Pakistan: i bastioni dell'Impero

DEMOCRAZIA IN CACHI
Tariq Ali
da la rivista del manifesto - maggio 2003


Adesso ogni giorno è mite e terso Ovunque ci si volti, l'esercito Usted Daman (1959) Il 19 settembre 2001, il generale Pervaiz Musharraf comparve in televisione per informare il popolo afgano che il loro paese sarebbe rimasto a fianco degli Stati Uniti nel bombardamento dell'Afghanistan. Visibilmente pallido, sudato e trafelato, sembrava un uomo che avesse appena firmato il proprio atto di morte. L'insediamento del regime talebano a Kabul era stato l'unico successo dell'esercito pakistano in politica estera. Nel 1978, gli Stati Uniti si erano rivolti al dittatore militare che governava il paese, il generale Zia-ul-Haq, quando cercavano un braccio fidato che portasse avanti la loro jihad contro il regime filosovietico radicale in Afghanistan. In seguito, i servizi segreti pakistani (Isi) erano diventati un vero e proprio esercito nell'esercito, in gran parte finanziati direttamente da Washington. Fu l'Isi a coordinare la rapida ascesa al potere dei Talebani durante il premierato di Benazir Bhutto alla metà degli anni '90; a infiltrare sabotatori e assassini professionisti nel Kashmir indiano; e a mantenere il collegamento diretto con Osama bin Laden. I successori di Zia poterono compiacersi della loro nuova provincia a nord-ovest, con la quale in pratica si rifacevano della perdita del Bangladesh nel 1971.
Adesso era tempo di mettere ordine nelle conquiste ottenute con la vittoria: bisognava smantellare il protettorato talebano e catturare bin Laden, `vivo o morto'. Ma dopo il ruolo di primo piano avuto nell'installare il fondamentalismo in Afghanistan, l'esercito pakistano e l'Isi avrebbero accettato il dietrofront dei loro padroni stranieri, tornando in prima linea ma questa volta nel brutale tentativo di estirparlo? Musharraf era evidentemente nervoso, ma i servizi segreti militari Usa non si erano sbagliati: in fin dei conti, i generali pakistani sono sempre rimasti fedeli all'istituzione che li ha fatti nascere - e ai suoi sostenitori internazionali - più che a concetti astratti come la democrazia, l'Islam o persino il Pakistan.
La storia di un paese nato 55 anni fa è costellata di interminabili duelli tra generali e politici, con i funzionari statali nel ruolo di pedine per entrambe le parti. Le statistiche rivelano il vincitore: mentre rappresentanti eletti hanno guidato il paese per quindici anni, e burocrati irresponsabili con i loro lacché per undici, l'esercito è rimasto al potere per ventinove anni, al punto da far suggerire a qualcuno che la bandiera bianco-verde nazionale dovrebbe essere ricolorata in cachi (1). È un triste record, ma il comando supremo pakistano non ha mai tollerato troppe interferenze da parte dei politici civili. All'ultimo leader ancora convinto di avere l'esercito sotto stretto controllo, Zulfiqar Ali Bhutto, dovettero schiarire le idee: nel 1977, per ordine del generale Zia - allora un favorito, che Bhutto aveva promosso scavalcando altri cinque ufficiali di grado superiore più meritevoli - il primo ministro fu rimosso dal potere e impiccato due anni dopo (2).
Dopo l'improvvisa morte di Zia nel 1988, si sono alternati al potere il Partito del popolo pakistano (Ppp) di Benazir Bhutto (1988-90; 1993-96) e la Lega Musulmana di Nawaz Sharif (1990-93; 1997-99). Nel 1998, Nawaz Sharif - forse il politico più corrotto del paese - sembrò sul punto di dimenticare la lezione di Bhutto. La già vacillante economia arrivò sull'orlo del collasso quando la crisi finanziaria del Sudest asiatico colpì la regione, e fu resa più profonda dalle sanzioni Usa imposte dopo i test nucleari indo-pakistani del 1998 (Clinton intervenne in un secondo momento per attenuarle, sulla base degli interessi Usa per la sicurezza nazionale). Il generale Karamat, capo di Stato maggiore, chiese di istituire un Consiglio di sicurezza nazionale che si facesse carico della situazione, per lo più composto da membri dell'esercito. Nawaz Sharif lo rimosse nell'ottobre 1998 e al suo posto mise Musharraf.
Sei mesi dopo, sotto il comando di Musharraf, l'esercito pakistano lanciò la sua offensiva nel Kargil, impadronendosi di alcune aree strategiche del Kashmir indiano. Nawaz Sharif ricevette immediate pressioni da parte degli Usa e, nel luglio 1999, ordinò alle truppe di ritirarsi, riuscendo a fatica a far ingoiare al Comando supremo, che vantava la vittoria militare, la sconfitta diplomatica. Nawaz Sharif, evidentemente contando sul sostegno di Washington, cercò di provocare in seno all'esercito ribellioni contro Musharraf, dichiarando pubblicamente di non essere stato consultato sull'iniziativa nel Kargil. L'ottobre successivo, mentre Musharraf era in visita nello Sri Lanka, la televisione pakistana annunciò che il capo di Stato maggiore era stato destituito; al ritorno, al suo aereo fu negato il permesso d'atterraggio. Forse già nei cieli pakistani e mentre le scorte di carburante si esaurivano, o magari immediatamente dopo il suo arrivo, Musharraf ordinò di mettere agli arresti Nawaz Sharif. Quindi, dichiarò che era stato «costretto ad agire, per evitare ulteriori destabilizzazioni dell'esercito»; sospese Parlamento e Costituzione, si autonominò capo del governo e istituì un Consiglio esecutivo di sicurezza nazionale. (L'amministrazione Clinton riservò a Nawaz Sharif un destino più mite che a Bhutto, sottraendolo alla prigione e ottenendo che trascorresse un piacevole esilio in Arabia Saudita.) Il consenso dei liberals Sulle prime, sia nel paese che all'estero, il quarto colpo di Stato dell'esercito pakistano dopo tanti anni provocò una certa gioia. Alla contentezza popolare per essersi sbarazzati di Nawaz Sharif, si aggiungeva il nuovo elemento di una presa di potere militare avvenuta sotto lo sguardo apparentemente rammaricato della Casa Bianca. Questo, insieme alla retorica pseudo-modernista del nuovo governante, incoraggiò un'ondata di amnesia generale. Era come se l'istituzione che aveva dominato la vita politica del paese per tanti anni non esistesse più, o avesse subito una miracolosa trasformazione. Gli esperti liberals di New York e Lahore erano disorientati, mentre alla «London Review of Books», Anatol Lieven descriveva l'amministrazione di Musharraf come «la più progressista che abbia avuto il Pakistan da una generazione a questa parte» (3). La maggioranza dei pakistani era più scettica, indifferente al destino dei suoi politici, e con poche illusioni quanto alla natura o al ruolo dell'esercito.
Come i suoi precursori in uniforme, Musharraf promise subito di porre fine alla corruzione, riformare le zone rurali, tassare il ceto medio, sradicare la povertà, educare i poveri e restaurare la democrazia reale. La strada pakistana dell'assolutismo è sempre lastricata di simili intenzioni; perché tanti commentatori liberals sembravano essersi convinti? In parte era per pura disperazione. Di fronte alla terribile esperienza dei politici eletti negli anni '90, erano pronti ad aggrapparsi a qualunque cosa. Erano anche abbindolati dalla retorica di Musharraf, colma di riferimenti entusiastici per Kemal Atatürk e la sua formazione sociale e culturale relativamente atipica. Diversamente da gran parte dei comandi supremi, Musharraf non apparteneva all'etnia punjabi; non aveva alcun legame con l'élite terriera tradizionale che aveva dominato il paese, non era al soldo di nessun milionario dell'eroina né era amico di qualche industriale corrotto. La sua famiglia, colta e laica, aveva lasciato Uttar Pradesh con la Spartizione del 1947 a per rifugiarsi nel `Paese dei Puri'. Sua madre, quando il figlio aveva già raggiunto la notorietà, rivelò in un'intervista a un quotidiano che negli anni '50 aveva subito l'influenza di intellettuali progressisti come Sajjad Zaheer e Sibte Hassan (4). Non dichiarò mai che le sue idee si fossero trasmesse geneticamente al figlio, ma, si sa, la disperazione porta a credere a tutto.
