Palestina, un nuovo apartheid
Intervista a Jeff Halper (a cura di A. Garusi, Missione Oggi)

Jeff Halper, urbanista israeliano e docente di antropologia all’Università Ben Gurion del Negev, coordina il Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi (Icahd).

“Che diavolo sta succedendo qui?” Chi urla queste parole in mezzo al rumore assordante delle ruspe e ai calcinacci che cadono tutt’intorno, è Jeff Halper. Ogni volta che un bulldozer israeliano comincia a radere al suolo un gruppo di case, un villaggio palestinese, il suo telefonino (+972-50-651425) immancabilmente squilla. Qualsiasi sia l’ora del giorno o della notte, lui si precipita. Barba corta, 56 anni ben portati, occhiali e una valigia strapiena di case. Si direbbe il classico professore. Di fatto, lo è: insegna antropologia all’Università “Ben Gurion” del Negev. Ma è anche il coordinatore del Comitato israeliano contro la demolizione delle case palestinesi (Icahd). Cresciuto negli anni 60, in un’America molto politicizzata, da 30 vive in Israele, dove lavora come “antropologo impegnato”. Quand’è sulle barricate, pensa ai libri che vorrebbe scrivere; quando sale in cattedra, lo fa con l’esperienza dell’uomo della strada. La professione, la vita privata, l’impegno sociale s’intersecano. Sono tutt’uno. Ecco, dunque, l’analisi di un israeliano che ama il suo paese e, proprio per questo, lo critica senza riserve. Una vita di sicuro non basterà a raggiungere la fine dell’occupazione, lo smantellamento delle colonie e la creazione di uno stato palestinese indipendente e sovrano accanto a quello di Israele. Tuttavia, Jeff Halper è fermamente convinto di lavorare in un solco. E di poter poi passare il testimone alle generazioni future.

Garusi: Attentati palestinesi da una parte, rappresaglie israeliane dall’altra. Il sangue continua a scorrere in Medio Oriente. Ma qualcosa sta cambiando?

Halper: Siamo in una situazione completamente diversa, rispetto ad un anno fa. Dopo la rioccupazione di parte della Cisgiordania, il massacro di Jenin e la rappresaglia su Nablus, il premier Sharon ritiene di essere ad una svolta: alla fine della guerra, alla sconfitta finale dei palestinesi. Adesso tutto è più difficile. E l’ipotesi stessa che possa esserci un giorno uno stato palestinese indipendente, appare più remota.

Garusi: Da marzo 2002 ad oggi, che cos’è successo nella West Bank e a Gaza?

Halper: La West Bank è stata totalmente distrutta: dalle infrastrutture (le banche, le anagrafi, ecc.) ai campi coltivati, alle case. Mentre Gaza resta intatta. Il governo israeliano vorrebbe spostare qui il “cuore” della Palestina; Sharon l’ha chiamata “il cestino dell’Amministrazione palestinese”. Di fatto, sarà la prigione dell’Olp. Nel frattempo, Gaza è stata suddivisa in tre cantoni; e la West Bank in otto, che possono essere però raggruppati fra loro in tre: il cantone nord sarà attorno a Nablus, circondato da un muro lungo 300 km, cioè tre volte quello di Berlino, il cui costo si aggira attorno ai 500 milioni di Euro; al centro ci sarà il cantone di Ramallah; il terzo, a sud, è quello Hebron (pure isolato). Oltretutto, dato che il Muro è stato costruito al di là della “linea verde” (ex linea armistiziale pre-67), 100mila palestinesi saranno condannati a vivere nella terra di nessuno, fra il Muro e la linea verde. Ripeto: sia il Likud che il partito laburista ritengono che il conflitto sia finito, e che a Jenin sia stato piegato lo spirito di resistenza palestinese. Grazie all’appoggio incondizionato del Congresso americano – ma anche grazie alla neutralizzazione delle Nazioni Unite e alla passività dell’Unione Europea – Israele è quindi riuscita nel suo intento: chiudere in isole i palestinesi.

Garusi: Si tratta di un processo del tutto irreversibile?

Halper: Tre fattori possono fare la differenza: la “strada palestinese” che è stanca e non sa quanto ancora potrà resistere, eppure non ha rinunciato alla lotta; il movimento pacifista israeliano, che è piccolo, ma determinato e lavora gomito a gomito con la controparte palestinese; ci siete voi, la società civile internazionale. Se la lotta dei palestinesi, diventa la vostra lotta – come la lotta dei neri sudafricani contro il regime bianco del presidente Botha smise, ad un certo punto, di essere una “questione locale” – allora un’inversione di tendenza diventerà possibile.

