Diario dall'Iraq occupato


Corrispondenze di altremappe da Baghdad
30 luglio-12 agosto 2003

Una nuova voce di informazione a Baghdad
Intervista ad Al Muajaha


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30.7.2003 - da Baghdad. Entrare a Baghdad dopo un viaggio così lungo, dopo che con la Carovana a fine maggio siamo stati respinti e mandati via solo perchè 'no global', è un' emozione.
900 chilometri di deserto e alla fine si arriva in una città dello stesso colore di quel deserto, una città fatta di case basse e tante palme...
C'è un'aria strana, una tensione che si avverte anche se intorno tutto sembra più o meno normale, sempre che sia 'normale' trovare carri armati e jeep americane dappertutto, incrociandoli ovunque e sempre in allerta. Questo è l'Iraq liberato, la mitica città della Mesopotamia sotto l'occupazione americana: una ferita che brucia solo a guardare i palazzi distrutti, i ministeri, gli uffici, il museo, la biblioteca...
I bombardamenti hanno distrutto soprattutto gli edifici governativi, i ministeri, la sede della televisione, e poi 'per sbaglio' anche teatri, mercati, case e magazzini. E così ora questo è un paese senza una amministrazione, senza più archivi nè catasto: sono bruciate anche le registrazioni delle malattie e dei ricoveri in ospedale e così ora bisognerà ricominciare tutto da zero. Le guerre non sono fatte anche per questo, in fondo? Azzerare il passato e la memoria...

La protesta dei disoccupati
31.7.2003
- da Baghdad. La situazione è tesa in citta’ in queste ore. Soprattutto la notte durante le ore del coprifuoco (che è dalle 23.00 alle 6.00) si moltiplicano gli attacchi alle forze di occupazione americane che presidiano i punti di accesso e le strade della citta’.
In realtà la notte si sentono spessissimo esplosioni e sparatorie, elicotteri che sorvolano a bassa quota, mezzi militari e cingolati che si muovono.
Ieri c’e’ stata una nuova operazione massiccia di rastrellamento, nel quartiere dove viveva Saddam Hussein in gioventu’: decine gli arresti e le case perquisite. Ovviamente senza trovarlo.
Cresce intanto il numero di morti americani: ieri un soldato e' stato ucciso e altri due sono stati feriti in un attacco ad un centro operativo tattico delle forze Usa a colpi di armi leggere nella zona di Baaquba, nella provincia orientale di Diyala a Nord est di Baghdad
Arrivano notizie che sempre ieri nei pressi di Tikrit, nel nord del paese, siano stati lanciati due missili contro un convoglio americano.
Oggi almeno quattro soldati americani sono stati feriti in un attacco con lanciagranate Rpg sull'autostrada nei pressi dell'aeroporto di Baghdad. Fonti irachene parlano di un soldato ucciso.

Anche se gli americani hanno iniziato a pagare gli stipendi ad una parte del personale occupato nelle pubbliche amministrazioni, e’ grande il malumore per le precarie condizioni di vita di una parte della popolazione: da diversi giorni davanti al comando americano che si è insediato nell’ex palazzo del governo, c'è un presidio di disoccupati e invalidi che protestano per la mancanza di lavoro.

Due giorni fa 19 dei partecipanti al presidio sono stati arrestati dalle forze d’occupazione. Alle due del mattino i marines li hanno prelevati e portati dentro il palazzo. Un tam tam di comunicazione ha sparso la voce e così centinaia di persone di sono radunate fin dall'alba, violando il coprifuoco, per richiedere che fossero rilasciate.
Anche una delegazione dell'Ong italiana 'Un ponte per...' ha partecipato alla protesta: un fronteggiamento con i militari in assetto di guerra, slogan e tanta gente esasperata.
Dopo alcune ore di trattative i 19 sono stati rilasciati e raccontano di essere stati legati per tutto il tempo, seduti a terra senza potersi muovere e bere. E' solo l'ultimo di tanti episodi denunciati in varie parti del paese di abusi e maltrattamenti da parte delle forze della Coalizione che ieri hanno anche arrestato due giornalisti di Al jazeera a Mossoul perchè filmavano gli americani nel corso di una delle loro 'operazioni'.