Pochi mesi dopo la presa di potere di Musharraf, tuttavia, forti segnali già indicavano che in sostanza non sarebbe cambiato nulla. Il capo del governo aveva nominato un amico e collega, il generale Amjad, capo del Dipartimento nazionale per l'accertamento delle responsabilità (Nab), con il compito di rimuovere e punire ufficiali, politici e uomini d'affari corrotti. Amjad era uno dei pochi ufficiali veterani dell'esercito che si diceva fosse immacolato: la sua reputazione di uno che «rispettava le regole del gioco» lo aveva ridotto alla dissidenza, sin da quando era un giovane ufficiale. Si racconta che avesse rifiutato, nonostante le insistenti richieste, di far usare a un generale l'uso del servizio d'argento per una cena privata. I colleghi, sconcertati da questa incredibile presunzione, gli riservarono derisione in pubblico e un moderato rispetto in privato.
La decisione di Musharraf di metterlo alla testa del Nab rischiava di produrre conseguenze gravi. Nel giro di due settimane, Amjad aveva assunto William Pepper, un rispettabile avvocato americano estraneo alle istituzioni, per rintracciare il denaro fatto sparire all'estero da Benazir Bhutto e dal marito Asif Zardari. Nel frattempo, aveva fatto arrestare alcuni industriali che avevano ricevuto prestiti dalle banche senza restituire nemmeno gli interessi; e su tutti i quotidiani fu pubblicata una lista con i nomi dei politici che si erano comportati allo stesso modo. Rivelare i nomi e sollecitare il pubblico disprezzo poteva essere una punizione psicologica, ma non bastava ad estirpare il tumore. Sembra che Amjad avesse detto al capo del governo che, per affrontare il problema in modo serio, era necessario creare almeno un'istituzione completamente pulita nel paese; solo così i funzionari pubblici e i politici avrebbero capito. Ma pulire le stalle di Augia avrebbe voluto dire arrestare dozzine di generali in servizio e in pensione, ammiragli e marescialli, da sempre ricompensati per i servizi prestati al paese con la licenza di accedere a un ampio giro di corruzione. Musharraf naturalmente si oppose a qualsiasi iniziativa di questo genere, temendo che potesse dividere e demoralizzare i pezzi grossi e portare a un allentamento della disciplina. Senza disciplina, l'esercito pakistano rischiava di assomigliare troppo a una milizia mediorientale o latinoamericana, nella quale persino un soldato semplice può pensare di prendere il potere. Amjad fu tranquillamente messo da parte, prima come comandante dei Corpi d'armata, poi come capo della Fondazione Fauji, una cassaforte dell'esercito dove i suoi scrupoli potevano essere messi alla prova; i capitalisti furono rilasciati, i politici smascherati tirarono un sospiro di sollievo e si tornò, in ogni senso, agli affari di tutti i giorni.
Un'economia a pezzi Se la destituzione di Amjad risultò gradita al capitalismo locale, la nomina del banchiere newyorchese Shaukat Aziz a ministro delle Finanze portò Musharraf a conquistarsi le simpatie dell'Fondo monetario (Fmi). L'economia pakistana è rimasta a lungo paralizzata da esorbitanti spese per la difesa che, non sostenute da entrate fiscali adeguate, hanno fatto salire alle stelle il costo degli interessi sul debito. Nel 2001, il servizio del debito e le spese per la difesa ammontavano ai due terzi della spesa pubblica: rispettivamente 257 miliardi di rupie (4,2 miliardi di dollari) e 149,6 miliardi di rupie (2,5 miliardi di dollari), a fronte di entrate fiscali complessive di 414,2 miliardi di rupie (6,9 miliardi di dollari). In un paese in cui il sistema dell'istruzione pubblica è tra i peggiori di tutta l'Asia - il 70% delle donne e il 41% degli uomini figura ufficialmente come analfabeta - e con un'assistenza sanitaria praticamente inesistente per oltre la metà della popolazione, appena 105,1 miliardi di rupie (1,75 miliardi di dollari) erano destinati allo sviluppo complessivo.
Negli anni `90, il Fondo monetario aveva rimproverato i governi civili di non mantenere le promesse di risanamento. Il regime di Musharraf, invece, dal 1999 in poi, si era guadagnato la stima dello stesso Fmi per aver aderito pienamente alle sue indicazioni, «nonostante le privazioni che era stato costretto a imporre alla popolazione con le misure d'austerità» (5). L'impoverimento e la disperazione nelle periferie urbane in trasformazione e nelle campagne - ancora abitate dal 67,5% della popolazione - si inasprirono. 56 milioni di pakistani, circa il 40% della popolazione, vivevano al di sotto della soglia di povertà; e questa cifra è aumentata di 15 milioni di persone dopo l'ascesa al potere di Musharraf. Delle quattro province del Pakistan, il Punjab, che ospita circa il 60% della popolazione, ha continuato a dominare economicamente e politicamente, mentre i Punjabi ingrossavano le fila degli alti ranghi dell'esercito e della burocrazia, convogliando qui tutto lo sviluppo destinato ai progetti locali. Il Sind, con il 23% della popolazione, e il Baluchistan (5%) restano privi di fondi, di approvvigionamenti d'acqua e di energia, mentre le fortune della Frontiera del Nord-ovest si sono sempre più intrecciate all'economia dell'eroina.
Il problema è strutturale. L'economia riposa su una base produttiva limitata, altamente dipendente dalle precarie coltivazioni di cotone e da un'industria tessile di scarso valore aggiunto; le forniture per l'irrigazione sono carenti, l'erosione del suolo e la salinità, diffuse. Ancora più dannose sono le soffocanti relazioni sociali delle zone rurali. La scarsa produttività agricola potrebbe essere capovolta se si realizzassero serie riforme agrarie, ma l'alleanza tra lo Stato `cachi' e i possidenti locali rende assai improbabile tale eventualità. Secondo un recente rapporto dell'Unità d'informazione economica sul Pakistan (Eiu), Il cambiamento è ostacolato anche perché lo status quo è nell'interesse dei ricchi proprietari terrieri che dominano il settore, così come nei Parlamenti federali e provinciali. I grandi proprietari terrieri possiedono il 40% della terra coltivabile e controllano quasi l'intero sistema d'irrigazione. Eppure, le stime delle agenzie indipendenti, compresa la Banca mondiale, li presentano addirittura come meno produttivi dei piccoli proprietari. Pagano poche tasse, chiedono molti soldi in prestito e sono pessimi debitori (6).
Per decenni, la già debole economia è stata ulteriormente depauperata dal vasto apparato militare pakistano. Per `ragioni di sicurezza', i suoi costi non vengono mai descritti in dettaglio nelle dichiarazioni ufficiali: un'unica riga riassume l'intero ammontare. In Pakistan, il potere di qualsiasi ente eletto per indagare a fondo negli affari militari è sempre stato fortemente limitato. La popolazione ignora come il budget annuale di 2,5 miliardi di dollari sia suddiviso, tra esercito (forte di 550.000 uomini, duecento carri armati e due divisioni corazzate), aviazione (dieci squadriglie di quaranta aerei da combattimento ognuna, e sistemi missilistici di fabbricazione francese e americana), e marina militare (dieci sottomarini, otto fregate); per non parlare della spesa destinata alle armi nucleari e ai sistemi di lancio.
Keynesismo militare Questa mancanza di trasparenza si trasmette all'intreccio di società d'affari in perdita gestite dall'esercito. La più vecchia tra queste, la Fondazione Fauji, fu creata nel 1889 come istituto di assistenza per il personale militare in pensione. Da allora, è diventata un enorme conglomerato che controlla azioni nelle industrie zuccheriere, dell'energia, dei fertilizzanti, dei cereali, del cemento e altre, per un attivo complessivo di 9,8 miliardi di rupie. Il fondo sussidi per l'esercito (Awt), creato nel 1977 sotto la dittatura del generale Zia, controlla beni immobili, industrie del riso, scuderie, industrie farmaceutiche, agenzie di viaggi, industrie ittiche, sei diversi piani residenziali, una società aeronautica e la Banca commerciale Askari, un istituto piuttosto accomodante dove lavorano alcuni funzionari provenienti dalla screditata Banca di Credito e Commercio internazionale; i beni dell'Awt ammontano a 17 miliardi di rupie. Anche i comandanti di aviazione e marina hanno la loro fonte di ricchezza: le Fondazioni Shaheen e Bahria.
