IL LAVORO SI RIBELLA
1° maggio 04 - da Melfi a Milano

Melfi, alle radici della rivolta contro il toyotismo all'italiana
Euromayday: i precari danno i numeri!

SudMayDay 04: il sud precario si ribella!
dagli intermittenti di Francia: Ciò che ci unisce...
Ben venga maggio, DeriveApprodi

 

 

Melfi, alle radici della rivolta
contro il toyotismo all'italiana
altremappe - 28.4.2004

1. Il discorso di Marentino
Il 21 ottobre 1989 l'allora amministratore delegato della Fiat, Cesare Romiti, tiene parla ai dirigenti dell'azienda torinese. La più grande industria italiana veniva da un decennio di crescita importante: aveva trascinato l'Italia al quinto posto nella classifica mondiale dei paesi produttori di automobili. Pochi anni prima aveva inaugurato la stagione delle privatizzazioni, acquistando l'Alfa Romeo dalla Finmeccanica. Tuttavia, le vendite iniziavano a scendere notevolmente (nella prima metà 1990 del 15 per cento), la concorrenza dell'estremo oriente si faceva più incalzante, il 1993 ed il mercato unico europeo si avvicinavano sempre più.
Il discorso di Romiti arrivava a nove anni dalla marcia dei 40 mila colletti bianchi, che aveva segnato la sconfitta del sindacato e della classe operaia. L'introduzione dell'automazione e di tecnologie labour saving aveva fatto scrivere a Marco Revelli che "era cominciata la transizione dal fordismo al postfordismo. Dovunque, i robot sostituivano gli operai nella saldatura e verniciatura. Tutte innovazioni che venivano incontro a richieste operaie di minor fatica, ma nella stesso tempo eliminavano luoghi di aggregazione operaia, erodevano e disgregavano, con la perentorietà dei processi di innovazione tecnologica, le radici di una tradizione e di una cultura industriali". Da parte del management "gli operai non erano più visti come un soggetto unitario, e perciò venivano considerati singolarmente a seconda delle loro attitudini e aspettative individuali".
Gia dai primi anni '80, inoltre, sul piano dell'elaborazione sociologica e della letteratura del pensiero organizzativo si considerava compiuto un passaggio: "da una lettura parziale ed angusta della condizione di lavoro intesa come variabile dipendente dell'organizzazione scientifica del lavoro (taylorismo e suoi sviluppi) si è passati ad un'attenzione certa ma comunque interessata agli aspetti psicologici e relazionali della condizione del lavoratore".
Le imprese statunitensi avevano cercato di riadattare il modello Toyota alle caratteristiche occidentali, la strategia di gestione delle risorse umane non parlava più di automazione (che la Fiat aveva introdotto nei suoi stabilimenti storici torinesi ma soprattutto negli impianti di Termoli e Cassino cercando di ovviare alle rigidità della fabbrica taylorista e portando alle estreme conseguenze il paradigma tecnocentrico, nell'"illusione pantecnologica" di economizzare in tempi, energie, scorte semplicemente sostituendo quel "lavoro vivo" turbolento e conflittuale con il lavoro morto oggettivato nelle macchine ) ma di reenginering. Spiega Christian Marazzi nel suo "Il posto dei calzini": "Traducibile col termine 'riconfigurazione' il reenginering consiste nella modificazione radicale del funzionamento di un'azienda spezzando l'organizzazione verticale ('deverticalizzazione') e applicando al massimo le nuove tecniche informatiche (sistemi esperti, videodischi, comunicazioni ecc.) che fino ad oggi ci si era accontentati di usare meccanicamente, senza cambiare le procedure".

