L'area grigia del mercato del lavoro romano
Lavoratori insoddisfatti, marginali, scoraggiati - 2003
Una ricerca a cura dell'Ufficio Statistico del Comune di Roma
Introduzione
Lavori flessibili e insoddisfazione
L'area del non lavoro
Occupati insoddisfatti e marginali
Lavoratori scoraggiati
Le dinamiche dell'area grigia
Strategie di uscita dall'area grigia
Introduzione
Il mercato del lavoro italiano, negli ultimi anni, si è definito sempre di più come un sistema complesso e frastagliato, in cui l'espansione di nuove forme di lavoro flessibili ha prodotto cambiamenti profondi nella struttura e nella definizione stessa di lavoro. Alle posizioni tradizionali di 'occupato' e 'disoccupato', dunque, si sono man mano affiancate altre condizioni, con sfumature che disegnano diverse e nuove collocazioni al suo interno.
Esiste una zona, che abbiamo definito 'area grigia ', del mercato del lavoro nella provincia di Roma e nell'intero Paese, composta da persone che si collocano trasversalmente rispetto al binomio occupato - disoccupato: sono i lavoratori 'atipici' insoddisfatti dell'attuale occupazione; le persone in cerca di occupazione; gli occupati tradizionali alla ricerca di un altro lavoro; coloro che lavorano solo saltuariamente o che cercano lavoro occasionalmente; coloro che ritengono di non poter più trovare lavoro e hanno rinunciato a cercarlo.
Si tratta di un'area che, nella provincia di Roma, è stimata intorno all'8% della popolazione residente e che configura un quadro diversificato di insoddisfazione, se non di disagio sociale.
Una condizione che nel 54,4% dei casi riguarda le donne, più spesso impiegate involontariamente in forme atipiche, e interessa soprattutto persone di età compresa fra i 24 e i 39 anni, toccando fasce di età più mature fra coloro che non hanno più fiducia di poter trovare una collocazione nel mercato del lavoro, che nel 71% dei casi sono donne con più di 40 anni.
Le persone in cerca di occupazione rappresentano il 48,5% del totale (pari a 132.000 persone), gli occupati alla ricerca di un altro lavoro il 24% (cioè 65.000 persone circa), i 'marginali' il 21% (pari a 57.000 persone) e gli scoraggiati, infine, il 6,5% (pari a 17.600 persone).
Il quadro romano, d'altra parte, risulta complessivamente migliore di quello nazionale, visto che qui questo segmento di persone, anche per effetto dell'influenza esercitata dalle regioni del sud più esposte a questo tipo di problematiche, raggiunge il 10% circa della popolazione residente in Italia, presentando, peraltro, una composizione parzialmente diversa da quella registrata nella provincia di Roma. Mentre la maggioranza, anche se in percentuale minore e pari al 42,7%, è costituita da persone in cerca di occupazione, il peso dei 'marginali' è sensibilmente più alto del dato romano e raccoglie il 26,3% del totale. Più alta anche la percentuale di scoraggiati (pari all'8%) e leggermente inferiore la quota di occupati in cerca di una nuova occupazione (23% del totale).
Le dinamiche osservate nel corso degli ultimi anni sull'area grigia, sembrano suggerire una tendenza alla polarizzazione degli atteggiamenti individuali nell'approccio al mercato del lavoro.
Il lieve assottigliarsi delle aree marginali e scoraggiate, a fronte di una crescita delle persone in età attiva che non si considerano disponibili a lavorare, suggerisce una modificazione della percezione che i singoli esprimono in rapporto alle potenzialità riconosciute al mercato del lavoro. I lavori saltuari o intermittenti, a differenza del passato, vengono sempre più riconosciuti come occupazioni vere e proprie, mentre la sfiducia a trovare un lavoro si traduce più frequentemente nel considerarsi fuori dai canali occupazionali, senza avere neanche l'aspirazione ad un impiego nell'immediato.
