Iraq 2003
diario di guerra
La testa del serpente
03.04.03 - I capi militari americani annunciano un cambio di strategia. Giunti alle porte di Bagdad, il "cuore del male", comunicano che obiettivo delle operazioni è ora "decapitare il serpente", vale a dire Saddam e il suo entourage, convinti che appena la testa del rettile rotolerà tra i loro stivali, anche la resistenza che ancora infuria nel resto del paese collasserà "per simpatia". E' il linguaggio patologico che userebbe un fondamentalista cristiano, uno di quei fanatici che nei film hollywoodiani non trovano nulla di più appagante da fare, nei ritagli di tempo rubati alle proprie anonime e mortificanti occupazioni, che il serial killer. Ma tutto il sistema allegorico messo in campo dai consulenti del Pentagono è incline al delirio psicotico: la simbologia è quella della più improbabile delle crociate (ripresa prontamente da fogliacci come il Sun, che arruolato anche il povero Rudyard Kipling, giunge a definire la pioggia di bombe su Bagdad la ''Carica della brigata della luce''), la terminologia sembra presa in prestito da uno di quei videogames col bollino "Parental Advisory" e, dunque, il compito del "traduttore" è abbastanza semplice: per tagliare la testa al serpente ci vorrà un diluvio di fuoco che, si sa, è purificatore. La verità è che gli americani considereranno ogni opzione che possa scongiurare la battaglia di strada, ben sapendo che i fiori che li attendono hanno i petali di piombo. E ciò, temiamo, sommerà orrore a orrore.
Il Grande Orrore
Più gli americani si avvicinano a Bagdad più si intensificano le dichiarazioni del Pentagono sul probabile uso di armi chimiche da parte di Saddam. Apre stanotte le danze l'F.B.I. che ammonisce: "sul pericolo rappresentato dal moltiplicarsi di rudimentali laboratori clandestini per lo sviluppo di armi di distruzione di massa "improvvisate": in particolare chimiche o biologiche, come batteri altamente infettivi oppure tossine quali la ricina". Poi, in giornata, il martellamento diventa frenetico: "Superata la linea rossa - dice Jim Wilkinson, portavoce del Comando Centrale U.S.A. - le truppe sono in stato di allerta straordinaria per il rischio che il regime iracheno usi armi chimiche e di distruzione di massa" (ore 9.55); "Stiamo cercando Ali Hassan al Majid, il generale cugino di Saddam Hussein conosciuto come Alì il Chimico, dichiara il capitano Frank Thorp dalla base di As Sayliyah, in Qatar" (ore 11.20); "Il Comando Centrale ha informazioni attendibili che il regime iracheno stia preparando campagne di bombardamenti anonimi (?) in vari quartieri sciiti di Bagdad nel tentativo di accusare falsamente la coalizione delle distruzioni a fini di propaganda" (ore 11.32); per chiudere, limitatamente a stamattina, con la minaccia del generale Brooks: "Stiamo facendo il possibile per prevenire l'uso di armi chimiche da parte degli iracheni non le useranno, ma qualora lo facessero siamo pronti a far fronte alla situazione". Giova ricordare che nelle imminenze dell'invasione dell'Irak, il Pentagono aveva annunciato con solennità che se "le truppe americane fossero state attaccate con armi chimiche sarebbe stato preso in considerazione il ricorso all'opzione nucleare". Ora è come se un pool di sceneggiatori improvvisati stesse frettolosamente scrivendo il copione adatto all'evento, stesse allestendo lo scenario per lo spettacolo dell'orrore assoluto, costruendo un'attesa febbrile e malata sulla sua possibile messa in scena. E' comprensibile, del resto: l'azienda armata americana è in ritardo sui tempi di esecuzione del mandato conferitole dal suo consiglio di amministrazione e se gli impacci si protraessero per ancora troppo tempo, potrebbe avere tutto l'interesse a prenotare dei posti in prima fila.
altremappe - diario di guerra (8)
Simmetria della catastrofe
"L'ideologia del "numero uno nel mondo", un'ideologia che corrisponde all' "isolazionismo", fa sempre tendere gli americani a perseguire obiettivi illimitati man mano che la loro potenza nazionale si rafforza. Ma questa è una tendenza che alla fine condurrà alla tragedia. Un'azienda con risorse limitate, ma sempre incline ad assumersi responsabilità illimitate, ha un unico e solo destino: il fallimento."