2. La rivoluzione culturale
Romiti annuncia esplicitamente la necessità di una nuova filosofia produttiva: "quello che vi proponiamo è una rivoluzione, una rivoluzione culturale". Il discorso è tutto imperniato sul ruolo del lavoro vivo all'interno del processo produttivo, con tratti inquietanti. "Prima di costruire i prodotti bisogna che le aziende costruiscano gli uomini [...]. In una spirale che affianchi all'aspetto gerarchico, che c'è e deve rimanere, una fiducia reciproca. [...] Anche se noi volessimo continuare a comportarci come 10 o 20 anni fa questo non ci sarebbe più permesso dalla gente che lavora con noi, perché la gente è cambiata e noi dobbiamo adottare le tecniche e i metodi per tenerli vicino a noi, per coinvolgerli, per farne qualcosa che ottenga i risultati che vogliamo". Quei quadri intermedi che avevano portato la Fiat a superare le turbolenze interne della conflittualità e della disaffezione al lavoro adeguandosi alla fabbrica automatizzata ("le battaglia che abbiamo vinto, i risultati che abbiamo ottenuto, sono la condizione essenziale, necessaria", dice Romiti) ora sentono parlare l'amministratore delegato di un "nuovo modo di interpretare la disciplina e la gerarchia", di uso dell'intelligenza da parte dei lavoratori, di riscoperta della cooperazione in luogo dell'individualizzazione delle funzioni.
La "qualità totale" del discorso di Romiti viene messa in pratica nello stabilimento di Melfi, che entra in funzione nel settembre del 1993. Vincoli tecnologici e strutturali sul versante del capitale fisso e radicati schemi organizzativi dal punto di vista del capitale umano hanno portato a realizzare "ex novo" una fabbrica piuttosto che riconvertire gli stabilimenti preesistenti; "un potente impedimento immateriale inibisce la trasformazione radicale e rapida degli stabilimenti storici: la cultura fordista e le memorie collettive sedimentate nella forza-lavoro, tanto tra gli operai comuni quanto tra i capi ed i dirigenti" , un sistema così alternativo al taylorismo non poteva che insediarsi su un terreno vergine.
Primo, fondamentale, requisito dell'innovazione introdotta nello stabilimento di Melfi è la riduzione del time to market, il tempo occorrente dalla progettazione all'immissione sul mercato di un nuovo modello. Per capire l'importanza di questa innovazione torniamo alle parole di Cesare Romiti a Marentino: "Le aziende all'avanguardia nel mondo considerano il tempo una variabile importante almeno quanto il fatturato, i risultati economici, i problemi finanziari. Il tempo è anzi una condizione per il miglioramento di fatturato e risultati economici. Ma il sistema-tempo e la burocrazia sono due termini antitetici nel rapporto che il tempo ha con i miglioramenti economici". E' solo la riduzione del time to market che può risolvere la questione del rinnovo della gamma dei prodotti e del suo invecchiamento. Nel caso della Punto è stato di tre anni mentre nel recente passato era mediamente di 5-6 anni. Questo importante traguardo è stato raggiunto grazie alle metodologie progettuali giapponesi, in particolare la progettazione e l'ingegnerizzazione in parallelo (il simultaneous engineering).
Un altro fattore di innovazione attiene un classico quesito dell'organizzazione industriale, il make or buy: è "più redditizio, dal punto di vista dell'impresa, realizzare al proprio interno tutte le fasi del processo produttivo, oppure concentrarsi solo su alcune lavorazioni, affidando all'esterno (al mercato) lo svolgimento delle altre attività necessarie per la produzione"? L'esternalizzazione di alcune fasi del processo produttivo fa parte della di deverticalizzazione insita nel modello Toyota, è strettamente connessa con il principio del just in time, che prevede l'approvigionamento dei materiali da parte del fornitore esattamente nel momento in cui stanno per essere montati, in questo modo "i guasti le disfunzioni e gli sprechi hanno buone possibilità di essere eliminati e l'efficienza della produzione aumenta notevolmente".
Ma a Melfi il modello dell'impresa collegata in network coi propri fornitori presenta delle peculiarità. Innanzitutto la fabbrica è stata inserita in un contesto economico privo di piccola e media imprenditoria. L'outsourcing, quindi, è affidato a tradizionali fornitori Fiat del nord insediatisi a Melfi per l'occasione, anche se nel lungo periodo, attraverso le "economie di apprendimento", "è possibile che si creino iniziative locali indotte dalla presenza della grande industria automobilistica". I fornitori esterni sono posti in continuità fisica con i reparti di produzione. Tale contiguità è anche organizzativa: attraverso una strada lunga un chilometro e mezzo i reparti Fiat e quelli dei fornitorni di primo livello sono collegati "secondo il principio del flusso teso incentrato sulla costanza dei volumi di produzione in modo da assicurare una stabilità di commesse ai fornitori e una migliore ripartizione dei costi fissi" . I componenti all'entrata della fabbrica sono dotati di un'autocertificazione che garantisce la conformità agli standards prefissati, elimina i controlli di qualità e permette il convoglio delle parti direttamente al montaggio.

3. Fuga dal controllo e lotta per la dignità
La collocazione all'interno del recinto della grande fabbrica postfordista della rete dei fornitori incide in maniera considerevole sulla forma delle cooperazione sociale che si crea all'interno del distretto della fabbrica reticolare e sulle relazioni lavorative che si instaurano.
L'azienda centrale cerca di inglobare il distretto industriale, che i sociologi dell'organizzazione individuano come luogo privilegiato della cooperazione sociale, dell'interazione di saperi, un modello versatile e flessibile che rappresenta un vero e proprio "bacino di lavoro immateriale".
L'ambizione per nulla nascosta del management Fiat era quella di fare di Melfi una comunità integrata, in cui vigesse un codice di valori condiviso che garantisse intraprendenza, responsabilizzazione e flessibilità. "La Fiat si è posta l'obiettivo non solo di realizzare uno stabilimento, ma anche di produrre uno spazio interno ed esterno non conflittuale - appunto 'un prato verde' - adeguato alle esigenze dell'azienda. Ma un numero non piccolo - mille su settemila - ha lasciato l'azienda". Il 40 per cento di coloro che hanno lasciato lo stabilimento si è messo in proprio. La forma più palese di dissenso (per molti aspetti "impolitico") in questi primi dodici anni di fabbrica integrata è quindi la sottrazione, in luogo della richiesta di partecipazione del periodo fordista, dall'egemonia dell'impresa.
All'interno della logica gerarchica del fordismo si pensava di risolvere la questione della complessità dell'agire umano attraverso il controllo. È facile intuire che in un modello che richiede la messa al lavoro delle più intime capacità umane la risposta debba essere più articolata. Una delle innovazioni più sintomatiche della logica nuova che anima la Fiat è il fatto che a Melfi non esiste la palazzina dove hanno sede i "pensatoi", "i pensatori sono stati avvicinati al processo produttivo, cioè al luogo fisico dove si produce il valore aggiunto, mentre le tradizionali funzioni burocratiche sono state depotenziate ed integrate nell'unità di lavoro di base" .

