Il convoglio della morte in Afghanistan
Le testimonianze e l'inchiesta su un omicidio di massa svelano in realtà un crimine di guerra. Gli Stati Uniti hanno delle responsabilità in una tale atrocità?
da NEWSWEEK, Aug.26, 2002
di Babak Dehghanpisheh, John Barry and Roy Gutman
Traduzione by Leo
Scavando nel paesaggio lunare di Dasht e Leili, un desolato massiccio collinare nel nord dell'Afghanistan, Bill Haglund ha rinvenuto alcune tracce sepolte nella sabbia grigio-beige. Grani di rosari. Un cappuccio di lana. Qualche scarpa. Quei resti, insieme alle tracce lasciate da un bulldozer, lasciavano intendere che Haglund avesse trovato ciò che stava cercando. Poco dopo sono spuntati una tibia umana, le ossa pelviche di tre corpi ed alcune costole.
individuare una fossa comune non è sempre facile, anche se un investigatore esperto conosce i segni da interpretare. "Bisogna cercare dei dislivelli nel terreno, delle differenze nella vegetazione, delle aree lavorate da macchinari" dice Bill Haglund, antropologo forense e pioniere dell'<archeologia dei diritti umani>. A Dasht -e Leili, a quindici minuti d'auto dalla prigione dell'Alleanza del Nord in Sheber-ghan, lo scavare di alcuni animali aveva fatto riaffiorare le prove. Alcune delle ossa rosicchiate erano vecchie e sbiancate, ma alcune provenivano da corpi seppelliti da così poco tempo che erano ancora ricoperte di tessuti. (...)
Haglund passò diverso tempo a Dasht e Leili A Gennaio, due investigatori del gruppo Fisici per i diritti umani di Boston, erano riusciti ad ottenere l'accesso alla vicina prigione di Sheberghan. Ciò che videro era scioccante. Più di tremila prigionieri Talebani, che si erano arresi alla vittoriosa Alleanza del nord dopo la caduta di Konduz alla fine di Novembre, erano ammassati in condizioni pessime in un complesso che ne doveva contenere 800. (...)
Storie di fosse comuni
Ma dai prigionieri arrivavano storie ancora più terribili. Per quanto disperate fossero le loro condizioni, loro erano stati i più fortunati. Erano vivi. Raccontavano che centinaia di loro compagni erano stati uccisi durante il viaggio da Konduz a Shebergan, lasciati ad asfissiare nei container dove erano ammassati. Alcuni volontari locali e degli ufficiali afgani confermarono con certezza di aver sentito storie simili. Confermavano, inoltre, alcune voci insistenti sul seppellimento di molti dei cadaveri in fosse comuni a Dasht-e Leili. (...)
Quanti sono i sepolti a Dasht e Leili? Haglund evita speculazioni. "Tutto ciò che sappiamo è che il sito è molto esteso", commenta un ufficiale dell'Onu addetto alle investigazioni," e che c'era un'alta densità di corpi nel settore analizzato". Altre fonti che hanno indagato sulle uccisioni non sono affatto sorprese.
"Sono in grado di sostenere che più di mille persone sono morte nei container", dice Aziz ur Rahman Razekh, direttore dell'Associazione Afgana per i diritti umani. Le indagini svolte da Newsweek, intervistando prigionieri, autisti dei camion, miliziani afgani e abitanti dei villaggi local - compresi alcuni sopravvissuti che sono rimasti in vita leccando e mordicchiando l'uno la pelle dell'altro - suggeriscono parimenti che diverse centinaia di persone sono morte.
I morti di Dasht -e Leili - e l'orrenda fine riservata loro - sono uno dei piccoli sporchi segreti della guerra in Afghanistan. L'episodio è qualcosa in più dell'ennesima atrocità in un paese che ne ha visto molte. Queste morti segnalano un problema che l'America dovrà affrontare se sceglie di continuare a combattere delle guerre per interposto esercito, come gli Usa hanno fatto in Afghanistan, utilizzando piccoli nuclei di Forze Speciali americane a coordinare la copertura aerea in supporto di combattenti locali sul campo. Inoltre viene sollevato il problema della responsabilità americana sulla condotta dei loro alleati qualora questi trovino sconveniente applicare le garanzie previste dalla convenzione di Ginevra. Il vantaggio di combattere una guerra d'appoggio logistico in Afghanistan è stato lo spargimento pressoché nullo di sangue americano. Il costo individuato dalle indagini di Newsweek riguarda il fatto che le forze americane hanno cooperato intensamente con degli "alleati" le cui azioni si configurano perfettamente come crimini di guerra.