Qiao Liang e Wang Xiangsui, "Guerra senza limiti"
01.04.03 - ore 18.00. Tra ieri e oggi la guerra in Irak è divenuta sterminio: massacri di civili nelle case, negli autobus, ai posti di blocco, per le strade, nei mercati. Gli strateghi della guerra moderna ammoniscono che quando colui che riveste la posizione dominante in un conflitto asimmetrico imbocca questa strada ha ottime possibilità di veder naufragare l'obiettivo che si era prefisso. Può ottenere la vittoria sul campo ma l'uso illimitato della forza attiva una reazione che annulla la condizione asimmetrica di partenza. Detto in altri termini, il più forte scopre un'inaspettata condizione di debolezza. E' esattamente quanto successo in Vietnam agli americani e ai russi in Afghanistan. E' quanto sta succedendo oggi in Irak. Che Bagdad cada domani o tra un anno, le dinamiche attivate da questo massacro non sono più recuperabili, non sono più governabili. Un' intera, immensa, regione ha ricostruito con i pezzi recuperati sotto le macerie un corpo nuovo fatto di odio e dolore a cui nessun protettorato potrà infilare una camicia di forza a stelle e strisce. "Finirà in un disastro", come titola oggi il Guardian, in un conflitto senza fine. Ed è quanto tutti noi, con percezione animale, temevamo.
Definirsi "americani", oggi, significa insultare il popolo americano
Il prode Capezzone, questa oscena macchietta della politica italiota, ha convocato oggi, in una elegante via di Roma, una tribuna filoamericana in cui si sarebbero dovuti produrre gli oratori " a difesa dei valori dell'occidente", i castigamatti, insomma, dell'"antiamericanismo". Il Nostro aveva addobbato con cura il baldacchino, infiorato di bandiere alleate, sul quale si sarebbero dovuti avvicendare i suoi invitati ma, ahi lui, oltre al nicotinico ectoplasma di Pannella e a qualche stipendiato dell'Ambasciata, l'adunata è andata deserta. Erano presenti, comunque, giapponesi fotografanti. L'iniziativa radicale, tuttavia, tocca un punto dolente del dibattito, pur narcotizzato, su questa guerra, quello, appunto, dell'"antiamericanismo", un comodo tabù che funge da moderatore "etico", da deadline invalicabile per tutti coloro che osino cimentarsi nel ruolo di commentatori politici del conflitto in Irak. Nei talkshow, sui giornali, nei salotti vige infatti una sorta di "tana libera tutti" che scatta implacabile non appena si esternino giudizi troppo severi sull'operato americano. Ogni volta che questa linea rossa minaccia di essere violata, un esercito di replicanti di Elio Vito, il fantoccio alimentato a uranio impoverito che ha seminato sconquasso nelle tribune politiche pre-elettorali, si materializza implacabile e "tana" l'improvvido provocatore: "Lo vedi, lo vedi, sei antiamericano! Vergogna!! E la democrazia? E lo sbarco di Anzio? E i pantaloni scampanati? E le Kent al mentolo? E lo sbarco sulla luna? E l'Uomo Ragno?". Assistiamo così a uno spettacolo penoso: chiunque si azzardi a profferire riserve sul massacro di donne, uomini e bambini quotidianamente perpetrato in Irak dagli americani deve far precedere le sue esternazioni da una sorta di giuramento, di liturgia medioevale che recita pressappoco così : "Premetto che amo il popolo americano, che la mia cultura è stata profondamente influenzata dal sogno americano, che l' America non è solo quella di Bush, che la moglie di mio cugino è di El Paso…" e così via. Il tutto con uno sguardo basso e contrito, come se la statua della libertà stesse per scomunicarlo e minacciasse di non rinnovargli il visto d'ingresso per Broccolino, dove risiede la zia Assunta. Ora, che l'America non sia solo quella di Bush, per fortuna, lo sappiamo tutti. E che non ci sia alcun motivo per avercela con gli americani - tranne, forse, con quella fetta che ha eletto questa banda di assassini - è altrettanto scontato. Del resto, noi ci siamo meritati Berlusconi. Ma si dà il caso che una nazione si sostanzi e agisca in base ai rapporti sociali, economici, politici che la costituiscono e, soprattutto, che un popolo non necessariamente corrisponda con la nazione che, legittimamente o meno, lo rappresenta. Noi oggi abbiamo a che fare con questa America assassina e il miglior servizio e la più profonda solidarietà che possiamo esternare al popolo americano è definirci antiamericani.