Inoltre la figura fondamentale della produzione è il team (l'Ute: Unità tecnologica elementare), la linea di produzione viene divisa in tante parti e ad ognuna è assegnata un gruppo di lavoro. Ogni Ute è responsabile del segmento omogeneo di produzione che gli compete, opera come un team autosufficiente per le attività di prevenzione, regolazione delle macchine, interventi di processo, miglioramento e controllo continuo di qualità. Ogni gruppo periodicamente si sposta, in modo da conoscere tutto il processo produttivo e riuscire a perseguire il miglioramento continuo. La partecipazione al teamworking implica il fatto che "oltre che eseguire bisogna anche gestire la qualità, leggere, interpretare e trasmettere informazioni, possedere cioè le cosiddette capacità sociali di comunicare all'interno del gruppo organizzato a cui si fa capo".
Molte delle caratteristiche che legano l'impresa leader alle imprese fornitrici sono presenti anche nel rapporto tra Ute e management e costituiscono la base di un rapporto che unisce l'interdipendenza al consenso, l'autogoverno del processo produttivo all'introiezione degli scopi dell'impresa, l'essere soggetto e protagonista da parte dell'operaio ma all'interno di un rapporto di comunicazione "completamente predeterminato nel suo contenuto come nella sua forma". Le Ute sono percepite dagli stessi operai come "micro-imprese", con a capo un "mini-manager" (che nel caso di Melfi è nominato dal management, ma sovente è eletto dagli altri membri del team), in cui si "sviluppa una sorta di self-leadership, ossia di interiorizzazione delle motivazioni e delle modalità di controllo dello svolgimento produttivo".
Oltre alla riduzione dei costi delle attrezzature (i fornitori vanno a lavorare con i loro attrezzi personali), alla diminuizione del numero dei lavoratori dipendenti relativamente al numero dei lavoratori autonomi coordinati internamente, a un migliore coordinamento delle consegne just in time, l'organizzazione della fabbrica in cui l'outsourcing e internalizzato permette di coordinare spazialmente la cooperazione comunicativa necessaria ad effettuare i salti di produttività ed innovazione richiesti dalle dinamiche del mercato.
Nel Capitale Marx definisce la cooperazione come "la forma del lavoro di molte persone che prendono parte ad un medesimo processo produttivo o a processi differenti ma connessi, lavorando l'una vicina all'altra e l'una insieme all'altra secondo un piano". Come è noto, la centralità del concetto di cooperazione nel postfordismo va intesa in maniera differente dall'interpretazione marxista "classica", che vuole l'inizio del momento della cooperazione solo con il processo lavorativo, quando cioè i singoli operai non appartengono a sè stessi ma sono incorporati nel capitale: "la cooperazione stessa si presenta quale forma specifica del processo produttivo capitalistico in opposizione al processo produttivo dei singoli operai indipendenti o anche dei piccoli mastri artigiani", "la forza produttiva che sviluppa l'operaio come operaio sociale è forza produttiva del capitale".

Nei gruppi di lavoro di Melfi, come nel lavoro posfordista, la cooperazione si costituisce in forme immediatamente collettive e sociali e solo in un secondo momento si inscrive nella dinamica del processo produttivo. Ad un più alto livello di socializzazione mutano da un lato la qualità del lavoro vivo, dall'altro le strutture dell'organizzazione del lavoro e le modalità della direzione aziendale. Entrambi gli aspetti sono mortificati e rischiamo di rimanere mere enunciazioni formali senza che vengano affrontati i temi della forma compiutamente sociale della produzione e del modo in cui questa potenza diffusa viene governata.
E così, per più di dodici anni l'unica forma di dissenso al controllo, pervasivo e ossessivo, dell'azienda, è stata la fuga. "A dispetto delle letture tragicomiche, propinate da economisti, politici, sindacalisti 'sul mancato sviluppo del Sud' e sulla piaga della disoccupazione, dalla Fiat Melfi in sei anni sono uscite, per non farvi più ritorno, oltre 1800 persone su un organico di circa cinquemila dipendenti - ci spiega Elisabetta della Corte, sociologa, che ha studiato la fabbrica a lungo - Uomini e donne, diplomati, laureati, sposati, single, hanno rassegnato le dimissioni sottraendosi alla prospettiva di un rassicurante salario a vita. Una volta usciti, riscoprono i vecchi mestieri rivalutati alla luce dell'esperienza di fabbrica, se ne inventano di nuovi, si godono la vita in giro, oziano. Produttivi più di prima".
Inoltre, i segnali di malcontento arrivavano da forme striscianti di sabotaggio: di fronte alla continua "attenzione" richiesta dal management aziendale si sono moltiplicate centinaia di "distrazioni": il risultato sono migliaia di automobili che stazionano in fabbrica, al termine del ciclo produttivo ma "difettate", in attesa di essere riparate.
Poi, il conflitto social ein Lucania non si è espresso dentro i recinti della fabbrica integrata, ma nei blocchi stradali di Scanzano Jonico e di Rapolla. E lì, che gli operai della Fiat di Melfi e delle fabbriche dell'indotto hanno imparato che "si può lottare per difendere la propria dignità, come hanno speigato loro stessi".


28.4.2004

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Euromayday 2004

I precari danno I numeri

FlexWorkers United!

Precari cognitari/e d'Europa uniamoci! C'è un mondo di diritti per cui lottare! continuità di reddito, maternità e vacanze pagate, accesso a casa, amore e conoscenza: la cultura è libera condivisione, cooperiamo alla nuova scienza!


Il primo maggio a Milano e a Barcellona sarà l'Euromayday, dove gli Euroflex Workers d'Europa prendono parola, con una parade di 44 carri, e almeno 20 picchetti a centri commerciali e catene di distribuzione che hanno intenzione di rimanere aperte a Milano. Il rumore dell'Euromayday disturberà forse il concerto di san Giovanni, il rumore dello sciopero selvaggio batterà i tamburi della samba band che aprirà il lungo serpentone di precari.

Negli ultimi sei mesi abbiamo vissuto e partecipato, a Roma ma non solo, nei luoghi della produzione metropolitana a forme di resistenza, di sciopero, di comportamenti sul lavoro nuovi; conflitti che parlano nuove lingue nel produrre "discorso" sul mondo del lavoro e della precarietà.