Molte di queste imprese sono state coinvolte in scandali di corruzione, anche se di solito gli scandali tendano a scoppiare quando gli uomini d'affari civili sono diventati ormai troppo avidi nello sfruttare le opportunità offerte, o quando la caduta del governo ha messo alla luce i loro loschi affari. Il marito di Benazir Bhutto, Asif Zardari, era coinvolto tramite un intermediario in una truffa per far figurare la Fondazione Shaheen dell'aeronautica militare come un'ambigua impresa mediatica; un altro caso ha visto un uomo d'affari privato corrompere alti funzionari della marina in una frode della Fondazione Baria per un accordo di sviluppo territoriale. Un avvocato si è appellato alla Corte suprema perché dichiarasse illegale l'uso di contrassegni dell'esercito, della marina e dell'aeronautica da parte di imprese private. Egli ha dimostrato come le fondazioni stessero violando l'Ordinanza per le imprese del 1984; le ha accusate, insieme ad altri partner, di collusione e corruzione, chiedendo alla Corte di proibire ogni attività commerciale delle forze armate. Incapaci di confutare le sue argomentazioni, i giudici hanno respinto il caso sulla base di cavilli legali, rivelando così la loro subordinazione al colore cachi.
Contrariamente a un mito diffuso, secondo cui l'esercito può almeno garantire una certa efficienza («probabilmente l'unica valida istituzione moderna in Pakistan», secondo le dichiarazioni di un ammiratore alla «London Review of Books»), un'approfondita ricerca di Ayesha Siddiqa-Agha ha recentemente rivelato che quasi tutti gli affari vengono gestiti in perdita, mentre i generali dirottano i fondi dal budget per la difesa mascherando il disavanzo (7). L'esercito è per altro totalmente all'oscuro dei moderni sistemi di contabilità: i suoi registri tendono a ignorare fattori quali i costi del personale e dei servizi, e in ogni caso i revisori statali sono stati avvisati di non esaminarli mai con troppa attenzione. Intanto, la loro stretta mortale su diversi settori dell'economia continua a soffocare il normale sviluppo. Nel settore delle costruzioni e dei trasporti in particolare, la capacità delle imprese gestite dall'esercito - come la Cellula logistica nazionale e l'Organizzazione per le opere di frontiera - di monopolizzare i contratti pubblici, sia sotto i regimi militari sia sotto quelli civili, costringe le imprese più piccole a chiudere.
La guerra di Musharraf al terrorismo Nel 2001, in seguito agli indirizzi della spesa, alla stagnazione del settore agricolo e industriale e alla pessima amministrazione dell'esercito, il paese è stato schiacciato sotto il peso di 27 miliardi di dollari di debito pubblico estero. Poi è arrivato l'11 settembre. Fortunatamente per Washington, questa volta in Pakistan l'esercito era già al potere: Cia e Pentagono avrebbero risparmiato il tempo e l'energia necessari ad organizzare un nuovo colpo di Stato militare. In un momento di tensione come quello, la continuità istituzionale sarà stata senz'altro rassicurante (8). Mentre i minacciosi B52 si avvicinavano alle loro nuove postazioni in Kirgizistan e le basi segrete lungo la frontiera del Baluchistan venivano riattivate per `servizi speciali', il Fondo monetario concedeva un prestito di 1,3 miliardi di dollari per un piano triennale di riduzione della povertà e aiutava a riprogrammare oltre 21 miliardi di dollari del debito; questo significava per il Pakistan un imponente alleggerimento sul budget, permettendo alla Banca di Stato di accumulare riserve di valuta estera in quantità senza precedenti (circa 7 miliardi di dollari a luglio 2002). In quel momento, anche l'Fmi aveva già concesso prestiti a miti condizioni per 400 milioni di dollari americani.
Dal giorno alla notte, Musharraf era diventato bene accetto in Occidente, festeggiato da Bush e da Blair nelle stesse stanze in cui Reagan e la Thatcher avevano accolto Zia e gli amici di Osama. Da parte sua, il comando supremo militare apprezzava unanimemente l'idea che la rinata alleanza con Washington avrebbe rappresentato un duro colpo per la nemica India. Anche l'élite civile pakistana era di buon umore; adesso, almeno, non era più ridotta alla condizioni di paria. Una nuova guerra imperiale, con il loro esercito come principale alleato e l'intero paese come base delle operazioni, significava che c'era di nuovo bisogno di loro. L'ala più liberale dell'élite sognava un asse permanente Pentagono-Musharraf che avrebbe eliminato definitivamente in Pakistan la stretta degli islamismi terrorizzati. Considerando però quante volte i loro desideri erano stati traditi in passato, alcuni rappresentanti si recarono a Washington a implorare di non abbandonare la regione un'altra volta. Quanto agli emissari dei politici Nawaz Sharif e Benazir Bhutto caduti in disgrazia, questi divennero figure familiari, se non patetiche, a Foggy Bottom b, dove giorno e notte supplicavano i giovani funzionari del Dipartimento di Stato di non fidarsi dell'esercito.
È ancora poco chiaro quale fosse esattamente il ruolo dell'Isi in quel periodo. Nella sua dichiarazione del 19 settembre, Musharraf aveva fatto capire che l'adesione alla `guerra al terrore' di Washington fosse stata ricompensata non solo col denaro ma anche con una strizzatina d'occhio degli americani alle mire del Pakistan sul Kashmir e sul nucleare, «le nostre preoccupazioni chiave», come le definì lui stesso (9). Già nel novembre 2002, l'India protestava per l'intensificarsi delle infiltrazioni nel Kashmir sostenute dal Pakistan. Il 13 dicembre, alcuni uomini armati, a quanto pare legati a Jaish-e-Mohammad finanziato dall'Isi, assaltarono il palazzo del Parlamento indiano a Delhi, uccidendo nove persone. Con la rapida escalation della tensione, entrambi i paesi dislocarono quasi un milione di soldati lungo le frontiere: una massiccia militarizzazione che serviva gli interessi politici reazionari di entrambe le parti.
La democrazia in cachi A quel punto, la stessa popolarità di Musharraf cominciò a declinare in modo asimmetrico: più veniva lodato dal Dipartimento di Stato, meno si sentiva incline ad attuare misure severe nel paese, per non parlare dell'applicazione della `vera democrazia' che aveva promesso. Piuttosto, come i generali Ayub e Zia prima di lui, il capo di Stato cercò di diventare irriconoscibile. Si tolse temporaneamente l'uniforme, rivestendosi in abiti civili, completati da un turbante piuttosto insulso, e affidò il suo successo politico nelle mani di un'assemblea `pubblica', consistente in un'adunanza di servi-contadini condotti in uno spazioso campo nel Sind da un amico possidente. Il referendum è un'arma preziosa per i dittatori in cerca di legittimazione; la decisione di Musharraf di indire nell'aprile 2002 un plebiscito a proprio favore deluse persino i suoi più accaniti sostenitori liberali. La maggioranza dell'elettorato rimase a casa mentre i funzionari statali, i soldati e i servi affollavano le urne trasformando il capo del governo nel presidente eletto del paese.
Il passo successivo era altrettanto prevedibile. Ciò di cui ogni dittatore ha bisogno per dotare il proprio regime di una facciata civile è un partito politico. Nessun problema, assicurarono a Musharraf i suoi galoppini: si poteva tranquillamente rispolverare un comodo strumento dalle macerie del passato. Come una cortigiana in cerca di lavoro, la Lega musulmana - principale partito del paese - ricevette una bella doccia, fu incipriata e dotata di una nuova parrucca, prima di essere mostrata alla lunga coda dei possibili spasimanti. Il nomignolo usato da Ayub per il suo partito era Lega della convenzione musulmana; Zia preferì Lega musulmana pakistana, e lasciò che la famiglia di Sharif se ne occupasse per conto suo. Musharraf, essendosi sbarazzato degli Sharif, aveva bisogno di un nuovo nome. Un tradizionalista suggerì Lega musulmana di Quaid-i-Azam, e così la vecchia-nuova entità si presentò come Partito del generale, alle elezioni politiche di ottobre 2002 (10). I suoi membri erano gente poco nota, leccapiedi, arrivisti di ogni genere: dalle campagne proveniva la piccola nobiltà latifondista di un tempo, entusiasta di servire il nuovo capo; dalle città, venivano soprattutto i notabili locali che avevano accumulato grosse fortune, spesso con mezzi illegali, diventando procacciatori di potere e influenza. Mentre in passato era stato il padre o uno zio a sostenere Ayub o il generale Zia, adesso il figlio o il genero erano impazienti di diventare il braccio destro di Musharraf. Di fronte all'apatia diffusa tra la popolazione, la burocrazia, maestra in passato nell'arte della manipolazione elettorale, si garantì il risultato sperato.
