Una nuova voce di informazione a Baghdad
Intervista ad Al Muajaha


Al Muajaha è un giornale inizialmente pensato come un quindicinale, che le difficoltà del dopoguerra stanno facendo uscire con meno stabilità.
Viene diffuso in circa 3.000 copie a Baghdad, venduto nelle strade e in alcuni negozi.
Inoltre, è legato ad un sito web dove si sviluppano le tematiche affrontate anche sulla carta.
http://www.almuajaha.com
Nella redazione, composta da circa 17 persone, lavorano come volontari ragazzi e ragazze soprattutto studenti universitari, vivaci e curiosi che si ritrovano qui a discutere e a progettare la loro vita in un paese scosso da cambiamenti profondi e da una grande instabilità.
Baghdad, agosto 2003

L'intervista è ad Ammar Hassan Araibe, 21 anni, studente di Farmacia, redattore di al Muajaha

altremappe: Puoi raccontarci come è nato questo nuovo giornale qui a Baghdad?

Ammar: Non so se conoscete l'organizzazione 'Voice of wilderness', una Ong statunitense che nel 1997 ha iniziato a lavorare a sostegno della popolazione irachena. Da allora alcuni di noi hanno iniziato ad avere delle relazioni con loro e a collaborare.
Quando fra noi è nata l'idea di creare un giornale indipendente in Iraq abbiamo iniziato a lavorare anche insieme a loro nell'affrontare le tante questioni di organizzazione che comporta una impresa del genere, soprattutto legate a organizzare persone che facessero servizi, che scrivessero, che traducessero in inglese, che pensassero a come fare un giornale.
Quella è stata una fase molto dura che ha avuto inizio subito dopo la fine della guerra.

altremappe: Chi sono le persone che costruiscono il giornale, sono volontari?

Ammar: Sì, siamo tutti volontari. La maggior parte di noi è studente, soprattutto universitari, in differenti facoltà e abbiamo iniziato cercando di favorire le capacità o i desideri di ognuno nel fare quello che riteneva più in grado di fare.

altremappe: Il giornale si chiama al muajaha, che significa confronto, e voi dite di essere un giornale indipendente. Che significa essere indipendenti oggi in Iraq?

Ammar: Innanzitutto la questione è che noi non siamo legati a nessuna organizzazione o partito. Non ci sono partiti o formazioni che ci danno soldi. Ma il nostro progetto è, innanzitutto, quello di cercare di fornire uno strumento per far esprimere il popolo iracheno; dopo tanti anni nei quali si è persa questa capacità, si è perso il senso di un contatto fra gli stessi iracheni, noi vorremmo provare a ricostruire questo contatto, questa capacità di comunicare.

altremappe: In che maniera si esprime secondo voi questa possibilità di espressione del popolo iracheno? Ad esempio rappresentandone anche punti di vista diversi?

Ammar:
Infatti. Come dicevi prima al muajaha significa confronto. Il nostro lavoro si può dividere essenzialmente in due parti. La prima è quella legata alla cronaca, senza particolari opinioni. Ad esempio sulla tematica dell'occupazione americana si riportano i fatti, gli attentati che avvengono ogni giorno senza esprimere commenti.
C'è poi una parte del giornale dedicata proprio alle opinioni: pubblichiamo articoli diversi che ci arrivano dai lettori. C'è chi si esprime a favore dell'occupazione e chi è contro: è uno spazio libero, in cui ognuno può scrivere ciò che vuole.
Nel giornale cerchiamo di riflettere la vita che i cittadini iracheni stanno vivendo oggi, il nostro approccio con i problemi, ed è una cosa che pensiamo sia utile anche per i reporters stranieri che sono qui, che in questo modo possono conoscere il modo di pensare della nostra gente. Il giornale, infatti, è scritto per metà in inglese e per metà in arabo.
Sappiamo che spesso, almeno negli Stati Uniti, il popolo iracheno viene rappresentato solo con degli stereotipi e in questo periodo molto incline alle devastazioni…

altremappe: In Italia non è esattamente come negli Stati Uniti. Noi conosciamo molte persone che sono fuggite negli anni passati dall'Iraq e non tutti hanno quest'immagine del vostro popolo…

Ammar: Sì, lo so. Questo evidentemente è parte delle differenze che esistono fra Europa e Stati Uniti. Mi piace molto di più l'Europa degli Stati Uniti, anche per quello che è successo durante la guerra, no?

altremappe: Ma esiste una linea editoriale del giornale che guida il lavoro dei redattori? Ad esempio sulla questione dell'occupazione americana, a parte il fatto che voi date la possibilità a diverse posizioni di esprimersi liberamente sul giornale, avete una vostra opinione comune?