Roma è una città complessa nei suoi territori, nelle speculazioni edilizie, nei settori dei servizi e attraversata da parte a parte dal mondo dell'università e della ricerca. In questa metropoli si muovono molteplici soggetti, a volte incrociandosi nella costruzione di percorsi di resistenza, di spinte autonome
e dal basso per sfidare i biopoteri.

Dai selvaggi ferrotranvieri e dal loro "20 dicembre" ai comitati utenti contenti, allo sciopero del biglietto; dai lavoratori di Alitalia che si rifiutano di prendere il "volo" della precarietà più spinta della ristrutturazione aziendale e dei suoi piani di rilancio aziendale; I ricercatori, borsisti, assistenti, docenti e studenti delle università hanno costruito rete contro il ddl Moratti mettendo al centro la questione dell'innovazione, del lavoro cognitivo, della produzione e riproduzione di saperi; I ricercatori dell'Istat, in grado di autorganizzarsi, sabotando l'uscita dei risultati pirata sulla ricchezza del paese, in grado di dire che è un falso l'inflazione, che è un falso il caro vita, e che gli italiani, in realtà, se la passano bene.
Altro che precarietà!

E nella piega della riproduzione sociale, dei bisogni, la questione della casa ha attaccato frontalmente i meccanismi finanziari della cartolarizzazione, della speculazione edilizia metropolitana, aprendo nuove linee alla cittadinanza e ai diritti. Dalla occupazione delle case alla costruzione di sportelli territoriali Roma vuole cambiare la geografia della precarietà abitativa.

Insomma molti soggetti, molte le esperienze che si sono date e che continuano a costruire rapporti di forza. Apparentemente realtà differenti, singolarità taglienti ma mute tra loro, in realtà hanno molto da dirsi. Tutte queste esperienze disegnano frammenti importanti di come oggi si organizzano i precog nelle città, come si localizzano, la loro autonomia, come prendono parola.
Tutte queste esperienze hanno un filo comune, una tensione comune che corre sulla lama della flessibilità, che si vuole offensiva, e non a sinonimo di disciplina alla precarietà.

Siamo stanchi dei sindacati dove il 53 per cento di iscritti sono pensionati!
Siamo metroradicali e vogliamo dire la nostra, ora!

Invitiamo tutt@, precar@, ricercator@, occupant@ di case, student@, lavorator@
co.co.co, lavorator@ a progetto, flessibili, cognitari a partecipare!

 

 

 

 

SudMayDay 04
il sud precario si ribella!

Alle precarie e ai precari,
a tutto l'attivismo sociale, sindacale, metropolitano,
agli insubordinati e ai parasubordinati,
ai milioni di migranti e ai milioni di manifestanti,
ai ciclisti della città e ai contorsionisti della flessibilità'

Precarietà flessibilità ed incertezza sono le caratteristiche fondamentali che questa società riserva a tutti noi : guerra permanente, terrore e stragi sono il presente rappresentato da Bush e da i suoi fedeli neoliberisti , Berlusconi in testa , che lo seguono in una guerra preventiva folle e sventurata, gli stessi che vogliono ridurre in servitù perenne i corpi e le vite delle persone che lavorano, a partire dalle donne, dai migranti, dai marginalizzati, dai più giovani, dai più deboli. La Guerra permanente e' la guerra che il capitalismo porta avanti quotidianamente nei nostri territori con la devastazione ambientale (ponte sullo stretto , inceneritori, discariche), con la precarizzazione e la riduzione dei diritti sindacali e politici, con i licenziamenti e la cassa-integrazione , con la repressione, con la caccia all'immigrato e l'intolleranza.

La funzione della precarietà , della flessibilità e dell'incertezza dei nuovi rapporti di lavoro, è quella di mettere la nuova generazione lavorativa in una condizione di competizione e guerra fra poveri tipica
dell'attuale fase del movimento dei lavoratori. La scomposizione e la parcellizzazione dei lavoratori porta con l'attuale legge 30 Biagi ad avere piu' di 40 tipologie di contratto iperflessibili, un requisito fondamentale per la riduzione dei diritti sindacali e la messa in discussione dei posti di lavoro esistenti.

Precarietà è la condizione in cui vivono non solo i disoccupati, i migranti, il nuovo precariato metropolitano, ma anche coloro che hanno seppur formalmente un lavoro ed un reddito.Caro vita e precarietà sono le uniche certezze portate dall'euro e dal governo Berlusconi. Dopo anni di
martellamento culturale, mirato ad eliminare le certezze e le pretese di diritti fondamentali per una vita dignitosa, ci hanno abituato ad essere flessibili, precari , senza diritti e tutele. Espressioni come :<<il posto fisso non esiste più>>, <<bisogna adattarsi alle esigenze del mercato>>, sono entrate a far parte del linguaggio comune.

In un contesto di precarizzazione generalizzato il Meridione rischia di diventare la pattumiera d'Italia, luogo privilegiato per discariche, termovalorizzatori per l'incenerimento dei rifiuti , disoccupazione endemica, laboratorio per le mille forme di precarietà del lavoro, per finanziamenti e sgravi massicci per le imprese che assumono solo con contratti a termine.
E' a questo Sud precario e flessibile che vogliamo dare voce visibilita' e protagonismo il 1 Maggio a Palermo, cominciando un percorso di collegamento e ricomposizione delle varie figure frammentate del precariato sociale meridionale, oggi quanto mai fondamentale per costruire l' opposizione sociale al neoliberismo al Sud.