False dichiarazioni
Niente di quanto appreso da Newsweek lascia intendere che le forze Americane sapessero preventivamente delle uccisioni, né che avessero visto mentre i prigionieri venivano ammassati nei camion o che fossero in grado di evitarlo. Si trovavano nei pressi della prigione quando i containers arrivarono a destinazione, ma probabilmente non quando furono aperti. Il gruppetto delle Forze Speciali, era concentrato al momento sulla sicurezza della prigione, per prevenire delle rivolte simili al sanguinoso tentativo di fuga avvenuto giorni prima nel forte di Qala Jangi. I soldati avevano certamente sentito parlare di morti nei container, ma le avranno ritenute voci esagerate. Oppure potrebbero aver creduto che i morti erano delle semplici perdite, o ancora dei prigionieri feriti che, tra migliaia di loro commilitoni, non erano semplicemente sopravvissuti al travagliato viaggio dal luogo in cui si erano arresi alla prigione.
Ma è anche vero che i portavoce del Pentagono si sono dimostrati evasivi quando l'argomento è stato loro presentato. Ufficiali di diverso grado nell'amministrazione non hanno risposto alle ripetute domande di Newsweek su un resoconto dettagliato delle attività americane a Konduz, Mazar e Sharif e Shebergan nel periodo in questione, ed i portavoce del dipartimento della Difesa hanno più volte dichiarato il falso.
Ma si possono sollevare dubbi anche sulla condotta delle organizzazioni internazionali. Quanto seriamente l'Onu ha cercato di scoprire quanto avvenuto a Shebergan? Le testimonianze delle atrocità commesse arrivano in un momento in cui la comunità internazionale sta disperatamente cercando di portare stabilità in Afghanistan. Ufficiali ben disposti potrebbero avere il timore che delle investigazioni approfondite diano il via a nuovi massacri in Afghanistan. Ne varrebbe la pena? Un memorandum confidenziale delle Nazioni Unite, parte del quale è stato visionato da Newsweek, ammette che i ritrovamenti nelle fosse di Dasht -e Leili bastano a giustificare una indagine intensiva. Dice inoltre che "basandosi sulle informazioni raccolte" il sito contiene "corpi di prigionieri"di guerra talebani morti per asfissia durante il trasferimento da Konduz a Shebergan." Un testimone citato nel rapporto stima il numero dei morti su 960 unità. (...)
Il coinvolgimento degli Usa
La stretta collaborazione dei soldati americani con il generale Dostum rende l'inchiesta ancora più delicata. "L'argomento che nessuno vuole affrontare è il coinvolgimento di reparti americani" dice Jennifer Leaning, professoressa dell' Harvard School of Public Health ed una dei due Fisici per i Diritti Umani che si erano spinti fino a Sheberghan. "Le forze Usa erano in zona in quel periodo. Cosa sapevano gli Usa, e da quando? E cosa è stato fatto in proposito?"
Le forze talebane e di Al Qaeda a Konduz si erano arrese in una modalità negoziata, grazie ad un accordo dopo due giorni di trattative. Stando a Shams-ul-Haq (Shamuk) Naseri, un ufficiale di medio rango dell'alleanza del Nord che era presente, i negoziati si tennero alla presenza di tre membri dell'intelligence americana e di una dozzina di membri delle Forze Speciali. I comandanti dell'Alleanza del Nord, compreso il generale Dostum, avevano acconsentito a delle condizioni relativamente generose. I combattenti afgani sarebbero potuti tornare ai loro villaggi. Anche la maggior parte dei Pakistani sarebbe potuta tornare a casa dopo che gli Americani li avessero interrogati alla ricerca di sospetti operativi di Al Qaeda. Gli Arabi ed altri combattenti stranieri sarebbero stati consegnati all'Onu o a qualche altra organizzazione internazionale. (...)