altremappe - diario di guerra (7)
I guerrieri, nel deserto, riflettono
31.03.03 - ore 18.00. I guerrieri americani nel deserto riflettono. E mentre lo fanno bombardano a tappeto l'Irak. Anche oggi decine di morti e centinaia di feriti tra i civili sono incappati nei loro bisturi di precisione. Pensate che senso di onnipotenza può invadere un essere umano che abbia il potere, mentre "riflette", di disporre, fino ad annientarla, della vita altrui.
Una vertigine superomistica che ti eleva un metro da terra, che ti apparenta agli Dei e ti svela la miseria delle umane faccende. Il problema è che probabilmente questi guerrieri da allevamento neanche si accorgono di questo dono che la tecnologia e le compulsive pulsioni di morte del potere hanno conferito loro. Sono accecati dalla miriade di lucine che si accendono sui loro monitor a cristalli liquidi in concomitanza con i target centrati dalle loro legioni computerizzate.E se si preoccupano del fatto che i loro fanti lentigginosi comincino a crepare in numero eccessivo è perché temono di non vedersi rinnovato il contratto per la prossima bonifica: Siria, Iran, Corea del Nord. Del resto i loro turbamenti hanno un fondamento: alle spalle hanno un' "operazione", quella del Kossovo, dove neanche un marine è morto in combattimento, e quella in Afghanistan dove le perdite si contano sulle dita di una mano. Se non fosse per quel maledetto "fuoco amico", potrebbero d'ora in poi scendere in campo con la parannanza e la mascherina da chirurgo.
Ma qui, in questo maledetto deserto puzzolente di petrolio e carne bruciata, le cose vanno diversamente e le body bags riempite sono già centinaia.
Occorre, dunque, riflettere.
Non se questa guerra sia giusta o meno, non su quello che accadrà nel "teatro delle operazioni" una volta che lo avranno abbandonato, non su quello che la gente del mondo pensa delle loro gesta.
No, nulla di tutto ciò.
Occorre riflettere su come r.i.p.o.s.i.z.i.o.n.a.r.s.i, su come r.i.d.i.s.t.r.i.b.u.i.r.e. le forze, su come r.i.e.q.u.i.l.i.b.r.a.r.e. tatticamente l'avanzata.Sentite come suonano inoffensivi, amichevoli, quasi sensuali questi infiniti? Come potrebbero essere fonte di dolore e morte per qualcuno? E chi, tra quelli meno inclini alla poesia, potrebbe negare che qualunque relazione operativa da presentare al proprio superiore non contenga almeno un paio di questi verbi?
Il generale Franks, del resto, chiama Rumsfeld "My boss". Non ci è dato sapere se tale appellativo sottenda piaggeria o ammirazione per l'occhialuto aquilotto del Pentagono.
Certo sappiamo che Tommy Franks è un uomo sfortunato; egli alla fine della sua carriera, che gli auguriamo breve e tormentata, non potrà mai fare un discorso come quello che il generale Smedley E. Butler, leggenda del corpo dei marines, fece, tra la commozione dei suoi soldati e dei massimi esponenti del capitalismo rampante americano, nel 1935:
"Ho passato 33 anni e 4 mesi in servizio come membro dell'unità militare più agile del nostro paese, il corpo dei marines. Ho servito e dato ordini in tutti i ranghi, da luogotenente in seconda a generale. Durante quegli anni ho trascorso gran parte del mio tempo a fare la guardia del corpo dei grandi affari, di Wall Street, delle banche. In breve, ero un ricattatore del capitalismo. Ho contribuito a rendere il Messico, e soprattutto Tampico, sicuri per gli interessi americani nel 1914. Ho aiutato a rendere Haiti e Cuba posti decenti dove la National City Bank può accumulare entrate. Ho contribuito a pacificare il Nicaragua per l'Istituto Bancario Internazionale dei Brown Brothers dal 1909 al 1912. Ho portato l'energia elettrica nella Repubblica Dominicana per gli interessi americani nello zucchero nel 1916. Ho fatto sì che le aziende americane produttrici di frutta potessero insediarsi in Honduras nel 1903…"No, Tommy Franks dovrà rispondere delle sue operazioni a Condoleeza Rice, negra ricca e potente che a lui, w.a.s.p. texano, chiederà soltanto che "le operazioni prelative e preventive di controproliferazione siano soddisfatte nel minor tempo possibile e con la maggior efficacia perseguibile, pena l'avvicendamento dei vertici militari impegnati nel teatro del conflitto".
