Strumenti di laboratorio
8.2.2003
Premi Nobel e scienziati scenderanno in piazza il prossimo 12 febbraio in difesa di un sistema di ricerca pubblico che gli ultimi provvedimenti di Letizia Moratti privano di fondi e autonomie. Ma i più colpiti dalla riforma restano i ricercatori precari che animano i laboratori italiani, veri e propri lavoratori autonomi di seconda generazione
Andrea Capocci*
Il governo riforma gli enti di ricerca, affida il Consiglio Nazionale delle Ricerche a un commissario e taglia i fondi destinati ai laboratori. Ce n'è abbastanza perché gli scienziati scendano in piazza a difesa del sistema di ricerca pubblico. Ma i più agguerriti sono i ricercatori del Cnr e dell'Istituto Nazionale di Fisica della Materia (Infm), gli enti maggiormente coinvolti dai provvedimenti. Il Cnr si mobilita contro i tagli al fondo per la ricerca (2% quest'anno, il 10% nel 2004) e la riorganizzazione dell'ente, che sottrarrà la gestione agli scienziati e li lascerà in balia delle lobby imprenditoriali. Accusati di scarso collegamento con l'industria, gli scienziati Cnr rivendicano la loro autonomia e difendono la libertà della conoscenza. Di segno diverso è il malcontento all'Infm. Qui la protesta nasce dalla paura di perdere in efficienza manageriale con l'assorbimento da parte del Cnr e del suo apparato burocratico e amministrativo: nei suoi nove anni di vita l'Infm ha dimostrato di sfornare brevetti (una cinquantina finora, 13 lo scorso anno) senza i consigli degli imprenditori al governo. In altre parole, i dirigenti e i ricercatori dei due enti difendono due concezioni diverse di ricerca pubblica: gli uni rifiutano l'innovazione tecnologica al servizio esclusivo delle imprese, gli altri sostengono di saper applicare la tecnologia meglio delle imprese stesse. Ma tutti, nel Cnr come negli altri enti di ricerca, intendono continuare rifiutare ingerenze esterne. Questo è il messaggio comune ai numerosi appelli circolati in questi giorni nei laboratori non solo italiani, dato che i cervelli in fuga nostrani affollano i laboratori di tutto il mondo.Nel complesso, il movimento di protesta colpisce per il prestigio dei manifestanti: dopo l'esempio dei rettori (si dimisero contro i tagli ai fondi universitari), il 12 febbraio saranno premi Nobel e scienziati eccellentissimi a scendere in piazza. È assente, o è finora molto debole, la voce di coloro che pagheranno più caro il prezzo della riforma: l'esercito dei ricercatori precari che animano i laboratori italiani. I tagli dei finanziamenti ricadranno principalmente su di loro, dato che per licenziare un precario (e soprattutto una precaria) basta non rinnovargli il contratto. D'altronde, il governo ha scelto di risparmiare denaro tagliando i finanziamenti alla ricerca anche perché è più facile colpire laddove i lavoratori hanno meno garanzie. E oggi i ricercatori precari sono, nel pubblico impiego, tra i più deboli: basti pensare che il 71% dei ricercatori dell'Infm, elogiato dallo stesso governo come modello organizzativo, ha un contratto a termine della durata massima di quattro anni. E l'Infm non è certo un'eccezione: il precariato diffuso, che tocca anche brillantissimi quarantenni, dilaga in ogni istituto, università e centro di ricerca. Questa manodopera scientifica costituisce il vero capitale variabile della ricerca italiana, di facile eliminazione in periodi di vacche magre e, se tutto va bene, appeso a rinnovi annuali.
All'estero le cose non vanno meglio: tanto per dire, una commissione parlamentare inglese ha paragonato le condizioni dei post-doc (ricercatori precari tra i 30 e i 35 anni, in media) a quelle dei lavoratori di McDonald. Anzi, la figura del ricercatore assunto a tempo indeterminato è un'anomalia italiana. Nella maggior parte dei paesi occidentali, solo i professori universitari hanno posizioni permanenti. Per gli altri, soprattutto per gli stranieri, il destino riserva una successione di emigrazioni. Molti non fanno nemmeno in tempo ad imparare la lingua locale (il tedesco o l'olandese richiedono anni), che devono traslocare di nuovo. La situazione estera, peraltro, è ben nota a molti ricercatori italiani, costretti ad emigrare in paesi in cui l'industria assorbe più manodopera e nella ricerca scientifica c'è meno concorrenza.
