Sparano sull'informazione per nascondere la verità

Intervista a Luigi Baldelli, fotografo dell'agenzia Grazia Neri, più volte inviato in zone di guerra, di recente in Afghanistan con Ettore Mo.

Altremappe: L'uccisione di Raffaele Ciriello a Ramallah, oltre a suscitare una reazione di grande indignazione dal punto di vista umano, ci fa pensare ad una situazione di gravissimo attacco all'informazione: cosa pensi di questo scenario che si prospetta sempre più pressante?

R: Io penso che sia evidente un attacco alla stampa: ovunque ci sia un 'fronte caldo' dietro la scusa di aver avvertito del pericolo credo ci siano dei segnali diretti e indiretti ai governi e alla stampa stessa nel fare pressioni per fare stare fuori la stampa e non avere rompiscatole fra i piedi. In particolare, per quello che è successo fra ieri e oggi (fra la serata del 12 marzo e la mattina del 13, ndr) a Ramallah è ancora più evidente: sparare per mezz'ora su un albergo dove si sa che ci sono giornalisti trovo che sia una cosa folle e direi quasi programmata, pensata e voluta. È come dare un messaggio esplicito di terrore proprio per suscitare la paura e l'intenzione di mandare via chi fa informazione. L'apice si è avuto questa mattina, quando sono andati a colpire un gruppo di giornalisti (uccidendone uno) per dare un segnale molto forte anche agli altri. Non dimentichiamoci che dopo la morte di Raffaele sono stati colpiti altri giornalisti francesi e inglesi, egiziani. Mi sembra proprio un tiro voluto alla stampa.

Altremappe: Cosa pensi, tu che sei stato anche recentemente in altre zone di guerra, del fatto che Israele impunemente attacchi la stampa pur essendo sotto i riflettori internazionali?

R: Questo è il segno proprio che loro contano sul fatto che non importa niente a nessuno. A monte c'è il presunto avvertimento sul fatto che la zona è pericolosa e quindi se non si vogliono correre rischi è meglio non andarci. Qualunque governo, avendo detto una cosa del genere se ne lava le mani. In realtà è diverso sapere che ci sono degli scontri fra soldati oppure semplicemente sapere di essere nel posto sbagliato, come cercano di farti credere. Questa penso sia la cosa più grave: se non c'è niente da nascondere si dovrebbe dire 'andate a documentare' , e invece la stampa non la vogliono e questo fa evidentemente pensare che ci sono delle cose che la stampa non deve vedere e non deve documentare.

In tutti i conflitti dopo la guerra del Golfo è successo questo: quella guerra è stato il massimo esempio di come la stampa non poteva muoversi e documentare. In Iugoslavia era difficile: potevi andare dove dicevano loro, non ti potevi muovere. In Afghanistan poter decidere di andare al fronte o da un'altra parte non è che era immediato: dovevi chiedere permessi giorni prima e poi andare a vedere se il permesso era stato dato, come se si stesse chiedendo l'elemosina, mediando in continuazione. Questo è un modo per controllare la stampa.

Un paese come Israele che dice di essere democratico ti permette (avvertendoti del pericolo) di andare dove vuoi e poi ti spara addosso: questo mi sembra assurdo. Se sei un paese libero e democratico proteggi la stampa.
Io Raffaele lo conoscevo bene, abbiamo passato due mesi insieme in Afghanistan, e mi dispiace tantissimo, ma sarebbe stato lo stesso per chiunque altro.

Altremappe: Cosa pensi del fatto che sono tanti i segnali che ci indicano una intimidazione complessiva all'informazione, sia a quella cosiddetta indipendente (nelle ultime settimane in Italia ci sono stati segnali preoccupanti in questo senso) e agli operatori che si spendono totalmente anche lavorando per quella cosiddetta ufficiale?

R: Anche se ovviamente non penso che vi sia un legame diretto fra le due cose, credo che sia certo che l'informazione dà fastidio. Perché siamo in un momento in cui gli avvenimenti si vogliono far passare per forza con un profilo basso, come se nulla stesse succedendo. La denuncia, qualunque essa sia, si cerca sempre di farla passare nella maniera più sminuita possibile. Credo che questo sia davvero un momento delicato, in cui muoversi diventa davvero più difficile.
In Israele credo che sia stato davvero il cercare di fare scoppiare un fatto soprattutto per quelli che verranno dopo: è vero che le notizie vengono fuori lo stesso, ma si tenta di arginare il più possibile mantenendo sotto un controllo più stretto chi opera in questo campo.
È chiaro che anche attraverso i corrispondenti locali le notizie possono uscire fuori lo stesso, ma c'è una differenza fra una notizia che viene da una fonte internazionale o da una fonte locale, per la risonanza che ha poi sulla stampa.
È per questo che non credo che quella di oggi sia stata una fatalità: la volontà di mettere paura alla stampa c'è. Non si è trattato di un fatto avvenuto durante un bombardamento o in un fuoco incrociato: avendo visto le immagini e sentito Amedeo (Ricucci, inviato di TV7 presente al momento dell'uccisione, ndr), non posso proprio pensare ad un errore fatale.

13.3.2002