Che
cosa vuol dire 'Inad'
Beit Jala ,
Cisgiordania, 26 Dicembre 2001.
Ci aggiriamo per le vie di questo villaggio Palestinese a maggioranza cristiana,
vicino a Betlemme , dove abbiamo trascorso il Natale.Il posto sembra carino,
ci arrampichiamo per salite un po’ “impegnative” per uno stato fisico non proprio
ottimale. Scorgo un portone con disegnata l’effige del “Che”: mi fa sentire
un po’ a casa…avvicinandomi noto la scritta “one was here”. Dietro, una macchia
rossiccia consumata dal tempo. Mi fa intuire che quel luogo è stato il teatro
di una delle tante tragedie consumatesi nella terra di Palestina. Tragedie che
vedono giovani cadere, vittime dell’assurda violenza di un’occupazione, quella
Israeliana, che calpesta quotidianamente la dignità dei Palestinesi. Avrei rivisto
quello stesso identico posto dalla poltrona di casa, un po’ di tempo più tardi.
Di nuovo giovani che affrontavano, con armi improbabili, un esercito tra i più
potenti, che combatte la sua guerra conto un popolo usando armi sofisticate
,contro le quali difficilmente si può combattere senza mettere in conto che
un martirio quasi certo. Ci spostiamo dal centro del villaggio e, ai confini
di questo, troviamo case distrutte, balconi diventati un ammasso di ferraglia
contorta e calcinacci. Finestre crivellate.
Davanti a molte di queste abitazioni sono stati messi sacchi di sabbia e lastre
d’acciaio che, se potranno qualcosa contro gli spari dei colono Israeliani dell’antistante
insediamento di Gilo (uno dei tanti insediamenti costruiti per “accerchiare”
Gerusalemme Est,la parte araba della città), a poco serviranno contro gli attacchi
portati avanti con elicotteri Apache, carri armati e bombardamenti con gli F16.
Tra questi edifici martoriati , tra questa “groviera” fatta di pietra, leggiamo
un’insegna: INAD. E’ un teatro.
Ne avevo già sentito parlare prima di venire in Palestina.
INAD è un teatro
frequentato da molti dei bambini dei villaggi Palestinesi delle vicinanze (oltre
Beit Jala, Beit Sahur, Betlemme, i bambini del campo profughi di Dheisheh) e
avevo visto una delle loro recite in una cassetta durante lo stage di formazione
per i volontari che sarebbero partiti. La recita in questione parlava dell’amore
tra due giovani Palestinesi , uno musulmano che si chiamava Ramadam ed una cristiana
il cui nome significava Natale. La storia di un paese in cui le differenze religiose
non sono motivo di conflitto: ci sono Palestinesi cristiani e musulmani e, a
Nablus , vive, in armonia con il resto della popolazione,anche la comunità degli
ebrei Smaritani.
Tutti uniti dalla stessa tragedia.
Entriamo nel
teatro che , nonostante sia stato bersagliato anch’esso dagli attacchi Israeliani
(la porta presenta numerosi fori di proiettile), è aperto e vi troviamo dentro
un gruppo di bambini che prova per una recita assieme a due insegnanti. Parliamo
un po’ con loro e ci spiegano l’attività del teatro,ci raccontano dei bombardamenti
che hanno rovinato anche le strutture di INAD che, quando piove , si allaga
e devono fare le prove con i calzoni arrotolati a mo’ di pescatore.
Ci mostrano i resti dei missili che sono penetrati nel locale. Ci fa un po’
impressione la cosa ma i ragazzini che stanno lì non perdono tanto tempo in
commiserazioni. Si rimettono subito a provare e ci chiedono se siamo interessati
a vedere il loro ultimo lavoro. L’idea ci piace e ci sediamo sul pavimento ,accanto
a noi una giornalista americana, anche lei capitata per caso in quel posto singolare…lo
spettacolo ha inizio!
Ci vuole poco a capire il significato di questa recita: è la storia di un re che vive da solo con sua figlia nella sua reggia in completa armonia. Improvvisamente appare un Drago che li disturba repentinamente nella loro stessa dimora. Il re chiede aiuto ai suoi 8 cugini (ONU? Lega Araba?) che gli dicono di avere pazienza, che il momento non è ancora quello giusto, ma che lo avrebbero aiutato.La storia va avanti per un po’:il Drago continua ad impazzare nella reggia e dell’aiuto dei cugini neanche l’ ombra. Alla fine il Re e la figlia si liberano del Drago insieme agli altri abitanti del castello da soli…a suon di pietre! Siamo molto divertiti da tutto ciò anche se dentro sentiamo che , al di là della sdrammatizzazione della situazione attraverso la sua evocazione metaforica, purtroppo ciò che ci è stato rappresentato è (a parte il lieto fine), in fondo, drammaticamente vero.
Mi chiedo come
trovino, questi ragazzini ed i loro istruttori, la forza, la fantasia, la vitalità
per portare avanti la loro attività nonostante tutto. Nonostante i bombardamenti,
nonostante i checkpoint che trasformano in un’odissea , talvolta dagli esiti
tragici, ogni spostamento.Nonostante i parenti, gli amici, i conoscenti morti,
nonostante le case demolite, nonostante le retate di massa con tanto di marchiatura,
nonostante la confisca delle loro terre e la rapina delle risorse naturali.
Nonostante tutto.
Poi mi spiegano che INAD in arabo significa testardo…ora mi è tutto più chiaro.
INAD ora mi appare esso stesso come una grande metafora. La metafora di persone che non si arrendono, che non abbassano la testa e costruiscono reti di solidarietà che nessun missile riuscirà mai a distruggere. Qualche giorno più tardi, mi ritrovo a precorrere dei sentieri di montagna pieni di fango , per poter uscire da Nablus , perché gli Israeliani hanno chiuso e /o distrutto le altre strade. Lì si incontrano molti Palestinesi che per percorrere quella strada portando le loro merci impiegano gli asini. Alcuni di loro, incontrandoc , ci dicono "guardate : gli Israeliani ci hanno costretto a tornare al medioevo".
Vedendo dall’alto
quel paesaggio popolato di uomini e donne costretti ad usare gli asini ed i
carretti per spostarsi , una giornalista che mi accompagnava osserva che questa
è la dimostrazione che quel popolo non sarà mai sconfitto. Niente lo ferma.
Neanche l’umiliazione di dover tornare al medioevo pur di non piegarsi all’
occupazione ,alla rapina delle sue risorse naturali ed alla confisca sistematica
delle sue terre. E già: proprio un popolo “testardo”, proprio un popolo "Inad".
RM 23/3/02 Marco Tullio Liuzza