Ammar: L'occupazione ci pone in una situazione molto incerta. Noi tutti siamo grati agli americani per aver rimosso Saddam. Ok. Il loro intervento in questo senso è stato un modo formidabile per abbattere Saddam.
Ma la loro occupazione pone tutta un'altra serie di problemi.
E' difficile orientarsi ora, anche se molti di noi pensano che sarebbe molto rischioso se oggi gli americani se ne andassero, perché ancora non abbiamo costituito un sistema stabile per l'Iraq e non vogliamo una guerra civile.
Ma ora loro stanno instaurando un sistema che assomiglia molto a quello di prima. Non so se è abbastanza chiaro in Europa, ma qui molti di noi sanno che lo stesso Saddam Hussein è stato sostenuto nel passato dagli Stati Uniti, e in realtà loro adesso si stanno comportando in un modo molto simile a lui, trattando gli iracheni solo con violenza.
E questi attacchi che stanno subendo sono uno dei modi in cui si sta dimostrando il loro errore.
Noi in questo momento non abbiamo paura della creazione di un nuovo Saddam, il problema è che per noi questo momento è una occasione di libertà, è una opportunità che vogliamo raccogliere. Questo, evidentemente, non può conciliarsi con l'occupazione. Soprattutto con una lunga occupazione.
Gli americani dovrebbero avere più rispetto per noi iracheni, dovrebbero anche capire che otterrebbero molto di più con l'amicizia che con l'occupazione.
Sono sicuro che il popolo iracheno vuole l'amicizia con gli Stati Uniti, ma non si può pretendere questo sotto un'occupazione.
Quindi, in generale, il giornale può rappresentare il sentimento iracheno come uno stato d'animo che ondeggia dall'odio per gli americani alla paura per un conflitto interno.

altremappe: Proprio in considerazione di quello che dici, pensi che l'unico modo di abbattere il regime di Saddam Hussein era la guerra condotta dagli Stati Uniti e l'occupazione del paese?

Ammar: Io penso che il popolo iracheno da solo non sarebbe stato in grado di cacciare Saddam. Dopo 35 anni questo sarebbe stato troppo difficile.
Ma penso anche che gli americani avrebbero potuto aiutare il popolo iracheno a cacciare Saddam in un altro modo, senza entrare nel paese.
Comunque, secondo il mio punto di vista la società irachena da sola non sarebbe riuscita ad abbattere il regime.
In realtà se avessero voluto gli americani avrebbero potuto fare qualcosa di più già nella guerra del '91, quando si ritirarono in Kuwait e permisero a Saddam Hussein di continuare a governare. Ora Saddam è diventato di nuovo il 'diavolo'. Ma io non penso che in ogni caso in questo momento il popolo iracheno possa accettare l'occupazione e la guerra. Non si potrà accettare ancora per molto tempo, perché l'America a questo punto deve realizzare quello che ha promesso.

altremappe: Molte delle persone che ho incontrato in questo periodo mi hanno descritto, come te, questo momento come un'occasione di liberazione per il popolo iracheno. Quale pensi che possa essere il ruolo dei giovani in un momento di cambiamento così profondo per la società irachena? Pensi che ci siano delle strade che si possono praticare perché la gente partecipi alla costruzione di una società nuova?

Ammar:
Io penso che il popolo iracheno stia vivendo un cambiamento di prospettiva enorme, che comporta un cambiamento psicologico gigantesco.
E penso anche che un ruolo dei giovani in questa società non sia ancora ben definito, ma sta iniziando un movimento. Credo che nei prossimi cinque anni si svilupperà un movimento giovanile che cambierà l'aspetto della società irachena, perché le idee di libertà che stanno attraversando la società cambieranno la psicologia di massa.
Questo è un paese che al momento non ha più nessuna struttura di governo, non c'è una polizia, non c'è nessun sistema. Qualunque cosa dovrà essere costruita daccapo.

altremappe: Come pensi che in questo percorso che prefiguri, si possa immaginare un paese che si evolve mantenendo la propria armonia con la cultura e le specificità che lo contraddistinguono? L'Iraq è un paese con una cultura antica, un paese orientale che si sta confrontando con una cultura, quella americana, profondamente diversa dalla sua.