La flessibilizzazione e la discontinuità delle forme del lavoro, sostenuta in questi anni dalle imprese e dalla stessa legislazione vigente, ha fatto sì che il modello attuale venga sempre di più considerato un sistema con cui fare i conti. Un dato che, a fronte dei rischi di precarizzazione selvaggia del lavoro che simili tipologie d'impiego comportano, pone anche la politica di fronte alla necessità di realizzare misure di tutela sia delle fasi iniziali dell'inserimento lavorativo, sia del sempre più diffuso lavoro temporaneo.
Ciò che sembrerebbe poter incidere sulla qualità del lavoro e della vita di questa componente è il potenziamento di una rete di sostegno che, a livello locale, intervenga nelle dinamiche di supporto alle famiglie, permettendo alle donne di non dover scegliere fra la famiglia e il lavoro, e più in generale consenta a coloro che transitano da un lavoro all'altro, nel migliore dei casi, o tra lavoro e non lavoro nella maggior parte, di poter contare su un sistema minimo di tutele: di reddito, di diritto al credito bancario, di sostegno alle spese per l'abitazione e così via.
Lavori flessibili e insoddisfazione
Per "lavoro flessibile" si intendono tutti quei rapporti di impiego basati su forme contrattuali 'atipiche', che differiscono cioè dalla forma cosiddetta 'standard', più tradizionale e ancora più diffusa, che è quella del contratto di lavoro a tempo pieno e indeterminato. La tendenza affermatasi negli ultimi anni nella provincia di Roma, come pure nell'intero Paese, è verso un graduale, ma costante aumento del ricorso a queste forme di occupazione da parte delle imprese e delle Amministrazioni Pubbliche.
I dati ottenuti dalla rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro condotta dall'Istat, sulla quale basiamo le nostre analisi, attualmente consentono di individuare due sole forme di impieghi non standard: i contratti part-time e i contratti a tempo determinato. Nella provincia di Roma fra il 2002 e il 2003, a fronte di una lieve diminuzione dei lavoratori autonomi, sembra aumentare la quota di lavoratori dipendenti e fra questi si registra un forte aumento di occupati a tempo determinato, che sono cresciuti del 7,3%, con una netta prevalenza di uomini di età fra i 25 e i 39 anni. Sembra diminuire, invece, l'incidenza del lavoro part time, forma di occupazione che risulta costantemente più alta fra le lavoratrici, interessate anch'esse da un sostanzioso aumento di occupazioni temporanee. Le occupazioni non standard, infatti, riguardano tuttora soprattutto la componente femminile del mercato del lavoro: a Roma le posizioni a termine nel 50,1% dei casi sono occupate- da donne, le quali svolgono anche il 73,6% dei lavori part time.
Questi ultimi, del resto, sono la forma di occupazione che consente alle donne, di conciliare l'attività lavorativa e le responsabilità familiari, pur al prezzo di retribuzioni molto più basse (vedi tabelle 3a e 1a).
Ma, come si può osservare dalle tabelle 1a e 3a, la decisione di accettare occupazioni non standard non sempre è una scelta: fra le motivazioni che gli intervistati segnalano per lavori a tempo determinato o parziale, infatti, predominano quelle di non aver trovato un lavoro a tempo pieno (46,3%) o permanente (43,6%). In particolare, i più insoddisfatti dei lavori a termine sono i lavoratori con più di 40 anni (vedi tabella 2a). Considerando unitamente tutti i lavoratori che esprimono insoddisfazione per le loro attuali occupazioni non standard, sembra che gli uomini e le donne siano ugualmente scontenti di occupazioni a termine accettate per necessità (54,5% gli uomini e 45,5% le donne), mentre ben più elevata è la percentuale di donne che preferirebbe un lavoro a tempo pieno all'attuale impiego part time. In generare, si può osservare che l'incidenza di coloro che desiderano un orario di lavoro diverso o una situazione lavorativa più stabile è rispettivamente del 3,2% e del 3% sul totale degli occupati in tutta la provincia di Roma. Un dato, questo, sostanzialmente invariato rispetto al 2002 (quando si attestava sul 3,5% e sul 2,8% rispettivamente, vedi tabella 3c) e leggermente più elevato del corrispondente valore nazionale.