Siamo precari, atipici, parasubordinati, interinali;
Siamo in formazione lavoro, a termine, a progetto, in apprendistato.
Siamo i disoccupati costretti a barcamenarsi tra i mille lavori a nero all'interno dei quartieri popolari stretti nella forbice criminalita'/disoccupazione.
Siamo i ricercatori dell'università, vero motore della ricerca e del sapere sociale, precarizzati ed umiliati dal DDL Moratti.
Siamo gli autoferrotranvieri che lottano per un reddito più dignitoso.
Siamo i migranti costretti al ricatto di un contratto di lavoro per entrare "legalmente" nel nostro paese e quando questo contratto è precario (nella quasi totalita' dei casi) sono soggetti alla paura di piombare nella clandestinità.
Siamo gli studenti costretti a studiare nelle scuole/università aziende fra meritocrazia , competizione e crediti.
Siamo in affitto e in scadenza.
Siamo messi in produzione nella totalità della nostra vita, le imprese ci sconvolgono i tempi, gli affetti, le relazioni. Lavoriamo di notte, nei giorni festivi, a pranzo, a cena e guai a chi alza la voce.
Siamo quei migliaia di posti di lavoro promessi da Berlusconi; ma con questi salari non possiamo neanche affittarci una casa e comprarci da mangiare.

COSTRUIAMO TUTTI INSIEME IL PRIMO MAGGIO DEI DISOCCUPATI, DEI PRECARI DI OGNI
GENERE E TIPO, DEI MIGRANTI , DEI CONTORSIONISTI DELLA FLESSIBILITA' UNA
MASSA ATIPICA, CHE ATTRAVERSERA' PALERMO, CAPITALE EUROPEA DELLA PRECARIETA'
E DISOCCUPAZIONE, E DARA' VISIBILITA' ALLE MILLE LOTTE CHE PORTIAMO AVANTI
NEI TERRITORI DEL MERIDIONE, CON UN'UNICA GRANDE VOCE.

Cub ; confederazione cobas; Rete per il Reddito Sociale e i Diritti; precarix ; Cobas Autoferrotranvieri;
csoa exkarcere; laboratorio Coska; laboratorio Zeta; Telefabbrica; gruppo media 324 (facolt' di scienze politiche); SOA2 autogestito (facolt' di architettura); box autogestiti (lettere e filosofia) ; attac, cyberzone; ciss ; cepes; Pdci; comitati siciliani contro il termovalorizzatore ; studenti autorganizzati del Benedetto Croce; Studenti del Basile; libreria libr'aria; altroquando Malox; associazione NoOronero; associazione RadioAut; coordinamento meridionale contro il ponte, csoa officina 99(na); csoa
asilopolitico(sa); Csoa A.Cartella(rc); CPO Experia(ct); CSA Auro(ct) ; P.A.N.C. la mangiatoia(rg) ; Collettivo 'TiroMancino'(ingegneria-ct) ; coordinamento dei collettivi studenteschi(ct); Attac(ct) ; Catania Social Forum; Laboratorio per l'autorganizzazione sociale(me); Collettivo 'Don Chisciotte'(rg); Coordinamento Zona Rossa(sr); comitato 25 aprile(sr) ;

Per info e adesioni : sudmayday004@libero.it *****3804286926 / 3396874537***

Pullman e partenze per raggiungere
la Sud May Day a Palermo:

NAPOLI: 3887460974.
SALERNO : 089/2751192 ' 3336101552.
CALABRIA: 3391039277.
MESSINA: 3476187677.
CATANIA: 3406166081.
SIRACUSA: 3475908533.

comunicate eventuali altre citta' da cui si organizzano partenze per Palermo
per la SUDMAYDAY.

 



 

CIÒ CHE CI UNISCE...

Quello che segue é il testo tradotto in italiano che in Francia hanno scritto insieme intermittenti dello spettacolo, ricercatori, disoccupati, precari, CGT etc...


Come in ogni settore della società, il lavoro di ricerca subisce una crescente precarizzazione: si tratta di un fenomeno strutturale, e niente affatto accidentale. Non bastano più gli almeno 20 anni di precarietà, tra la laurea e il post-doc, che precedono il riconoscimento del benché minimo statuto professionale: i contratti stabili sono ormai così rari che sempre più "ricercatori precari" alternano, o addirittura sommano, contratti a tempo determinato nel pubblico o nel privato, il sussidio di disoccupazione e il reddito minimo di inserimento (RMI). Quanto agli intermittenti dello spettacolo, che in troppi, si dice, approfittano del sussidio di disoccupazione, oltre un terzo di loro già non beneficiava più del regime speciale del sussidio, prima ancora che esso fosse riformato. Le riforme che colpiscono intermittenti e ricercatori, come tutte quelle attuali, istituiscono come unica possibilità di vita una precarietà senza diritti, sottomessi alle scelte dei datori di lavoro pubblici o privati. Oltre alla precarizzazione imposta alla nostra attività,denunciamo la distruzione dei diritti collettivi che ne garantiscono la libertà,proprio mentre i nostri sistemi di tutela del reddito nella discontinuità potrebbero suggerire altro.

ALL'ATTACCO
Scienza sotto controllo e cultura dell'eccezione
La distruzione dei diritti collettivi si accompagna ad una politica di controllo sui saperi. Tale controllo è diretto nel caso della ricerca, ove le direttive nazionali ed europee fissano l'orientamento della ricerca e in cui la specificità dei finanziamenti vieta ogni ricerca fondamentale che non sia giustificata mediaticamente o finanziariamente. Il rapporto Belloc, che ispira la riforma dello statuto dei docenti-ricercatori (che finora godevano di una certa libertà di ricerca, in cambio dell'obbligo di 192 ore di lezione all'anno), suggerisce di punire con ore di lezione supplementari le ricerche che non seguono gli orientamenti tematici predefiniti. Il controllo sul tempo e sulle attività accompagna il controllo sui saperi. La "tematizzazione" delle linee di ricerca adotta lo stesso sistema delle sovvenzioni dell'eccezione culturale. Si tratta di permettere la sopravvivenza di pochi "poli di eccellenza" ben controllati, al fianco di una ricerca e di una cultura direttamente spendibili sul mercato, attraverso gli orientamenti tematici imposti dallo Stato nel caso della ricerca pubblica, e le sovvenzioni discrezionali per la cultura. Noi rifiutiamo questa cosiddetta ricerca d'eccellenza tanto quanto questa cultura dell'eccezione. Rifiutiamo la scelta tra le leggi del mercato e l'eccellenza sotto controllo.