Una festa per i bambini di Bahia, periferia ovest di Baghdad
2.8.2003
da Baghdad. Mentre in tutto il paese proseguono gli attacchi alle truppe americane, ieri mattina c’e’ stato un attacco ad una condotta petrolifera nel nord del paese, proprio nel giorno in cui l’Iraq sotto il controllo degli americani ha ripreso ufficialmente le esportazioni di petrolio. ExxonMobil, ChevronTexaco, ConocoPhilipps, Maraton e Valero Energy e le europee Shell, Bp, Total, Respsol Ypf: queste le società importeranno il petrolio 'americano' dell'Iraq ai prezzi e le quantità stabilite da loro, mentre in tutto l'Iraq il paradosso di questa storia di invasione parla di mancanza di benzina e code interminabili ai distributori. Ad ogni ora del giorno, soprattutto al mattino visto che la temperatura nelle ore più calde raggiunge anche i 60 gradi, centinaia di automobili e camion si incolonnano per fare il pieno, col rischio di arrivare al proprio turno e vedersi chiudere il distributore perchè il serbatoio è esaurito.
La giornata di oggi fa notizia per la sepoltura dei figli di Saddam Hussein.Tutti ne parlano e commentano. Si chiude cosi’ la vicenda torbida dell’assalto alla casa nella quale sono stati uccisi i due uomini, ma restano tutte le perplessita’ su quella operazione. Molti qui’ in Iraq non credono che quelle persone siano davvero Uday e Qusay, e pensano piuttosto che si tratti di una messa in scena degli americani.
Comunque sia, l’operazione ha suscitato dubbi che continuano a serpeggiare anche dopo l’ultimo messaggio di Saddam Hussein diffuso ieri dalla tv del Qatar al Jazeera, dove lui stesso ha parlato dei suoi figli come di due ‘martiri’.
Anche oggi in citta’ si avverte un clima molto teso e non solo nei quartieri piu’ periferici. Ieri due americani sono stati uccisi da una granata lanciata da un cavalcavia mentre il convoglio passava nella strada sotto. Oggi i cavalcavia sono presidiati dai tank e da soldati nervosi e agguerriti. Lo abbiamo visto percorrendo la lunga strada per arrivare nel quartiere popolare di Bahia dove oggi e’ stato inaugurato un centro giovanile all’interno di una scuola, attrezzato in collaborazione con la ong italiana Intersos.
Alle 9 del mattino, con una temperatura già di 45 gradi, è iniziata la festa. Tanta la gente arrivata per una occasione speciale: un tendone con tante sedie e un palchetto dove un comico molto noto da queste parti ha tirato su uno spettacolino per i bambini -
piu’ di 300- che studiano in questa scuola.
Allegria, emozione, curiosità e tanti gesti irripetibili quando gli elicotteri americani, che continuamente volano nel cielo di Baghdad, sono passati sopra le nostre teste. Tutto ciò sotto lo sguardo dei più anziani della comunità e dei rappresentanti della municipalità che, seduti un pò in disparte e fumando un narghilè, hanno osservato il gran da fare che si svolgeva tutto intorno.
Il progetto prevede che ora in questa scuola si svolgano anche attivita’ di musica, artigianato e sport oltre alle normali attivita’ didattiche. Una esperienza che si è realizzata in collaborazione con la municipialita’ di questo quartiere che ha lavorato attivamente alla costruzione di questo esperimento.
Dall'altra parte della città intanto il presidio dei disoccupati e invalidi davanti all’ex palazzo presidenziale, ora sede del comando americano, ha avuto una minaccia di sgombero da parte dei marines: se dopo il coprifuoco, che parte alle 23.00 al presidio vi saranno piu’ di 6 persone i marines interverranno per sgomberare.
C’e’ un appuntamento per passare la notte li’ e piu’ di 60 persone si stanno già preparano a radunarsi sotto le tende e fra gli striscioni.

