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Con un'operazione condotta da agenti dell'Fbi, le autorità statunitensi hanno sequestrato presso gli uffici della società Rackspace a Londra l'hardware (in particolare gli hardisk) di Indymedia. Ciò ha comportato l'oscuramento dei nodi di 20 paesi: Amazonia, Uruguay, Andorra, Polonia, Massachusetts occidentale, Nizza, Nantes, Lilles, Marsiglia (tutta la Francia ), Euskal Herria (paese Basco), Liegi, Vlaanderen est, Antwerpen (tutto il Belgio), Belgrado, Portogallo, Praga, Galiza, Italia, Brasile, Regno unito parte del sito della Germania ed il sito della radio on-line di Indymedia.org.
Questo attacco non è isolato ma giunge dopo una serie di azioni condotte dall'Fbi contro Indymedia: in agosto i servizi segreti hanno cercato di oscurare Indy-New York prima della convention repubblicana, provando a sequestrare i logs da un provider internet negli Stati uniti e nei Paesi Bassi. In settembre la Commissione Federale per le Comunicazioni (Fcc) ha chiuso numerose radio comunitarie in tutti gli Stati uniti e, nello stesso mese, l' Fbi ha chiesto che Indymedia rimuovesse un messaggio su Nantes Imc che conteneva delle foto di alcuni agenti della polizia svizzera sotto copertura che “indagavano” sugli scontri al G8 del 2003. Altri attivisti di Imc Seattle sono stati visitati dall' Fbi per lo stesso motivo. Indymedia ed altre organizzazioni di media indipendenti sono state a lungo nel mirino dei servizi Usa per la vicenda della Diebold (compagnia che fornisce sistemi di votazione elettronica, coinvolta nei conteggi scandalo delle ultime elezioni Usa) e per effetto del "Patriot Act" (una legge che consente all'Fbi in nome della sicurezza nazionale e della lotta al terrorismo di monitorare sistematicamente, senza richiedere l'autorizzazione della magistratura, la corrispondenza ordinaria ed elettronica, la navigazione sul Web, e perquisire le case dei cittadini americani e non, negli Usa e all'estero). In questo quadro le autorità degli Stati uniti hanno deciso di chiudere decine di "Indymedia Center" in tutto il mondo.
Leggi il comunicato di Indymedia Italia
Nella tarda serata dell'8 ottobre le agenzie battono la notizia che Joe Parris, portavoce dell'Fbi, avrebbe affermato che il server anglo-americano che ospita i siti internet di Indymedia è stato chiuso dalla polizia federale statunitense su richiesta del governo svizzero e italiano.
''I reponsabili del ministero della Giustizia - ha aggiunto il portavoce - non hanno fatto altro che assolvere gli obblighi legali contenuti nel trattato di mutua assistenza”, il Mlat (Mutual Legal Assistance Treaty), che prevede che gli stati aderenti si assistano vicendevolmente durante le indagini per terrorismo internazionale, rapimenti e riciclaggio di denaro. Sono stati stilati oltre un quarto di secolo fa e progressivamente ratificati dai vari stati aderenti ma a partire dal varo del Patrioct Act essi sono divenuti un formidabile strumento di intervento per la polizia globale, libera, come in questo caso, di intervenire senza limiti di giurisdizione .
