di una società secolarizzata in crisi di identità; ad offrire il ritorno della religione a fondamento della morale pubblica, vigilata dai nuovi custodi clerico-liberali, in cambio della legittimazione morale del Potere; a consacrare una nuova santa alleanza tra la croce e la spada, fra il Potere terreno e il timor di Dio contro tutti gli atei, gli agnostici, la morale laica, i sovversivi e tutti quelli che non ci stanno e non si adeguano.
Mentre la destra ultraliberista riscopre le “passioni” dei cosiddetti “valori” religiosi (che una volta si chiamavano oscurantismo e vandeismo) e dello spirito guerriero, la sinistra o quella che ne resta vuole capire i “sentimenti profondi” che la destra americana avrebbe saputo interpretare piuttosto che i sentimenti e le angosce del “suo popolo”, balbetta sulla pace e sulla guerra, riscopre i valori della fede invece che quelli delle virtù pubbliche, della rappresentanza e della giustizia sociale che gli sono più propri. Mentre il governo afferma per vincere i fondamenti e gli interessi del suo blocco sociale e abbandona il moderatismo e la “legge del centro”, l'opposizione non riesce a darsi neanche un nome, figuriamoci un programma, pensa ancora a un bipolarismo mite e al mitico “centro” che esiste solo nelle fantasie di una politica autoreferente, priva di riferimenti sociali e culturali solidi.
La nuova destra minaccia il mondo e ricatta la convivenza civile e democratica del nostro paese.
Come democratici abbiamo il dovere non solo di non sottometterci a questo ricatto, ma abbiamo il compito di essere protagonisti del riscatto democratico del nostro paese consapevoli che l'esito dello scontro politico, culturale, ideale con l'attuale blocco reazionario condizionerà il futuro, la qualità e i caratteri della nostra democrazia. È in corso una battaglia “costituente” condotta dalla destra contro la democrazia e la nostra Costituzione. Urge una risposta e una mobilitazione adeguata che ancora non c'è.
Non è proprio tempo, questo, di politiche bypartisan e di “concertazione” .
Roma, dicembre ‘04