All'interno del più ampio segmento di insoddisfazione del mercato del lavoro, sono considerate tutte le persone che sono alla ricerca di un'occupazione: sia coloro che l'hanno perduta, sia le persone in cerca di prima occupazione. Nella provincia di Roma il tasso di disoccupazione nel corso del 2003 si è attestato sull'8%, un valore lievemente inferiore del livello nazionale (8,7%). La maggior parte delle persone che stanno cercando un lavoro sono giovani alla ricerca della prima occupazione (43,4%), seguiti dai disoccupati in senso stretto, coloro cioè che avendo perso un precedente impiego, sono alla ricerca di un nuovo lavoro. Ma il peso della componente femminile sulle persone in cerca di occupazione risulta molto più significativo di quello maschile (52,9% di donne contro il 47,1% di uomini): una condizione di svantaggio che a Roma rispecchia sostanzialmente la media nazionale (52,5% di donne contro il 47,5% di uomini). Nella nostra provincia il tasso di disoccupazione femminile raggiunge il 10,4%. Le donne sembrerebbero, dunque, avere una probabilità di trovare un'occupazione ancora inferiore agli uomini: ciò vale sia a parità di età (vedi tabelle 5a e 5b) che a parità di livello formativo (vedi tabelle 6a e 6b). Fra le persone in cerca di occupazione, si registra una presenza di uomini con un livello di formazione medio-basso (istituto professionale o meno) più numerosa rispetto alle donne (il 50% degli uomini contro il 44% delle donne a Roma e il 62% degli uomini contro il 53% delle donne in Italia). Nella provincia di Roma, inoltre, la percentuale di donne con una formazione 'alta' (dal diploma in su) che sono alla ricerca di un impiego è costantemente più elevata del livello nazionale (il 56% contro il 47% della media nazionale).
Occupati insoddisfatti e marginali
La definizione Istat di occupato, in accordo con gli standard internazionali, comprende, oltre alle persone che (alla relativa domanda del questionario) rispondono di avere un lavoro, anche tutti coloro che, pur non considerandosi occupati, dichiarino di aver effettuato una o più ore di lavoro nella settimana di riferimento dell'indagine. In quest'analisi, si sono volute considerare separatamente le due condizioni, dal momento che proprio quella parte di persone che svolge lavori non stabili e non si autodefinisce occupata, è uno dei segmenti di quell'area grigia che merita uno studio particolare.
Gli occupati insoddisfatti
Fra tutte le persone che dichiarano di essere attualmente occupate nella provincia di Roma, il 4,3% dichiara di essere anche alla ricerca di un'altra occupazione, quota che a livello nazionale raggiunge il 5,2%. Gli uomini sembrano i più insoddisfatti dell'attuale impiego essendo, infatti, il 54,8% del totale. Questo dato è sostanzialmente omogeneo al dato nazionale e leggermente inferiore a quello registrato dell'anno precedente. Nel 2002, infatti, gli occupati alla ricerca di un altro lavoro erano il 4,8% di tutti gli occupati dichiarati e nel 55,5% dei casi erano uomini. Cresce dunque la percentuale di donne che cercano un'altra occupazione a fronte di una generale, lieve diminuzione di coloro che vorrebbero cambiare lavoro. Ciò che sembra sollecitare maggiormente il desiderio di una nuova occupazione è una generica aspirazione a condizioni migliori: a Roma per il 65,7% di questi lavoratori (e per il 69,5% degli uomini), questa motivazione è alla base della ricerca, seguita al 16,5% dalla prossima conclusione di un'occupazione a termine e solo al 6,8% dal timore di perdere l'attuale occupazione (vedi tabelle 8a e 8b). Particolarmente evidente, in questo contesto, la situazione di disagio vissuta dalle donne che sono occupate in forme non standard: il 22,3% di loro, infatti, contro l'11,8% degli uomini, dichiarano di cercare un altro lavoro perché l'attuale impiego è temporaneo e non ne è garantita la continuità nel futuro. In particolare, il settore dei servizi e della pubblica amministrazione sembra quello dove si concentra la maggior parte delle persone che aspirano ad altre occupazioni: i livelli salariali non elevati e le forme di lavoro più flessibili frequentemente adottate in queste attività, ne costituiscono con tutta probabilità le cause principali. Nella provincia di Roma ben il 66,7% dei lavoratori in cerca di una diversa occupazione si concentra in questo settore, seguito dal commercio con il 16,5%.