Nei corridoi dei laboratori i ricercatori precari appoggiano le istanze dei professori in rivolta ma sanno che, comunque vada, difficilmente la loro situazione si stabilizzerà. Quando governava la sinistra, dicono, non era tanto diverso. Certo, se il governo taglia i fondi, molti dovranno cercarsi un lavoro o andare all'estero (per molti, si tratterà della seconda emigrazione), quindi ogni opposizione alla riforma è buona. Questi ricercatori sono paragonabili ai lavoratori autonomi «di seconda generazione» che emergono dalle analisi sociologiche del postfordismo: stessa miscela di autonomia e subordinazione, stessa capacità di adattamento ad un contesto variabile. L'università, trasformata in un mercato di crediti e debiti formativi, allena i futuri ricercatori ad uno stato di permanente instabilità professionale. Sarà difficile, per i professori ribelli, convincerli che questa ricerca pubblica meriti tanti rimpianti.
Anche sulle finalità del lavoro di ricerca, l'aggettivo «pubblico» sembra ormai fuori posto. Per la scarsità di risorse, e per l'internazionalizzazione della ricerca, l'indirizzo dei programmi scientifici è spesso subordinato al reperimento dei finanziamenti. Il criterio con cui si giudicano le ricerche è sempre più connesso all'applicazione tecnologica e commerciale delle scoperte. Meglio ancora, se ci scappa anche un brevetto. Anche nelle università italiane sono stati introdotti efficienti patent office, che premono sui ricercatori perché pongano un copyright sulle loro invenzioni. Come nelle imprese, i nostri ricercatori pubblici (i migliori, quelli sognati da Moratti) producono quindi conoscenza ad accesso limitato.
Se questo è il quadro, davvero c'è poco da difendere. Ma per trasformare questo movimento resistenziale in rivendicazione di diritti nuovi, adatti al nuovo status del ricercatore, serve che gli scienziati cessino di vedere se stessi come una casta separata dalla società e si collochino a fianco di altri soggetti sociali, toccati da simili problematiche. L'economia postfordista, in cui lavoro creativo ed esecutivo si confondono, ha diffuso la capacità di innovazione a tutti i livelli della società, dentro e fuori i laboratori scientifici. In questi ultimi due o tre anni si sono moltiplicate le battaglie nei luoghi del lavoro atipico, della New Economy, fino allo sciopero delle Tute Arancioni: in ognuna di queste vertenze si sono formulati diritti nuovi a difesa dei lavoratori precari (per i quali l'articolo 18 è una leggenda metropolitana), come la formazione permanente e il reddito di cittadinanza. La ricerca pubblica che si vuole difendere è compatibile con questi nuovi diritti?
«Pubblico» viene tradizionalmente associato a «statale». Adesso, quest'automatica associazione non è più possibile. La crisi e il disimpegno dello stato non sono dovuti alle politiche di questo o di quel governo, ma a mutamenti più profondi dell'assetto sociale, già ampiamente analizzati altrove. Non a caso, anche chi difende la ricerca pubblica si guarda bene dalle ingerenze dei governi, che sono pur sempre gli amministratori della cosa pubblica. L'Europa, che si sta imponendo nel campo della programmazione scientifica, è ancora priva delle strutture politiche necessarie a ristabilire un qualche senso comune di «Stato». È comprensibile, allora, che la società faccia fatica ad infiammarsi per difendere la ricerca scientifica, che costituisce un servizio pubblico al pari di pensioni e sanità. Eppure, gli scienziati che si oppongono alla riforma Moratti invocano la pubblicità della ricerca come un valore assoluto, profanato da ministri troppo disinvolti. Forse, occorre aggiornare la nozione di «sapere pubblico» per motivare l'opposizione a una riforma così nefasta.