Eh sì Tommy! Non hanno più un cuore questi padroni…altremappe - diario di guerra (6)
Scimmie e carcerieri
28.3.2003 - ore 20.00. I nuovi massacri di oggi, con al centro l'orribile strage del mercato di Bagdad e la tragedia senza fine di Bassora, ci ammoniscono sul carattere di mattanza di questa guerra, che anche i più pessimisti, forse per una sorta di pudore, forse per un irragionevole speranza nelle capacità chirurgiche della tecnologia moderna, si erano in qualche modo rifiutati di accettare.
Così che il dilemma che si pone il direttore de "Il Manifesto" - sperare che questa carneficina finisca al più presto, anche a costo di legittimare lo strapotere americano, o schierarsi con la resistenza degli iracheni sapendo che questa significherà solo altre migliaia di morti - assume una sua drammatica centralità. Viene da chiedersi, in altri termini, se sia ragionevole, oltre che moralmente accettabile, augurarsi che la guerra si protragga a tal punto da mettere in crisi l'amministrazione Bush sapendo, però, che ciò comporterebbe una catastrofe umanitaria di proporzioni inimmaginabili. Di certo sappiamo solo che Bush e compari sono dei criminali di guerra; non lo diciamo (solo) noi ma anche Tam Dalyell, compagno di partito di Blair, che vorrebbe portare quest'ultimo dinanzi al tribunale dell'Aja.
Lo pensano, lo gridano centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, dimostrando che la forbice tra le aspettative della società civile e i piani del potere è ormai divaricata fino al suo estremo limite. Sa anche, la gente, che i criminali non si ravvedono facilmente e che mai come ora essi non hanno motivo per farlo, avendo programmato diligentemente una guerra senza fine come strumento per autoriprodursi e autolegittimarsi. Ha anche imparato, la gente, che non esiste azione abominevole che il potere non presenti come morale e che anche l'assassinio più infame, se corrispondente ai propri interessi, il potere lo presenterà come espressione della coscienza pubblica. Lo diceva, tanti anni fa, Horkheimer, il quale aggiungeva anche che, qualora assecondassimo il nutrimento di una simile menzogna, diverremmo le scimmie dei nostri carcerieri. Se saremo capaci, invece, di non essere più ostaggio di questo ricatto Bush avrà perso la sua guerra contro il mondo.
Miseria della geopolitica o geopolitica della miseria?Quali che siano i tempi della guerra, essa, per il suo svolgimento e per gli inaspettati scenari che dischiude nell'area che ci si illudeva di "bonificare", va sgretolando le categorie più care ai nostri analisti da salotto, questi esseri dall'incerta classificazione antropologica, affetti da sindromi regressive acute, che tutte le sere in TV muovono pupazzetti e aeroplanini sui loro deserti fatti di Lego.
Sono gli idolatri della geopolitica, che in preda a brufolose tempeste testosteroniche concepiscono il mondo come una grande battaglia navale, dove le etnie si "indirizzano" a colpi di mortaio, le risorse si "valorizzano" distruggendole con le bombe, i "regimi" si abbattono o si "correggono" con i dollari e gli assassini politici. E' la stessa filosofia che ha mosso gli "strateghi" del pentagono alla conquista di Bagdad: ai curdi diamo un pezzo di terra così non rompono più i coglioni, gli sciiti li aizziamo contro i sunniti di Saddam, noi diamo la spallata finale al vecchio baffone e per tenere buoni gli arabi mettiamo una fetta di Palestina in un recinto e lo chiamiamo "Stato".