I risultati alle elezioni di ottobre sono stati migliori del previsto. Malgrado la scarsa affluenza alle urne - meno del 20%, secondo la Commissione pakistana per i diritti umani - e un abile broglio elettorale, la Lega musulmana ufficiale non è riuscita ad assicurarsi la piena maggioranza all'Assemblea nazionale, conquistando 115 seggi su 324, soprattutto nel tradizionale bastione del Punjab. Il Partito del popolo pakistano (Ppp) di Benazir Bhutto ha ottenuto otto seggi - anche in questo caso, soprattutto dalla terra d'origine nel Sind - e ciò che restava della Lega musulmana rimasta fedele a Nawaz Sharif ha ottenuto 19 seggi. Sono stati gli Islamisti a spuntare un grande successo: con 66 seggi, il loro fronte unito Muttahida Majlis-e-Amal (Mma, Conferenza d'azione unificata) ha raggiunto un risultato mai visto dai parlamentari islamisti nella storia della Repubblica Islamica, vincendo in misura travolgente anche nelle regioni di lingua pashtun lungo il confine afgano. I loro turbanti variopinti e le lunghe barbe hanno letteralmente trasformato l'immagine dell'Assemblea generale. È pur vero che sono stati aiutati dal sistema maggioritario ereditato dalla madre di tutti i Parlamenti; ma la Thatcher e Blair ne avevano spesso beneficiato senza troppe proteste. La Mma è emersa anche come maggiore forza politica a livello provinciale nella Frontiera del Nordovest, e con un'influenza importante in Baluchistan: le amministrazioni provinciali di Peshawar e Quetta sono attualmente presiedute da ministri islamisti.
I sostenitori di Musharraf sono infine riusciti a mettere insieme una coalizione federale che esclude la Mma. Un blocco di deputati del Ppp è stato sottratto all'organizzazione madre, allettato dalla promessa di alti incarichi nel governo. Mir Zafarullah Khan Jamali, un latifondista del Baluchistan e appassionato di hockey, responsabile della brutale repressione anti-contadina del 1977 - che aveva provocato dieci morti negli scontri con la polizia - è stato nominato Primo ministro di Musharraf. Venti anni prima, Jamali aveva fatto di tutto per raggiungere la stessa posizione sotto il generale Zia, ma a quest'ultimo non piaceva l'hockey e aveva preferito come suo factotum il fanatico di cricket Nawaz Sharif. Considerando che il 70% del nuovo governo di Musharraf, compreso Jamali, proveniva soprattutto dalla lista di politici corrotti del generale Amjad, non stupisce il diffuso sentimento di cinismo pubblico. Lungi dal rinnovare la democrazia, l'elezione color cachi ha rivelato la sordida realtà della politica pakistana: un'ampia maggioranza si sente tanto estranea quanto ingannata da chi governa in suo nome.
La campagna elettorale era stata piuttosto debole, se non del tutto apolitica. Non c'era alcuna differenza tra i principali partiti sul terreno ideologico o politico, né sul piano nazionale né su quello internazionale. Il Partito del popolo aveva già da tempo abbandonato il suo populismo. Benazir Bhutto, ricercata in Pakistan con l'accusa di corruzione, ha cercato di mantenere il controllo dalla sua base di Dubai attraverso il fidato braccio destro Makhdoom Amin Fahim, un ricco proprietario terriero di origini feudali del Sind. Il divino politico e il divino religioso sono diventati tutt'uno; Fahim non è certo un liberal-socialista. Caso più unico che raro, anche per il Pakistan, le sue quattro sorelle sono sposate al Corano, sicché i suoi quattro cognati non sono altro che il Corano medesimo (11). Come le diverse Leghe musulmane sul mercato, il Ppp era interessato al potere solo come un mezzo per dispensare favori e ampliare la propria clientela.
`Maulana Diesel' L'alleanza Islamista, da parte sua, non era in contrasto con gli altri partiti sulle prescrizioni dell'Fmi per l'economia - dopotutto, esiste una possibile lettura neoliberale del Corano - ma si batteva fermamente in difesa delle leggi islamiche e contro la presenza Usa nella regione. Non c'era giorno che i principali titoli dei quotidiani non evidenziassero l'ostilità del leader della Mma, Maulana Fazl ur Rehman, verso le truppe americane: «Fazl chiede l'espulsione dei commando Usa dalle zone tribali»; «L'Occidente mira a provocare scontri etnici»; «Fazl dichiara che la sovranità è compromessa dagli Stati Uniti»; «Fazl chiede di sospendere le operazioni dell'esercito americano»; «Fazl chiede l'immediato ritiro delle truppe Usa»; «La Mma promette di mettere fine alla caccia ad al-Qaeda», ecc. (12). Si trattava per lo più di pura demagogia, dimostratasi tuttavia utile come propaganda elettorale. D'altronde, lo stesso Maulana ha ammesso che non era la religione ad assicurargli nuovi appoggi ma la sua posizione in politica estera. Nelle discussioni con Musharraf, egli ha dichiarato la propria volontà di costituire una coalizione e assumere il ruolo di Primo ministro. Ai dubbi espressi dal generale sul fatto che il suo antiamericanismo avrebbe creato seri problemi, sembra che l'ecclesiastico abbia risposto: «Non ti preoccupare di questo. Abbiamo lavorato con gli americani in passato; fammi Primo ministro e risolverò tutto». La proposta fu rifiutata.
La Mma è un'alleanza di sei partiti, di cui i due principali pilastri sono il Jamaat-Ulema-Islam (Jui) - Partito degli studiosi islamici - e il Jamaat-i-Islami (Ji), o Partito Islamista. Entrambi questi partiti sono rimasti attivi per decenni, soprattutto nelle regioni di confine della provincia della Frontiera del Nordovest e del Baluchistan. Durante la leadership di Maulana Mufti Mahmood, padre di Fazl, negli anni '70, il Jui si è sempre considerato antimperialista, partecipando in governi di coalizione insieme a partiti laici radicali; è sempre rimasto ostile al Ji - considerato uno strumento delle ambasciate saudite e statunitensi di Islamabad - e si è opposto alle dittature militari sia di Ayub sia di Zia; Mufti aveva partecipato alle Conferenze di pace di Mosca e di Pechino. Morì appena qualche anno prima del crollo del mondo comunista, e il figlio ereditò la guida del partito. Da studente, Fazl si era dilettato di poesia, scrivendo versi sia in lingua pashtun sia in urdu, dichiarando pubblicamente che il suo poeta preferito era Faiz Ahmed Faiz, artista di sinistra. Dopo la morte del padre, portò avanti le politiche del vecchio Mufti, lavorando a stretto contatto con il governo di Benazir Bhutto nella metà degli anni '90. Mentre, però, il vecchio Mufti era riuscito al massimo a racimolare il suo obolo alle conferenze internazionali, il figlio, al passo con i nuovi tempi, era più orientato verso il mercato. In cambio del suo attivo sostegno a Benazir Bhutto, riuscì ad ottenere una proficua concessione di fornitura di gasolio per i diesel, che copriva ampie aree del paese; e, dopo la vittoria Pak-talebana, anche gran parte dell'Afghanistan. Ciò gli valse lo pseudonimo di `Maulana Diesel'.
Il barbuto e paffuto Diesel divenne ben presto un favorito del generale Naseerullah Babar, ministro degli Interni di Benazir e architetto del trionfo talebano a Kabul. I legami politici, ideologici e commerciali di Fazl con la leadership talebana erano sempre stati forti, e ciò gli permise di avere la meglio sui suoi avversari locali del Ji, il cui rappresentante Gulbuddin Hekmatyar - molto apprezzato da Reagan e dalla Thatcher negli anni '80 - era stato messo da parte senza tanti complimenti dai nuovi studenti teologi di Kabul. Dopo l'attacco Usa in Afghanistan, la maggioranza dei talebani si dileguò tra le colline lungo il confine pakistano. Qui, molti dei rimpatriati andarono a ingrossare le file del Jui e di altri partiti islamisti, e il Jui assunse la guida delle manifestazioni di massa contro gli `occupanti stranieri'. Fu Fazl a intuire che, dato il sistema maggioritario, gli islamisti rischiavano di essere eliminati alle elezioni se fossero rimasti divisi. L'alleanza era una sua iniziativa, e, di conseguenza, è stato puntualmente eletto segretario generale nonostante, con i suoi 49 anni, abbia quindici anni in meno del principale rivale nella coalizione, Qazi Hussain Ahmed.
Gli orfani del generale Zia L'elezione di Qazi Hussain ad Amir del Jamaat-i-Islami ha segnato una svolta generazionale in un'organizzazione che sin dalla nascita, nel 1941, è sempre rimasta sotto il controllo del suo fondatore Maulana Maudoodi e del suo vice, Mian Tufail (13). Il Jui, populista, trovava consensi nei villaggi e collaborava con la sinistra, il Ji era costruito sul modello dei quadri leninisti: i suoi iscritti erano acculturati e venivano preventivamente esaminati con cura; quasi tutti erano studenti provenienti dagli ambienti della piccola borghesia urbana, e molti erano già stati messi alla prova nelle battaglie universitarie degli anni '60 e '70. Nella semi-insurrezione del 1968-69, che aveva rovesciato la dittatura di Ayub, la sinistra aveva guidato alla lotta i comitati d'azione. In quei giorni, sostenere il Ji richiedeva una profonda dedizione alla causa. Il motto era: la religione è la nostra politica e la politica la nostra religione.