Garusi: Veniamo al suo impegno nell’Icahd. Perché la demolizione delle case è sempre stata (ed è tuttora) al centro del conflitto israelo-palestinese?

Halper: La demolizione delle case è una questione politica di fondamentale importanza. Come Icahd, stiamo lavorando su questo tema da almeno 6-7 anni; ma ogni volta che tentiamo di spostare la nostra attenzione altrove, ecco che – boom – un’altra demolizione ci fa tornare sui nostri passi. L’attacco al campo rifugiati di Jenin, con 9-10 bulldozer del tipo “D-9” (enormi, disegnati in modo che quando abbattono una casa, il conducente resta illeso), è stato esemplare: l’“eroe”, premiato con una medaglia dall’esercito israeliano, è appunto uno degli autisti, che per 75 ore ha guidato attraverso una zona densamente abitata, abbattendo tutto ciò che gli si presentava di fronte. Intervistato, ha detto di “non aver mai provato una felicità di quel genere”… Ora la politica è poi quella di demolire le case di persone accusate di terrorismo, o dei loro famigliari, quando non si tratta di lontani parenti. E ci si chiede appunto perché. Allora si comprende che tutto non iniziò nel ’67 con l’abbattimento di 9mila case, ma nel ’48, quando Israele demolì 418 villaggi palestinesi. Quindi la risposta non può essere soltanto politica, cioè finalizzata a confinare i palestinesi in alcune aree. Non può essere solo una punizione, o un deterrente nei confronti di attentati terroristici. Penso che la ragione profonda – ed è per questo che è così ricorrente – sta qui: Israele è impegnata in un processo di spostamento generale. Vuole dislocare tutti la popolazione palestinese e assicurarsi l’intero territorio, cosa che del resto ha già fatto. Vuole una situazione che sia irreversibile.

Garusi: Qual è il messaggio del bulldozer?

Halper: Il messaggio è: non c’è posto per te nell’intero paese. Se sei un rifugiato (e la maggior parte dei palestinesi nei Territori lo è) e se non puoi tornartene a casa perché la tua casa non esiste più, non ti consentiremo di trovare un altro luogo. Ecco perché la demolizione delle case continua ad essere al centro del conflitto: è il simbolo e, insieme, lo strumento della dislocazione dei palestinesi.

Garusi: Lei ha scritto che il bulldozer e il carro armato esprimono perfettamente la relazione di Israele con i palestinesi. Ci può spiegare meglio?

Halper: Sono complementari. Il carro armato è il simbolo della conquista: mira a sconfiggere i palestinesi in senso militare. Il bulldozer è ciò che viene dopo. Mentre il carro armato crea una situazione in cui l’altro è sconfitto, ma resta presente: può rialzarsi ancora; ci possono essere negoziazioni politiche... Nel caso del bulldozer, l’altro viene eliminato. La casa, il villaggio scompare. La possibilità di un ritorno scompare. Alla sconfitta rappresentata dal carro armato, dunque, segue sempre la dislocazione rappresentata dal bulldozer.

Garusi: David Grossman ci ha recentemente dichiarato: “Cerco di decodificare i segni di autodistruzione. Perché è questo che stiamo facendo: il nostro è un suicidio collettivo”. A suo giudizio, c’è qualcosa di irrisolto nella psiche collettiva israeliana?

Halper: È una domanda difficile. Ci sono centinaia di risposte possibili. Innanzitutto va ricordato che il sionismo iniziò nel XIX secolo, con l’insorgere del nazionalismo. Esso adottò un tipo di nazionalismo tribale dell’Europa dell’Est che, a differenza di quello occidentale, era esclusivo. Aveva un orientamento maggiormente statalista. Ciò che ha intrappolato Israele nella condizione odierna, è il fatto stesso di aver avanzato una richiesta esclusiva. Hanno detto: il paese è nostro. Nessun altro popolo ha il diritto di rivendicarlo. Gran parte di questa dinamica era dunque iniziata ben prima che gli ebrei mettessero piede in Israele. Secondariamente, gli israeliani non vedono se stessi come prigionieri di un meccanismo che li porterà all’autodistruzione. Se si guarda agli ultimi cent’anni di storia, sono andati di successo in successo. Da un’economia di villaggio e un territorio in mano agli arabi, si è passati ad uno stato ebraico, dove gli ebrei controllano il 94% delle terre, mentre gli arabi sono stati spinti nell’angolo. E in questo Israele non è solo: ha l’appoggio delle superpotenze, in primo luogo dell’Amministrazione americana. Non c’è niente che lo possa toccare: l’Europa di sicuro non avvierà azioni proprie, discordanti dalla linea statunitense. L’economia israeliana è tuttora fortissima: è tre volte quella dell’Egitto, Siria, Giordania, Palestina e Libano messe insieme. Certo, mi è difficile credere che l’occupazione possa avere la meglio. Che un popolo possa mantenerne un altro sottomesso per sempre. Non si può avere una società normale, sana, etica e, contemporaneamente, un’occupazione. Israele, in parte, crede di essere vittima; e, in parte, utilizza cinicamente questo concetto.

