I giornalisti di guerra e l'esercito
21 Gennaio 2003
Robert Fisk *Sembra una riedizione della guerra del Golfo del 1991. I giornalisti americani stanno lottando come tigri per unirsi al "contingente" ed essere "immessi" nelle forze militari USA per assistere alla guerra in prima persona e, naturalmente, essere censurati. Quindici anni fa, fecero la loro comparsa a Dharan, in Arabia Saudita, già equipaggiati di elmetto, maschera antigas, razioni di cioccolato e con gli occhi che si assottigliavano guardando il sole, come il generale Montgomery. La metà dei reporters volevano indossare le uniformi militari ed un giovane della televisione comparve, lo ricordo bene, con un paio di stivali mimetici. Ognuno di essi era reso mimetico dal disegno di foglie. Quelli di noi che erano stati in un deserto - o anche solo visto foto di un deserto - si chiedevano che significasse.
Be', chiaramente, si tratta di un simbolismo fantastico, proprio ciò su cui la maggior parte dei telespettatori devono fare affidamento quando guardano la guerra "dal vivo" o la morte "dal vivo".Così, durante le quattro settimane passate, i ranghi compatti delle reti televisive americane si sono riversati in Kuwait per ingraziarsi le truppe USA, alla ricerca di quelle bramate posizioni nel contingente, per provare le armi o le divise ed assicurarsi che, se o quando il giorno verrà, potranno fare il servizio che ogni giornalista ed ogni generale desiderano: pochi fatti, belle immagini e niente di sporco che possa far vomitare gli spettatori mentre fanno colazione. Ricordo come, nel 1991, solo quei soldati iracheni abbastanza ossequiosi da morire in pose romantiche, col braccio ritratto a nascondere le parti in decomposizione o con la faccia anonimamente nella sabbia, riuscirono ad apparire in diretta. Quelli ridotti ad un incubo da obitorio o i cui corpi erano ridotti in brandelli dai cani randagi - ho davvero visto questa scena orrenda in un filmato della troupe della ITV - non ricevettero gli onori dello schermo. Il filmato della ITV non si poté trasmetterlo, chiaramente, non sia mai dovesse persuadere il mondo intero che nessuno dovrebbe più andare in guerra, mai.
Gli americani stanno in realtà usando la parola "incorporati". I giornalisti devono essere "incorporati" nelle unità militari. Le paure del comando centrale di Tampa, in Florida, sono che Saddam possa commettere una qualche atrocità, un attacco con gas contro gli sciiti, un bombardamento aereo di civili iracheni per poi dare la colpa agli americani. I giornalisti nel "contingente" possono perciò essere portati di corsa sul posto per dimostrare che le uccisioni sono il lavoro ignobile della Bestia di Baghdad piuttosto che il "danno collaterale", bisognerebbe assegnare la Medaglia d'Onore alla Mancanza di Fegato a tutti i giornalisti che usano questa espressione coniata dai gentiluomini che stanno cercando di abbattere il triplo pilastro dell'"asse del male".
E già l'operazione "amicone", che è come i ragazzi del Ministero della Difesa la chiamarono 11 anni fa, è cominciata. Le truppe USA in Kuwait offrono corsi di guerra chimica e biologica ai giornalisti che possano voler accompagnare i soldari al "fronte", assieme all'"addestramento" circa la necessità di garantire la sicurezza durante le operazioni militari. La CNN, naturalmente, sta abbracciando entusiasticamente questi corsi apparentemente innocui, dimenticando come consentirono ai "discepoli" del Pentagono di starsene seduti nelle loro sale stampa durante la guerra del Golfo del 1991.
Allora ecco una piccola lista di ciò da cui guardarsi bene, in quanto a falsità e propaganda, sugli schermi una volta che la guerra del Golfo 2 (o 3, se si considera il conflitto Iran-Iraq tra il 1980 e il 1988). Guardate con sospetto le seguenti cose:
giornalisti che vestono le divise americane o inglesi, elmetti, giubbotti mimetici, armi ecc.
giornalisti che dicono "noi" quando si riferiscono alle unità militari americane o inglesi in cui sono "incorporati";
quelli che usano l'espressione "danno collaterale" e non "morti civili";
quelli che cominciano a rispondere alle domande dicendo: "Be', chiaramente, a causa della sicurezza militare non posso divulgare...";
quelli che nei servizi sulla parte irachena insistono nel riferirsi alla popolazione irachena come al "suo" (di Saddam) popolo;
i giornalisti a Baghdad che parlano di "ciò che gli americani descrivono come violazioni dei diritti umani da parte di Saddam Hussein" piuttosto che della pura e semplice tortura che tutti noi sappiamo Saddam pratica.
i giornalisti che riferiscono di una delle due parti e usano la orribile e raccapricciante frase "secondo fonti ufficiali" senza dire chi sono questi "ufficiali" che spesso mentono.
Restate sintonizzati.
Fonte Znet
* Nato e cresciuto in Inghilterra, vive attualmente a Beirut. Possiede il titolo di Ph. D. in Scienze Politiche rilasciato dal Trinity College di Dublino ed ha ricevuto la laurea H.C. in Giornalismo dall'Università di Lancaster. Dal 1971 al 1975 è stato il corrispondente del Times a Belfast.
Dal 1976 in poi è stato corrispondente dal Medio Oriente, attualmente per The Independent, quotidiano londinese. Nei suoi reportage da questa regione ha documentato l'invasione del Libano da parte di Israele (1978-82), la rivoluzione in Iran (1979), la guerra tra Iran e Iraq (1980-88), l'invasione sovietica dell'Afghanistan (1980), la guerra del Golfo (1991), la guerra in Bosnia (1992-96) e il conflitto in Algeria (dal 1992 in poi).Per la sua attività ha ricevuto i seguenti riconoscimenti:
"Overall Media Award" di Amnesty International nel 1998
"British International Journalist of the Year Award" (7 volte, l'ultima nel 1996)
il premio "Johns Hopkins SIAS-CIBA" per il giornalismo internazionale nel 1996
"United Nations Press Award" nel 1986Link:
http://msanews.mynet.net/Scholars/Fisk/
Profilo, libri e articoli