Qazi Hussain, capo della fazione studentesca del Ji all'Islamia College di Peshawar, trascorse i suoi anni di formazione in scontri, talvolta addirittura fisici, contro la sinistra. Si unì all'organizzazione madre nel 1970, quando l'organizzazione del Ji nel Pakistan orientale collaborava strettamente con l'esercito nel suo obiettivo di distruggere la nazione bengalese. I loro quadri di Dhaka, Chittagong e Sylhet avevano compilato le liste di `indesiderabili' per i servizi segreti militari, poi usate per eliminare l'opposizione. «Il presidente Mao sostiene noi, non voi», era il motto urlato costantemente in quegli anni contro la sinistra bengalese. Cina e Usa diedero entrambi il loro sostegno al brutale attacco che l'esercito pakistano scatenò contro la sua stessa gente per vanificare la clamorosa vittoria elettorale della Lega nazionalista bengalese Awami, nel 1970. Il violento assalto dell'esercito fallì miseramente; e l'indipendenza del Bangladesh può essere considerato il risultato diretto del rifiuto militare di riconoscere la volontà dell'elettorato. Da questo punto di vista, l'immagine che l'esercito si è attribuita, di unica istituzione in grado di tenere insieme il paese, è a dir poco grottesca.
Il ruolo del Ji nello smembramento del Pakistan, nel 1971, ebbe l'effetto di avvicinarlo ulteriormente agli apparati d'intelligence di ciò che restava dello Stato pakistano. Quando, sei anni dopo, Zia prese il potere e aderì alla guerra santa americana in Afghanistan, il Ji divenne il principale supporto ideologico del regime militare. Qazi Hussain difese la nuova svolta; le sue capacità furono apprezzate, cominciò la sua ascesa nell'apparato del Ji. Ex docente di geografia, abbandonò i lavoretti poco remunerati dell'accademia per aprire un ambulatorio medico popolare sulla Piazza Sukarno di Peshawar. Il suo ambulatorio non era soltanto luogo d'incontro per i quadri locali del Ji, ma anche un'operazione commerciale proficua, alla quale si aggiunsero in breve tempo una clinica medica popolare e una clinica popolare per le radiografie (14). Divenne chiaro che Hussain aspirava a un Jamaat-i-Islami più popolare. Egli sapeva che non era facile per un partito costruito come un'avanguardia, che aveva sempre esaltato il proprio carattere elitario, ridefinirsi e riproporsi sul mercato secondo un modello più accessibile; quando si decide un'espansione, in politica come in affari, c'è sempre un elemento di rischio. La sua decisione di unirsi all'Alleanza islamista del 2002 sarà stata studiata con attenzione, proprio come il taglio della sua curatissima barba assolutamente bianca (in netto contrasto con la variante brizzolata e più incolta di `Maulana Diesel').
Una svolta di facciata?
Incapace di una seria opposizione a Musharraf o ai suoi sostenitori di Washington, la Mma concentra il suo zelo contro le donne. Ha dichiarato l'intenzione di bandire i canali televisivi via cavo ed educativi, e di istituire la shari'a nelle province sotto il suo controllo. Visto il disastro che ha portato una versione più estremista di questo programma in Afghanistan, potrebbe trattarsi di pura retorica, intesa a galvanizzare i suoi seguaci e a mettere in imbarazzo chi attualmente occupa il Palazzo presidenziale. È probabile che il successo della Mma sarà stato forse aiutato da un'azione indipendente di propaganda di alcune sezioni dell'Isi, ma senz'altro è riuscito a esercitare una pressione sul regime perché rilasciasse gran parte dei militanti islamisti arrestati dopo l'adesione di Musharraf alla `guerra al terrore'; alcuni dei terroristi fondamentalisti sunniti responsabili delle terribili atrocità contro la minoranza sciita e le comunità cristiane erano già stati liberati prima delle elezioni.
Il successo della Mma è stato ancora più sconvolgente nel novembre 2002, quando ha costretto l'intera Assemblea nazionale - con due sole eccezioni - a osservare un minuto di silenzio in memoria del «martire Aimal Kansi», il cui corpo è stato riportato in Pakistan dopo l'esecuzione in un penitenziario federale Usa per l'uccisione di due uomini della Cia a Langley, in Virginia, nel 1993 (15). Poco prima, circa 70.000 persone avevano partecipato al rito funebre per Kansi a Quetta, anch'essa organizzata dalla Mma. Ma perché anche l'Assemblea generale ha accettato di commemorarlo? In Pakistan la pena capitale è legale, perciò non può essersi trattato di una protesta di ispirazione liberale. La risposta è semplice: il successo della Mma ha preoccupato i suoi oppositori, che sperano di sconfiggere gli islamisti sul loro stesso terreno. Il padre della Bhutto ha commesso un analogo errore negli anni '70, e ne ha pagato il prezzo.
Intifada rurale Un esempio lampante dell'indifferenza dei partiti politici verso i diritti fondamentali del popolo è costituito dalla loro reazione ai due anni di lotta portata avanti dagli affittuari delle aziende agricole pubbliche gestite dall'esercito. Pochi episodi hanno rivelato in modo così chiaro lo stato rovinoso della politica tradizionale in Pakistan. Nel 1908, l'amministrazione coloniale britannica aveva inizialmente ottenuto la concessione delle cosiddette `terre della Corona', istituendo poderi militari destinati alla produzione di cereali e prodotti caseari sovvenzionati per l'esercito indiano-britannico. Dopo la Spartizione, la gestione delle tenute - disseminate tra Lahore, Okara, Sahiwal, Khanewal, Sargodha e Multan, soprattutto nel Punjab meridionale - passò al ministero della Difesa e alle amministrazioni provinciali. L'esercito controllava 26.274 acri; i restanti 32.000 furono dati in concessione alla Punjab Seed Corporation. Le famiglie gli affittuari sono discendenti dirette dei primi nuclei portati qui nel 1908, di cui il 40% sono cristiani: moschee e basiliche celebrano fianco a fianco. I partiti religiosi hanno fallito miseramente in queste zone, e i contadini, sin dagli anni '70, hanno dato prevalentemente i loro voti al Partito del popolo. Ora non è più così.
L'unione stretta tra Stato ed esercito praticamente a tutti i livelli fa sì che, di fatto, i generali agiscano in questa zona come un unico proprietario terriero, il più grande del paese, che determina le condizioni di vita di poco meno di un milione di coltivatori. I funzionari dello Stato cachi maltrattavano e defraudavano regolarmente gli affittuari: il permesso di costruire case di mattoni era negato; le donne venivano molestate; ed era obbligatorio il consenso dell'amministrazione - oltre che un compenso sottobanco - per portare l'elettricità nei villaggi o costruire scuole e strade. La corruzione era istituzionalizzata, e sugli affittuari gravavano debiti sempre maggiori. Scopo manifesto di questo spietato sfruttamento era convincerli ad abbandonare le terre, così da poterle dividere in proprietà private per generali e comandanti di brigata in pensione e in servizio attivo. La spiegazione razionale degli aspiranti nuovi proprietari era che, al momento giusto, avrebbero nuovamente assunto come servi-braccianti gli affittuari sfrattati: sarebbe stata la cosa migliore per tutti. Scopo di questa `modernizzazione' - a Okara e Sargodha come a Rio Grande do Sul - era, ovviamente, la deregulation, la privatizzazione e la demolizione della solidarietà dei coltivatori.
Le autorità, sia quelle in divisa cachi sia quelle civili, avevano cercato di allentare la presa degli affittuari sulla terra, offrendo loro contratti a tempo determinato e sostituendo i battai - particolari accordi di spartizione del raccolto in base ai quali metà della produzione restava ai contadini - con affitti in contanti. Finora, la legge del Punjab sugli affitti del 1887, varata dall'amministrazione coloniale, aveva salvaguardato i loro diritti: gli affittuari maschi e i discendenti diretti che avessero coltivato la terra per più di due generazioni avevano diritto all'occupazione permanente; espellerli dalle terre era illegale. Nonostante la miseria cui erano state ridotte le loro famiglie, gli affittuari si opposero a ogni tentativo di essere divisi in schieramenti religiosi, e rimasero uniti in una sola entità: la Anjuman-i-Muzaireen Punjab (Organizzazione dei locatari del Punjab, Pto), creata nel 1996.