Incontrando i militari italiani in Iraq...
4.8.2003
da Nasiriya. ‘White Horse’. Questo e’ il nome della base italiana a 10 km da Nasiriya, nel sud dell’Iraq.
Il nome romantico, ereditato dagli americani, non corrisponde in niente alle immagini che evoca. Pieno deserto, a pochi chilometri da una centrale elettrica -una delle piu’ importanti del paese-, temperatura media più di 50 gradi all’ombra.
Qui sono concentrati circa 1800 soldati dell’esercito italiano che da luglio hanno ricevuto dalla CPA (Coalition Provisional Authority, la coalizione che ha fatto la guerra e ora occupa il paese) il compito di ‘garantire la sicurezza’ nella zona.
Compiti di polizia per l’esercito, compiti piu’ strettamente di reparti antisommossa per i carabinieri.
Questa e’ una citta’ dove la resistenza all’avanzata dei marines e’ stata particolarmente forte.
Per piu’ di quindici giorni gli americani sono rimasti al di la’ dell’Eufrate, tirando razzi e bombardando dagli Apache e se ne vedono ancora tutti i segni di questa battaglia: nei palazzi distrutti del municipio, nelle facciate delle case tempestate di buchi e con i tetti sfondati, nei cumuli di macerie fra cui si aggirano i bambini.
Ma qui, ora, non si avverte una particolare ostilita’ verso i soldati del contingente italiano, forse perche’ il comportamento piu’ “umano” delle truppe marca una differenza tangibile con la ingombrante presenza americana.
Resta il fatto che questo contingente e’ la coda di una guerra, e’ lo strascico di una occupazione in pieno stile che anche attraverso la presenza di contingenti di piu’ nazionalita’ (ci sono rumeni, polacchi, coreani, ora anche giapponesi) sta cercando di darsi una facciata “umanitaria”. Gli stessi compiti attribuiti agli italiani (i carabinieri, ad esempio, stanno iniziando ad addestrare la ‘nuova’ polizia irachena) sono stati decisi dalla Coalizione, l’esercito italiano e’ sotto il comando britannico.
Non si puo’ tentare di separare la situazione attuale e la “necessita’” di garantire la sicurezza in una citta’ dove tutti posseggono armi (una granata costa un dollaro, un kalashnikov ne costa sedici), dal contesto del quale questa presenza e’ parte.
Contraddizione, questa, che diventa evidente quando il generale che comanda il contingente italiano si lamenta della mancanza di collaborazione fra i militari e le Ong italiane che operano in territorio iracheno. Una scelta, questa, che alcune Ong –quelle che hanno creato il Tavolo di solidarieta’ con le popolazioni dell’Iraq- hanno motivato chiaramente con la volonta’ di non riconoscere in alcun modo la legittimita’ dell’occupazione di questo paese e di marcare senza ombra di dubbio l’indipendenza dell’operato delle Organizzazioni non governative dalle scelte del governo italiano che ha appoggiato la guerra fornendo supporto logistico e ora inviando un proprio contingente.
Quando il generale riconosce che ci sono urgenze negli ospedali di Nasiriya e mancano attrezzature basilari per le attivita’ di assistenza ai malati e si chiede perche’ le Ong non si coordinano con loro, potrebbe chiedersi anche perche’ questa attivita’ di sostegno alle strutture ospedaliere non sia contemplata nei compiti dei contingenti militari presenti, che al massimo stanno facendo arrivare alcuni containers di medicinali.
E magari cosi’ si potrebbe sgomberare il campo dalle ipocrisie e chiamare ogni cosa col proprio nome.
Il compito principale del contingente italiano e’ il pattugliamento della citta’, l’esecuzione di rastrellamenti e controlli: pochi giorni fa ne hanno effettuato uno arrestando alcune persone e sequestrando armi ed esplosivi.
A Nasiriya non c’e’ il coprifuoco anche se la notte capita spessissimo di sentire sparatorie e scontri fra quelle che vengono definite ‘bande’ del luogo, che dopo la caduta del regime, la perdita del lavoro da parte dei molti precedentemente legati al partito Ba’ath al potere o all’esercito, si sono diffuse e si contendono i territori.