Forza credibile
Dostum ed un altro comandate dell'Alleanza del Nord, Atta Mohammed, si trovavano a Yerganak per assistere alla resa. Così come dozzine di membri delle forze speciali americane, secondo quanto riportato da partecipanti ai colloqui sia afgani che americani. Alcune delle squadre speciali scorazzavano in giro su dei quadricicli. Lo stesso Dostum fu ripreso mentre si divertiva a farsi portare in giro su uno dei mezzi. Gli americani fornirono il grosso delle provviste e dell'acqua per i prigionieri. Ma erano lì principalmente per mostrare un credibile spiegamento di forze, un messaggio che era sottolineato dalla frequente apparizione di bombardieri USA sui cieli sovrastanti.
Nello stesso periodo, i soldati della milizia di Dostum giunti in un deposito di container alla periferia di Mazar- e Sharif, circa 100 miglia ad ovest, ingaggiarono come autista un uomo di circa 40 anni che chiameremo Mohammed. (Newsweek ha cambiato molti dei nomi dei testimoni per ridurre il rischio di ritorsioni). Mohammed fu avvertito che il suo camion serviva a trasportare dei prigionieri talebani alla prigione di Shebergan. Li avrebbe dovuti caricare quella sera presso il vecchio forte di Qala Zeini, situato sulla strada tra Mazar- e Sharif e Shebarghan. La strada passa in effetti da dentro il forte, un cancello per entrare e uno per uscire.
Mohammed giunse a Qala Zeini verso le 7 di quella sera. Diversi altri camion con dei container erano in sosta nel forte. C'erano anche 150 soldati, tutti afgani. Verso le 9 i prigionieri, un misto di Afgani, Pakistani, Arabi e Ceceni, arrivarono da Yerganak su dei camion aperti. I soldati li fecero scendere e li spogliarono dei loro turbanti, cappelli e abiti. Quindi li ammassarono nei container, fino a duecento per camion. I prigionieri si accorsero che non sarebbero arrivati a casa come promesso. "Maledetto Shamuk Nasseri" ricorda di aver sentito gridare uno degli autisti "ci ha traditi". Le porte dei container furono sigillate. (...)
Alle 11 di mattina del 29 Novembre, secondo l'autista Mohammed, un convoglio di 13 camion partì da Qala Zeini. Dei soldati sedevano in cabina con ogni autista. Uno degli autisti che chiameremo Ghassan, che aveva prelevato il suo carico umano vicino ad un ponte di cemento 31 miglia ad ovest di Mazar -e Sharif, era in movimento nello stesso momento. Ricorda che alcuni prigionieri nel suo container erano ancora vivi, e battevano sulle pareti del container. "Vogliono solo acqua ", "continua a guidare" gli fu ordinato.
Arrivati alla prigione di Sheberghan molti camion erano avvolti da uno strano silenzio. Mohammed era alla guida del secondo mezzo del convoglio, ma scese dalla sua cabina e entrò nel cortile della prigione mentre il primo camion veniva aperto. Dei circa duecento che erano stati caricati nel container sigillato solo 24 ore prima, non era sopravvissuto nessuno "Hanno aperto le porte e sono caduti fuori come dei pesci" dice Mohammed "i loro vestiti erano strappati e bagnati"
Mohammed sostiene che tutti i 176 prigionieri del suo camion sono sopravvissuti perché lui, contravvenendo agli ordini, aveva praticato dei buchi nelle pareti, (ci sono altre testimonianze a conferma), Lui ed altri sostengono anche che non ci fossero americani al momento dell'apertura dei container.
750 $ per una presa d'aria
Il giorno successivo, il 30 novembre, un nuovo convoglio di sette camion giunse a Sheberghan. Il giorno dopo, 1 dicembre, un terzo convoglio sempre di sette camion. Newsweek ha rintracciato alcuni degli autisti di questi convogli successivi. I loro resoconti parlano di molti morti in ognuno dei container. Ma non in tutti. I prigionieri di uno dei container avevano passato all'autista 45000 rupie pakistane (circa 750$) da una fessura del pavimento per convincerlo a forare le pareti e spruzzare dell'acqua con un tubo. Tutti e 150 i prigionieri sono sopravvissuti. In almeno uno dei container i prigionieri stessi sono riusciti a bucare il pavimento di legno, sopravvivendo tutti. (...)