A giugno 2000, senza essersi consultati con nessuno, i latifondisti cachi annunciarono la conversione dal sistema della spartizione del prodotto a quello degli affitti in contanti. I coltivatori si sentirono gravemente colpiti. Ogni sera si tenevano assemblee improvvisate per discutere sui metodi di resistenza, che coinvolgevano l'intero villaggio; donne e bambini avrebbero avuto un ruolo determinante in questa intifada rurale. Infuriati per le continue angherie, gli affittuari non si limitarono a difendere lo status quo ma usarono la stessa moneta dei padroni, avanzando pretese sulla piena proprietà delle terre che le loro famiglie coltivavano da decenni. Il loro slogan, Malkiyat ya Maut («Proprietà o morte»), riecheggiava quello di lotte analoghe in altri continenti. La prima protesta pubblica ci fu il 7 ottobre 2000: mille coltivatori si riunirono in un sit-in durato quattro ore sul prato davanti a gli uffici del vice commissario ad Okara - il secondo burocrate post-coloniale più potente della città - per protestare contro il nuovo piano. Due giorni dopo, il vicepresidente delle aziende agricole militari telefonò al capo della polizia locale informandolo che gli affittuari stavano minacciando violenza e, in alcuni villaggi, avevano impedito ai dirigenti di rimuovere (ossia sgraffignare) il legname. La polizia di frontiera e i ranger delle forze d'élite - la cui principale funzione è impedire il contrabbando lungo il confine indiano - si precipitarono al villaggio e cominciarono a malmenare i coltivatori. Non appena le donne e i bambini videro i loro padri, fratelli e mariti picchiati ed umiliati, presero a lanciare pietre contro la polizia; alcuni manifestanti furono arrestati.
Quando la notizia dello scontro si diffuse nei villaggi vicini, le proteste s'intensificarono. I tentativi delle autorità di dividere o di comprare gli affittuari fallirono. Nella primavera del 2002, i ranger aprirono il fuoco sui dimostranti, uccidendone alcuni. Gli organizzatori furono arrestati e malmenati sotto gli occhi delle famiglie. Le donne - cristiane e musulmane - marciarono verso Okara, con in mano i bastoni di legno usati per battere gli indumenti dopo averli lavati nel fiume, e circondarono la stazione di polizia. Non si era mai visto nulla di simile prima. L'esercito capì che, a meno di una carneficina, la lotta si sarebbe prolungata. Per ironia della sorte, fu la forte presenza di cristiani a impedire il bagno di sangue, probabilmente con qualche sconcerto dei loro correligionari alla Casa Bianca. Il 9 giugno 2002, circa mille unità tra polizia e rangers armati accerchiarono Pirowal. L'assedio durò sette ore, ma la polizia non riuscì a catturare gli organizzatori, nonostante la minaccia di appiccare il fuoco a tutto il raccolto di cotone del villaggio. Avevano sottovalutato la forza della solidarietà contadina.
Il 24 giugno 2002, un editoriale del quotidiano «Dawn» della città di Karachi commentava:
Per riconquistare la fiducia dei coltivatori inquieti e sconvolti, la forza di polizia inviata per reprimerli e terrorizzarli dovrebbe essere immediatamente ritirata e abbandonata ogni folle idea di impartire loro una `lezione'. La questione dovrebbe esserre messa a carico del governo e degli ufficiali che dirigono le aziende, che hanno ordinato l'azione di polizia responsabile delle uccisioni […]. Dopo aver adottato le misure adeguate per ricostruire la fiducia, il governo dovrebbe sedersi a negoziare con i coltivatori, magari con l'intermediazione della Pto, sul modo di concedere loro i diritti di proprietà che gli spettano.
I generali ignorarono il suggerimento del quotidiano che di solito simpatizzava con i diritti dei contadini. Invece, il nuovo status di Musharraf di fedele alleato dell'Occidente è stato usato contro la Pto, e i suoi leader non-violenti perseguiti dalla nuova legislazione `anti-terrorismo'. I veri terroristi, moltissimi dei quali, prima o dopo, sono stati al soldo dei servizi segreti militari, sono stati rilasciati. Benché nello scorso anno il Pakistan sia stato meta abituale di molti esperti dei media occidentali - come Thomas Friedman, del «New York Times», che si è vantato della sua profonda conoscenza della situazione alla frontiera - nessun giornalista ha considerato questa battaglia degna d'attenzione. Distraeva troppo dall'unica storia che volevano raccontare: il fondamentalismo. In effetti, proprio nel momento in cui la gente li trova inutili per i propri bisogni, i mullah sono emarginati, come hanno dimostrato i coltivatori della Pto. Durante la campagna degli ultimi due anni, chiesa e moschea si sono alternate come sede degli incontri. In una conversazione avuta a Lahore con due dei loro leader - il dott. Christopher John, vicepresidente dell'organizzazione, e Younis Iqbal, segretario generale - a dicembre 2002, entrambi hanno sottolineato che le divisioni religiose non hanno mai avuto alcun peso nel conflitto con il governo. Ai loro incontri, Iqbal ha dichiarato: «Sarebbe inconcepibile vedere musulmani e cristiani divisi».
L'economia dell'eroina L'unica vera frattura che divide un'élite civile e militare di formazione inglese - grazie alla quale aveva avuto accesso alle università occidentali, scuole di medicina e accademie militari - dal resto della popolazione, analfabeta o semianalfabeta (in gran parte, ma non solo, prodotto delle madrassah), era quella prodotta dall'`economia nera'. Negli ultimi vent'anni, la coltivazione di papaveri da oppio in Afghanistan e nella provincia della Frontiera del Nord-ovest ha prodotto una ristretta cerchia di milionari dell'eroina. Molti provengono dalla piccola borghesia urbana o contadina, ma il loro denaro ha finanziato diversi partiti politici arrivando a penetrare a fondo anche nelle forze armate: denari, kalashnikov e Pajeros - le Range Rovers di fabbricazione giapponese - hanno circolato in tutte le direzioni. In cambio, mercanti dell'eroina di umile origine sono stati ricoperti di onori e di pubbliche manifestazioni di stima. Da buoni padri, si sono assicurati che i loro figli ricevessero un'educazione ed entrassero a far parte dell'élite. L'ascesa di questo nuovo strato ha lievemente alterato la composizione della classe proprietaria, senza però cambiare molto altro. Il denaro rimane la grande porta d'accesso negli strati alti della società, mentre il prezzo dei terreni urbani ha raggiunto cifre astronomiche: il prezzo di un appartamento nella colonia Defence di Karachi o l'affascinante Parade Ground di Lahore ha poco da invidiare a New York o Berlino.
Negli anni '90, l'eroina veniva spedita in Europa e America del Nord principalmente attraverso due vie: la prima conduceva lungo la strada principale da Peshawar a Karachi e da lì, nascosta nei container, viaggiava in navi dirette ai porti mediterranei. La seconda, presidiata dalla mafia russa, passava dall'Afghanistan attraverso l'Asia centrale e la Russia fino ai Balcani, per poi raggiungere le capitali occidentali. La sconfitta dei Talebani dopo l'11 settembre ha portato all'effettivo crollo della rete dell'eroina pakistana. Oggi l'Alleanza del Nord monopolizza il commercio e sono i suoi vecchi amici russi ad arricchirsi, mentre il Kosovo è diventato la principale base di distribuzione verso quasi tutto il mondo (16). L'economia pakistana ha retto il colpo solo grazie al denaro che ha spianato il cammino alle truppe americane.
Sin dalla sua nascita nel 1947, l'esercito pakistano è stato il centro nevralgico dell'apparato statale. La fragilità delle istituzioni politiche in uno Stato emerso dalla legge britannica, l'assenza di una borghesia e il dominio dell'élite rurale - un'escrescenza parassitaria della peggiore specie - hanno indotto a riporre troppa fiducia nella burocrazia civile e nell'esercito. Mancando un vero consenso per il ruolo preminente dei latifondisti, una forza - con sfere di influenza diretta o indiretta - doveva essere messa in campo. Entrambe le istituzioni erano state create dal potere coloniale, che le aveva modellate a sua immagine e somiglianza (17). Mentre l'amministrazione civile era rimasta subito coivolta nella corruzione, l'esercitò aveva resistito più a lungo. Fu creata l'impressione che, sebbene alcuni singoli ufficiali fossero suscettibili di corruzione - si trattava, dopotutto, di esseri umani - l'istituzione in sé fosse pulita.