I marginali
In questo gruppo, definito "marginali", si trovano tutte le persone che non si dichiarano occupate, ma che in maniera discontinua o solo occasionalmente svolgono qualche ora di lavoro, e coloro che vengono classificati come non forze di lavoro (casalinghe, studenti, ritirati dal lavoro, ecc.), ma che comunque cercano un lavoro, seppure non attivamente. Si tratta di un gruppo sociale che si colloca solo marginalmente nel mercato del lavoro e costituisce un'area molto più sensibile alle sue fluttuazioni, soprattutto sfavorevoli. Anche in questo caso il dato della provincia di Roma sembra essere migliore di quello nazionale: nella nostra provincia, infatti, i marginali rappresentano il 3,4% delle forze di lavoro (nella definizione allargata, che comprende appunto anche le non forze di lavoro alla ricerca non attiva di un lavoro), mentre in Italia questa percentuale sale al 5,1%. Peggiore risulta, in entrambi gli ambiti territoriali, la situazione femminile: a Roma le marginali sono il 4,7% delle forze di lavoro femminili, contro il 7,5% in Italia. Nella nostra provincia, inoltre, sono donne il 54,2% delle persone che non si autodefiniscono occupate pur svolgendo qualche ora di lavoro e il 58,9% di coloro che cercano un lavoro non attivamente.
I grafici che seguono mostrano in modo molto evidente come all'interno dei marginali le situazioni più critiche siano concentrate, sia per gli uomini sia per le donne, nelle classi di età fra i 25 e i 39 anni, con una situazione nettamente peggiore per la componente femminile.
Nella provincia di Roma fra il 2002 e il 2003, questa area di persone risulta, nel complesso, diminuita, anche se è cresciuta la percentuale di donne che non definiscono il proprio impegno lavorativo, pur saltuario, come una vera e propria occupazione.
A differenza della situazione nazionale, nella provincia di Roma la maggior parte dei marginali sono persone con un livello di formazione medio-alto: il 53% del totale possiede un titolo pari o superiore al diploma superiore, mentre a livello nazionale questa percentuale si attesta sul 41%. Tuttavia le marginali a Roma, pur avendo livelli di formazione mediamente più alti della media nazionale, risultano meno scolarizzate degli uomini, mentre a livello nazionale vale il contrario. Le donne più giovani, nella nostra provincia, sembrano essere particolarmente deboli dal punto di vista della formazione: nella classe 15-24 anni solo il 48% di loro, infatti, possiede un titolo di studio medio-alto (contro il 58% degli uomini); similmente, nella classe 25-39 anni, il 59% delle donne ha questo tipo di formazione, ma gli uomini lo possiedono nel 67% dei casi.
Lavoratori scoraggiati
Secondo le definizioni internazionali i "lavoratori scoraggiati" sono coloro che sono immediatamente disponibili a lavorare, ma non cercano attivamente un lavoro perché convinti di non poterlo trovare. Queste persone che, nelle statistiche ufficiali, sono considerate esterne alle dinamiche del lavoro, in realtà esprimono in maniera piuttosto esplicita disagio e sfiducia verso il mercato del lavoro.
In generale, si tratta di persone che non pensano di possedere le professionalità richieste o sono convinte che per loro non esistano occasioni sul mercato del lavoro locale: quindi la ricerca di una occupazione è considerata inutile, anche se a fronte di un'offerta sarebbero comunque disponibili a lavorare.