A Nasiriya la situazione sembra meno tesa che nella capitale. C'è molta gente in giro, il suk è affollato anche alle 9 di sera e nella piazza ci sono negozi aperti e fumerie di narghilè piene di uomini seduti all'aperto a parlare. Ma dopo la fine della guerra sono tornate a prendere spazio le opinioni e le indicazioni del clero islamico e nelle strade le donne che si incontrano quasi sempre indossano il vestito nero e qualche volta anche il velo nero sul volto. Pochi gli sguardi e praticamente nessuna parola scambiata con le tante ragazze che si incontrano. E' un rischio questo e una domanda che ricorre, perchè in questo paese pieno di contraddizioni e con una storia di cambiamenti e sconvolgimenti enormi alle spalle e nell'immediato passato, la presenza delle donne è impercettibile. E' un limite, perchè questo momento è percepito da molti come una occasione di possibile cambiamento, anche se ipotecato dalla occupazione americana, dalla spartizione delle ricchezze del paese, dal mantenimento di una situazione di grave carenza di servizi e di organizzazione della vita comune. Ma, nonostante tutto, questo momento è vissuto dalla maggioranza come una opportunità nella quale le donne sembrano avere però una posizione marginale, a parte pochi, pochissimi casi.

La base americana di Talil. Nel cuore della Mesopotamia
4.8.2003
da Nasiriya. Nella base di Talil ci sono circa 5000 marines. Si tratta di una delle piu’ grandi basi aeree che gli americani hanno impiantato nel paese e copre tutto il sud dell’Iraq. Un’altra (la piu’ importante) si trova nei dintorni di Baghdad.
Ma la base di Talil si trova in un territorio molto speciale: questa e’ la terra dove i fiumi Tigri ed Eufrate avvicinano i loro corsi, dopo aver percorso tutto il paese in parallelo.
Eppure e’ difficile guardarlo ora questo posto senza sentire un tuffo al cuore: il palazzo di Ur vecchio piu' di 5.000 anni e’ soffocato dalla base, stretto tra tanks, carri armati, torrette, check point...
Non si puo’ visitare, ovviamente, anche se vederlo in lontananza, cosi’ imponente e fiero, emoziona lo stesso, anzi forse emoziona di piu’.
Ma la vita della base scorre squallida intorno a ritmi guidati da logiche ben lontane dalle suggestioni di questa storia, di questa terra, madre di civilta’ tra le piu’ antiche.
Centinaia di carri armati, camionette e soldati circolano senza sosta fra i tantissimi capannoni, tutti sono oppressi da un caldo soffocante, sudano sotto le divise appesantite dai fucili che portano sempre con loro.
Ma a parlarci con i soldati -quelli della truppa, quelli non esaltati dalle balle di Bush- anche in questo posto dove sono loro i padroni incontrastati, traspare la paura.
Ogni giorno, anche piu’ volte al giorno, in Iraq si stanno moltiplicando gli assalti alle truppe americane. Per ora piu’ spesso a Baghdad e al nord. Ma il soldato James, che parla spagnolo perche’ la madre e’ messicana, pensa che presto anche da queste parti succedera’ qualcosa di spiacevole contro gli americani.
Lui e’ stato richiamato fra i riservisti, e’ qui da marzo e ci deve rimanere almeno per un anno: fosse per lui –dice in continuazione- tornerebbe a casa in questo momento.
“Non stiamo facendo niente di buono in Iraq, l’unica cosa giusta da fare e’ andarcene...” mi continua a ripetere, anche sapendo che non succedera’...