Due lunghi periodi di legge marziale distrussero quest'immagine. La famiglia del generale Ayub Khan accumulò enormi ricchezze durante il suo governo, dal 1958 al 1969, e altrettanto fecero valcuni dei suoi collaboratori. Tra il 1977 e il 1989, almeno due comandanti di Corpi d'armata del generale Zia rimasero coinvolti in prima persona nel commercio d'eroina e nel contrabbando d'armi. La corruzione su larga scala si diffuse tra i ranghi più giovani, e non cadere in queste pratiche era diventato un caso più unico che raro. I generali adottarono un'ottica disinvoilta sulla questione, giudicandola un modo semplice per difendere l'unità dell'esercito. Il bottino non poteva essere diviso equamente, rischiando di incoraggiare comportamenti egualitari tra gli ufficiali; e in fin dei conti, ai subalterni non si poteva negare una tangente, visto il loro ruolo cruciale nel `proteggere' il Pakistan.
Una minaccia militare?
Il Pakistan ha davvero bisogno di un forte apparato per la difesa? Gli ideologi cachi sostengono che, sin dalla Spartizione, l'India ha costituito una minaccia militare permanente. Quest'idea, come ho spiegato altrove, è ridicola 18. In tutt'e tre le occasioni in cui i due paesi sono scesi in guerra - due per il Kashmir, una per il Bangladesh - è stato il Pakistan a prendere l'iniziativa. L'esercito indiano avrà anche occupato il Pakistan occidentale nel 1971, ma i suoi leader politici gli hanno impedito di oltrepassare il confine internazionale. Oggi, con entrambi i paesi in possesso di armi nucleari e di missili, è ovvio che né la questione del Kashmir né nessun'altra controversia potrà risolversi con la guerra. È poco probabile che persino l'India dominata dallo sciovinismo indù e dai demagoghi buddisti dei circoli `zafferano', tenti una conquista del Pakistan. Chi ne trarrebbe vantaggio? Sarebbe diverso se il Pakistan possedesse nel sottosuolo illimitate riserve di petrolio. In realtà, la paura dell'India non ha nessuna motivazione logica ma serve soltanto a uno scopo: mantenere l'immenso complesso militare-industriale disseminato nel paese e che sostiene l'egemonia cachi.
In verità, la minaccia al dominio dell'esercito è sempre venuta dal popolo. L'unica volta che il vecchio Pakistan è rimasto realmente unito è stato durante la rivolta dal basso del 1969, che ha visto gli studenti e i lavoratori di Dhaka e Karachi, Chittagong e Lahore, rovesciare la dittatura del feldmaresciallo Ayub Khan. L'esercito non ha mai perdonato ai suoi cittadini bengalesi un simile atto di tradimento, e ha scatenato un bagno di sangue quando questi hanno votato per eleggere i leader che si erano scelti da sé. Vale la pena di sottolineare un fatto, spesso taciuto in tanti resoconti recenti: l'esercito - che chiede tanto denaro per difendere lo Stato - è in sostanza il responsabile del suo smembramento del 1971.
Oggi l'esercito è l'unica istituzione a governare; il suo dominio sul paese è totale. Per quanto tempo ancora questa situazione potrà essere sostenuta? Finora, esso è riuscito a mantenere la struttura di comando ereditata dai britannici: i generali pakistani si vantano spesso della loro invulnerabilità, che ha paragoni solo nel Medio Oriente o nell'America Latina. Ma dagli anni '60 molte cose sono cambiate: il corpo degli ufficiali non è più dominio esclusivo della nobiltà latifondista: la maggioranza degli ufficiali proviene dagli ambienti urbani ed è soggetta alle stesse influenze e pressioni dei suoi simili civili. I privilegi li hanno mantenuti fedeli, ma il processo che distrugge i politici è già al lavoro. Mentre prima erano Nawaz Sharif con il fratello, o Benazir Bhutto con il marito, a chiedere la tangente prima di firmare un accordo, adesso è l'ufficio del generale Musharraf a ratificare i progetti chiave.
Certo, gli alti - o addirittura stratosferici - livelli di corruzione non sono un ostacolo alla longevità, se un regime militare ha intimidito a sufficienza il popolo e ha il sostegno sufficientemente solido di Washington, come può testimoniare il regime di Suharto in Indonesia. Musharraf può pensare al futuro con un dominio di questo tipo? Il destino della sua dittatura dipende probabilmente dall'interazione di tre diversi fattori. Il primo, è il grado di coesione interna dell'esercito stesso: storicamente, esso non si è mai diviso - né verticalmente né orizzontalmente - e la disciplina mostrata nella svolta di centottanta gradi della sua linea politica sull'Afghanistan resta davvero impressionante, malgrado le bustarelle che l'hanno accompagnata. È possibile che qualche ufficiale patriottico possa un giorno liberare il paese del suo ultimo tiranno, come accadde a Zia precipitato misteriosamente agli inferi; ma per il momento, un tale esito sembra improbabile. Dopo aver superato l'umiliazione dell'abbandono dei Talebani, il comando supremo sembra in grado di permettersi, senza vergogna, ulteriori atti di obbedienza agli ordini del Pentagono.
Cosa dire dell'opposizione parlamentare contro la supremazia dell'esercito? Benché infastiditi per il colpo subito alle elezioni di ottobre che, grazie ai brogli, hanno portato al potere Musharraf, i partiti che dominano il panorama politico in Pakistan lasciano poche speranze di una possibile rivolta contro il generale. Il servile opportunismo dei clan di Bhutto e Sharif non conoscono limiti. Il fronte islamista, rifugiatosi a Peshawar e Quetta, è più rumoroso ma non per questo più integro: denaro e mazzette mettono velocemente a tacere quasi ogni protesta. Il malcontento popolare rimane alto, ma privo di efficaci canali di espressione nazionale. Sarebbe incoraggiante pensare che le imprese compiute durante il mandato parlamentare abbiano screditato per sempre il Ppp e la claque di Sharif; ma l'esperienza suggerisce che, se un giorno il regime dovesse cominciare a scricchiolare, non si può far molto per evitare che, in mancanza di alternative più progressiste, risorgano queste dissolute arabe fenici Infine, c'è il signore supremo americano in persona. Il regime Musharraf non può aspirare allo stesso ruolo di satrapo regionale di cui aveva goduto il generale Zia. Il Pakistan è stato estromesso come strumento imperiale in Afghanistan, ed è stato messo un freno al suo tentativo di bilanciare questa perdita con nuove incursioni nel Kashmir. Ma se Islamabad è stata costretta a un atteggiamento più passivo lungo i confini settentrionali, la sua importanza strategica per gli Usa, se non altro, è aumentata. Washington, infatti, ha investito moltissimo nella creazione di un regime fantoccio a Kabul, controllato dalle truppe americane «per molti anni a venire», secondo le parole del generale Tommy Franks c, per non parlare della continua caccia ad Osama bin Laden e ai suoi luogotenenti. Il Pakistan è un pilastro fondamentale della realizzazione di entrambi gli obiettivi, e i suoi capi possono sperare per il futuro allo stesso genere di lauti compensi, pubblici e privati, ricevuti dall'esercito tailandese per i suoi decenni di collusione con la guerra americana in Indocina. Eppure, Washington è pragmatica e sa che Benazir Bhutto e Nawaz Sharif erano agenti altrettanto zelanti nell'appoggiare i suoi progetti a Kabul quanto il generale Zia. Se dovesse vacillare nel suo paese, Musharraf verrebbe eliminato senza colpo ferire dal signore supremo. La Pax Americana può dichiarare guerra a tutti gli alleati che vuole; ci vorrebbe una rivolta come quella del 1969 per liberare il Pakistan di tutti questi potenziali alleati.


note:
1 Nell'Oxford English Dictionary, al lemma Cachi si legge: «Urdu (persiano), khâki dusty, f[emminile]. khâk dust. A. Colore della polvere; giallo-brunastro opaco. B. Tessuto di questo colore usato nelle uniformi da campo. In India, usato per le uniformi dei Guide Corps sotto Lamsden e Blodson nel 1848, dalle truppe nell'Ammutinamento del 1857 e nella campagna afgana del 1878-1880 [Lamsden e Blodson sono generali dell'esercito coloniale britannico in India; l'ammutinamento del 1857 si riferisce alla rivolta delle truppe coloniali durata dall'aprile 1857 al marzo 1859; la campagna afgana si riferisce alla conquista britannica dell'Afghanistan nel quadro della competizione fra interessi britannici e russi nell'Asia centrale (NdRM).]».