Un problema al femminile
I dati che si ricavano dalla rilevazione trimestrale sulle forze di lavoro descrivono un profilo molto netto dei lavoratori scoraggiati. Sia nella provincia di Roma che sul piano nazionale nella maggioranza dei casi si tratta di donne: l'88,5% a Roma e l'88,2% in tutta Italia, con un'età compresa generalmente fra i 39 e i 55 anni. In più del 60% dei casi si tratta di mogli o conviventi del capofamiglia che fanno parte di famiglie composte da 3 o più componenti, a Roma per un 65% e in Italia per più del 68%. Il livello di formazione di questa fascia di potenziali lavoratori è nell'80% dei casi medio-basso nella provincia di Roma, che mostra, nuovamente, una diversa distribuzione dei livelli formativi rispetto al contesto nazionale. A Roma, infatti, è più alta la percentuale di persone che hanno un titolo di studio medio-alto (il 20% contro il 14% del totale Italia) e fra le donne scoraggiate, in particolare, vi è una quota di giovani (di età compresa fra i 15 e i 24 anni) che, pur possedendo un titolo di studio più elevato, dimostra sfiducia nelle capacità di assorbimento del mercato del lavoro locale. Al momento attuale queste donne, nella nostra provincia come nel contesto nazionale, si dichiarano prevalentemente casalinghe (all'86,2% contro all'89,5% a livello nazionale), anche se in passato hanno svolto un'attività lavorativa (a Roma in percentuali più alte che a livello nazionale): il 46,8% nella provincia dichiara di aver avuto un'attività lavorativa in precedenza, contro il solo 29,2% della media nazionale.
La crescente diffusione di lavori in forme sempre più flessibili, sembra incidere sensibilmente sia sulla dimensione sia sugli orientamenti di questo diversificato segmento di lavoratori o di potenziali forze di lavoro. Gli aggregati di cui ci si è qui occupati sembrano subire una lieve trasformazione nel corso del tempo. L'area romana ha avuto, nel corso degli ultimi anni, una performance occupazionale migliore di quella nazionale (il tasso di occupazione nel 2003 ha raggiunto il 57,8% contro il 56% della media nazionale): ciò ha contribuito a spingere sul mercato del lavoro nuove persone alla ricerca di un'occupazione. Per questo, fra il 2002 e il 2003, anche il tasso di disoccupazione nella provincia di Roma ha registrato una lieve crescita (dal 7,9% all'8%). Ma, allo stesso tempo, sembrano modificarsi anche le altre componenti della nostra area grigia: la tendenza nella provincia di Roma, che coincide con un andamento analogo registrato anche a livello nazionale, sembra verso una sorta di polarizzazione crescente di posizioni nei riguardi sia della propria collocazione nel mercato del lavoro, sia nell'accettazione della propria condizione occupazionale e dell'aspirazione ad una condizione diversa. A parziale conferma di questa ipotesi, negli ultimi anni si è osservato, a fronte di un lieve ridimensionamento delle aree marginali e scoraggiate (che a Roma scendono fra il 2002 e il 2003 rispettivamente di 19.000 e di 3.000 unità), un significativo aumento sia delle persone che si dichiarano occupate (di circa 13.000 unità) che, come abbiamo visto lo sono soprattutto in occupazioni temporanee, sia delle persone in cerca di prima occupazione (cresciute di 3.000 unità circa), sia del numero di persone nelle fasce di età fra i 30 e i 39 anni classificate come Non forze di lavoro, che non si dichiarano disponibili a lavorare nell'immediato (da 90.200 passano a 93.500 circa). Sembrano, insomma, perdere peso quelle posizioni per così dire intermedie fra chi ha un lavoro e ne è, anche parzialmente, soddisfatto e chi non lo ha e non lo considera più fra le proprie prospettive immediate. Rispetto al passato, insomma, sembra aumentare il numero di persone che si considerano occupate anche svolgendo un lavoro intermittente o saltuario, segnale questo che può far ipotizzare come la stabilizzazione della propria condizione lavorativa sia sempre più percepita come un traguardo di difficile realizzazione, mentre, d'altra parte, sentirsi fuori dal mercato del lavoro significa escludersi anche da quella componente che esprime l'aspirazione ad avere un'occupazione.
Strategie di uscita dall'area grigia
L'esistenza di un'area grigia all'interno del mercato del lavoro rappresenta, allo stesso tempo, una sfida e un'opportunità per gli individui e per la società. Da un lato, lavori a tempo determinato, flessibili e part-time rispondono sia alle esigenze delle imprese di fronte ad una domanda particolarmente instabile, sia di soggetti che, per motivi personali, familiari e professionali, sono in grado di dedicare al lavoro solo una parte limitata del proprio tempo. Dall'altro, l'inevitabile instabilità delle posizioni comprese in quest'area grigia determina situazioni individuali di incertezza e di disagio, unite ad uno sperpero di risorse umane, talvolta dotate anche di un elevato livello di istruzione.