La Coalizione...
5.8.2003
da Baghdad. In questo paese senza governo tutto procede secondo un copione non si sa bene quanto programmato dalle forze di occupazione. In realtà non si capisce se c'è un piano perchè tutto sembra lasciato all'improvvisazione, a parte il controllo del territorio e gli affari relativi al petrolio.
Partecipare ad una riunione al ministero della salute fra i 'nuovi padroni' e le ong che lavorano in questo campo è stato illuminante.
Obiettivo ufficiale dell'incontro era un tentativo di coordinamento fra le attività di molte organizzazioni non governative, soprattutto internazionali -che con i loro progetti hanno un intervento sistematico negli ospedali e negli ambulatori- e i rappresentanti della CPA (Coalition Provisional Autority, provvisoria?...).
A parte il tono e le modalità da professori che stanno giudicando gli studenti, è completamente chiaro che non sanno dove mettersi le mani (forse è meglio dire che non sono troppo interessati). Oltre a farsi dire da ognuno quello che sta facendo, altro non c'è stato.
Ma una cosa salta agli occhi immediatamente: dove sono gli iracheni? C'è una sola Ong, ma nessun medico, rappresentante di associazioni di medici, di ospedali...
Sembra di parlare di qualcosa da amministrare, senza che ci sia la voce dei soggetti che dovrebbero avere più parole di tutti gli altri, o forse che dovrebbero avere il diritto di decidere come pensare quella che gli occupanti chiamano la 'ricostruzione'. E' come se fossero atterrati in un deserto, con tutto da rifare da zero, tutto da rifare secondo i loro schemi, senza nessuna considerazione per quello che questo paese ha già come suo patrimonio.
Sono molte le ong che stanno lavorando in Iraq anche da prima della guerra e questo incontro ha lasciato molti insoddisfatti e frustrati, oltre che 'arrabbiati'. In questo contesto di totale confusione non ci sono più i referenti con i quali coordinare le attività, ai quali sottoporre i progetti, con i quali valutare le necessità. E gli americani sono ben lungi da sforzarsi a cercare una soluzione.

E la situazione di insoddisfazione e malcontento è palpabile ovunque e parlando con chiunque. Estrema testimonianza di questa situazione e’ il bilancio degli ultimi 4 giorni per quel che riguarda gli attacchi a veicoli e postazioni americane nella capitale. Da giovedi’ scorso sono stati almeno 25 gli attentati contro le forze di occupazione colpite con granate, razzi anticarro, ordigni rudimentali.
Questo comporta, ovviamente, anche un innalzamento del livello di controllo e repressione delle forze americane che si sentono sempre di piu’ in una situazione di pericolo costante e che gestiscono sempre meno.
Nella nottata elicotteri Apache hanno sorvolato senza interruzione molti quartieri della citta’: durante il coprifuoco e dal momento che ogni tre ore va via la luce, controllare tutti i movimenti che possono apparire sospetti e’ molto piu’ semplice e sicuro dall’alto.
Ma non e’ facile sapere quello che gli attacchi provocano alle truppe in termini di danni, feriti e morti.
Ieri nella citta’ e’ circolata la notizia dell’abbattimento di un elicottero Apache sulla strada per l’aeroporto, una delle vie nelle quali piu’ frequentemente avvengono le imboscate.
La zona sembra sia stata immediatamente isolata da tanks e carri armati, e’ stato vietato l’accesso a chiunque, mentre i resti dell’elicottero sembra siano stati portati via da altri Apaches senza che si riuscisse a capire se vi fossero feriti o morti nell’attentato.
E questo avviene molto frequentemente.

Del resto il comportamento arrogante e violento dei marines americani non fa che aumentare la sensazione di insofferenza che serpeggia fra la popolazione. Sono numerose le occasioni nelle quali i soldati a bordo dei convogli che circolano in citta’ puntano i fucili contro gli automobilisti che affollano le strade di Baghdad, magari solo per voltare.
Come non esitano a minacciare con manganelli e fucili le persone che si incolonnano in file chilometriche davanti alle sedi di partiti di ispirazione islamica per chiedere sussidi o lavoro.
Episodi che capita di vedere se si fa un giro nei quartieri dove piu’ forte e’ la presenza di partiti islamici.