Gli autisti sono rimasti sconvolti da ciò a cui hanno preso parte. "Perché non c'erano quelli delle Nazioni Unite a vedere quei corpi?" si domanda uno di loro "perché nulla è stato fatto?" Un altro degli autisti tremava senza controllo durante l'intervista con Newsweek.
I convogli dei morti e dei morenti, più molti altri carichi di prigionieri vivi, dovevano essere arrivati a Sheberghan da almeno 10 giorni. Gli occhi dei curiosi erano tenuti alla larga. Il 19 novembre la Croce rossa, avendo appreso dell'arrivo dei prigionieri da Konduz fece richiesta per entrare a Sheberghan. L'ufficiale di Dostum a capo della prigione garantì che l'accesso in 24 ore. Ma fino al 10 dicembre alla Croce Rossa fu in effetti negato di entrare nella prigione. A quel punto la maggior parte dei corpi probabilmente erano stati seppelliti.
Numerosi testimoni presso il luogo di sepoltura hanno parlato di strane attività. Il villaggio di Lab- e Jar si trova circa un miglio ad est della fossa comune. Per diverse notti nella prima metà di novembre, i soldati di Dostum hanno impedito agli abitanti di lasciare le loro case e molti di loro sono troppo spaventati per parlare. (...)
Ma Newsweek ha trovato qualcuno che è riuscito ha raccontare quanto ha visto. Un uomo di 49 anni sostiene che intorno alla prima settimana di Dicembre i soldati di Dostum hanno bloccato l'accesso alla pista che attraversa Dasht e Leili per diversi giorni. "Né macchine, né carretti, è stato negato l'accesso alla strada perfino ai pedoni" ci dice. Sostiene inoltre di aver visto quattro o cinque camion vicino alla fossa. Quando gli investigatori dell'Onu hanno parlato con la gente di Lab-e Jar a maggio, due abitanti hanno raccontato di aver visto dei bulldozer all'opera sul sito intorno alla metà di dicembre.
Interrogando i sopravvissuti
Un insieme sempre più vasto di organizzazioni e individui sanno, per sommi capi, cosa è successo dopo la caduta di Konduz. La Croce rossa ha interrogato i sopravvissuti e stilato un rapporto sugli eventi; degli alti ufficiali si sono incontrati presso il quartier generale della Croce rossa a Ginevra per discutere, inutilmente, sul da farsi. Un paio di investigatori erano presenti quando Haglund stava scavando il settore di prova nel sito di Dasht- e Leili.
Anche loro, dopo aver interrogato dei testimoni della zona, hanno compilato un rapporto. Anche due strutture delle Nazioni Unite - la Missione di Assistenza per l'Afghanistan e l'Alto commissariato ONU per i diritti umani - hanno riflettuto sulle azioni da intraprendere."Bisogna capire che qui si sta trattando con un tema potenzialmente esplosivo" dice un funzionario della Croce rossa in Afghanistan, spiegando la sua esitazione di fronte al problema. Fino a questo punto, comunque, l'esercito Americano non ha condotto un'indagine completa, e né ha chiesto di partecipare ad altre indagini già avviate. Fonti Onu affermano che le loro ricerche non hanno riguardato le forze USA. Pubblicamente, il Pentagono ha mantenuto le distanze. Alla fine di Gennaio dei funzionari del Dipartimento della Difesa furono avvisati (dai fisici per i diritti umani-PHR-) della scoperta di quella che sembrava essere una recente fossa comune. Verso la fine di febbraio, ufficiali del Pentagono e del Dipartimento di Stato hanno ricevuto delle copie confidenziali del primo rapporto formale compilato da Haglund e dai suoi colleghi del PHR.
Nonostante ciò dal Pentagono è stato confermato che il Comando centrale ha svolto delle indagini ed ha concluso che le truppe americane non sono a conoscenza di simili uccisioni.
In giugno il portavoce del Dipartimento della Difesa, il Tenente Colonnello Dave Lapan, ha affermato che il comando centrale aveva interrogato individualmente le truppe in Afghanistan "diversi mesi fa": "Il Comando Centrale ha indagato e non ha trovato alcuna prova relativa a partecipazione, conoscenza o presenza. I nostri ragazzi non erano lì, non hanno visto e non sapevano nulla di tutto ciò - ammesso che qualcosa di simile sia accaduto". Un comunicato del Dipartimento della difesa della settimana successiva era altrettanto risoluto: "Non c'erano truppe USA nelle vicinanze del sito a Novembre. Le truppe USA erano presenti nel periodo dicembre/gennaio quando le fosse comuni sono state scoperte."