Ammar:
Io non credo affatto che gli americani riusciranno a imporre la propria cultura alla comunità irachena, per diversi motivi.
Innanzitutto per la presenza in Iraq di tanti religiosi che non accettano quella cultura. Ma anche perché la nostra è una cultura orientale e noi siamo nella tradizione orientale.
I cambiamenti di cui parlo non sono cambiamenti culturali nelle nostre radici, perché queste sono molto forti e profonde. Parlo di cambiamenti che coinvolgono altri aspetti, la partecipazione delle donne, per esempio, e altre cose.
Penso che si tratterà di costruire un equilibrio che bilancia la cultura europea, quella dell'estremo oriente e quella irachena; trovo che la nostra cultura così lunga e profonda possa trovare delle cose da prendere lì piuttosto che dalla cultura americana.

altremappe: Voi avete, oltre al giornale, anche un sito internet. Questa intervista sarà pubblicata su un sito di informazione indipendente in Italia. Pensi che sia importante una relazione e uno scambio fra le realtà dei nostri paesi?

Ammar:
Noi abbiamo iniziato con un rapporto con Indymedia, e la nostra prospettiva è di avere tanti altri contatti. Penso che internet sia un veicolo molto prezioso che permette a tutti di costruirsi un punto di vista indipendente sulle cose.

altremappe: Ci sono anche delle ragazze che lavorano al vostro progetto?

Ammar:
Certo. Guarda, la direttrice del giornale è questa signora seduta accanto a te, Amal Khalil, e questo ha già per noi e per questa società un grosso valore simbolico.
Ci sono poi molte ragazze che giorno dopo giorno stanno migliorando sempre di più le loro professionalità, considera che nella nostra società il giornalismo non è mai stato un terreno su cui le donne si sono potute esprimere molto.
Credo che le donne diventeranno molto più brave di noi, e saranno loro a dirigere questa ed altre esperienze. Io credo che sono destinate ad avere un ruolo importante nel processo di cambiamento di questa società.

altremappe: Avete avuto problemi da quando avete creato il giornale e frequentate questa redazione? Oppure problemi quando i vostri redattori sono a raccogliere informazioni? Problemi di sicurezza, intendo.

Ammar:
No, finora no. Solo una volta, alcune settimane fa, abbiamo avuto dei problemi con gli americani perché alcuni nostri reporters avevano fotografato un'auto che era stata investita da un tank americano. Gli americani non volevano che venissero fatte quelle foto.
Ma questo è stato l'unico episodio, fortunatamente. Per il resto stiamo lavorando liberamente, cercando di ricavare il denaro per continuare a stampare.
All'inizio abbiamo potuto contare sull'aiuto di 'Voice of wilderness' per la spesa di partenza e per i locali. Ora viviamo di donazioni.

altremappe: Un'ultima domanda. Ogni giorno a Baghdad e in tutto il paese si susseguono attacchi alle truppe americane, i morti sono ormai più di uno al giorno.
Cosa pensi di questi episodi?

Ammar:
Io penso che queste azioni sono assolutamente normali. Innanzitutto perché Saddam è ancora molto forte e si può permettere di pagare molto bene le persone che lavorano per lui.
In secondo luogo gli americani non stanno mantenendo nessuna delle promesse che hanno fatto, stanno uccidendo molte persone innocenti e stanno trattando senza rispetto la popolazione irachena: questo fa sì che la popolazione si rivolti contro di loro.
Infine bisogna ricordare che appena caduto il regime di Saddam gli americani hanno lasciato che questa città, i suoi edifici governativi, i suoi musei, la biblioteca fossero saccheggiati. Loro sono responsabili di quello che è successo. In quel momento hanno lasciato fare, ora hanno il loro ritorno… tutto qua.

Baghdad, agosto 2003