Attacchi al sud e al nord. Ora anche gli imprenditori fra gli obiettivi
6.8.2003
- da Baghdad. Anche stanotte ci sono stati attacchi ai soldati americani in città, diversi sono rimasti feriti. Ma oggi la notizia è di una bomba esplosa intorno alle 12 circa due km a sud di Bassora, sulla strada che conduce a Zubair, pochi secondi dopo il passaggio di tre camion britannici. E' il primo attentato, a quanto risulta qui, contro le forze britanniche che controllano il sud dell'Iraq. L'esplosione ha ferito quattro iracheni e ha danneggiato un minibus e un camion. Ma non è l'unico episodio di un clima che testimonia un'insofferenza crescente e che si manifesta in tutte le regioni del paese.
Ieri un imprenditore americano è rimasto ucciso nel nord. L'uomo è un funzionario della Kellog Brown & Root - una consociata della compagnia petrolifera Halliburton - che stava guidando a nord di Tikrit, quando una bomba e' esplosa (o e' stata fatta esplodere con un comando a distanza).
E' il primo attentato di questo tipo nell'Iraq occupato, nel quale si sono aperti grandi affari per alcune grandi imprese americane che sempre compaiono nei dopoguerra allestiti dagli americani: come in Kossovo o in Afghanistan.
La Kellogg Brown & Root, come unico fornitore di servizi di supporto alle truppe, ha gia' totalizzato ordini del valore di 529.4 milioni di dollari per contratti relativi alle guerre in Afghanistan e in Iraq. Ma c'è anche la Halliburton, che si occupa di pozzi di petrolio, e la Bechtel che si è accaparrata la ricostruzione delle infrastrutture civili come le scuole. Una ricostruzione tutta da vedere, considerando che perfino l'Unicef, in una delle riunioni che gli occupanti stanno tenendo con le ong e le organizzazioni internazionali che si occupano di infanzia, ha manifestato critiche pesanti sull'operato di questa azienda che, oltre a non coordinarsi con nessuno per iniziare i lavori ma semplicemente presentandosi col suo carico di soldi e mezzi, completa i lavori in tre settimane, un tempo che -denuncia sempre Unicef- non è sintomo di efficienza ma di approssimazione, visto che in un tempo simile non si possono rispettare gli standards minimi che consentono di realizzare strutture decenti.

Una bomba all'ambasciata giordana
7.8.2003
da Baghdad. In città è circolata la voce quando l'ospedale più vicino ha cominciato ad accogliere i primi feriti. I telefoni a Baghdad non funzionano dalla fine della guerra e così le informazioni circolano in un'altra maniera, un passaparola che raggiunge comunque tutti e aggiorna su quello che succede in città.
Stamattina una bomba è esplosa davanti all’ambasciata giordana. Non e’ ancora definitivo il bilancio delle vittime, tra sette e undici, quello dei feriti va da 32 a una quarantina.
Al-Jazeera ha parlato di tre automobili distrutte davanti all’edificio e di numerose ambulanze che sono accorse sul luogo dell'esplosione.
Il fatto è avvenuto nel quartiere residenziale Al Monsur, nella parte occidentale della città. E' il primo attentato di questo tipo a Baghdad e lo sconcerto è grande in giro. Ma il motivo non sembra sfuggire a nessuno: la Giordania da sempre è un alleato degli Stati Uniti e durante la guerra ha appoggiato l'operato degli americani.

Subito dopo l'esplosione, sembra anche che alcune decine di persone abbiano preso d'assalto l'ambasciata, bruciato la bandiera giordana e i ritratti del re e di suo padre Hussein scandendo slogan contro il Paese arabo alleato degli Usa. Tutto ciò fino a quando i militari americani sono intervenuti con i blindati e hanno occupato l’edificio.
E nella notte ancora due
soldati statunitensi sono stati uccisi, nel quartiere Al Rashid.

Un paese senza pace. Rivolte contro i soldati britannici a Bassora
10.8.2003da Baghdad. Si avverte un clima sempre piu’ teso e preoccupato in questi giorni in Iraq. Le notizie che ci arrivano ogni giorno sono sempre piu’ spesso di attacchi quotidiani contro le truppe americane in tante parti del paese: a Baghdad anche ieri tre soldati sono rimasti feriti, ma si sa di attacchi anche a Tikrit, a Falluja ed ora anche nel sud, nella Bassora occupata dai britannici si moltiplicano proteste ed attacchi.
L’esasperazione a Bassora e’ arrivata ad un punto di rottura ieri quando, dopo giorni di mancanza di elettricita’, carburante e gas, la gente e’ scesa nelle strade per protestare contro le truppe britanniche che controllano la regione.
Gli incidenti sembra siano iniziati ad una delle decine di code chilometriche che si vedono ovunque qui in Iraq ai distributori di benzina.
Nel secondo paese produttore di petrolio al mondo non c’e’ carburante per gli abitanti: il petrolio si esporta –ed e’ retorico chiedersi chi beneficia degli introiti...-, ma non si produce abbastanza carburante per le necessita’ dei cittadini iracheni.
Cosi’ ieri a Bassora centinaia di persone hanno assalito le camionette dei britannici, sembra sia stata lanciata una granata e i soldati hanno sparato. Un manifestante è stato ucciso.
I manifestanti si sono anche diretti verso la sede locale delle Nazioni Unite, che e’ stata infatti temporaneamente evacuata. Centinaia gli operatori delle UN che sono in Iraq e che si rinchiudono negli alberghi non appena c’e’ un minimo innalzamento dei rischi. Gia’ naturalmente mettono molto poco il naso fuori dai palazzi blindati in cui sono protetti e ben poco si aggirano per la citta’: figurarsi quando arrivano notizie come quelle dell’attentato di giovedi’ scorso all’ambasciata giordana o di manifestazioni dirette anche contro di loro.
In questo clima che si va facendo ogni giorno piu’ incandescente si stanno verificando episodi di intolleranza anche nei confronti delle organizzazioni non governative che operano nel territorio. Una vettura di Medici senza frontiere e’ stata fatta oggetto di lancio di sassi al suo passaggio in un villaggio del sud: difficile per la popolazione distinguere i ruoli e le responsabilita’ in un momento come questo, in cui il paese e’ occupato e gestito economicamente e politicamente da forze straniere.