Garusi: In che senso?

Halper: Nel momento in cui gli ebrei si sentono “le vittime” per eccellenza, si pongono al di fuori di qualsiasi responsabilità. Il lato positivo dell’essere vittima, è infatti che uno può agire come gli pare. Perché “si sta solo difendendo”. Quando il campo rifugiati di Jenin è stato invaso, la lotta era impari fra uno degli eserciti più forti del mondo e dei poveracci. Eppure Israele ha visto sé stessa come “la vittima” del terrorismo palestinese. Una delle logiche conseguenze di questo è che la gente non riflette. E non può riflettere. Perché se lo facesse, vedrebbe tutta una serie di cose che non vuole vedere: il torto e la ragione non stanno al 100% da una parte sola. Se si apre una crepa ammettendo, ad esempio, che nel ‘48 gli israeliani ebbero un ruolo nel sorgere della “questione rifugiati”, l’intero castello di sabbia crollerebbe. >br>
Garusi: Come prevede che andranno le elezioni previste per il 28 gennaio?
Halper: Sharon succederà molto probabilmente a se stesso. Hanno voluto rompere il governo di unità nazionale per andare ad elezioni anticipate. Ma entrambi, il Likud come il partito laburista, hanno promesso di ritornare ad un governo di unità nazionale dopo le elezioni. Quindi, vedremo un governo molto simile a quello appena caduto. Anche se due terzi degli israeliani vogliono il Muro, la separazione, vogliono disfarsi dell’occupazione – la sentono come un Albatros attorno al proprio collo – nessuno glielo darà. E nell’assenza totale di leadership, di una soluzione politica (“perché i palestinesi non vogliono la pace”), la sola via è resistere, finché qualcosa, qualcuno irromperà sulla scena. Chiunque sia. C’è molto poco spazio anche solo per il dibattito in Israele. Non vogliono parlare di elezioni. Vogliono solo poter salire sul pullman la mattina, scendere la sera, andare al supermercato, comprarsi la cena e tornare a casa sani e salvi. Questo è tutto. Da una nazione che nel ‘48 aspirava ad essere “una luce per gli altri”, ci siamo ridotti in questo stato. Che è molto triste, ma è qui che ci ha condotti l’occupazione: al minimo delle nostre aspettative.

Garusi: E il nuovo leader dei laburisti, Amram Mizna?

Halper: È esattamente quello che vogliono gli israeliani. Quando ha annunciato la sua candidatura, c’è stato un grande entusiasmo. E lui si è assunto l’incarico dicendo: “Usciremo da questa dannata occupazione. Vi porterò alla pace. Ci sbarazzeremo degli insediamenti…”. La gente lo avrebbe seguito ciecamente. Ma poi si è rivelato un politico laburista grigio. Non ha un carisma, un programma. Certo, almeno è una faccia nuova. Ma non c’è alcuna possibilità che possa diventare premier.

Garusi: Ha mai pensato di lasciare Israele?

Halper: Venni in questo paese come parte di una ricerca identitaria. Ho lasciato per sempre gli Stati Uniti: davvero, non sento alcun senso di attaccamento. Vivo in Israele da trent’anni, ho una moglie, dei figli, ho un’intera vita qui. Anche se politicamente non sono contento, è comunque l’esistenza che ho costruito. E poi sarebbe il colmo che, proprio quando la lotta si fa più dura, decidessi di andarmene. L’impegno della mia vita perderebbe senso. Nel movimento dei diritti civili, uno è perfettamente consapevole che un’esistenza non basta: si lotta contro potentissime forze culturali, economiche e politiche. Si continua a lavorare, facendo il possibile. E poi si passa il testimone alla generazione futura. È questa la prospettiva che ho.

22.12.2002

(cura di Alessandra Garusi - MISSIONE OGGI)