In generale, l'area grigia rappresenta un cuscinetto tra condizioni di occupazione stabile "tradizionale" e situazioni di completa esclusione dal mercato del lavoro. Ovviamente, la permanenza in quest'area è socialmente accettabile soltanto se questa condizione è limitata nel tempo e prelude ad un pieno inserimento nel mercato del lavoro, mentre darebbe luogo a tensioni sociali e frustrazioni individuali intollerabili in caso contrario. I responsabili delle politiche del lavoro, sia a livello locale che nazionale, devono dunque avviare strategie idonee a favorire l'uscita da simili situazioni. Il tentativo di recuperare queste categorie di possibili lavoratori risulta tanto più vantaggioso, in quanto molti di essi quanto hanno conseguito un livello di istruzione medio-alto (nel 53% a Roma, nel 42% circa in Italia) e quindi il loro mancato inserimento nel mondo produttivo rappresenta una perdita secca per l'intero sistema economico e per la società, oltre che per i singoli individui.
Le strategie di intervento devono, ovviamente, tener conto della forte varietà delle posizioni individuali che confluiscono nell'area grigia del mercato del lavoro. E' improduttivo, ad esempio, proporre misure come la trasformazione automatica in contratti "tradizionali" di quelli atipici in scadenza, che rischia di scontentare soggetti che hanno fatto della flessibilità una consapevole scelta di vita (come 27.700 lavoratori romani, pari allo 0,8% della popolazione, che si dichiarano sostanzialmente soddisfatti della propria posizione a termine o a part time). Sarebbe altrettanto controproducente spingere verso la ricerca più attiva di un'occupazione i 312.035 studenti (pari all'8% della popolazione) che si considerano disposti ad accettare un lavoro, in quanto ciò rischierebbe di interrompere i loro percorsi formativi. Esistono invece almeno tre aree su cui sembra particolarmente urgente intervenire: le casalinghe "scoraggiate", che contribuiscono ad abbattere il tasso di attività femminile rispetto alla media europea; le persone costrette al part time da impegni familiari; gli "scoraggiati" ed i "marginali" adulti che hanno perso un lavoro e faticano a ricollocarsi sul mercato.
Per quanto riguarda le prime due categorie di persone, è evidente che il ripiego sul part-time o dell'inoccupazione può essere evitato solo da programmi di assistenza domiciliare per i familiari bisognosi di cure e servizi di asili ed altre aree protette dedicate ai figli delle lavoratrici. Entrambi gli interventi ricadono tipicamente nell'ambito del cosiddetto welfare locale. Avrebbe invece un impatto molto minore qualsiasi forma di defiscalizzazione per i datori di lavoro che trasformino i rapporti "atipici" in impieghi a tempo pieno e indeterminato. Quest'ultimo tipo di incentivi potrebbero invece avere qualche effetto per migliorare le condizioni di coloro che hanno perso un'occupazione e non riescono a trovarne un'altra. Anche in questo caso, tuttavia, gli incentivi non possono che avere natura temporanea, ed è indispensabile creare una rete efficiente per la formazione e la ricollocazione di coloro che si sono allontanati involontariamente dal mercato del lavoro. La stessa rete può essere utilizzata dagli occupati insoddisfatti della propria condizione, che costituiscono un'altra quota importante (2% della popolazione a Roma e 2,3% in Italia) dell'area grigia del mercato del lavoro.
Esiste poi un insieme di misure che, pur non incidendo direttamente sulla condizione lavorativa, tende a diminuire il disagio dei cittadini che si trovano in situazione di precarietà o di in occupazione. Molto spesso, infatti, appartenere all'area grigia non significa tanto non poter disporre di risorse economiche adeguate, quanto essere esclusi, di fatto, dal credito bancario, dal mercato regolare degli affitti, dalla previdenza e da vari benefici (come il rinvio del servizio militare o il riscatto degli anni di studio a fini previdenziali), non potendo fornire garanzie legate ad un lavoro stabile e "tradizionale".
Clementina Villani
Enrico D'Elia
Ufficio di Statistica e Censimento del Comune di Roma