CAOS SOCIALE
Scelta di vita
Ciò che accomuna noi, ricercatori e intermittenti,oltrepassa la produzione del sapere e del sensibile. E' un particolare rapporto con il tempo, non riducibile a quello del lavoro (grazie ad uno statuto specifico per gli uni e ad un regime di sussidi per gli altri); sono le pratiche quotidiane, le forme dell'esistenza. Le riforme che ci colpiscono vogliono controllare la nostra produzione, ma anche le nostre temporalità,soggettività, scelte di vita. Esse segnano la fine di una certa apertura delle professioni "intellettuali", iniziata negli anni 70 con l'esplosione del numero di professori, ricercatori, artisti, giornalisti, fotografi etc. Mentre operano una selezione sui saperi, tali riforme selezionano gliindividui che hanno accesso alla formazione, agli strumenti di produzione e di diffusione, alla possibilità di esercitare tali attività. Intermittenti e ricercatori non vogliono solo difendere uno statuto, ma anche rivendicare la possibilità di produrre sensibile e conoscenza secondo le proprie temporalità, di poter scegliere i modi di esistenza e di cooperazione, la scelta di forme di vita, la scelta di preferire di no.

LIBERTÀ DI CIRCOLAZIONE
Apertura della scienza e accesso alla cultura come beni comuni
Le produzioni della mente umana costituiscono un bene comune dell'umanità. Il bene comune è ciò che produciamo tutti insieme, ciò che appartiene a tutti noi, ciò che nasce, vive e muore nella nostra quotidiana cooperazione. Ricercatori senza statuto, artisti con l'RMI, critici a cottimo, spettatori, studenti, pazienti e profani: le nostre mobilitazioni soggettive, intellettuali e affettive tessono il nostro immaginario sociale, i nostri saperi sensibili. Il tempo trascorso a ricercare, a sognare, a sperimentare, a non far nulla, a parlare, non appartiene ad artisti e ricercatori: è semplicemente dell'umanità; è parte della nostra intelligenza collettiva. In nome di tale intelligenza collettiva, di questo bene comune inalienabile, esigiamo una reale apertura della scienza sulla società ed allarghiamo la questione dell'accesso alla cultura. La questione della produzione e della circolazione dei beni comuni - conoscenza, cultura, informazione, salute, insegnamento - è una questione pubblica per eccellenza. Non riguarda solo coloro che li producono per mestiere, ma anche e soprattutto per i quali e grazie ai quali li produciamo.
Mentre le politiche di professionalizzazione oppongono il produttore al consumatore, noi affermiamo che tra ricercatore e contadino, tra malato e medico, tra spettatore e intermittente, come tra studente e professore, è possibile costruire rapporti di cooperazione e di coproduzione. I malati di AIDS ci hanno già mostrato come le ricerche sull'HIV non potevano fare a meno né della loro conoscenza né della loro collaborazione.
Le scelte politiche che riguardano insegnamento, cultura, ricerca e salute non riguardano solo le condizioni di lavoro, le retribuzioni di chi li produce, le conoscenze sviluppate, ma anche e soprattutto i fruitori, il loro diritto all'accesso e alla conoscenza, alla cultura, all'informazione, il costo che devono pagare per accedervi e i contenuti di ciò che imparano, guardano, ascoltano. E non possiamo nemmeno separare la produzione e la circolazione delle conoscenze dalla questione della distribuzione della ricchezza poiché, nelle nostre società, esse rappresentano strumenti di potere che decidono l'accesso o l'esclusione sia dai saperi che dalle ricchezze materiali. Un sociologo ci fa notare che "nel corso della vostra vita, trascorrete 33000 ore a scuola, 63000 al lavoro e 96000 davanti alla TV. Ciò significa che la speranza di vita guadagnata dopo l'apparizione della TV, la passerete davanti al televisore". E' positivo che il tempo di vita guadagnato grazie alla ricerca medica o alla riduzione del tempo di lavoro venga trascorso davanti a TF1? In realtà, è in gioco la soggettività individuale e collettiva, le forme di vita, i modi dello stare insieme.
Di fronte a questi nuovi dispositivi di controllo del nostro tempo, delle nostre soggettività, delle nostre vite, decidiamo d'ora in poi di opporre lotte trasversali, articolate da un comune rifiuto; realizziamo una contaminazione in cui si affermino, contro i loro deserti, i nostri mondi.