Oggi la diffusione della conoscenza non è più solo una questione culturale. Perché la ricerca e le università tornino ad avere una funzione importante nella circolazione dei saperi, occorre tener conto dei mutamenti sociali avvenuti. Come abbiamo accennato, le conoscenze e i linguaggi (non solo le lingue) sono diventati una risorsa produttiva, un capitale che ogni lavoratore investe e a cui ha diritto. L'accesso libero e gratuito ai saperi è diventato un diritto sindacale dei nuovi lavoratori. Il diritto alla formazione permanente è infatti una tipica rivendicazione nelle vertenze che li coinvolgono, perché permette di fare fronte alla mobilità imposta del lavoro precario.
Altrettanto potrebbe succedere nei laboratori per quanto riguarda il sistema dei brevetti che, lungi dal costituire una panacea, è un vero attacco ai diritti dei ricercatori. Una scoperta scientifica, infatti, è il risultato di un processo collettivo che coinvolge tutta la comunità scientifica attraverso il dibattito e lo scambio di idee. Premiando il singolo scienziato, il brevetto snatura questo processo, scoraggia la circolazione delle idee e, paradossalmente, impedisce alla stessa comunità scientifica che ha prodotto l'invenzione di accedervi liberamente. Una comunità scientifica che produce idee per venderle al miglior offerente non svolge un servizio pubblico. Anzi, restringe i diritti della comunità cui appartiene. Invece, l'università e gli enti pubblici di ricerca potrebbero diventare un polo in cui le conoscenze circolino libere da copyright e siano alla portata di tutti: un parco tecnologico a cielo aperto grande come l'intera penisola.
Si obietterà che, senza l'incentivo dei brevetti, non ci sia progresso. Ma, come viene spesso raccontato nelle pagine di questo giornale, l'esperienza di settori importanti come l'informatica insegna semmai il contrario: si produce meglio innovazione senza brevetto, anzi, con un anti-brevetto, la Gnu Public Licence (Gpl) con cui oggi molti informatici proteggono le loro invenzioni dall'appropriazione commerciale. Molte imprese, Ibm in testa, stanno studiando il fenomeno del cosiddetto software libero per imparare questo nuovo modo di produzione immateriale. Fenomeni come questo dovrebbero essere studiati dai futuri dirigenti di un sistema di ricerca che si presume pubblico. Oltre alla produzione di software, infatti, in queste comunità informali si produce una partecipazione collettiva al processo di innovazione che i laboratori pubblici non sanno più creare.
Per fare un altro esempio, una delle più grandi imprese scientifiche dei nostri anni, il Progetto Genoma Umano, è stata realizzata anche grazie a programmi bio-informatici non brevettabili. Se fossero stati protetti da brevetti, molti ricercatori sarebbero stati esclusi da questo fondamentale filone di ricerca ed emarginati dalla ricerca internazionale. Invece, i biologi di tutto il mondo hanno potuto leggere, riprodurre e migliorare i risultati del Progetto, e rimanere sul mercato della conoscenza con un diritto in più. Un risultato che nessun sindacato avrebbe saputo ottenere.
Proprio imparando dall'informatica, gli enti pubblici di ricerca potrebbero ritagliarsi un ruolo centrale, se riuscissero ad importare questi nuovi modi di far circolare le conoscenze in discipline in cui dalla chiusura e dall'occultamento delle scoperte, il nostro sistema ha solo da perdere. Nel campo biotecnologico, ad esempio, sarebbe interessante sperimentare una ricerca più aperta di quella di stampo americano dominata dalla ricerca dei brevetti. Si potrebbe creare in Italia e in Europa un ambiente fertile per lo sviluppo di biotecnologie open source, ma per questo occorre sapersi reinventare.
Se i ricercatori trovassero nei laboratori italiani maggiori garanzie e se gli uffici brevetti dei centri di ricerca fossero riconvertiti alla protezione della conoscenza dal brevetto, la ricerca di stato acquisirebbe una funzione innovativa e pubblica non solo a parole. Inoltre, l'opposizione al governo Berlusconi troverebbe nuovi alleati, poiché altri soggetti, dai lavoratori atipici agli studenti e ai movimenti spontanei che si oppongono ai brevetti su farmaci e programmi, si schiererebbero con gli scienziati in opposizione alla riforma: la vertenza Cnr-Moratti assumerebe così un ruolo centrale nel dibattito politico di una società dell'informazione, postfordista, postindustriale, o più semplicemente matura.
8.2.2003
*del collettivo laser -www.e-laser.org