... in un ospedale di Saddam City: le speranze del dott. Malallah
10.8.2003
da Baghdad. Saddam City e’ il quartiere piu’ “difficile” di Baghdad. Un Bronx iracheno, uno Zen del medio oriente.
Ci vivono in 3 milioni, la metà di tutta Baghdad dove abitano circa 6 milioni di persone.
Entrare a Saddam City significa davvero varcare una soglia: quando entri te ne accorgi subito, cambia qualcosa di tangibile nelle persone che incontri, nelle strade che percorri, nella vita che si vede ‘correre’ intorno.
Difficile anche arrivarci perche’ i tassisti non ci vanno volentieri.
E’ un quartiere popolare, piu’ povera anche la struttura delle case circondate spesso da strade non asfaltate –per quanto siano in condizioni precarie, in tutta Baghdad le strade sono asfaltate- e da cumuli di immondizia. Moltissime le donne vestite di nero che affollano i mercatini di frutta e verdura, che trascinano pericolosamente le bombole di gas per cucinare, mentre tengono per mano i bambini.
Qui ogni donna, mi dicono all’ospedale Al Qadissia, ha circa 8 figli a testa. Molti uomini fanno lavori umili che non permettono di mantere famiglie cosi’ numerose e allora sono tanti –fenomeno comunque diffuso anche in altre parti della citta’- i bambini che sono tutto il giorno nelle strade a lavorare: a vendere bibite fresche e a trasportare carichi nei mercati soprattutto.
Ci sono 4 ospedali in tutto a Saddam City, e Al Qadissia ha una capacita’ di circa 400 posti letto, oltre agli ambulatori che sono sempre affollatissimi.
Non c’e’ un buon odore, in giro per i corridoi, anche se il personale fa di tutto per cercare di mantenere pulito: ma fa molto caldo, in questo periodo ogni giorno si superano i 55 gradi –ieri addirittura si e’ arrivati a 61!!!- e tutto e’ piu’ difficile quando manca spesso la luce, i condizionatori e i ventilatori non funzionano o funzionano male per via dei generatori che si rompono.
I medici sono gentili e disponibili, anche con i pazienti che si aggirano per i corridoi a centinaia. ‘Qui non e’ cambiato molto da prima della guerra’ dice la dottoressa Mahdi, nel senso che a parte i salari dei medici che sono piu’ alti adesso, le strutture non hanno avuto nessun miglioramento.
‘Ma ora viviamo una situazione diversa perche’ tante cose si sono trasformate nel nostro paese e siamo contenti di poter avere una liberta’ che prima non avevamo’.

