ISRAELE E I MEDIA

27.6.2002
John Pilger *

Traduzione di Eva Milan e Claudio Tullii

Se si apprendono le notizie solo dalla televisione, è possibile che non si abbia alcuna idea né delle radici del conflitto in Medio Oriente, né che i Palestinesi siano vittime di una occupazione militare illegale.

A maggio, il Glasgow University Media Group, distintosi per le sue analisi pionieristiche sui media, ha pubblicato uno studio sui reportage sul conflitto Israele/Palestina (www.gla.ac.uk/departments/sociology/Israel.pdf). Tale studio dovrebbe essere reso obbligatorio nelle scuole di giornalismo. La ricerca mostrava quanto l’insufficienza della comprensione del conflitto e delle sue origini da parte del pubblico fosse attribuibile ai programmi di news, specialmente televisivi.

Agli spettatori, sostiene lo studio, viene raramente raccontato che i palestinesi sono vittime di un’occupazione militare illegale. Il termine "territori occupati" non viene quasi mai spiegato. Infatti, solo il 9% dei giovani intervistati sa che gli israeliani sono occupanti e che i "coloni" sono israeliani. L’uso selettivo del linguaggio è importante. Lo studio ha rilevato che parole come "omicidio", "atrocità", "linciaggio" e "assassinio selvaggio a sangue freddo" vengono utilizzate solo per descrivere le morti israeliane. "Si può notare il grado con il quale un certo tipo di giornalismo assume la prospettiva israeliana" scrive il Prof. Greg Philo "se le affermazioni sono "riservate" e presentate come azioni palestinesi. Non viene riscontrato alcun servizio giornalistico che affermi che "l’attacco palestinese" fosse in risposta all’assassinio di coloro che resistono all’occupazione illegale israeliana.

Posto che la verità centrale del conflitto viene regolarmente oscurata, nessuno sembra sorprendersi. Generalmente, i programmi di news e attualità, semmai, ricordano agli spettatori che Israele si è stabilito in gran parte con la forza sul 78% della Palestina storica e, dal 1967, ha occupato illegalmente e imposto varie forme di dominio militare sul restante 22%. La "copertura" dei media ha, per lungo tempo, rovesciato i ruoli di oppressori e vittime. Gli israeliani non vengono mai chiamati terroristi. I corrispondenti che rompono questo tabù sono spesso minacciati con accuse di anti-semitismo – una squallida ironia, visto che anche i Palestinesi sono Semiti.

Avendo, tempo fa, riconosciuto il "diritto" di Israele a più dei 2/3 del loro paese, la leadership palestinese si è contorta su se stessa riguardo l’accordo sull’imbroglio dei piani, soprattutto americani, finalizzati a smentire la vera indipendenza e assicurare il duraturo potere e controllo di Israele. Fino ad oggi, questo è riportato acriticamente come il "progresso di pace". Quando i palestinesi hanno gridato "basta!" e inaugurato la seconda Intifada, armati per lo più con fionde, sono stati sottomessi da caccia con armi ad altà velocità e con carri armati e elicotteri Apache, forniti dagli Stati Uniti.

Ed ora, nella disperazione, che alcuni stanno trasformando in attacchi suicidi, i palestinesi appaiono nelle news solo come dinamitardi e rivoltosi, che, come la ricerca di Glasgow indica, "è, naturalmente, il punto di vista del governo israeliano". L’ultimo eufemismo, "incursione", è preso dal vocabolario delle menzogne coniate in Vietnam. Esso significa esseri umani che assaltano con carri armati e aerei. "Ciclo di violenza" è similare. Suggerisce , nel migliore dei casi, due parti uguali, mai che i palestinesi stiano resistendo alla violenta oppressione con la violenza. Un dispaccio di Channel 4, recentemente, ha "bilanciato" l’assalto israeliano al campo profughi di Jenin con un attacco palestinese ad una "colonia". Non c’è alcuna spiegazione che queste non siano colonie, ma fortezze illegali e armate, centrali nella politica di strategia imponente e di controllo militare.