Un documento molto interessante sulla cyberwar
Leggi l'intervista al deputato dei verdi Mauro Bulgarelli
Le dichiarazioni di Parris sono state successivamente smentite da altri funzionari dell'Fbi, mentre si diffonde nella giornata di oggi, 9 ottobre, la notizia che il sequestro sarebbe conseguenza di una rogatoria internazionale scaturita dall'inchiesta del procuratore capo di Bologna, Enrico Di Nicola, che infatti afferma: "Non escludo che l'offuscamento del sito internet Indymedia sia stato eseguito in conseguenza della nostra inchiesta, anzi è probabile". Di Nicola, in sostanza, ha aperto da tempo un fascicolo contro ignoti con le ipotesi di reato di vilipendio della repubblica, delle istituzioni costituzionali e delle Forze Armate dopo la pubblicazione su Indymedia Italia di commenti “fortemente offensivi sui militari italiani impegnati in Iraq e sui carabinieri colpiti dall'attentato di Nassiriyah”. L'ipotesi di reato è quella contemplata dall'art. 290 del codice penale - vilipendio della Repubblica, delle istituzioni costituzionali e
delle Forze armate, come conferma lo stesso Di Nicola: "Stiamo procedendo con l'inchiesta che è stata affidata ad un sostituto. Ho disposto che si risalga in tutti i modi, anche per rogatoria attraverso stati esteri, ad identificare gli autori di cose che possono apparire banali o di poca importanza per un salto di qualità ed arrivare così ad una conclusione sostanziale". All'origine dell'inchiesta della Procura di Bologna vi sarebbe un'interpellanza del deputato di Alleanza Nazionale Mario Landolfi, che il venti novembre 2003, a pochi giorni dalla strage di Nassiriya, chiese al governo di chiudere il sito internet di Indymedia alla luce dei testi pubblicati sulla morte dei militari italiani. Quel giorno Landolfi illustro' in aula a Montecitorio una interpellanza ai ministri Gasparri e Castelli per chiedere al governo quali provvedimenti urgenti potesse prendere, anche tramite la polizia postale, per far cessare, ''immediatamente questa volgare ed infame aggressione nei confronti delle forze armate italiane non escludendo l'oscuramento del sito''. Landolfi definendo i contenuti del sito allora parlo' di ''espressioni di implicita condivisione e di adesione al vile agguato terroristico, di giudizi vergognosi, offensivi e infamanti, e comunque penalmente rilevanti nei confronti dei militari italiani impegnati in Iraq in una meritoria azione di pace''.
Leggi il testo dell'interpellanza di Landolfi e del dibattimento in aula
Per quanto riguarda il fronte svizzero, il procuratore di Ginevra Daniel Zappelli ha confermato oggi, 9 ottobre, l'apertura di un procedimento. ''Ho avviato un'inchiesta, ma non vi dirò nulla di più'', ha affermato il magistrato. Mercoledì scorso due ispettori ginevrini incaricati di far luce sui disordini avvenuti nel 2003 nel quadro del G8 hanno presentato denuncia contro ignoti dopo che le loro foto erano state pubblicate sul sito francese di Indymedia-Nantes. Zappelli non ha tuttavia voluto confermare se l'Fbi abbia agito su sua richiesta.
Dopo un'iniziale, sconcertante, silenzio, sono iniziate le reazioni, anche in sede “istituzionale”, all'operazione poliziesca contro Indymedia: tra queste, quella della Federazione internazionale dei giornalisti internazionale (Ifj, organizzazione che rappresenta piu' di 500 mila giornalisti in oltre cento Paesi), che ha stilato un comunicato nel quale si afferma che ''i metodi impiegati assomigliano a un tentativo di intimidazione'' La Federazione giornalistica chiede ''un'indagine'' sull'operazione di polizia che ha condotto alla chiusura di ''21 degli oltre 140 siti internet di Indymedia nel mondo''.
''Abbiamo assistito ad un'intollerabile e invasiva operazione internazionale di polizia contro una rete specializzata nel giornalismo indipendente'', afferma nella nota il segretario generale dalla Federazione, Aidan White. ''Il modo in cui si e' agito ha il sapore piu' dell'intimidazione contro una legittima inchiesta giornalistica che non della repressione di un crimine''.
L'Ifj afferma credere che il sequestro dei siti sia legato ad un caso di pubblicazione di documenti su presunte ''magagne'' nella progettazione del voto elettronico per le prossime elezioni Usa.
9.10.2004