Ma tutto ciò è vero? L'unità americana coinvolta direttamente era la squadra A595, appartente al Quinto Gruppo Forze Speciali basato a Fort Campbell, Ky. Il comandante della dozzina di uomini del 595 era il capitano Mark D. Nutsch. (...)
Il compito della 595
Le forze speciali A erano le truppe d'impatto nell'offensiva Usa contro i talebani. Rappresentavano il collegamento cruciale tra le milizie dell'Alleanza del Nord a terra e la potenza di fuoco americana nei cieli. Ogni squadra A nella campagna afghana aveva al suo fianco almeno un soldato delle Operazioni Speciali dell'aviazione chiamato controllore del combattimento aereo. Le forze talebane sono state distrutte proprio dai bombardamenti di precisione coordinati da questi C.A.C. Ogni squadra A era assegnata ad uno specifico comandante locale, nel caso della 595 il compito era di collaborare con il generale Dostum.
Il ruolo della 595 nel conflitto afghano li ha resi delle leggenda per il vasto pubblico. Elitrasportati in Afghanistan, nei Chinook delle Forze Speciali come il resto delle squadre, hanno incontrato Dostum il 19 ottobre nel suo quartier generale a Darra-e Suf, nel complesso montuoso a sud di Mazar-e Sharif. Le famose missioni a dorso di cavallo sono proprio quelle della 595, ed un euforico Segretario della Difesa Donald Rumsfeld, leggeva estratti dei rapporti di Nutsch alle conferenze stampa.
Dostum e gli altri comandanti dell'Alleanza del nord, rinvigoriti dalla potenza di fuoco aereo americana e lubrificati dalla pioggia di soldi distribuiti ai leader locali dai paramilitari della Cia, hanno lasciato le montagne in direzione nord. L'apice della breve campagna è iniziato il 4 novembre, quando l'Alleanza del Nord ha lanciato un attacco da tre direzioni sulla principale città del nord, Mazar-e Sharif, attacco orchestrato e gestito nei dettagli da un gruppo di Forze speciali che comprendeva due squadre A. (...)
Atroce dilemma
Le uccisioni di Sheberghan hanno rappresentato un atroce dilemma per la Croce rossa. Il codice operativo che l'organizzazione usa per agire al di fuori del controllo pubblico - sistema che consente di accedere a posti ad altri proibiti e di fornire aiuti in circostanze difficilissime - ha impedito ai suoi funzionari di rendere pubblico quanto appreso. "Abbiamo chiesto alla Croce rossa Internazionale di interessarsi al caso più di due mesi fa, ma non se ne sono occupati" spiega Aziz ur Rahman Razekh dell'Organizzazione Afghana per i diritti umani. "Abbiamo avuto un'accoglienza glaciale."
In effetti la Croce rossa era preoccupata da subito delle sorti dei prigionieri giunti a Sheberghan. La resa delle città settentrionali da parte dei Talebani era un processo vasto; il primo gruppetto di prigionieri da Konduz - catturati in periferia - cominciarono ad arrivare a Sheberghan il 22-23 novembre. L'ufficio della Croce rossa di Mazar-e Sharif era al corrente di questi arrivi; il 29 novembre una piccola squadra ha chiesto di poter entrare nella prigione di Sheberghan. Sono stati respinti. Un funzionario della Croce rossa conferma al riguardo: "Le autorità non ci hanno voluto lì",(ma il portavoce di Dostum nega che qualche ufficiale della prigione possa aver impedito l'accesso).
Solo il 10 dicembre la Croce rossa è riuscita ad ottenere l'accesso a Sheberghan per intervistare i nuovi prigionieri. E da subito hanno appreso degli orrori dei container. Appena Newsweek ha contattato un funzionario della Croce rossa per chiedere notizie sul trattamento riservato ai prigionieri da Konduz, la sua prima risposta è stata: "Non posso parlare dei container." Sentite le storie che i prigionieri di Sheberghan avevano già svelato a Newsweek, ha ammesso con angoscia: "Se voi avete sentito parlare dei container adesso, cosa credi che abbiamo sentito noi all'epoca?" (...)
26 Agosto 2002