E' la pax americana.Il sospetto è che le "teste pensanti" al servizio di Bush - Perle e Rumsfeld in testa - siano stati a tal punto soggiogati da questa caricatura di geopolitica da credere davvero di fare poco più di una passeggiata nel deserto e passare poi all'incasso. Non è un caso, forse, che capo militare di Iraqi Freedom sia quel generale Franks revisore, dopo la prima guerra del Golfo, degli "Essentials of war" - la bibbia dell'arte militare U.S.A. - e teorico della "guerra dimensionale totale", basata sulla "mobilitazione di tutti i metodi perfettamente controllati in ogni operazione possibile, sia di combattimento che di non combattimento, in maniera da portare risolutamente a termine qualsiasi missione assegnata con il minimo costo". Il fatto che a Franks sia stato conferito il comando delle operazioni in Irak è stato commentato da più di un "esperto" come una sorpresa, considerato che le sue teorie furono smontate negli anni passati dall'ala conservatrice capitanata dai generali Hartzog e Holder, convinti che il principio del "non combattimento" fosse poco gradito ai veterani della Scuola di guerra e poco consono agli ufficiali reduci dal Golfo. In realtà le teorie di Franks sono state probabilmente prese in considerazione dal Pentagono proprio perché sicuri di poter compiere una veloce sgroppata verso Bagdad, spinti, nel contempo, dalla necessità di economizzare al massimo il numero delle perdite. E Franks, finchè non si è reso conto che la situazione sul campo era radicalmente diversa da quella che gli era stata prospettata a tavolino, ha messo in pratica il suo credo tattico, evitando il combattimento laddove era possibile e puntando dritto verso l'obiettivo.
Ma a monte, dicevamo, vi era una catastrofica sottovalutazione della geopolitica dell'area, caratterizzata da un' ostilità verso l'aggressore che ha funto da catalizzatore di forze ed etnie dagli interessi e dalle aspirazioni soggettivamente diversi. Questa è esattamente la miseria della geopolitica: il non capire che esiste una geopolitica della miseria, la miseria delle masse mediorientali, che non ripone alcuna fiducia nell'intervento della superpotenza americana per l'emancipazione delle proprie disperate condizioni di esistenza.
altremappe - diario di guerra (5)
27.03.03 - ore 19.00. Lultima prepotenza, certo non la più sanguinosa ma estremamente esemplificativa dello spirito terroristico che pervade la filosofia dellamministrazione U.S.A., risale a qualche ora fa: sul sito in lingua inglese dellemittente araba Al Jazira, prima che fosse definitivamente oscurato, campeggiava fino a poco fa una bandiera americana. Anche il cyberspazio è terreno di conquista per le squadracce di Bush.
E un messaggio di unarroganza infinita: la verità è una sola, nessuno può permettersi di contraddirla. Specie quando una guerra annunciata come una passeggiata tra selvaggi festanti si va trasformando in una immane tragedia. Cosa che non turba più di tanto il piccolo Bush, Rumsfeld e compari, questo inquietante drappello di automi dallo sguardo ebete e cinico insieme, dalle movenze goffe e leloquio fuori sincrono, quasi fossero delle marionette mal riuscite. Materiale di scarto, una ferita, una piaga nella stessa storia americana. Le ultime perfomances sono degne di un vecchio film di Bob Hope.
Il Presidente che davanti ai suoi soldati, invece di parlare delle sorti della guerra, si produce in gag da avanspettacolo e gaffes da cardiopalma (Non vi pare che manchi qualcuno qui tra noi? Ma sì, il nostro amico Generale Franks, ma lo perdoniamo ha qualcosa da fare in qualche posto!!) e poi, nel summit di Camp David con il fido Blair (che va tragicamente trasformandosi in un clone di Mr. Bean): un orgia di risolini e vicendevoli pacche sulle spalle e accuse - incredibile dictu allinformazione, colpevole di seguire 24 ore su 24 questa guerra (sic!) e di farla sembrare più lunga, rendendo impaziente il pubblico.Ragazzi! È solo una settimana che siamo laggiù, dateci tempo!. Terribile.
Nel frattempo il senso del ridicolo viene messo a dura prova anche in Italia.
Incalzato dalle accuse di verdi e rifondazione, che denunciano che dalla base di Ederle sono partiti gli oltre mille parà inviati sul fronte nord del conflitto, il governo si decide a dichiarare solennemente che i soldati che partono dalle basi italiane non vanno a fare la guerra (e cosa allora? coltura idroponica di broccoletti e rape?), per poi essere sbertucciato in tempo reale dal Generale Brooks, che da Doha, interpellato, ricorda che i soldati servono per combattere e quelli partiti da Ederle, ovviamente, lo faranno.