"E’ un momento molto speciale per noi" continua il dottor Malallah."La presenza degli americani e’ un problema e ne siamo tutti coscienti, ma questo non toglie che ora noi ci sentiamo piu’ liberi di prima, possiamo esprimerci e dire cose che in passato non potevamo permetterci. Siamo un popolo che sta elaborando qualcosa di gigantesco: e’ diffuso un senso di crisi, di smarrimento e di confusione che e’ proprio il frutto di tanti cambiamenti, come pure della necessita’ di “gestire” la ingombrante presenza degli americani. Sappiamo tutti perche’ sono qui e cosa vogliono dal nostro paese; sappiamo anche delle menzogne che hanno detto al mondo per fare la guerra e occupare l’Iraq. Ma hanno fatto in modo che Saddam Hussein (il loro amico decennale in precedenza) fosse cacciato e questo per noi ora conta molto, perche’ si possono aprire nuove opportunita’ per questo paese. Sta a noi, ora, anche pagando il prezzo che stiamo pagando, provare a prendere in mano questo paese inquieto e contradditorio. Per ora aspettiamo per capire se le promesse che ci hanno fatto verranno mantenute: se non sara’ cosi’ si aprira’ una fase ancora piu’ difficile, perche’ i partiti che stanno nascendo a decine, spesso non ci rappresentano e gli americani hanno spesso di noi un’opinione che offende le nostre intelligenze. Sara’ difficile e noi ora siamo anche molto stanchi. Ma io ho fiducia che piano piano riprenderemo ad avere voglia di far evolvere questo paese rispettando la nostra storia millenaria e la nostra cultura."

Le difficoltà delle Ong
11.8.2003
- da Baghdad. La rivolta di Bassora continua a occupare l'attenzione generale. La situazione è molto difficile e di nuovo le manifestazioni si sono dirette anche contro la sede locale delle Nazioni Unite. Oggi ad una riunione di coordinamento delle Ong che lavorano in Iraq si avvertiva forte la preoccupazione per la situazione che si sta creando, mentre le Ong sono strette tra la pressione delle forze di occupazione, che non hanno molti riguardi per loro -ieri una automobile di 'Premiere Urgence' è stata colpita da un proiettile sparato da un soldato 'troppo nervoso' ad un incrocio e per poco non ci sono state conseguenze tragiche- e la popolazione che non sempre riesce a distinguere ruoli e responsabilità.
Si hanno notizie di sassi lanciati contro automobili e bombe rudimentali gettate la scorsa notte contro un ufficio.
Per questo le Ong si sono date un decalogo di comportamento che dovrebbe definire una distinzione netta con le forze occupanti, attraverso alcune regole di base che sottintendono un ragionamento abbastanza condiviso sul conflitto e sull'attuale occupazione. A parte la raccomandazione di stare il più lontano possibile dai convogli americani, visto che anche in pieno giorno sono oggetto di attacchi e attentati, si è deciso che:
- nessun soldato salga su veicoli delle Ong
- nessun soldato possa entrare nelle abitazioni occupate dalle Ong
- non si portino armi nei veicoli delle Ong
- non si socializzi con le forze della coalizione
- nessun membro di Ong salga a bordo di veicoli della coalizione


Elettricità a singhiozzo a Baghdad
12.8.2003 - da Baghdad. In questi ultimi giorni si è aggravata molto in città la carenza di energia elettrica. Ormai sono più le ore in cui la corrente manca che quelle in cui c'è. E questo comporta una serie di conseguenze come il caldo insopportabile sia il giorno che la notte e la mancanza di acqua che possono rendere la situazione davvero insostenibile.
Passare la notte senza il sollievo di un condizionatore o di un ventilatore quando la casa è infuocata da temperature di 55-60 gradi di giorno, che di notte 'scendono' a 45, è una esperienza non augurabile.
La centrale elettrica di Al Dorra attualmente funziona solo a metà e anche se sembra che siano arrivati dei tecnici a sistemare alcuni impianti, non si prevede un ripristino in tempi rapidi.
Anche qui sono gli americani ad accoglierti se vai per fare interviste e foto.
Qualche foto è possibile farla, di interviste non se ne parla. Perchè la corrente in questi giorni sia diminuita è un mistero che qui non si riuscirà a svelare. Resta il fatto che anche se nei bombardamenti questa centrale non è stata colpita, tutta la rete di distribuzione ha subito danni gravissimi che necessiterebbero interventi rapidi e immediati. Cosa che evidentemente non si sta facendo...

Vi segnaliamo il sito www.almuajaha.com

Prossimamente pubblicheremo le interviste realizzate durante questo viaggio