L'accordo di Ginevra: oltre il tempo e il luogo

Editoriale, Challenge Magazine, 3 novembre 2003
(da http://www.electronicintifada.net)

Challenge è un bimestrale di sinistra in lingua inglese che analizza il conflitto israelo-palestinese in un contesto globale. Viene readatto a Jaffa, da arabi ed ebrei e contiene analisi politica, inchieste, interviste, testimonianze e altro. La pubblicazione è iniziata durante la prima Intifada, è continuata durante tutto processo di Oslo ed ora illustra la situazione seguita al collasso delle trattative.

Senza rappresentare strutture ufficiali, palestinesi vicini all'autorità palestinese e membri della sinistra israeliana hanno firmato un piano dettagliato per un piano di pace. La Svizzera ha finanziato l'esercizio, il cui risultato è noto come accordo di Ginevra. L'esponente principale della parte israeliana è Yossi Beilin, già leader del partito laburista e architetto degli accordi Oslo. La sua controparte palestinese è Yasser Abed Rabbo, che è stato ministro dell'informazione dell'autorità palestinese.
Il nuovo accordo mette i due popoli per la prima volta di fronte ad un'idea del prezzo che approssimativamente ognuno dovrebbe pagare per raggiungere un accordo di pace con il quale l'altro forse un giorno potrà essere persuaso a convivere. Rompe dei tabù: pochi israeliani parlano in pubblico e dettagliatamente della divsione di Gerusalemme; pochi palestinesi adottano un documento che, di fatto, vanifica il diritto al ritorno dei profughi. I proponenti inoltre fanno notare che l'accordo fa saltare il mito che Israele "non ha una controparte" per negoziare.
Queste affermazioni, come vedremo, sono discutibili. L'unico vero cambiamento è questo: la sinistra sionista (che undici anni fa, seguendo il partito laburista, ha attirato i palestinesi nella trappola di Oslo), ha alla fine preso una posizione indipendente, più radicale che mai, mostrando fino a che punto è disposta ad arrivare in un futuro accordo con i palestinesi.
Per quanto riguarda l'accordo stesso puntualizzeremo due questioni: fino a dove sono disposti a spingersi i firmatari? Che rilevanza ha questo documento?
Passaggi importanti sono stati fatti su tre fronti.
1) Territorio - A quanto sembra, la parte israeliana ha accettato il principio di non prendere territorio, anche se lo ha fatto tramite meccanismi di scambio: ha cioè adottato il principio che per ogni acro che Israele annette oltre il confine del 4 giugno 1967, compenserà i palestinesi con un acro di territorio israeliano da un'altra parte. Le terre annesse ad Israele saranno determinati insediamenti ebraici. In tutto si tratta di circa il 2,5% della Cisgiordania.
2) Gerusalemme - Le parti hanno adottato il principio che le parti arabe passerebbero sotto sovranità palestinese, quelle ebraiche sotto quella israeliana. Nella città vecchia, il quartiere ebraico ed il muro del pianto diventerebbero parte di Israele, gli altri tre quartieri della Palestina - facendo molto affidamento su osservatori internazionali.
3) Rifugiati - I palestinesi non hanno esplicitamente rinunciato al diritto al ritorno. Non gli è stato chiesto di farlo. L'accordo sancisce tuttavia la fine di tutte le richieste del passato. Dispone che il numero di rifugiati cui è permesso il ritorno dipende dall'assenso di Israele.
Può sembrare promettente, ma riflettendoci, non possiamo che porci domande sull'identità di coloro che impersonano la parte israeliana di questi negoziati fittizi. Sono la sinistra? Di sicuro la sinistra dovrebbe essere alleata del popolo palestinese, lavorandoci assieme per cambiare la realtà del presente. Ma, dobbiamo ricordarlo, fanno parte della sinistra sionista (un ossimoro).
Per l'accordo, la supremazia di Israele è un assioma. Lo vediamo dal fatto che gli insediamenti vicino a Gerusalemme, compresi i quartieri ebraici costruiti dopo il 1967, saranno riconosciuti come parte di Israele, e così il blocco di Etzion tra Gerusalemme ed Hebron. Ma perché (sulla base di quale principio) French Hill (il primo quartiere post-1967 di Gerusalemme) o Ma'aleh Adumim (un quartiere periferico di Gerusalemme in Cisgiordania) dovrebbero essere annessi ad Israele? Come nel caso di insediamenti come Ariel e Kiryat Arba, che si trovano su terre conquistate da Israele, sono "fatti" che Israele ha "creato". Perché persone di sinistra, anche della sinistra sionista, dovrebbero partire da una posizione che accetta simili "fatti"?