 

 

 

Ben venga maggio
DeriveApprodi - 28.4.2004

Nell’ultimo quarto di secolo si è consumata la crisi del nesso tra lavoro e cittadinanza, nelle forme in cui lo avevamo conosciuto nella parte centrale del Novecento. È sotto gli occhi di tutti che cosa questo ha in prima battuta significato: i migranti reclusi nei Cpt, o ipersfruttati nelle campagne meridionali così come nelle fabbrichette del nord-est, ci mostrano la faccia feroce della tanto decantata flessibilità. E ognuno di noi sa che questa faccia feroce non riguarda soltanto i migranti: dietro il mito di una cittadinanza leggera e appunto «flessibile», cornice formale al cui interno dovrebbe svolgersi la quotidiana «caccia» alle ricche opportunità offerte dal mercato, l’individualizzazione e la precarizzazione dei rapporti di lavoro hanno fatto riemergere, al cuore di questi ultimi, le logiche della subordinazione e dell’asservimento personale. Con una progressione a geometria variabile, a cui corrisponde una molteplicità di posizioni e di figure, queste logiche riguardano l’insieme del lavoro sociale.
Non che, negli anni del «fordismo», i rapporti di lavoro si fossero totalmente emancipati dalle logiche della subordinazione personale. Ma sotto l’incalzare delle lotte essi erano stati giuridicamente disseminati di diritti collettivi e di garanzie, ed era divenuto abituale considerare questi diritti e queste garanzie presupposto di una cittadinanza democratica. Non è buona cosa, tuttavia, guardare con nostalgia al «fordismo», immaginandolo come una sorta di «paradiso perduto». In primo luogo perché, così facendo, si perde di vista la radice soggettiva della crisi del nesso tra cittadinanza e lavoro che nell’orizzonte della produzione industriale di massa aveva preso forma. Dietro quella crisi ci sono i comportamenti politici e sociali di una composizione di classe determinata, attraverso cui si è espresso il rifiuto della disciplina del lavoro, di quello che si chiamava l’«ergastolo di fabbrica», nonché la scoperta dell’ambivalenza di un insieme di diritti che mentre assicuravano concrete garanzie mostravano anche il profilo beffardo del diritto alla catena – di montaggio e non soltanto.
Indietro non si torna, dunque. Pur contraddittoriamente, questa consapevolezza sta cominciando a vivere nei comportamenti e nelle lotte della moltitudine. Negli scioperi selvaggi dei precari di Fiumicino e degli autoferrotranvieri, che hanno finalmente rovesciato la flessibilità del lavoro in flessibilità del conflitto. Nelle pratiche di comunicazione autonoma del cognitariato metropolitano che si diffondono in una città come Milano, che della comunicazione ha fatto il fulcro della produzione di ricchezza: qui è la net economy, scoppiata negli indici di Borsa, a essere ribaltata nei corpi e sui carri della primaverile net parade. Ma la consapevolezza di cui parliamo vive anche nei blocchi di Scanzano e della Basilicata, dove il just in time della Fiat di Melfi, disertata da molte operaie e operai, si trasforma nel just in time della rivolta contro l'imposizione di un modello di sviluppo. E poi vive nella paradigmatica mobilità dei corpi migranti, che fuggono dall'imbrigliamento dei confini globali e della divisione internazionale del lavoro, come ci raccontano le mobilitazioni degli «illegali» di Mosca e dei «cancellati» dalla Slovenia.
Flessibilità, mobilità, innovazione, imprevedibilità, adattabilità, non serialità, singolarizzazione: questi e altri termini, che la costellazione concettuale del capitalismo «postfordista» ha scippato al vocabolario delle lotte, iniziano a descrivere nuovamente un insieme di comportamenti del lavoro vivo fattosi moltitudine. E minacciano così di inceppare gli stessi meccanismi della valorizzazione e del controllo. Le strade europee percorse dalla «MayDay Parade», cominciata ben prima di maggio e sulla cui durata occorre scommettere, fanno balenare, come cerchiamo di raccontare in queste pagine, una potente e preziosa allusione: l’immagine di singolarità irrappresentabili e al tempo stesso cooperanti nella costruzione del comune, come possibile risvolto sovversivo della «produzione flessibile».
Nulla di scontato, sia chiaro, nell’esito di questo processo. L’ambivalenza segna in profondità le forme di vita della moltitudine: l’opportunismo convive in esse con il conflitto, il cinismo con l’autovalorizzazione, gli intermittenti della guerra che si legano alla morte in Iraq con gli intermittenti dello spettacolo che in Francia affermano la propria vita in una creatività che non accetta più di essere merce.
Ecco allora che torna a porsi, come problema non aggirabile, quello delle forme organizzative. Abbiamo una sola certezza: quelle ereditate dal passato, dalla tradizione rivoluzionaria come da quella riformista, non funzionano più. I comportamenti e le lotte della moltitudine le eccedono strutturalmente: quando le usano con intelligente opportunismo assumono come dato di fatto il loro svuotamento. Davanti ai depositi degli autoferrotranvieri, o a Scanzano, ci siamo spesso chiesti come il movimento può interagire con l’insorgenza sociale, magari solo intuendo che si trattava di una domanda mal posta: perché quello è il movimento, il comune spazio di soggettivazione i cui perimetri vengono continuamente ecceduti e ridefiniti.
Piuttosto che domandarci come il presente può essere alla nostra altezza, dobbiamo dunque chiederci come noi possiamo essere all’altezza del presente. Il salto di prospettiva, segnato dalla materialità dei processi, è decisivo. Le tante pratiche della costellazione del movimento globale, ci indicano strade percorribili, all'altezza di una politica non nostalgica delle «sicurezze» offerte dallo Stato-nazione e dalla società-fabbrica. Ad esempio, riempiendo le università di seminari autogestiti e non solo di un massiccio rifiuto delle politiche europee dell’istruzione, le lotte dei precari della formazione in Italia e in Francia – poco importa se in modo ancora tenue e forse solo in controluce – alludono concretamente alla potenziale costruzione di forme di cooperazione alternativa qui e ora, non in un lontano futuro illuminato dal «sol dell'avvenire». Altro che il sinistro lamento sulla fuga dei cervelli che indebolisce la competitività del Paese; qui c'è da organizzare la nostra fuga dei cervelli dalle fabbriche della formazione e dalle gabbie dei saperi mercificati.