A questo punto il ministro Giovanardi dà il meglio di sé e rilascia una dichiarazione di una demenza surreale e impossibile: Ma insomma! mica le possiamo recintare le basi (che sono notoriamente degli attraenti open space, n.d.r.) e tenerli chiusi dentro stì ragazzi. Che ne so io dove vanno, chiedetelo agli americani!. Appunto, già fatto. I quali continuano paciosamente a disporre del nostro territorio come vogliono e nella tarda serata decollano altri aerei da trasporto dalla base Usaf di Aviano (Pordenone), dove stazionano, dalla scorsa settimana, oltre una dozzina di giganteschi C-17 Globemaster III, fra i più grandi aerei militari da trasporto in esercizio. Ovviamente pieni di zucchero filato per i bambini iracheni.altremappe - diario di guerra (4)
26.03.03 - ore 18.00. Altra giornata drammatica in Irak. Mentre la blindatura dellinformazione si fa sempre più stretta, si complica ulteriormente la situazione per gli angloamericani. La tempesta di sabbia continua a soffiare fortissima, un fenomeno praticamente sconosciuto per questo periodo dellanno che alimenta nella popolazione irachena lidea di un messaggio divino rivolto da Allah agli invasori. I quali hanno avuto un primo scontro con la Guardia Repubblicana ad alcune decine di chilometri da Bagdad dove avrebbero riportato forti perdite.
Smentita la presunta rivolta di Bassora, tutto il sud del paese rimane praticamente sotto il controllo iracheno il che porta a un bilancio catastrofico di questa prima settimana di guerra americana. I vari esperti militari si affannano a dare spiegazioni plausibili ai macroscopici errori di valutazione che hanno contraddistinto fino ad ora la strategia delle forze della coalizione, senza riuscirvi.
Probabilmente invece di affannarsi in improbabili analisi geopolitiche , dovrebbero ricordare il carattere ideologico di questa guerra che, in qualche modo, ha segnalato proprio il corto circuito della geopolitica.
Una guerra volta ad affermare la guida politica e militare americana sullimpero e rivolta tanto verso le province del sud, di cui si vuole riscrivere la cartografia, che verso laristocrazia degli stati nazionali occidentali europei, fondata su un progetto ideologico (laffermazione del modello di democrazia americano nel mondo) che ricorre alla vecchia guerra imperialista come strumento di riscrittura dentro limpero dei rapporti di forza esistenti.
In questo non ammette lesistenza di alleati se non nella condizione di sudditi, secondo i classici dettami dellassolutismo, e non prende in alcuna considerazione lesistenza di differenze culturali, identitarie, storiche al di fuori di quelle tramandate dai padri fondatori. Quelle stesse differenze che ora stanno bloccando nella sabbia linvincibile armata a stelle e strisce.altremappe diario di guerra (3)
25.03.03 ore 13.00. Linvasione americana è tuttora impantanata e incontra resistenze al di là di ogni previsione . La battaglia per la presa di Bagdad si presenta difficilissima e con perdite umane che si prospettano drammatiche.
Il New York Times giunge a definirla come una delle più difficili della storia militare americana mentre la Washington Post teme che, proprio a causa di queste difficoltà, la strategia U.S.A. muti e, per evitare le pesantissime perdite che comporterebbe una battaglia casa per casa, ricorra a bombardamenti indiscriminati che provocherebbero la morte di migliaia di civili.
Certo è che la guerriglia, specialmente quelle dei fedayn di Saddam, è ormai particolarmente attiva e pericolosa. Le imboscate non si contano e a Bassora battaglioni della guardia repubblicana e milizie popolari sono riuscite a riconquistare settori nevralgici della città, ormai allo stremo per la mancanza di acqua e luce e dove stanotte sono state sganciate dagli americani le micidiali bombe a frammentazione, vietate dagli accordi internazionali.
Giunge notizia, inoltre, del primo attentato suicida: un kamikaze iracheno si e' fatto saltare in aria questa notte accanto a un carro armato alleato nella penisola di Fao, che le forze britanniche sostenevano di avere ormai saldamente sotto controllo e che invece continua a riservare brutte sorprese per gli invasori. Particolarmente complicata continua ad essere lavanzata americana verso Bagdad: la 101ma è praticamente bloccata da 2 giorni per le tempeste di sabbia, che potrebbero durare per tutta la settimana, e tutte le città incontrate lungo il cammino rimangono praticamente in mano irachena. Anche dopo la presa di Bagdad, la permanenza in Irak delle truppe di occupazione angloamericane rischia di essere problematica.