O prediamo un altro esempio: la Palestina non avrà un esercito. Dipenderà per la propria sicurezza da imponenti forze internazionali, facendo affidamento sulla gentilezza di stranieri. Era ben lontano dalle menti dei negoziatori della sinistra sionista concedere una parità su questo punto.
Parlando di parità, l'accordo di Ginevra non prende in considerazione la disparità economica tra Israele e Palestina o tra Israele ed il mondo arabo. Questa disparità sarà fattore centrale nella futura lotta tra abbienti e non abbienti, dove Israele si presenta come un'anomala estensione del primo mondo nel terzo. Ovvio che esponenti della sinistra sionista vogliano la Palestina demilitarizzata!
Nell'attuale realtà geopolitica del Medio Oriente, la Palestina dell'accordo di Ginevra sarà una gallina senza ali, povera e dipendente. Come Jaffa per Tel Aviv.
La nostra principale critica all'accordo di Ginevra attiene tuttavia non ai suoi contenuti, ma più al contesto in cui è stato pubblicato. Manca di relazione con il luogo e con il tempo. I suoi portavoce ammettono che il documento è incompleto (p.es. non hanno completato gli articoli sull'acqua o sull'economia), perché c'era urgente bisogno di pubblicarlo.
L'urgenza deriva da fattori politici che gli autori sperano di raggiungere, dato il vuoto lasciato dalle dimissioni di Abu Mazen e dalla disintegrazione de facto della Road Map. Il vuoto trova Israele oggi in uno dei suoi momenti peggiori. L'avventura irachena dell'America non ha funzionato. La scommessa di Israele su George W. Bush ha solo accresciuto il suo isolamento. Non ha un concetto guida politico.
I colpi che impartiscono ai palestinesi sembrano sempre più futili, un semplice scalciare per la frustrazione. L'economia è in atrofia: la gente sprofonda nella disoccupazione mentre si taglia lo stato sociale. Ariel Sharon gode ancora di sostegno del pubblico, ma il suo governo ha perso credibilità morale sia per i palestinesi che per il suo popolo.
In questo vuoto entrano gli esponenti della sinistra sionista con un piano di pace virtuale. Se ci fossero delle chances nella realtà attuale, benissimo. Se i suoi firmatari lo presentassero come programma di base per un futuro partito social-democratico, ancora benissimo. Sarebbe loro diritto dire agli elettori come pensano che il conflitto andrebbe risolto. Potrebbero poi mettere il programma alla prova delle urne. Invece fanno capriole per aria senza mettere un dito nella fangosa realtà. In breve, l'aspetto del documento, in questo momento ha l'aria di una trovata pubblicitaria più che di una proposta realizzabile.
L'accordo di Ginevra dovrebbe presentare ad ognuna delle parti una visione realistica di quello che costerà la pace, ma il suo effetto è piuttosto di offuscare la realtà.
1) Nella parte palestinese: c'è qualcuno con cui parlare?
L'autorità palestinese è sospesa nel vuoto. Il 4 novembre il primo ministro Ahmed Qureia (Abu Ala) deciderà se restare al proprio posto. Se Arafat non dovesse dargli sufficiente controllo delle forze di sicurezza, e se Israele non dovesse diminuire gli attacchi contro i palestinesi, è probabile che lasci. È un segreto di pulcinella che il resto del governo potrebbe dimettersi collettivamente, lasciando la palla all'occupante.
Su MIFTAH (l'iniziativa palestinese per la promozione del dialogo globale e della democrazia), il 18 ottobre è apparso un articolo inconsueto dal titolo "Caos" comprendente queste parole: "Invece di smantellare l'occupazione, stiamo smantellando le nostre istituzioni, la nostra gente. Finiremo con un popolo frammentato e senza legge e ordine, ma ancora determinato a resistere. In altre parole, caos."