La discussione sulle nuove relazioni sociali e sui modelli organizzativi (come quella che attraversa la difficoltosa preparazione del prossimo European social forum di Londra) è immediatamente costruzione politica di un’alternativa radicale. La sperimentazione di organismi non rappresentativi del lavoro vivo contemporaneo, di autogoverno dei molti in quanto molti, può essere una prospettiva irriducibile tanto al feticcio della presa del potere statale, quanto al culto dello spontaneo germogliare di esperienze di autogestione. Il primo è destinato alla sconfitta, il secondo all'impotenza. Ciò di cui abbiamo bisogno è la costruzione di nuovi luoghi comuni: non solo luoghi di conflitto e rivendicazione, ma spazi aperti di soggettivazione, di sfera pubblica alternativa, embrioni di una cooperazione sociale radicalmente altra.
È possibile che i nomi attraverso cui questo problema è stato posto negli ultimi anni – dalle «Camere del lavoro del precariato sociale» agli stessi «Social forum» – siano ormai consunti: ma il problema resta quello decisivo a cui dobbiamo lavorare. Con la consapevolezza che, se non si può ripiegare sul passato, non si possono neppure imboccare illusorie scorciatoie «giuridiche». È la società stessa a essere cambiata, sono il lavoro e la cooperazione produttiva ad aver assunto figure nuove, a essersi fatti mutevoli e sfuggenti, a opporre una strutturale resistenza alla tradizionale grammatica dei diritti e delle tutele giuridiche. Non sarebbe buona cosa affidarsi alla cristallina purezza di queste ultime, né pare ragionevole confidare sulla presunta «ragionevolezza» di un’ipotesi universalistica di reddito di cittadinanza: il capitalismo, quello «postmoderno» non meno di quello moderno, a Napoli non meno che a New York, continua a fondarsi su un elemento di coercizione che ne perturba l’apparente razionalità. Per dirla con una battuta: quanti sono i lavori che nessuno di noi farebbe se non vi fosse costretto appunto dalla mancanza di reddito? Diretto o indiretto (in forma di servizi) che sia, il reddito bisogna conquistarlo.
La costruzione di organismi non rappresentativi non decreta una mitica autonomia del sociale nei confronti del sistema politico, pone anzi con forza, ma in forme affatto nuove, lo stesso problema del rapporto tra movimenti e istituzioni. Riqualificare la cittadinanza, reinventarla, significa oggi ripartire da un insieme di pratiche sociali e politiche del conflitto. Significa essere in grado approfittare «opportunisticamente» delle chance che queste pratiche riescono a determinare nella società e nelle istituzioni e di tenere aperti spazi di contestazione delle logiche paternalistiche (si presentino esse sotto le spoglie del familismo o della «carità pubblica» ai bisognosi) che a quelle chance di volta in volta si accompagnano. Proviamo a rovesciare la prospettiva: a immaginare le realizzazioni istituzionali come punto di partenza, e non come punto d’arrivo, dei movimenti sociali. Nella sua strutturale ambiguità, la legge regionale campana sul reddito sociale può essere una buona occasione per sperimentare questo rovesciamento. E la vittoria elettorale di Zapatero in Spagna, su un altro piano, ci parla della forza del movimento contro la guerra, della sua capacità di determinare bruscamente cambiamenti del quadro istituzionale, di costringere il governo prima ad annunciare e poi ad anticipare il ritiro delle truppe dall’Iraq, senza per questo firmare cambiali in bianco al partito socialista.
Questo giornale, nella pluralità dei punti di vista, delle reti, dei percorsi che lo hanno costruito, può forse dare un piccolo contributo per scompaginare le cristallizzazioni e le polarizzazioni che tanto appassionano il dibattito italiano: tra redditisti e salaristi, dipendentisti e indipendentisti, materialisti e immaterialisti, cognitaristi e manualisti, tipicisti e atipicisti... Non più assillati dalla ricerca del «soggetto centrale», nello sfumare della dialettica tra centri e periferie, ci proponiamo di agire dentro la composizione complessiva del lavoro vivo, sottoposta ad analoghi processi di precarizzazione e al contempo portatrice di potenzialità di trasformazione. Non per ricomporla in un’unità tanto mitologica quanto indifferenziata, ma per esaltarne le differenze nel comune, la costruzione di processi di autonoma cooperazione, contro le uniche garanzie che il capitalismo offre: quelle dello sfruttamento e della disgrazia del lavoro salariato.
In ciò, siamo ormai felicemente consapevoli che il nostro spazio di azione è globale e che l’Europa costituisce il più prossimo degli «spazi globali» in cui dobbiamo muoverci. Proprio nelle politiche europee, infatti, nell’imposizione di «obbiettivi» occupazionali definiti su base statistica e nella conseguente flessibilizzazione come strategia per simulare crescita dell’occupazione, i lati oscuri del «fordismo» e del «postfordismo» si coniugano in maniera paradigmatica. Questo giornale, al pari dell’«EuroMayDay», ci parla non solo di linee di tendenza comuni nelle politiche sul lavoro e sulla cittadinanza, ma finalmente di un lessico e di pratiche politiche comuni all’interno dei movimenti. Si tratta, allora, di continuare sulla strada imboccata: di dar corpo, insieme ad altre reti e ad altri soggetti, a un’ipotesi ambiziosa di una rete europea che si confronti al di là del giornale e della scadenza del Primo maggio. Coincidendo con quello che è stato definito come il «return to Europe» di dieci paesi, otto dei quali provengono dalla transizione post-comunista, il Primo maggio 2004 assume un significato particolare per chi, come noi, ha sempre contestato ogni perimetrazione istituzionalizzata della «vecchia Europa», così come di quella che si pretende «allargata».