2 Zia-ul-Haq, che si spacciava per un islamista, era stato istruito a Fort Bragg [La sede del Comando strategico delle truppe aviotrasportate di rapido impiego (NdRM)] ed era un beniamino della Defense Intelligence Agency americana. Aveva prestato servizio attivo in Giordania durante il Settembre Nero del 1973, a capo di alcuni mercenari mandati a reprimere la rivolta palestinese per conto di Tel Aviv e del Re di Giordania. Rimase ucciso, insieme all'ambasciatore americano Arnold Raphel, quando il loro aereo militare esplose in volo nell'agosto 1988. I `terroristi' non furono mai scoperti.
3 In Pakistan, LRB vol. 23, no. 22, 15 November 2001. a Tariq Ali si riferisce allo smembramento dell'impero britannico di India in due Stati, l'Unione indiana, a maggioranza indù e il Pakistan (che vuol dire, appunto «Paese dei puri»), a maggioranza di religione musulmana
4 Quest'informazione non ebbe grande eco in un paese la cui stessa storia nazionale viene a malapena insegnata nelle scuole o nelle università. Zaheer e Hassan erano due tra i più validi critici letterari del subcontinente. Entrambi si erano iscritti al Partito comunista indiano negli anni '30 ed erano divenuti membri del Comitato centrale del partito nel 1947. Dopo la Spartizione, in quanto comunisti di vecchia data di origine musulmana, erano stati inviati in Pakistan per organizzare il Partito comunista rimasto privo dei suoi dirigenti, quasi tutti Indù e Sikh. Ma le loro capacità intellettuali non erano passate automaticamente sul piano organizzativo. Messi sotto pressione, per produrre risultati concreti dopo la surreale svolta putschista del Cominform nel 1948 [Tariq Ali si riferisce agli sviluppi successivi - dai colpi di forza nei paesi dell'Est alla condanna di Tito - alla costituzione del Cominform, del settembre 1947, in cui veniva dichiarata la crisi definitiva dell'Alleanza antifascista e, con le parole di Zdanov, si dichiarava il mondo diviso nella lotta antagonistica tra le «forze capitalistiche e imperialistiche e la coalizione delle democrazie socialiste e dei paesi antimperialisti» (NdRM).] entrambi erano entrati in clandestinità: Zaheer era diventato docente di letteratura urdu e si era nascosto a casa nostra. Lo zio di mia madre, allora ispettore generale dei corpi di polizia nazionali, lo incontrò lì per caso e ne rimase affascinato. Più tardi, i due, insieme con alcuni elementi nazionalisti dell'esercito, parteciparono a un tentativo di colpo di Stato organizzato in modo dilettantesco; un generale di brigata poco affidabile, tuttavia, s'impaurì e avvertì i superiori. Un generale e diversi giovani ufficiali finirono alla corte marziale, e il Partito comunista fu messo al bando. Zaheer, Hassan e il poeta Faiz Ahmed Faiz finirono in prigione. L'ispettore generale della polizia non fu certo felice di vedere il suo nome al quinto posto nella lista delle personalità da giustiziare senza processo, e ancora meno di scoprire che il simpatico professore conosciuto a una cena avesse compilato quella lista. Jawaharlal Nehru - amico di famiglia di Zaheer - intervenne, Zaher fu rilasciato e tornò in India. Era perciò piuttosto audace da parte della madre di Musharraf dichiararsi amica di due personaggi giudicati colpevoli di tradimento.
5 Economist Intelligence Unit (Eiu), Pakistan, Afghanistan, London 2002, p. 18.
6 Eiu, Pakistan, Afghanistan, cit. p. 26.
7 Anatol Lieven, In Pakistan, cit.; Ayesha Siddiqa-Agha, Pakistan's Arms Procurement and Military Build-up, 1979-99: in: Search of a Policy, London 2001. Si veda anche il documento, Power, Perks, Prestige and Privileges: Military's Economic Activities in Pakistan, presentato alla conferenza internazionale su Soldiers in Business: Military as an Economic Actor tenutasi, non a caso, a Giakarta nell'ottobre 2000.
8 «Prima dell'11 settembre, essere un dittatore era il principale problema di Musharraf; adesso è il suo principale vantaggio», ironizza Christopher de Bellaigue, in The Perils of Pakistan, «New York Review of Books», 15 November 2001. b Foggy Bottom è il quartiere d'élite di Washington in cui è localizzata la sede del Dipartimento di Stato Usa (NdRM).
9 http://news.bbc.co.uk
10 Quaid-i-Azam (Capo Supremo) era l'appellativo dato a Mohammed Ali Jinnah, padre fondatore del Pakistan, dai suoi devoti seguaci. Il titolo è poi rimasto diventando più famoso del nome stesso. Spesso nelle pubblicazioni pakistane ci si riferisce a Jinnah come al Quaid.
11 La famiglia di Fahim vanta discendenze dai primi musulmani che misero piede nel Subcontinente, la banda di Muhammad bin Kasim che conquistò il Sind nel 711. Le donne dell'antico Islam possedevano ed ereditavano le proprietà al pari degli uomini, una tradizione che risaliva ad alcune aree del Sind. I latifondisti escogitarono una soluzione ingegnosa per evitare che le donne si sposassero al di fuori della famiglia, con il rischio di provocare la frammentazione dei possedimenti. Le giovani ereditiere erano letteralmente sposate al Corano, più o meno come le suore sono mogli di Cristo. Questo preservava la verginità delle giovani, caratteristica che a sua volta attribuiva loro poteri magici di guaritrici; ma soprattutto, assicurava che la proprietà rimanesse sotto il controllo dei padri e dei fratelli. Il problema posto dalle quattro facoltose sorelle del leader del Ppp era così risolto con il ricorso alla religione.
12 «News», 12 maggio 2002 e 3 giugno 2002; «Dawn», 12 maggio 2002; «News,» 25 maggio 2002; «Daily Times», 16 ottobre 2002; «News», 27 novembre 2002.
13 Per un'analisi più dettagliata del Jamaat-i-Islami si veda il mio Clash of Fundamentalisms: Crusades, Jihads and modernità, London and New York 2002, pp. 174-181.
14 Queste cliniche producevano sicuramente alti profitti, ma avevano anche un'utile funzione politica: ai poveri venivano talvolta offerte medicine e cure gratuite, un servizio che poi era chiaramente identificato con il Ji. L'anno scorso, al Cairo, un parlamentare islamista vantava il fatto che la sua organizzazione controllasse la leadership dell'unione dei medici. Durante la nostra conversazione nella sua clinica, le numerose persone in attesa di una visita erano i poveri della città. Come alcuni gruppi della Chiesa latino-americana, questi islamisti cercano di supplire allo svuotamento delle funzioni assistenziali dello Stato. Gli effetti sono limitati, ma l'impatto psicologico sui quartieri poveri non è da sottovalutare.
15 Kansi e il padre erano stati reclutati in Baluchistan dalla Cia durante la prima guerra afgana (1979-89). Una volta portati a termine gli obiettivi americani nella regione, gli Usa si erano liberati di quasi tutti i loro agenti non ufficiali, continuando però a lavorare con e attraverso l'Isi. La famiglia di Kansi - forse sperando in un risarcimento - si sentì tradita. Kansi si recò negli Stati Uniti per vendicare il torto subito e uccise due alti funzionari della Cia, e riuscì a ritornare in Pakistan. Kansi era evidentemente un agente ben addestrato, e il merito era tutto della Cia. Fu così offerta una grossa ricompensa per la sua cattura e alla fine fu tradito dal cognato, arrestato dall'Isi e consegnato alle autorità Usa. Diventerà un soggetto per Hollywood?
16 Non stupirebbe scoprire che anche i soldati e i funzionari occidentali, presidiando i protettorati balcanici per conto del basileus di Washington, abbiano beneficiato del commercio dell'oppio.
17 Dopo il 1858, ai bisogni dei funzionari pubblici del regno sopperiva lo Stato coloniale, proprio per evitare la corruzione che aveva caratterizzato il governo della Compagnia delle Indie orientali, con la conseguenza dello screditamento e dei guai giudiziari dei suoi migliori agenti, Robert Clive e Warren Hastings. La disciplina gerarchica dell'esercito indiano-britannico era basata sulla sottomissione al governatore civile senior: il governatore generale o viceré. L'unica eccezione a questa norma fu il celebre scontro tra Kitchener e Curzon [del 1905, sul controllo dell'esercito britannico in India (NdRM)], dal quale il primo emerse vincitore, e il viceré, più giovane, fu richiamato a Londra.
18 Si veda Pakistan: Military Rule or People's Power?, London and New York 1971; Can Pakistan Survive?, London 1983. c Attualmente comandante supremo delle truppe di invasione in Iraq (NdRM). Con il titolo The Colour Khaki il saggio di Tariq Ali è comparso nel fascicolo di gennaio-febbraio del 2003 della «New Left Review» (Traduzione di Francesca Buffo)