I palestinesi non sanno più chi li governa: Arafat, Qureia, gruppi di sbandati, Israele? In mezzo al disordine, come possono Beilin ed i suoi soci di Ginevra dire al pubblico israeliano "C'è una controparte, qualcuno con cui parlare" ...?
L'accordo ha incontrato l'opposizione nelle alte sfere palestinesi. Nabil Sha'at, un moderato nei confronti di Israele e dell'America, il 25 ottobre ha rilasciato un'intervista ad Al-Ayyam, criticando la formulazione relativa ai profughi. È contrario anche all'uso eccessivo di forze internazionali, affermando che i palestinesi consentiranno la loro presenza solo lungo i confini.
2) Nella parte israeliana: pericolo di guerra civile
L'accordo richiede lo smantellamento della maggior parte degli insediamenti ebraici presupponendo un contesto in cui ci sia p.es. l'autorità palestinese da una parte ed un governo del Likud o laburista dall'altra. Ma anche il Labor si è sempre piegato di fronte ai coloni - e non per caso. Ogni governo israeliano che prova ad evacuare coloni invita alla guerra civile.
L'accordo di Ginevra quindi da l'impressione di essere staccato dalla realtà. Coloro che entusiasticamente saltano sul carro, si troveranno delusi come con Oslo, dopo aver sprecato enormi quantità di tempo e di energia. La condizione per lo smantellamento degli insediamenti, sarebbero rilevanti cambiamenti nello schieramento globale delle forze, oltre il contesto limitato da cui si è partiti a Ginevra.
Dovremo dire a questo punto che l'architetto di Ginevra Yossi Beilin non ha una base politica. Nelle ultime primarie del Labor, dopo la debacle di Camp David, non è riuscito a conquistare un posto realistico nella lista. Viene da chiedersi: se Beilin e gli altri firmatari avessero vinto e fossero parte del governo, avrebbero il coraggio di presentare questo accordo al pubblico? Senza responsabilità di governo, è facile diffondere utopie.
3) Nella parte internazionale
L'amministrazione Bush comprende entusiasti sostenitori di Ariel Sharon. Cercano di spezzare ogni opposizione da parte del popolo palestinese: "Nessuna tolleranza per la violenza!" Solo in questo modo, credono, si può raggiungere la pace. Il loro approccio alla questione palestinese è della stessa stoffa di cui è fatto il loro atteggiamento rispetto ad altri popoli del Medio Oriente. I palestinesi e gli iracheni sono attualmente sotto trattamento, Siria e Iran in lista di attesa. L'accordo di Ginevra non rientra in questo tipo di approccio. Per un motivo, non affronta la questione del terrorismo. L'amministrazione Bush insiste sulla Road Map, che congela tutti i negoziati fino a quando la parte palestinese rinuncerà alla resistenza armata.
In un articolo intitolato "Lunga è la strada per Ginevra" (Yediot Aharonot, 17 ottobre), Nahum Barnea descrive la difficoltà nel collegare l'accordo con la realtà. I firmatari, scrive, "hanno completato ciò che avevano lasciato incompiuto (a Taba nel gennaio 2001 ndr). Come se il tempo si fosse fermato. Come se Clinton fosse ancora alla Casa Bianca e la sinistra stesse ancora governando Israele e Arafat fosse un leader come gli altri. Come se tre anni di reciproci ammazzamenti non avessero cambiato nulla nei cuori degli israeliani e dei palestinesi. Come se accordi tra popoli potessero essere fatti in un vuoto, senza emozioni, senza politica, senza storia."
Alla fine, l'accordo di Ginevra sarà rifiutato non per quello che comprende o per quello che omette, ma per una ragione completamente diversa: per fare in modo che si sviluppi fiducia tra i due popoli, la sinistra israeliana dovrà rinunciare alla precondizione della supremazia israeliana. Dovrà smettere di vedere il Medio Oriente attraverso il prisma dell'imperialismo americano. Dovrà piuttosto guardare attraverso il prisma delle forze che si oppongono a quell'imperialismo.
Quanto è vicina la sinistra ad un simile cambiamento? Su Al-Ayyam (25 ottobre), Yossi Beilin scrive che l'accordo di Ginevra non intende soppiantare la Road Map. Al contrario, afferma, la completa.
Il flirt con l'America continua.