Sempre altissima, intanto, la tensione tra Mosca e Washington: lamministrazione americana sostiene che consulenti e tecnici russi opererebbero sul campo insieme alle truppe irachene e stiano installando apparecchi per il disturbo GPS che impedirebbero agli ordigni di precisione di centrare gli obiettivi. Tre società russe, inoltre, avrebbero trasferito armi sofisticate allIrak.
Molti problemi per Bush anche sul fronte interno: su quasi tutti i maggiori giornali ci sono critiche sempre più aperte per la gestione dellinformazione voluta dal Pentagono e per la strategia militare adottata da Frank, soprattutto per lincapacità dimostrata nel non prevedere la fortissima resistenza irachena. Secondo un sondaggio della Washington Post, infine, aumenta la diffidenza dellopinione pubblica americana verso questa guerra: lappoggio a Bush non andrebbe oltre il 70% (in tutti i conflitti recenti, una volta che il paese era entrato in guerra, le adesioni verso il governo erano state sempre superiori al 90%) e oltre la metà delle popolazione ritiene che la guerra durerà mesi e stia andando peggio del previsto. Dato su cui concordano sicuramente le borse, che anche oggi continuano a perdere punti.
altremappe diario di guerra (2)
24.03.03 ore 13.00. La guerra americana diviene sempre più complicata e mette in luce tutte le difficoltà in cui si dibatte la dirigenza Bush. Costretti ad accelerare i tempi delle operazioni belliche, gli U.S.A. mostrano di essere già in affanno e di avere del tutto sottovalutato le capacità di difesa dellesercito iracheno e la determinazione delle milizie popolari. Saddam, apparso stamani in un lungo discorso televisivo, pare avere ancora il controllo della catena di comando mentre appare ormai certo che la Russia di Putin stia fornendo armi (in particolare missili) e supporto tecnologico-logistico agli iracheni.
La tattica adottata dagli americani di procedere a marce forzate verso Bagdad, liberando la strada statale 80 senza vincere la resistenza delle città incontrate lungo il cammino, è inoltre pericolosissima poiché lascia scoperta la retroguardia e permette alla resistenza irachena di riorganizzarsi. La giornata di ieri è stata segnata, come è noto, da pesanti perdite alleate e dal disastro dei media U.S.A. Ormai seppellita la C.N.N. in favore di una blindatura totale dellinformazione, la trasmissione da parte di Al Jazira delle immagini dei prigionieri e dei morti americani ha spiazzato e mortificato il piano di controllo mediatico voluto da Rumsfeld, rivelando a tutto il mondo che questa guerra, come tutte, è fatta di morti, sangue e distruzione e che ciò vale anche per i soldati americani.
Cruciale sarà la risposta dellopinione pubblica statunitense a questo shock: se la reazione stavolta non fosse quella patriottica ma si acuisse il dissenso verso le scelte del governo, si aprirebbe per lamministrazione Bush un fronte interno difficilissimo.
Intanto nella mattinata di oggi le truppe americane si sono avvicinate alla cosiddetta zona rossa intorno a Bagdad, a circa 140 km dalla capitale. Inizia la fase più dura del conflitto, che potrebbe portare a migliaia di vittime tra civili e militari. Da ieri, Baghdad e' sotto una ininterrotta pioggia di fuoco, il piu' intenso dall'inizio dell'attacco angloamericano contro l'Iraq e poche ore fa un missile ha colpito il quartiere di al-Azamiyat, letteralmente polverizzando delle abitazioni civili e provocando la morte di 5 persone. Nonostante ciò i rischi per gli americani sono altissimi: è evidente infatti che gli iracheni hanno scelto di affrontare gli invasori casa per casa e voci molto insistenti riportano di una collaborazione di consulenti militari russi nellorganizzazione di un teatro di guerra in modello Stalingrado. Inoltre una tempesta di sabbia sta rallentando l' avanzata di un convoglio terrestre della 101/ma divisione americana, nel deserto dell' Iraq del Sud. La 101/ma aerotrasportata e' una delle piu' potenti divisioni degli Stati Uniti, dotata di elicotteri d' attacco (Apache e Black Hawk) e di trasporto truppe (Chinook) ed è indispensabile per lattacco a Bagdad poiché trasporta il grosso della dotazione logistica e di guerra elettronica.altremappe - diario di guerra (1)