Il 9 giugno, la serie "Corrispondent" della BBC diffuse un servizio circa il recente assedio della Chiesa della Natività a Betlemme. Questo è un esempio delle questioni identificate nella ricerca di Glasgow. Si trattava, in effetti, di un filmato di propaganda dell’occupazione israeliana mandato in onda dalla BBC. Era realizzato in co-produzione con un canale americano, e la lista dei produttori conteneva Israel Goldvicht, una compagnia di produzione israeliana.

Ciò che i registi avrebbero voluto far apparire è tentare di sfidare l’esercito israeliano che li aveva ingraziati. "Gli israeliani sono determinati a non danneggiare gli edifici", inizia il racconto della voce narrante. "La stampa internazionale è stata allontanata da Manger Square, ma ci è stato concesso di restare per osservare l’operazione israeliana…". Con questo "unico accesso" non spiegato agli spettatori, il film presenta il colonnello Lior come un bravo ragazzo, che garantisce "assistenza medica a chi ne ha bisogno", che manda un allegro saluto, con il cellulare, a un suo amico in Oxford Street, e che, come un qualsiasi ufficiale coloniale, parla a favore dei palestinesi.

"Killers" sono descritti dal colonnello senza essere provocato dal team della BBC/Israel Goldvicht. I palestinesi sono "terroristi" e "banditi", non coloro che resistono all’invasione della loro terra. Il diritto di Israele di "arrestare" i pacifisti stranieri non ha suscitato alcuna domanda alla BBC. Non un singolo palestinese è stato intervistato. Così come il sole si stende su questo bel profilo, l’ultima parola va al buon colonnello. La questione tra israeliani e palestinesi, egli dice, nasce da "punti di vista personali".

Non è proprio così. La brutale sottomissione dei palestinesi è, secondo qualsiasi interpretazione della legge, una epica ingiustizia, un crimine nel quale il colonnello gioca una parte principale. La BBC ha sempre fornito il meglio, i più sofisticati servizi di propaganda nel mondo, perché la questione della giustizia e dell’ingiustizia, del diritto e del torto, sono semplicemente usurpati entrambi dal "bilanciamento" o dalla sofisticheria liberale; uno è o "pro-Israele" o è "pro-Palestinaesi". Fiona Murch, la produttrice esecutiva di "Corrispondent" mi ha raccontato che la Israel Godvicht Production non avrebbe voluto tradire la "fiducia" dell’esercito israeliano che la produttrice ha chiamato reali questioni giornalistiche. Questa era il modo per passare l'ostacolo: una candida ammissione. "Stava rompendo uno stereotipo", ella disse. "Lui (il colonnello) era un uomo buono e decente". Disse che avrei dovuto vedere la prossime serie di "Corrispondent" nella quale ci sarebbero stati i palestinesi.

Penso che la produttrice stava tentando di far passare come "bilanciamento" per l’assedio di Betlemme un film che potrebbe essere scartato per bassa qualità, cercando di dimostrare che non fosse realizzato per complicità con un regime che usa differenze etniche per calpestare diritti umani, imprigionare gente senza portare una prova, e uccidere e torturare "sistematicamente" come sostiene Amnesty.

Goebbels avrebbe approvato.

* John Pilger è è un giornalista militante, vincitore di numerosi riconoscimenti, che gira anche documentari per la televisione. I suoi articoli vengono pubblicati in molti giornali e riviste come il Daily Mirror, The Guardian, The Independent, New Statesman, The New York Times, The Los Angeles Times, The Nation: New York, The Age: Melbourne, The Sydney Morning Herald, The Bulletin: Sydney, oltre a giornali e periodici francesi, italiani, scandinavi, canadesi e giapponesi. Il suo libro più recente è "Hidden Agendas" (1998).